Patriarcato ecumenico di Costantinopoli

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Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli
Œcumenicum Patriarchatus Constantinopolitani
Patriarcato Ecumenico di Rito bizantino
Patriarch of Constantinople throne.jpg
Diocesi suffraganee
vedi sezione
Patriarca Bartolomeo I
Rito bizantino
Cattedrale Cattedrale di San Giorgio
Dati dall'Annuario Pontificio * *
Chiesa cattolica in Turchia

Il Patriarcato ecumenico di Costantinopoli costituiva, prima del Grande Scisma del 1054, una delle cinque sedi principali della cristianità stabilite dal concilio di Calcedonia del 451. In ordine di gerarchia, il patriarcato di Costantinopoli era il secondo dopo Roma (a cui è sempre spettato il primato) e tutt'oggi precede Alessandria, Antiochia e Gerusalemme.

Il Patriarca ecumenico di Costantinopoli - Nuova Roma (Greco: Οικουμενικό Πατριαρχείο Κωνσταντινουπόλεως Nέα Ρώμη, Ikoumenikò Patriarchìo Konstantinoupòleos Nea Romi) è il "primo fra pari" della Chiesa ortodossa orientale e viene riconosciuto come unico patriarca di Costantinopoli anche dalla Chiesa cattolica.
L'attuale patriarca è Bartolomeo I - al secolo Dimitrios Archondonis. La sede del Patriarcato è la Cattedrale di San Giorgio, nel Fanar, il quartiere greco di Istanbul.
In Italia il Patriarcato è rappresentato dall'arcidiocesi ortodossa d'Italia.

Prerogative[modifica | modifica wikitesto]

Il Patriarca di Costantinopoli è il primo in onore tra i vescovi ortodossi (primus inter pares), ha il compito di presiedere ogni concilio di vescovi e ha le funzioni di principale portavoce della comunione ortodossa. Non ha giurisdizione sopra gli altri patriarchi e le chiese autocefale della comunità ortodossa orientale.

Il suo titolo completo è Arcivescovo di Costantinopoli-Nuova Roma e Patriarca ecumenico. È a capo della Chiesa ortodossa di Costantinopoli, una delle sedici chiese autocefale e uno dei cinque antichi centri cristiani costituenti l'antica "Pentarchia".
Nel 1964 la Chiesa cattolica ha abolito il patriarcato latino della città (l'ultimo titolare della cattedra è stato Antonio Anastasio Rossi).

Il governo della Turchia non riconosce valore istituzionale al Patriarcato. Le leggi turche sulle minoranze religiose riconoscono solo il titolo patriarcale di "Patriarca ortodosso dei Romani di Fener" (Fener Rum Ortodoks Patriği in turco).

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Fondazione della diocesi di Costantinopoli[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Chiesa ortodossa di Costantinopoli.

La nascita del Patriarcato e l'età della Pentarchia[modifica | modifica wikitesto]

La basilica di Santa Sofia: la grande chiesa fatta erigere nel VI secolo da Giustiniano divenne la nuova cattedrale di Costantinopoli.

A differenza delle altre quattro sedi patriarcali della Pentarchia (Gerusalemme, Roma, Antiochia ed Alessandria), Costantinopoli non è sede apostolica, sebbene la tradizione attribuisca ad Andrea la sua fondazione. Ciononostante, il Concilio di Efeso del 431 elevò la sede di Costantinopoli a patriarcato all'interno della nascente Pentarchia. Il successivo Concilio di Calcedonia del 451 attribuì a Costantinopoli giurisdizione sull'Asia Minore e la Tracia. Il canone XXVIII del concilio sanciva inoltre la preminenza del patriarcato di Costantinopoli su quelli di Antiochia e di Alessandria e la sua uguaglianza alla sede apostolica di Roma in base all'argomento che Costantinopoli era la nuova sede dell'Impero, la «nuova Roma».

Papa Leone I si rifiutò di accettare il canone XXVIII così com'era stato formulato: il primato sui cinque patriarcati doveva spettare a Roma. Si aprì una controversia tra Chiesa latina e Chiesa orientale. Nel 482 la crisi si acuì quando l'imperatore Zenone emanò l'editto Henotikon di riconciliazione tra i monofisiti e i duofisiti nestoriani, che da anni si scontravano in Oriente attorno al tema della natura umana o divina di Cristo. La mediazione venne duramente condannata da Papa Felice III, il quale nel 484 scomunicò il patriarca Acacio per il sostegno fornito all'imperatore. Lo scisma acaciano si concluse solo nel 519, quando l'imperatore Giustino I, fedele ai decreti di Calcedonia, riconobbe la scomunica di Acacio.

Tuttavia la crisi non era ancora risolta e quando nel 535 venne eletto patriarca il monofisita Antimo, sostenuto dall'imperatrice Teodora, Papa Agapito I non lo riconobbe: il pontefice accusò il patriarca di eresia e usurpazione, col sostegno di eminenti membri del clero di Costantinopoli. Il patriarca, inizialmente sostenuto dall'imperatore Giustiniano (che in quel periodo avviava la campagna di riconquista dell'Italia), rispose ingiungendo al pontefice di tornare alla propria sede, ma, una volta perso il favore imperiale, venne deposto e sospeso da Agapito, che gli fece succedere Mena (marzo 536). Con tale atto la chiesa di Roma ristabiliva dunque temporaneamente la propria superiorità su Costantinopoli. Il Papa non sopravvisse però a lungo al proprio successo, morendo nello stesso anno 536, in aprile. Pochi mesi dopo il generale Belisario entrò a Roma, consegnando l'Urbe all'imperatore Giustiniano. A Costantinopoli, l'imperatrice Teodora tentò di reinsediare Antimo, facendo pressioni sul nuovo Papa, Silverio. Avendo rifiutato di piegarsi, Silverio venne arrestato nel 537 e deportato in Licia, dove però il clero locale lo riconobbe innocente, spingendo l'Imperatore a rispedirlo in Italia, dove però il successore Vigilio ordinò che fosse definitivamente imprigionato nell'isola di Ponza.

Tuttavia anche Vigilio nel 540 si schierò apertamente contro il monofisismo. Quando dunque, nel 543-544 l'imperatore emanò un editto in contrasto con il Concilio di Calcedonia[1] con cui si prefisse di ricucire i rapporti coi monofisiti, il papa si oppose. Nel 546 venne convocato a Costantinopoli, dove venne fatto prigioniero. L'imperatore ed il patriarca Eutichio convocarono quindi il Concilio Costantinopolitano II, nel quale vennero condannati i Tre Capitoli e l'origenismo. Per conto dell'imperatore, infine, il patriarca Eutichio pretese l'approvazione dei canoni conciliari di condanna del nestorianesimo. Dopo otto anni di prigionia il Papa accettò e, nel 554, come atto finale chiese a Giustiniano di riunire l'Italia all'Impero. L'imperatore rispose prontamente con la prammatica sanctio, con la quale estendeva alla nuova Prefettura d'Italia la legislazione bizantina. I Papi vennero così a trovarsi sotto lo stretto controllo dell'esarca ravennate e furono costretti ad accettare l'instaurarsi dell'ordine religioso imperiale della cosiddetta Pentarchia, cioè il governo dei cinque patriarcati di Roma, Costantinopoli, Gerusalemme, Antiochia ed Alessandria.

La rivincita di Bisanzio provocò però gravi conseguenze in Occidente, dove l'intera Italia settentrionale, il Norico e la Baviera ruppero la comunione, dando il via allo Scisma dei Tre Capitoli. La separazione durò circa un secolo e mezzo ed interessò un vasto territorio, comprendente anche Dalmazia e Illirico.

La questione monotelita di Sergio I[modifica | modifica wikitesto]

Massimo il Confessore: appartenente al clero di Costantinopoli, Massimo pagò la sua opposizione alle dottrine del patriarca Sergio I con l'amputazione della mano destra e della lingua, prima di fuggire al sicuro in Egitto.

Frattanto le Chiese orientali continuavano ad essere scosse dalle questioni sulla natura di Cristo. Quando, attorno al 610, nel tentativo di conciliare le diverse posizioni e di ricondurre in seno alla chiesa i monofisiti d'Egitto, il patriarca Sergio I sviluppò la dottrina monotelita, questa venne immediatamente accettata sia dalla corte imperiale che dalla sede apostolica romana (Papa Bonifacio IV). Ma ben presto anche questa soluzione prese a sollevare dispute.

Nel 633 Sergio ed il patriarca monofisita di Alessandria, Ciro, svilupparono una nuova dottrina, il monoergismo, nella speranza che questa potesse essere meglio accolta, ma senza successo. Morto Sergio nel 638, l'imperatore Eraclio tentò di imporre infine con la propria autorità, ordinando con l'editto Ekthesis (o Ectesi) l'uniformazione in tutto l'Impero alla dottrina monotelita, appoggiato in questo in Occidente da Papa Onorio I. L'ordine del basileus poté essere facilmente applicato in tutto il territorio dell'impero, ma non ebbe alcun effetto sui patriarchi di Gerusalemme, Antiochia ed Alessandria, i cui territori erano da poco stati sottratti all'impero dagli Arabi. Qui Sofronio e Massimo il Confessore avversarono liberamente ed apertamente le dottrine di Sergio.

Di fronte alle dispute, anche Papa Severino si rese conto del fatto che la dottrina monotelita potesse costituire una sottile forma di reintroduzione del monofisismo e si rifiutò di dare la propria approvazione, come invece richiesto dall'Imperatore. In risposta l'esarca di Ravenna, Isacio, marciò su Roma, saccheggiando la sede papale (Palazzo Lateranense).

Il nuovo imperatore Costante II, nel tentativo di porre fine alle dispute religiose, emanò, su consiglio del patriarca Paolo II, nel 648, un nuovo editto, il Typos, che aboliva l'Ectesi di Eraclio, ma soprattutto che minacciava di morte chiunque avesse dibattuto ulteriormente sulla natura di Cristo. Era però troppo tardi. Ormai la sede apostolica romana si era apertamente schierata contro il monotelismo, che era divenuto nuovo terreno di scontro per la supremazia religiosa. Papa Martino I indisse dunque un sinodo in Laterano nel quale condannava definitivamente il monotelismo come mezzo di riproposizione dell'eresia monofisita. L'imperatore ordinò l'arresto di Martino, ma dovette attendere sino al 653 per avere soddisfazione: catturato, Martino venne condotto prima in Sicilia, a Naxos, e quindi a Costantinopoli, dove, dopo essere stato esposto al pubblico ludibrio, venne condannato all'esilio a Cherson, in Crimea.

Nel clima di scontro generale, il nuovo patriarca Costantino I vide respinte nel 676 le lettere sinodiche e la professione di fede inviata a Papa Adeodato II. Non accettando la decisione papale, fece cancellare il nome di Adeodato dai dittici patriarcali.

La questione monotelita venne risolta solo nel 680-681, quando un accordo tra Papa Agatone e l'imperatore Costantino IV portò alla convocazione del Terzo Concilio di Costantinopoli, nel quale il monotelismo venne bandito e furono condannati i suoi sostenitori più insigni, Papa Onorio e Sergio di Costantinopoli (anche se defunti).

Ignazio e Fozio[modifica | modifica wikitesto]

Miniatura raffigurante il patriarca Ignazio I.
Icona raffigurante il patriarca Fozio I.

Con la definitiva conquista di Palestina, Siria ed Egitto (fine del VII secolo), le sedi patriarcali di Gerusalemme, Antiochia ed Alessandria finirono nell'orbita dei sultanati arabi. La sede di Costantinopoli rimase l'unico centro ecclesiastico della chiesa orientale. La dialettica tra la capitale bizantina e Roma dominò la vita ecclesiale per i quattro secoli successivi.[2]

Il basileus Leone VI inginocchiato ai piedi di Cristo: l'imperatore fu costretto ad umiliarsi davanti alla Chiesa patriarcale per ottenere il perdono del patriarca Eutimio, ma Eutimio pagò amaramente pochi anni dopo la propria dimostrazione di forza.

Nell'847 divenne patriarca Ignazio I, terzogenito del deposto imperatore Michele I. Questi iniziò dunque una dura lotta politica con l'imperatore Leone III l'Armeno, che lo portò nell'858 ad essere deposto per ordine della reggente Teodora, che gli sostituì Fozio I, il quale venne riconosciuto nell'861 dai legati papali. Quando però Ignazio si appellò a Papa Niccolò I, questi fu prontissimo ad appoggiarlo, convocando nell'863 un sinodo a Roma nel quale dichiarava illegittima la deposizione di Ignazio, scomunicava i propri legati e minacciava della stessa sanzione Fozio se avesse insistito nell'usurpazione del seggio patriarcale. Fozio rispose nell'867 scomunicando a sua volta il Papa, con l'appoggio dell'imperatore Michele III.

A quel punto il Papa portò la questione sul piano dottrinale, inviando un'enciclica a tutti i vescovi orientali per imporre a questi l'uniformazione agli usi romani, con l'aggiunta del filioque al Credo (stabilendo dunque che "lo Spirito Santo discende dal Padre e dal Figlio"), l'obbligo del celibato ecclesiastico e della tonsura, il diritto esclusivo dei vescovi di celebrare la Cresima, il digiuno obbligatorio per il clero il sabato e l'inizio della Quaresima il Mercoledì delle Ceneri.

La situazione sembrava non avere sbocco, ma quando nell'867 l'Imperatore cadde assassinato, il nuovo sovrano Basilio I il Macedone richiamò Ignazio, convocando all'uopo nell'869 il Concilio Costantinopolitano VI, nel quale Papa Adriano II proclamò il solenne reinsediamento di Ignazio e al contempo dichiarò la chiesa di Roma come «la prima e la maestra di tutte le chiese».

Anche questo nuovo successo di Roma fu però di breve durata. Quando nell'877 Ignazio morì, infatti, a succedergli fu nuovamente Fozio, con l'approvazione sia dell'imperatore Basilio, che dello stesso Papa Giovanni VIII. Fozio, però, non aveva nessuna intenzione di abbandonare le antiche posizioni. Convocato un nuovo concilio a Costantinopoli nell'879-880, revocò le disposizioni del precedente consesso e riaprì le controversie dottrinali e teologiche con Roma. Dichiarò inoltre la Bulgaria sottoposta all'autorità del proprio patriarcato. Tali atti lo portarono ad una nuova scomunica da parte del Papa, che come unico effetto sortì solo un nuovo scisma con la chiesa occidentale. La questione sembrò risolversi nell'886, quando il nuovo imperatore Leone VI il Filosofo rimosse Fozio, sostituendolo col proprio fratello, Stefano I. Papa Stefano V, però, ritenne tale procedura irregolare e scomunicò anche il nuovo patriarca. Lo scisma rientrò solo con l'avvento del patriarca Antonio II, ma ormai nella Chiesa d'Oriente si era determinato e radicato un forte sentimento che percepiva la controparte romana come scismatica, in quanto accusata di essersi allontanata dall'ortodossia nei punti indicati da Fozio.

La crescente intransigenza della Chiesa bizantina, di stampo foziano, non mancò, però, di causare problemi anche nei rapporti con il potere politico. Nel 906, infatti, il patriarca Nicola I il Mistico si oppose alla celebrazione del terzo matrimonio dell'imperatore Leone con l'amante Zoe Carbonopsina, fatto che era ritenuto dalla Chiesa come atto di fornicazione e poligamia. Quando il basileus, in sfida al divieto patriarcale, si sposò ugualmente, nominando Zoe Augusta, Nicola lo scomunicò, venendo di rimando accusato di tradimento e deposto. Al suo posto Leone nominò patriarca Eutimio il Sincello, che era padrino del piccolo Costantino, figlio suo e di Zoe ed erede al trono: un ignaziano moderato. Nonostante nemmeno Eutimio si mostrasse particolarmente accomodante con l'imperatore, che poté entrare infatti in Santa Sofia solo come penitente, e con l'imperatrice Zoe, cui venne rifiutato il titolo di Augusta, la Chiesa bizantina si divise comunque in un piccolo scisma, detto Scisma della tetragamia tra i favorevoli ed i contrari al perdono dell'Imperatore. Alla morte nel 912 di Leone, il successore Alessandro richiamò sul trono patriarcale il vecchio Nicola, ordinando la deposizione di Eutimio, il quale venne rovesciato con violenza, rischiando persino di perire per mano della soldataglia sobillatagli contro dall'Imperatore.

Meglio andò invece al patriarca Polieucte, eletto nel 956. Egli scomunicò infatti l'imperatore Niceforo II per il suo matrimonio con Teofano, in quanto egli era padrino di uno dei figli della donna, vedova di Romano II. L'Imperatore riuscì si appellò allora ai vescovi presenti a Costantinopoli, ottenendo la dispensa al matrimonio. Ma il patriarca, non pago, scomunicò ugualmente per un intero anno il sovrano, accusandolo di aver contratto il secondo matrimonio senza aver ottemperato alle dovute penitenze. Rifiutò persino la richiesta imperiale di riconoscere come martiri della fede i soldati caduti in battaglia contro gli infedeli, che voleva essere un modo per sollevare lo spirito delle truppe bizantine, sulle quali aleggiava da sempre il marchio d'infamia della Chiesa, che giudicava la guerra come assassinio. Polieucte rispose ribadendo che ogni atto di sangue doveva essere punito con tre anni di interdizione dalla comunione.

Morto assassinato Niceforo, l'intransigente Polieucto, scomunicò i suoi assassini, rifiutandosi di incoronare Giovanni Zimisce, fino a che questi non punì i colpevoli della morte del predecessore. Infine il patriarca impose nel 958 l'introduzione del rito greco nell'Italia bizantina, in aperta sfida all'autorità di Roma.

Il Grande Scisma[modifica | modifica wikitesto]

Il patriarca Michele I Cerulario, miniatura del XII secolo: con le reciproche scomuniche da parte di Papa Leone IX e del patriarca Michele, si originò il Grande Scisma tra Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa.

I rapporti con la Chiesa di Roma si fecero nuovamente critici già a partire dal patriarcato di Eustazio, il quale nel 1024 aveva cancellato nuovamente il nome del Papa dai dittici di Santa Sofia, ma fu con la nomina a patriarca di Michele I Cerulario, nel 1043, che i dissapori con l'Occidente riemersero violenti.

Michele Cerulario, cominciò ben presto a prendere posizione sulla natura dello Spirito Santo e a contestare tutte le innovazioni che Papa Leone IX stava introducendo nelle regole della Chiesa, in particolare la sua condanna sul matrimonio del clero. Infatti, a sua volta il patriarca attaccò la tradizione del celibato ecclesiastico, quindi il taglio della barba e infine, nel 1051, la celebrazione dell'eucaristia con pane azimo: tutti costumi in uso presso la chiesa latina, che egli accusò di eresia, proibendo al culto tutte le chiese di Costantinopoli che non utilizzavano il rito greco. Quando a Costantinopoli giunsero infine i legati inviati dal Papa con l'incarico di risolvere la critica situazione e di convincere i fratelli orientali ad accettare le nuove direttive che Leone emanava in qualità di Primate dei cinque patriarcati cristiani, la situazione era già critica. Tanto che gli stessi legati recavano già con sé una bolla pontificia con la scomunica del patriarca.

La missione guidata dal cardinale Umberto di Silvacandida e composta dagli arcivescovi Federico di Lorena e Pietro di Amalfi negò la legittimità dell'elezione di Michele, del titolo di ecumenico riservato al patriarca orientale e il suo preteso secondo posto in onore nella gerarchia ecclesiastica dopo il Vescovo di Roma. In risposta il patriarca si rifiutò di ricevere i latini, dopodiché, il 16 luglio 1054, il cardinale Umberto depositò sull'altare di Santa Sofia la bolla di scomunica, lasciando la città. Il 24 luglio Cerulario rispose in modo analogo, scomunicando Umberto di Silvacandida e gli altri legati papali. Inoltre i legati papali e i rappresentanti del patriarcato si scagliarono contro l'anatema gli uni gli altri.

Al momento delle reciproche scomuniche, Papa Leone era già morto a Roma e pertanto, l'autorità del Cardinale Umberto, legato pontificio, era di fatto venuta meno, tuttavia la gravità del fatto portò all'instaurarsi di uno scisma tra le due Chiese, che tuttora perdura. Il cosiddetto Grande Scisma, in Occidente conosciuto come "Scisma d'Oriente", portò dunque alla separazione, ancora perdurante, tra la Chiesa Cattolica (cioè "universale"), rimasta fedele a Roma, e l'insieme delle Chiese Ortodosse (cioè di "corretta dottrina"), le quali riconoscono un primato onorifico al patriarca di Costantinopoli ma costituiscono, di fatto, un insieme di chiese autocefale.

Nel 1055 il patriarca Michele consentì poi la successione al trono imperiale della basilissa Teodora, la quale tentò di ristabilire l'unità con Papa Vittore II, senza successo. Determinato a sostenere la propria posizione, nel 1057 il patriarca appoggiò dunque la rivolta degli eserciti d'Asia e l'ascesa al trono di Isacco I Comneno, ma ben presto anche Isacco fu costretto ad abdicare, nel timore di una generale rivolta sobillata nel 1059 dal patriarca. Michele scelse allora quale nuovo basileus Costantino Ducas, ma non riuscì a vedere il risultato della propria scelta, poiché morì il 21 gennaio di quello stesso anno.

I tentativi di riunificazione[modifica | modifica wikitesto]

Affresco raffigurante il patriarca Giuseppe II.

Nel 1204, la Quarta Crociata conquistò Costantinopoli, stabilendovi un Impero Latino. Nell'organizzazione del nuovo Stato venne istituita la carica di Patriarca latino di Costantinopoli, per guidare il numeroso clero cattolico affluito al seguito dei conquistatori e sostituire il vecchio patriarcato ortodosso, sopravvissuto nei residui territori bizantini. Il patriarca Giovanni X di Costantinopoli dovette quindi abbandonare la città, ritirandosi in esilio in Tracia, al seguito dell'imperatore Alessio V, ritirandosi quindi nel 1206 a Nicea, presso la corte di Teodoro I Lascaris, che venne incoronato Imperatore di Nicea.

Nel 1215 il Concilio Lateranense IV riconobbe al patriarca latino i diritti dell'antica sede patriarcale costantinopolitana, ma già nel 1261, il debole Stato latino venne cancellato, con la riconquista della città in mani bizantine: il patriarcato greco venne ristabilito nella sua originaria sede ed i rivali latini dovettero lasciare la città per l'Italia.

Quando nel 1416 divenne patriarca Giuseppe II l'impero versava in una situazione disperata, stretto d'assedio com'era dai Turchi ottomani. Nel 1437 il patriarca partì dunque in scorta all'imperatore Giovanni VIII Paleologo, ad altri ventitré vescovi, tra cui l'arcivescovo di Nicea Basilio Bessarione e ad uno stuolo di studiosi e teologi alla volta dell'Italia, per prendere parte al Concilio di Ferrara. La necessità di aiuto contro il nemico turco imponeva infatti il superamento dello scisma del 1054. Tra i maggiori oppositori figurava il Bessarione, ma quando nel 1439 i padri conciliari si spostarono da Ferrara, aprendo il Concilio di Firenze, l'arcivescovo niceno si spostò su posizioni unioniste. Il patriarca morì prima della conclusione dei lavori, che vennero dunque proseguiti dal Bessarione. Il 6 luglio, infine, per volontà dell'Imperatore e di Papa Eugenio IV venne solennemente proclamato il decreto d'unione tra la Chiesa Greca e la Chiesa Cattolica.

Al loro ritorno a Costantinopoli, però, l'Imperatore ed i vescovi trovarono un clima ostile tra la popolazione ed il clero, in particolare i monaci, tanto che una parte di quelli che avevano firmato il decreto dell'unione ora l'abbandonano e che l'unione non divenne mai effettiva.

Il patriarcato dopo la caduta di Costantinopoli[modifica | modifica wikitesto]

Basilica Patriarcale di San Giorgio a Costantinopoli.
Il Patriarca Bartolomeo I durante la visita al monastero di Montaner (TV) in Italia

Dopo la caduta di Costantinopoli, il sultano ottomano pretese di conservare il diritto di nomina del patriarca già proprio degli imperatori bizantini. Tale sistema perdurò sino all'avvento della moderna Turchia, nella quale tuttavia lo Stato turco richiede ancora per legge che alla cattedra patriarcale venga eletto un cittadino turco, seppur scelto autonomamente dal Sinodo di Costantinopoli.

Organizzazione[modifica | modifica wikitesto]

Costituiscono il Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli e da esso dipendono:

  • circoscrizioni ecclesiastiche del Trono Ecumenico in Turchia ancora esistenti, benché quasi spopolate:
    • Arcidiocesi di Costantinopoli
    • Diocesi di Calcedonia (greco: Μητρόπολης Χαλκηδόνος ; Mitrópolis Chalkidónos);
    • Diocesi di Derki (greco: Μητρόπολης Δέρκων ; Mitrópolis Dérkōn);
    • Diocesi di Imbros e Tenedos (greco: Μητρόπολης Ίμβρου και Τενέδου ; Mitrópolis Imvrou kai Tenédou);
    • Metropolia del Isole dei Principi (greco: Μητρόπολης Πριγκιποννήσων ; Mitrópolis Prinkiponnísōn);
  • province ecclesiastiche a Creta (greco: Ἐκκλησία Κρήτης Ekklēsía Krḗtē), ancora sotto diretta amministrazione del Trono Ecumenico:
  1. la Santa Arcidiocesi di Creta (greco: Ἱερὰ Ἀρχιεπισκοπὴ Κρήτης Hierà Arkhiepiskopḕ Krḗtēs).
  2. il Santo Metropolitanato di Gortina e Arcadia (greco: Ἱερὰ Μητρόπολις Γορτύνης καὶ Ἀρκαδίας Hierà Mētrópolis Gortýnēs kaì Arkadías).
  3. il Santo Metropolitanato di Retimo e Aulopotamo (greco: Ἱερὰ Μητρόπολις Ρεθύμνης καὶ Αὐλοποτάμου Hierà Mētrópolis Rethýmnēs kaì Aulopotámou).
  4. il Santo Metropolitanato di Cidonia in Creta e Apochoroni (greco: Ἱερὰ Μητρόπολις Λάμπης, Συβρίτου καὶ Σφακίων Hierà Mētrópolis Kydōnías kaì Apokorṓnou).
  5. il Santo Metropolitanato di Lappa, Subrita e Sfachià (greco: Ἱερὰ Μητρόπολις Κυδωνίας καὶ Ἀποκορώνου Hierà Mētrópolis Lámpēs, Sybrítou kaì Sphakíōn).
  6. il Santo Metropolitanato di Gerapetra e Setea (greco: Ἱερὰ Μητρόπολις Ἱεραπύτνης καὶ Σητείας Hierà Mētrópolis Hierapýtnēs kaì Sēteías).
  7. il Santo Metropolitanato di Petra e Chersoneso in Creta (greco: Ἱερὰ Μητρόπολις Πέτρας καὶ Χερρονήσου Hierà Mētrópolis Pétras kaì Cherronḗsou).
  8. il Santo Metropolitanato di Cisamo e Selino (greco: Ἱερὰ Μητρόπολις Κισάμου καὶ Σελίνου Hierà Mētrópolis Kisámou kaì Selínou).
  9. il Santo Metropolitanato di Arcalochori, Castelli e Vianno (greco: Ἱερὰ Μητρόπολις Ἀρκαλοχωρίου, Καστελλίου καὶ Βιάννου Hierà Mētrópolis Arkalochōríou, Kastellíou kaì Biánnou).
  • province ecclesiastiche nel Dodecaneso (greco: Μητροπόλεις Δωδεκανήσου Mētropóleis Dōdekanḗsou), ancora sotto diretta amministrazione del Trono Ecumenico:
  1. il Santo Metropolitanato di Rodi (greco: Ἱερὰ Μητρόπολις Ρόδου Hierà Mētrópolis Ródou).
  2. il Santo Metropolitanato di Coo e Nisiro (greco: Ἱερὰ Μητρόπολις Κώου καὶ Νισύρου Hierà Mētrópolis Kṓou kaì Nisýrou).
  3. il Santo Metropolitanato di Lero, Calimno e Stampalia (greco: Ἱερὰ Μητρόπολις Λέρου, Καλύμνου καὶ Ἀστυπαλαίας Hierà Mētrópolis Lérou, Kalýmnou kaì Astypalaías).
  4. il Santo Metropolitanato di Scarpanto e Caso (greco: Ἱερὰ Μητρόπολις Καρπάθου καὶ Κάσου Hierà Mētrópolis Karpáthou kaì Kásou).
  5. il Santo Metropolitanato di Simi (greco: Ἱερὰ Μητρόπολις Σύμης Hierà Mētrópolis Sýmēs).
  • circoscrizioni ecclesiastiche del Trono Ecumenico in Grecia, nei cosiddetti Nuovi Territori (greco: Νέες Χώρες Nées Chōres):
    • Diocesi di Alexandroupolis
    • Diocesi di Chios, Psara e Inousses
    • Diocesi di Didymoteichon and Orestias
    • Diocesi di Drama
    • Diocesi di Dryinoupolis, Pogoniani e Konitsa
    • Diocesi di Edessa, Pella ed Almopia
    • Diocesi di Elassona
    • Diocesi di Eleftheroupolis
    • Diocesi di Florina, Prespes e Eordaia
    • Diocesi di Goumenissa, Axioupoli e Polykastro
    • Diocesi di Grevena
    • Diocesi di Ierissos, Mount Athos e Ardameri
    • Diocesi di Ioannina
    • Diocesi di Kassandria
    • Diocesi di Kastoria
    • Diocesi di Kitros, Katerini e Platamonas
    • Diocesi di Langadas
    • Diocesi di Lemnos e Agios Efstratios
    • Diocesi di Maronia e Komotini
    • Diocesi di Mithymna
    • Diocesi di Mytilini, Eresos e Plomari
    • Diocesi di Neapolis e Stavroupolis
    • Diocesi di Nea Krini e Kalamaria
    • Diocesi di Nea Zichni e Nevrokopion
    • Diocesi di Nikopolis e Preveza
    • Diocesi di Paramythia, Filiates, Gyromeri e Parga
    • Diocesi di Philippi, Neapolis e Thasos
    • Diocesi di Polyani e Kilkis
    • Diocesi di Samos e Ikaria
    • Diocesi di Serres e Nigrita
    • Diocesi di Servia e Kozani
    • Diocesi di Siderokastron
    • Diocesi di Sisanion e Siatista
    • Diocesi di Thessaloniki
    • Diocesi di Veria e Naousa
    • Diocesi di Xanthi e Peritheorion

Dipende dal patriarcato ecumenico anche la repubblica del Monte Athos.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Si tratta della «condanna dei Tre Capitoli», testi scritti da maestri della scuola teologica di Antiochia, con cui si aprì lo Scisma tricapitolino
  2. ^ Antonio Carile, Materiali di storia bizantina, Bologna, Lo Scarabeo, 1994.

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