Britannia postromana

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Mappa politica della Britannia nel 500; i Regni anglosassoni (in azzurro) furono ridotti alla costa orientale dopo la vittoria dei Britannici romanizzati (in rosa) nella battaglia del Monte Badon.

Il periodo storico della Britannia postromana corrisponde a quella fase della storia dell'Inghilterra che va dalla fine della dominazione romana (inizi V secolo) all'arrivo di Agostino di Canterbury (597); la data scelta per il termine del periodo è arbitraria, perché la cultura post-romana continuò nell'Inghilterra occidentale e nel Galles.

Il periodo è caratterizzato dall'invasione anglosassone nella Britannia romanizzata e dal tentativo - momentaneamente riuscito intorno al 500 - di respingerla; dopo il 540, in coincidenza con l'epidemia detta Peste di Giustiniano che spopolò la regione,[1] la Britannia ormai sempre meno romanizzata finì per essere soggiogata dagli Anglosassoni, in particolare dopo la decisiva battaglia di Deorham, combattuta nel 577.

Questo periodo della storia d'Inghilterra ha attratto una grande quantità di dibattiti popolari ed accademici, in parte per la scarsità di materiale letterario e archeologico, in parte perché gli storici pensano che quegli eventi - invasione, insediamento e reinsediamento - forgiarono le identità nazionali delle Isole Britanniche nei secoli a venire. Il periodo in questione può essere anche denominato "primo Medioevo" o alto Medioevo.

Testimonianze scritte[modifica | modifica sorgente]

C'è ancora poco materiale scritto disponibile in questo periodo che parli della storia delle isole britanniche, tuttavia esiste una considerevole quantità di scritti posteriori e una gran parte di essi trattano soprattutto delle prime decadi del V secolo. Le fonti scritte possono essere classificate in britanniche o continentali, e contemporanee e non-contemporanee.

Sono due le fonti primarie britanniche contemporanee agli eventi: la Confessio di Patrizio d'Irlanda e il De Excidio Britanniae di Gildas.[2] La Confessio e la sua Lettera a Coroticus rivela aspetti della vita della Britannia tardoantico e altomedievale. L'altra fonte della Britannia subromana è l'opera di Gildas. Il De Excidio Britanniae di Gilda è scritto in tono polemico contro i dominatori, in questo caso i sassoni. Non vengono citate alcune date ed alcuni dettagli, come ad esempio il vallo di Adriano e il vallo di Antonino sono evidentemente sbagliati. Tuttavia Gildas ci dà informazioni sui regni postromani nel momento in cui stava scrivendo e come un monaco istruito percepiva la situazione che si stava sviluppando tra gli anglosassoni e i britanni.

Il Castello di Barbury, forte del Sesto secolo, nei pressi di Swindon, nell'Inghilterra sudoccidentale.
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Storia dell'Inghilterra

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Ci sono anche fonti contemporanee agli eventi che provengono dall'Europa continentale che menzionano la Britannia. La più famosa è il Rescritto di Onorio, nel quale Onorio, l'imperatore d'occidente, chiede alle Civitates britanniche di far fronte da sole alla propria difesa. Il primo riferimento a questo rescritto viene fatto da Zosimo nel VI secolo, riguardo a una discussione sull'Italia meridionale. Non vengono fatte ulteriori menzioni alla Britannia, il che ha portato alcuni studiosi, ma non tutti, a suggerire che si trattasse non della Britannia, ma del Bruzio.[3] Le cronache galliche, Chronica gallica anno 511 e la Chronica gallica anno 452, parlano dell'abbandono della Britannia da parte dei Romani, e del suo successivo passaggio nelle mani dei sassoni; parlano anche della visita di Germano d'Auxerre in Britannia.[4] Il lavoro di Procopio di Cesarea fa alcuni riferimenti alla Britannia.

Ci sono numerose fonti scritte successivamente agli eventi in questione che danno racconti più accurati del periodo. Il primo di questi fu Beda il Venerabile, il quale, agli inizi dell'VIII secolo, scrisse la Historia ecclesiastica gentis Anglorum (c. 731). Basandosi sull'opera di Gildas, Beda scrisse da un punto di vista anti-bretone. Fonti più tarde, come la Historia Brittonum, spesso attribuita a Nennius, la Cronaca anglo-sassone (ancora scritta da un punto di vista anti-bretone e basata su fonti sassoni) e gli Annales Cambriae sono tutte pesantemente infarcite di miti e possono essere usati con estrema cautela.[5] Ci sono anche documenti di poeti bretoni che apparirono prima del sesto secolo.

Dopo la conquista normanna ci furono molti libri che si proposero di scrivere la storia della Britannia postromana. Furono influenzati dai racconti di Geoffrey di Monmouth, tuttavia possono essere visti come libri di leggende.

Alcune vite dei santi, riferendosi a chierici di origine celtica, hanno una datazione alta, ma la maggior parte è tarda. san Taddeo descrive una visita a una villa romana a Chepstow, mentre Cutberto di Lindisfarne visita una Carlisle deserta.

Testimonianze archeologiche[modifica | modifica sorgente]

L'archeologia ci fornisce ulteriori evidenze per questo periodo. All'epoca della Britannia post-romana sembra che si sia stata una maggiore propensione ad usare materiale non durevole rispetto alle epoche precedenti. Tuttavia sopravviveva l'uso delle brocche, delle stoviglie e delle armi. Lo studio delle sepolture, delle cremazioni e delle tombe ha fatto comprendere le identità culturali di quest'epoca.[6] L'archeologia ha dimostrato una certa continuità con l'età romana.

Gli scavi fatti negli insediamenti hanno rilevato se le strutture sociali stavano cambiando, il risultato è che molti aspetti della vita in Britannia continuavano inalterati nel primo Medioevo. Gli scavi hanno avuto luogo su fortificazioni, su città e su monasteri. Altri lavori hanno illuminato come la pratica agricola continuò nel periodo.[7][8]

Ci sono alcune evidenze archeologiche che dimostrano che anglosassoni e bretoni a volte vissero anche nello stesso sito. Ad esempio in un cimitero, una famiglia adottò le usanze anglosassoni dopo un lungo periodo.[9]

Fonti scritte[modifica | modifica sorgente]

Statua di San Patrizio nella collina di Tara, Irlanda.

Le testimonianze scritte su questo periodo sono estremamente scarse, e molte sono le interpretazioni possibili.

All'inizio del V secolo, la Britannia faceva ancora parte dell'Impero romano d'occidente, governato dall'imperatore Onorio.[10] Vi erano già segni di declino dell'autorità romana, e alcuni Sassoni erano presenti nell'isola, in qualità di soldati. Le truppe romane furono richiamate sul continente nel 402 da Stilicone, e la maggior parte dei pagamenti in moneta cessò a partire da questo periodo. Nel 406 gli eserciti in Britannia si rivoltarono e nominarono tre usurpatori in sequenza, l'ultimo dei quali, Costantino III, portò le sue truppe nel continente, ma venne sconfitto e giustiziato nel 411. Intanto ci furono incursioni barbariche che interessavano la Britannia nel 408, ma, almeno in apparenza, furono fermate.

Dopo il 410, Onorio inviò delle missive alle città della Britannia, con le quali chiedeva che fossero gli abitanti stessi a provvedere della loro difesa. Successivamente sembra che scoppiarono alcune guerre civili, le quali furono interpretate in diversi modi: come scontri tra fazioni pro-romane e pro-indipendenza o tra Chiesa nicena e Chiesa pelagiane, tra proprietari terrieri e contadini. Recenti ipotesi parlano di una Britannia pesantemente frammentata in quest'epoca, basata sulle identità tribali. Tuttavia alcuni aspetti della vita romana continuarono nelle campagne e in maniera minore nelle città, come evidenziato dalla descrizione di Germano. Piccoli regni rimpiazzarono le province romane.

Gildas, che scrisse in latino attorno all'anno 540, narra che Vortigern convocò un consiglio per trovare il modo di opporsi alle minacce barbariche; fu deciso di chiamare mercenari sassoni a seguito della partenza delle truppe di Roma. Dopo un po' questa scelta si ritorse contro i Britanni, tanto che le città furono saccheggiate. Il leader romano-britannico Ambrosio Aureliano (da alcuni identificato nel Re Artù) combatté contro i Sassoni in diverse battaglie per un lungo periodo di tempo. Alla fine di questo periodo, attorno al 500, ci fu la battaglia di Monte Badonico, della quale le fonti più tarde parlano della vittoria finale del leggendario Re Artù. In seguito ci fu un lungo periodo di pace.

I Britanni mantenevano il controllo della parte occidentale del'Inghilterra, i sassoni quello della Northumbria, dell'East Anglia, nonché dell'Inghilterra sudorientale.

Gildas dà una preliminare enunciazione della storia della Britannia, ma la prima parte è molto confusa. Depreca cinque comandanti della Britannia occidentale - Constantino di Dumnonia, Aurelio Canino, Vortipor di Demetae, Cuneglasus e Maglocunus - per la loro malvagità. Attacca anche il clero della Britannia. Fornisce anche informazioni su dieta, vestiario e divertimenti dei Britanni. Scrive anche che i Britanni vennero uccisi, furono resi schiavi o emigrarono, ma non dice mai il numero.

Nel tardo VI secolo ci fu una nuova espansione dei Sassoni, che iniziò con la conquista del Wessex da parte di Sarum nel 552, inclusa l'entrata nell'area di Cotswolds a seguito della battaglia di Deorham. Tuttavia le cronache di questo periodo non sono accurate. Questa offensiva sembra aver separato i Britanni dell'Inghilterra sudoccidentale da quelli dell'attuale Galles. Nel frattempo la battaglia di Chester separò questi ultimi dai Britanni stanziati nell'Inghilterra settentrionale.

Regni[modifica | modifica sorgente]

In Britannia esistevano diversi regni in questo periodo, nel tempo alcuni dei quali cambiarono nome, mentre altri vennero assorbiti. I confini tra regni cambiavano continuamente. I maggiori regni erano:-

Di seguito le aree che diventarono regni sassoni:-

Religione[modifica | modifica sorgente]

L'impero romano adottò il Cristianesimo come religione ufficiale verso la fine del IV secolo, tuttavia le credenze pagane continuavano a sopravvivere, specialmente nelle aree più marginali. I vecchi templi pagani furono, col tempo, rimpiazzati da chiese più o meno nello stesso sito. Sembra che le chiese e i monasteri celtici abbiano avuto una fioritura nelle isole britanniche. Le sepolture di tipo romano continuarono per molto tempo. Nella parte orientale dell'isola, occupata dai sassoni, ci fu un graduale passaggio dalla cremazione all'inumazione. Sebbene l'arrivo di San'Agostino di Canterbury sia visto come l'evento principale per la conversione al Cristianesimo dei sassoni, una parte di essi restava ancora legata alle credenze pagane.

Nel 429 Palladius, un diacono britannico chiese aiuto al Papa per combattere il Pelagianismo. Furono così inviati due vescovi: Germano e Lupo di Troyes. Si sostiene che durante questo periodo, Germano, un ex comandante militare, portò i britannici alla vittoria di "Halelujah", forse nellattuale Galles. Si pensa anche che Germano successivamente fece una seconda visita in Inghilterra.

Si pensa che nel Whitehorn settentrionale sia stata fondata in Scozia la prima chiesa cristiana per merito di Niniano. Corotius (o Ceretic) fu un re cristiano che fu il destinatario di una lettera di Patrizio d'Irlanda. La sua base era a Dumbarton Rock nel Strathclyde e il suo discendente Riderch Hael viene menzionato nella "Vita di San Colomba". Riderch fu un contemporaneo di Aedan mac Gabrain e Urien of Rheged, come pure di Aethelfrith di Bernicia. Invece Kentigern, il supposto fondatore di Glasgow, è una figura misteriosa.

Migrazioni anglosassoni[modifica | modifica sorgente]

Elmo di Sutton Hoo

Evidenze linguistiche[modifica | modifica sorgente]

La linguistica è un mezzo utile per analizzare la cultura di un popolo.[11] Studi sull'Old English, sulle lingue celtiche e sulla lingua latina hanno dimostrato i contatti tra celti e anglosassoni. Sicuramente il latino continuò ad essere lingua scritta ed ora vi sono evidenze, come la Pietra di Artù, dell'esistenza di un neolatino britannico.

Similmente gli studi sulla toponomastica danno indicazioni sulla storia linguistica di una certa area. L'Inghilterra, tranne la Cornovaglia, mostra scarse presenze di nomi di origine celtica nella toponomastica. Ci sono nomi celtici sparsi un po' dovunque, ma tendono ad aumentare proprio ad occidente, dove ci sono numerosi nomi celtici di fiume. La toponomastica dimostra che la cultura anglosassone stava diventando dominante nella parte sudorientale dell'isola fin dall'inizio del sesto secolo. Nomi con elementi latini invece ci suggeriscono una certa continuità degli insediamenti, mentre alcuni nomi di luogo richiamano le divinità di tradizione germanica.[12]

Le testimonianze epigrafiche ci forniscono un'altra fonte di informazione sugli insediamenti dei bretoni e degli Anglosassoni in questo periodo. Le iscrizioni celtiche si trovano soprattutto nell'Inghlterra occidentale ed in Galles, mentre in altre parti sono in runico.

Estensione delle migrazioni[modifica | modifica sorgente]

Per lungo tempo si è sostenuto che gli anglosassoni migrarono in Britannia tra il Quinto e il Sesto secolo, sostituendosi ai popoli bretoni. Lo storico Frank Stenton nel 1943 sostenne che gran parte della Britannia sudoccidentale venne invasa.[13] Questa interpretazione si basa principalmente sulle fonti scritte, in particolare Gildas e Beda, che proiettano l'arrivo degli anglosassoni come un evento violento. I nomi di luogo e le testimonianze linguistiche avvalorano ulteriormente questa tesi, dato che solo poche località riuscirono a tenere il loro nome bretone e ancor di meno parole di origine celtica entrarono nell'Inglese antico. Inoltre questa interpretazione considera che la popolazione di origine bretone fu costretta ad emigrare in gran massa verso l'Armorica, cioè l'attuale Bretagna. Questa interpretazione infine spiega perché l'Inghilterra si sia sviluppata differentemente dall'Europa continentale. Tuttavia questa visione non è universalmente accettata, visto che storici come Edward Gibbon pensano che ci sia stata una sopravvivenza britannica. La visione tradizionale, sostenuta da pochi storici, è sintetizzata da Lawrence James, il quale scrisse che l'Inghilterra venne sommersa da una corrente anglosassone che spazzo via i romano-britannici.'[14]

La visione tradizionale è stata demolita dagli anni novanta. Al centro della discussione c'è il numero di anglosassoni effettivamente arrivati in Britannia durante questo periodo: ora viene presa in considerazione una quantità ridotta. Ossia la popolazione autoctona non venne rimpiazzata in breve tempo dagli anglosassoni.[15] I Sassoni sono tuttavia visti come un'élite dominante con a fianco la popolazione locale acculturata. Cosicché tombe sassoni possono in realtà appartenere a romano-britannici.

Romanzo britannico[modifica | modifica sorgente]

Le Terme romane di Bath furono usate dai Romano-Britanni fino al VI secolo. Vi sono state trovate tavolette con maledizioni popolari che sembrano probabilmente scritte anche in Romanzo britannico
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Romanzo britannico.

Per alcuni secoli dopo il ritiro delle legioni romane, nella Britannia romanizzata si sviluppò una lingua romanza, risultato della fusione del latino classico con le lingue celtiche dei Britannici autoctoni, detta romanzo britannico.

Kenneth H. Jackson scrisse che il "il latino era una lingua viva e parlata nella Britannia durante l'Impero romano", ed usò l'evidenza di parole assimilate dal latino nell'antico gallese ed irlandese allo scopo di dedurre l'esistenza di 12 differenti caratteristiche del Romanzo della Britannia latinizzata del terzo, IV e V secolo.[16]

Studiosi come Christopher Snyder credono che, nel periodo cha va dal 410 (ritiro dalle isole britanniche delle legioni romane) al 597 (arrivo in Britannia di Agostino di Canterbury), nella Britannia romanizzata vi fu una società capace di difendersi dai sopraggiunti barbari Anglosassoni e di produrre una propria cultura con una lingua neolatina molto mescolata al celtico.[17]

Inoltre sembra molto probabile che nell'area di Chester (che ha preso nome dal castrum romano Deva Victrix) sia rimasta una comunità di britannici romanizzati discendenti dai coloni romani che usava il romanzo britannico: vi sono state trovate molte anfore ed importanti resti archeologici con iscrizioni latine (e possibilmente neolatine) di epoca "sub-romana",[18] per cui cattedratici come Strickland[19] affermano che probabilmente la città romana fu abitata fino ad oltre il 650,[20] consentendo lo sviluppo di una lingua romanza nei due secoli dopo il ritiro delle legioni romane.

Pietra di Artù[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Pietra di Artù.

Secondo l'accademico Charles Thomas, è stata rinvenuta in Cornovaglia l'unica evidenza di una lingua romanza in uso nella Britannia postromana: la Pietra di Artù di Tintagel[21]

Nella pietra vi si possono leggere quattro parole che sono correntemente interpretate così: PATER / COLI AVI FICIT / ARTOGNOV. Si tratta sostanzialmente di una iscrizione latina del VI secolo, con riconoscibili primitive inflessioni antico celtiche e romano-britanniche, la cui più plausibile lettura secondo Thomas è «mi fece (oppure mi costruì) Artognou, padre di un discendente di Col».[22]

L'iscrizione sulla pietra fornisce agli storici anche la certezza del fatto che era molto diffusa l'alfabetizzazione e la conoscenza letteraria classica nel ceto dominante della Britannia postromana.

La fine della Britannia romana[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Britannia (provincia romana).

Sono state proposte diverse date per la fine del dominio romano sulla Britannia: una pone l'accento sulla fine dell'importazione della moneta romana nel 402, un'altra sulla ribellione di Costantino III nel 407, un'altra la ribellione del 409, ed infine una il ritiro di Onorio del 410.[23] In ogni caso la datazione della fine della Britannia romana è complessa, e l'esatto processo è parzialmente sconosciuto.

Ci sono alcune controversie sul modo in cui i romani lasciarono la Britannia. Theodor Mommsen ritenne che Roma lasciò la Britannia,[24] tesi sostenuta dalla maggior parte degli studiosi.[25] Questa interpretazione vede nelle agitazioni all'interno dell'Impero Romano e nel ritiro delle truppe dalla Britannia per combattere i barbari lungo il Reno, i fattori principale che portarono Roma ad abbandonare l'isola. Fu quindi il collasso del sistema imperiale che portò alla fine della presenza romana in Britannia.

Michael Jones ha avanzato una tesi alternativa, nella quale indica che non è stata Roma ad abbandonare la Britannia, ma viceversa.[26] Jones mette in evidenza i numerosi usurpatori provenienti dalla Britannia tra la fine del Quarto e l'inizio del Quinto secolo ed il fatto che la fornitura di moneta in Britannia si prosciugò completamente proprio agli inizi del Quinto secolo: il che significava che gli amministratori civili e le truppe non venivano più pagati. Tutti questi fattori provocarono che la popolazione romano-britannica si ribellasse al potere centrale. Entrambe le interpretazioni sono aperte alle critiche, ma fino a che non ci saranno ulteriori sviluppi dell'indagine storiografica, sarà difficile capire esattamente come l'occupazione romana in Britannia sia finita.

Le nazioni della Britannia post-romana (in nero quelle britanniche ed in rosso quelle anglosassoni). Mappa del 500, con confini approssimativi

Comunque, la natura violenta di quel periodo non deve essere sopravvalutata, infatti sembra più probabile che fosse stata un'epoca di tensioni endemiche, menzionate in tutte le fonti scritte. Ciò ha portato alla morte di buona parte della popolazione romano-britannica.

Ci sono riferimenti anche a pestilenze. Laycock (che scrisse Britannia, the Failed State) suggerisce conflitti tribali latenti, che iniziarono prima del 410, e che potevano aver interessato l'intera Britannia portando alla distruzione dell'economia. Infatti varie testimonianze suggeriscono un calo della produzione agricola in quei decenni.[27]

Tuttavia è chiaro che parte della popolazione romano-britannica emigrò verso il continente, il cui risultato è la denominazione di Bretagna dell'antica Armorica; inoltre ci sono testimonianze anche della migrazione in Galizia (Spagna nordoccidentale). La datazione di queste migrazioni è incerta, ma recenti studi suggeriscono che la migrazione dalla Britannia all'Armorica fosse già iniziata nel Quarto secolo e terminata nel Sesto. Questi coloni, difficilmente potevano essere dei semplici rifugiati se la data di migrazione è così alta, e fecero sentire la loro presenza della maggior parte delle province occidentali francesi che si affacciano sull'Atlantico.[28] C'è soprattutto un chiaro contatto linguistico tra le due sponde della Manica nella Tarda Antichità.[29]

La Galizia, nel nordovest della Spagna, è un'altra regione di cultura celtica. La sveva Parochiale, compilata attorno al 580, comprende una lista delle chiese principali di ogni diocesi del metropolita di Braga, (la ecclesia Britonensis, ora "Bretoña"), che era la sede di un vescovo il quale officiava per conto degli immigranti originari dalla Britannia. Nel 572 il vescovo Mailoc, aveva un nome celtico.[30] Gli immigranti portarono il loro cristianesimo celtico, ma alla fine accettarono il rito latino con il Concilio di Toledo del 633. La diocesi si estendeva da Ferrol al fiume Eo. In Spagna, quest'area qualche volta viene chiamata la "terza Britannia".[31]

I regni non anglosassoni iniziarono ad apparire nella Britannia occidentale, e vennero citati da Gildas nella De Excidio Britanniae. Questi regni avevano quasi certamente ereditato le strutture romane,[32] ed inoltre attiravano una forte influenza dall'Hibernia, isola che non fece mai parte dell'Impero romano.

Nel nord della Britannia postromana si svilupparono i regni britannici di Hen Ogledd, Rheged, Bernicia, Strathclyde, Elmet e Gododdin. Sulla costa del Mare del Nord invece si ebbero regni anglosassoni che lentamente finirono per conquistare tutto il nord britannico nel corso del VI e VII secolo.

Va segnalato che nel quinto e soprattutto nel sesto secolo fu riparato il Vallo di Adriano e stabilito a Whithorn (nella Scozia sudoccidentale) il probabile sito del monastero di San Niniano. Inoltre scoperte casuali hanno riportato alla luce la continua occupazione di città romano-britanniche come Wroxeter e Caerwent.[33] Probabilmente il continuo uso di queste città deve essere associato con strutture monastiche locali.

« Urban continuity has been argued for Bath, Canterbury, Chester, Chichester, Cirencester, Exeter, Gloucester, Lincoln, London, Winchester, Worcester, and York. At Verulamium (St. Albans), where the medieval town grew up around the Saxon abbey outside of the Roman walls, archaeologists found several fifth-century structures and a newly-laid waterpipe indicating that a nearby Roman aqueduct was still providing for the town's sub-Roman inhabitants. (Una continuitá urbana (dopo la partenza delle legioni romane) è stata indicata per Bath, Canterbury, Chester, Chichester, Cirencester, Exeter, Gloucester, Lincoln, London, Winchester, Worcester e York. A Verulanium (vicino St. Alban) dove la cittadina medioevale crebbe intorno alla chiesa sassone fuori dalle mura romane, archeologi hanno rinvenuto molte strutture del quinto secolo ed una condotta d'acqua dell'epoca che indicava come il vicino acquedotto romano ancora provvedeva acqua per gli abitanti nell'epoca postromana)[34] »

Re Artù[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Re Artù e Storicità di re Artù.

La Britannia postromana sudoccidentale ha attirato archeologi e studiosi interessati al mito del Re Artù e alla sua consistenza storica.[35] Anche se si hanno poche evidenze scritte su questo fatto, alcuni ritrovamenti archeologici lasciano presupporre l'esistenza di un potente re dei romano-britannici nella Britannia postromana, dimostrabile anche dall'esistenza di siti come Tintagel ed il suo forte e da valli in terrapieno come quello di Wansdyke vicino Bath e Stonehenge.

Il Re Artù dei britannici probabilmente fu Ambrosio Aureliano, un ducatur romano-britannico

Anche se respinti dagli Anglosassoni politicamente e linguisticamente, gli uomini di cultura della societa romano-britannica, assieme agli ecclesiastici, riuscirono ad avere una significativa influenza nei nuovi arrivati invasori.

Specialmente grazie alla letteratura, alla memoria storica della Britannia romana ed alle strutture sociali della chiesa cristiana, gli Anglosassoni furono assimilati completamente nella civiltà latina dopo l'arrivo di Agostino di Canterbury con la sua evangelizzazione.

Uomini di cultura e letterati britannici furono usati nelle corti dei re anglosassoni per governare i territori. In questo modo la cultura romano-britannica -persa in guerra- ritornò nella nuova società divenuta inglese.

Il massimo risultato di questo processo fu l'adozione del leggendario re britannico, Re Arturo, come eroe nazionale degli inglesi nei secoli successivi alla fine della Britannia postromana, grazie a questi storici e letterati romano-britannici.

La storicità di re Artù è stata a lungo dibattuta dagli studiosi, ma negli ultimi anni si è raggiunto un consenso nel ritenere sostanzialmente vera la figura del sovrano. Una scuola di pensiero avanzerebbe l'ipotesi che fosse vissuto nel tardo V secolo o agli inizi del VI secolo, che fosse stato un romano-britannico e che avesse combattuto il paganesimo sassone.

Accademici come Richard Greene[36] sostennero che la figura di Artù coincideva con quella di Ambrosio Aureliano, un conducatur romano-britannico che vinse alcune importanti battaglie contro gli anglosassoni, tra cui la leggendaria battaglia del Monte Badon.

I suoi ipotetici quartieri generali si sarebbero trovati in Galles, Cornovaglia, o ad ovest di ciò che sarebbe diventata l'Inghilterra probabilmente ad Amesbury (città che ha preso il nome da lui). Ad ogni modo, le controversie sul centro del suo potere e sul tipo stesso di potere che esercitava continuano tutt'oggi.

Riduzione della popolazione[modifica | modifica sorgente]

Attualmente si stima che la popolazione della Britannia sia scesa da circa tre milioni ai tempi dell'Impero romano a quasi la metà al momento dell'arrivo di Sant'Agostino di Canterbury.

Pianta di Calleva (Silchester)
Scavi a Calleva - Insula IX
Mura romane di Calleva.

Il calo pare sia dovuto in piccola parte a cambi climatici che danneggiarono la produzione locale di grano: Michael Jones suggerisce che un periodo freddo colpì la Britannia intorno al 535.[37]

Ma il fattore ritenuto come il maggiore responsabile del calo demografico è quello collegato alla Peste di Giustiniano, che nel 544 devastò duramente le aree ancora in mano ai Romano-britannici per via del loro commercio con il Mediterraneo.[38]

Si stima che questa Peste provocò oltre 100 milioni di morti in Europa dimezzandone la popolazione[39] e raggiunse i porti della Britannia postromana tramite topi che viaggiavano nelle navi dei mercanti bizantini che commerciavano con le isole britanniche.[40]

Accademici come Lester e Little affermano che sembra molto probabile che il tracrollo della Britannia postromana davanti all'avanzata anglosassone fu dovuto allo spopolamento poiché, dopo la Peste di Giustiniano (e le carestie conseguenti), le città romanizzate nel sudoccidente della Britannia (come Bath e Silchester) rimasero quasi prive di abitanti e quindi praticamente indifese.[41]

Gli anglosassoni (che non commerciavano con il Mediterraneo) rimasero quasi indenni dalla Peste, mentre i Romano-britannici (o quello che restava di loro) ne furono decimati: in pochi decenni -tra il 560 ed il 590- la Britannia postromana finì per sparire storicamente e politicamente.[1]

Del resto la scomparsa di fiorenti città della Britannia postromana come Calleva (Silchester) probabilmente fu dovuta alla Peste di Giustiniano, che la colpì in modo grave spopolandola e favorendone la conquista da parte degli Anglosassoni nel 568. Successivamente la località fu considerata un posto "maledetto" e quindi non più ripopolato[42]

Ai primi del VII secolo ormai esistevano solo regni anglosassoni. In questi regni si ebbe una specie di "apartheid" tra popolazioni germaniche e romano-britanniche,[43] che si riscontra ancora oggi nei geni e nella struttura sociale dell'attuale Inghilterra.[44][45][46]

Questa separazione (di tipo genetico) viene confermata - secondo Stephen Oppenheimer- dal fatto che fino al Duecento si parlava nei monti Pennini la lingua cumbrica e fino al Settecento in Cornovaglia la lingua cornica (entrambe lingue celtiche con alcune influenze latine).[47]

Una delle ultime località della Britannia postromana a cadere in mano agli Anglosassoni fu "Deva Victrix" (attuale Chester), dove sono state rinvenute - all'interno del Castrum - anfore di Romano-britannici usate fino al 616.[48]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b La Peste che fece l'Inghilterra
  2. ^ Ken Dark, Britain and the End of the Roman Empire, (Stroud: Tempus, 2000), pp. 32-7.
  3. ^ Martin Millett, The Romanization of Britain, (Cambridge: Cambridge University Press, 1990); Philip Bartholomew, "Fifth-Century Facts", Britannia vol. 13, 1982 p. 260
  4. ^ Michael Jones e John Casey, "The Gallic Chronicle Restored: A Chronology for the Anglo-Saxon Invasions and the End of Roman Britain", Britannia 19, (1988), pp. 367-98; R.W. Burgess, "The Dark Ages Return to Fifth-Century Britain: The 'Restored' Gallic Chronicle Exploded", Britannia 21, (1990), pp. 185-195.
  5. ^ David Dumville, "Sub-Roman Britain: History and Legend", History 62, (1977), pp.173-92
  6. ^ Si veda A.S. Esmonde Cleary, "The Roman to medieval transition", in Britons and Romans: advancing an archaeological agenda. ed. S. James & M. Millett, (York: Council for British Archaeology, 2001)
  7. ^ John Davey, "The Environs of South Cadbury in the Late Antique and Early Medieval Periods" in Debating Late Antiquity in Britain AD300-700. ed. Rob Collins & James Gerrard, (Oxford: British Archaeological Review, 2004)
  8. ^ A.S. Esmond Cleary, The Ending of Roman Britain, (London: Batsford, 1989), pp.138-139
  9. ^ Helena Hamerow, 'The earliest Anglo-Saxon kingdoms' in The New Cambridge Medieval History, I, c.500-c.700. ed. Paul Fouracre, (Cambridge: Cambridge University Press, 2005), p.265
  10. ^ [1]; [2].
  11. ^ Si veda Kenneth Jackson, Language and History in Early Britain: A Chronological Survey of the Brittonic Languages, (Edinburgh, 1953) per un'introduzione tradizionale.
  12. ^ Hamerow, H. 1993 Excavations at Mucking, Volume 2: The Anglo-Saxon Settlement (English Heritage Archaeological Report 21)
  13. ^ F.M. Stenton, The Anglo-Saxons, 3rd edition, (Oxford: University Press, 1973), p.30
  14. ^ Lawrence James, Warrior Race, (London: Abacus. 2002), p.30
  15. ^ Michael Jones, The End of Roman Britain, pp.8-38.
  16. ^ Jackson, Language and History, pp. 82—94
  17. ^ Snyder, Christopher A. 1996. Sub-Roman Britain (AD 400-600). Introduction Chapter
  18. ^ Anfore del 616 d.C. trovate a Chester (in inglese)
  19. ^ T. J. Strickland, 'Roman Heritage of Chester: Survival of Buildings of Deva after Roman Period', J.C.A.S. lxvii. 22; Ward and others, Excavations at Chester: Saxon Occupation, 72-4, 94- 5, 122.
  20. ^ Sub-Roman Chester (in inglese)
  21. ^ La scoperta a Tintagel di un possibile riferimento al mitico Re Artù
  22. ^ Articolo in inglese ed immagini della Pietra di Artù
  23. ^ See for instance E.A. Thompson, 'Britain, AD 406-410', Britannia 8, (1977), pp.303-18 and P. Bartholomew, 'Fifth-Century Facts', Britannia 13, (1982), pp.261-70
  24. ^ Si veda Michael Jones, The End of Roman Britain, (Ithaca: Cornell University Press, 1996), pp.256-7
  25. ^ Esmonde-Cleary, The Ending of Roman Britain, p.161
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Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

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Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]