Teofilo (imperatore)

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Solidus di Teofilo.

Teofilo (in greco: Θεόφιλος; 81329 gennaio 842) è stato un imperatore bizantino, al trono dal 2 ottobre 829 fino alla morte. Era figlio dell'imperatore Michele II (820-829) e della sua prima consorte Tecla.

Regno[modifica | modifica wikitesto]

Già precedentemente il padre Michele II lo aveva associato con sé sul trono nell'820.

Teofilo, rappresentato nelle cronache di Giovanni Skylitzes.

Appena diventato Imperatore, cercò di trovare moglie: le fonti dell'epoca riferiscono che le ragazze ritenute le più belle dell'Impero accorsero nella capitale per partecipare al "concorso" che avrebbe decretato chi avrebbe sposato l'Imperatore. Teofilo iniziò a passarle in rassegna, e rivolgendo la parola a una delle candidate, Casia, le disse: «Tutto il male ci viene dalla donna». Quando lei replicò «Ma è anche dalla donna che ci viene tutto il bene possibile», Teofilo decise di non scegliere lei come sua sposa, ma piuttosto un'altra candidata di nome Teodora.[1]

Teofilo è un imperatore assai controverso, alcuni storici lo considerano uno dei migliori e più capaci, altri lo descrivono come un tiranno abbastanza insignificante. Quello che pare assodato è che prese in mano le finanze dello stato cercando di combattere contro la corruzione imperante. Un aneddoto viene riportato in merito: all'arrivo di una nave carica di mercanzie in arrivo dalla Siria domandò a chi fossero dirette; alla risposta che erano per la moglie fece distruggere il cargo e consigliò alla consorte di rivolgersi al mercato interno per i suoi acquisti onde lo stato non dovesse rinunciare agli introiti delle tasse.[senza fonte]

Le fonti riportano anche che cercasse di difendere i più deboli dai sopprusi dei potenti, dando ascolto ai reclami che il popolo gli rivolgeva quando passeggiava per la strada e dando loro giustizia. Le fonti riportano curiosi aneddoti riguardanti il suo senso della giustizia: un giorno una signora si recò dall'Imperatore lamentandosi del fatto che un potente, il fratello dell'Imperatrice, aveva costruito una casa accanto alla sua talmente alta che toglieva luce alla sua abitazione; l'Imperatore, dando ragione alla donna, punì severamente il potente, confiscandogli l'edificio troppo alto e concedendolo alla donna.[2]

D'altro canto Teofilo combatté strenuamente a favore dell'iconoclastia, compiendo persecuzioni che non risparmiarono neanche la moglie e la matrigna (Eufrosina, figlia di Costantino VI e seconda moglie di Michele II il Balbo) e i cui racconti sono così macabri che molti ne mettono in dubbio la veridicità. L'iconoclastia di Teofilo peraltro non godeva nemmeno lontanamente dell'appoggio popolare su cui si era basata in parte quella del secolo precedente sotto la dinastia isaurica e pare che i suoi effetti siano rimasti essenzialmente circoscritti alla capitale dell'Impero e ai suoi più immediati dintorni.[senza fonte] Significativo è anche il crollo immediato e senza importanti resistenze del movimento iconoclasta subito dopo la morte di Teofilo.

Il più filoarabo degli imperatori bizantini (fu soprannominato Saracenophron dai contemporanei) fu impegnato contro il Califfato per gran parte della sua vita; dopo alterne vicende, lo sfortunato (Dystychés per i contemporanei) Teofilo subì a Dazimon un terribile rovescio che costò all'Impero la caduta della strategica roccaforte anatolica Ancyra. Però i Bizantini non furono sconfitti dagli Arabi, ma dagli arcieri Turchi a cavallo, mentre gli Arabi stessi venivano respinti da un contingente di trentamila Persiani, perseguitati in patria per le loro idee religiose (movimento Khurramiyya), rifugiati nel territorio dell'Impero e convertiti al cristianesimo. Teofilo fuggì con i resti dell'esercito bizantino a Dorileo; nonostante l'eroica resistenza dei difensori, dopo 55 giorni di assedio e per tradimento cadde la città di Amorio (in Frigia), a cui seguì il massacro o la riduzione in schiavitù dei suoi abitanti. Di questi, 42 furono portati in Mesopotamia e trucidati dagli Arabi per il loro rifiuto di rinnegare il cristianesimo; sono i Quarantadue Martiri di Amorio, tuttora venerati dai Cristiani d'Oriente. La sconfitta dei Bizantini doveva le sue gravi conseguenze, oltre che alla superficialità di Teofilo nei preparativi militari, al tradimento di una parte dei Persiani, che avrebbero voluto detronizzare l'imperatore sostituendolo col loro comandante, Teofobo, che era anche diventato cognato di Teofilo avendone sposato la sorella Irene. Nonostante il leale Teofobo avesse rifiutato il pericoloso onore, il diffidente e ingrato imperatore lo fece segretamente decapitare.

La morte di Teofilo.

Sotto il punto di vista economico il suo regno può essere visto come un periodo di prosperità, anche per la decisione del sovrano di investire in parecchie opere pubbliche importanti, come la costruzione di un ospedale, che sopravviverà fino alla caduta dell'impero e al rinforzamento delle mura di Costantinopoli.

Amante anche delle arti e della musica favorì anche la costruzione di una università.

Psicologicamente provato dalla caduta della sua città natale e fisicamente debilitato Teofilo morì il 20 gennaio 842 e gli successe il figlio Michele III, sotto la tutela di sua madre, l'imperatrice vedova Teodora.

Matrimonio e discendenza[modifica | modifica wikitesto]

Dal suo matrimonio con Teodora Armena Teofilo ebbe:

  • Costantino, coimperatore dall'833 all'835 circa;
  • Tecla (n. 831 - m. dopo l'867), formalmente associata al trono e chiamata Augusta, non ebbe mai potere;
  • Anna (n. circa 832), esiliata nel monastero di Gastria nell'856 e mai richiamata;
  • Anastasia (n. circa 833), che seguì la sorte della sorella Anna;
  • Pulcheria (n. circa 836), che seguì la sorte delle sorelle Anna ed Anastasia;
  • Maria (n. circa 838), sposata con Cesare Alessio Mouseles, comandante della flotta bizantina in Sicilia e più tardi accusato di cospirazione per salire al trono; Maria venne costretta a ritirarsi nel monastero di Gastria e non era più viva quando anche le sorelle vi furono esiliate.
  • Michele III (840 - 867), imperatore.

Galleria[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Diehl, p. 108.
  2. ^ Gibbon, Capitolo 48.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Charles Diehl, La civiltà bizantina, Milano, Garzanti, 1962.
  • Georg Ostrogorsky, Storia dell'Impero bizantino, Milano, Einaudi, 1968, ISBN 88-06-17362-6.
  • Edward Gibbon, Decadenza e caduta dell'Impero Romano, vol. 5, Roma, Newton Compton, 1973.
  • Gerhard Herm, I bizantini, Milano, Garzanti, 1985.
  • Warren Treadgold, A History of the Byzantine State and Society, Stanford, California, Stanford University Press, 1997.
  • John Julius Norwich, Bisanzio, Milano, Mondadori, 2000, ISBN 88-04-48185-4.
  • Silvia Ronchey, Lo stato bizantino, Torino, Einaudi, 2002, ISBN 88-06-16255-1.
  • Alexander P. Kazhdan, Bisanzio e la sua civiltà, 2ª ed., Bari, Laterza, 2004, ISBN 88-420-4691-4.
  • Giorgio Ravegnani, I bizantini in Italia, Bologna, il Mulino, 2004.
  • Ralph-Johannes Lilie, Bisanzio la seconda Roma, Roma, Newton & Compton, 2005, ISBN 88-541-0286-5.
  • Alain Ducellier, Michel Kapla, Bisanzio (IV-XV secolo), Milano, San Paolo, 2005, ISBN 88-215-5366-3.
  • Giorgio Ravegnani, Bisanzio e Venezia, Bologna, il Mulino, 2006.
  • Giorgio Ravegnani, Introduzione alla storia bizantina, Bologna, il Mulino, 2006.
  • Charles Diehl, Figure bizantine, Torino, Einaudi [1927], 2007, ISBN 978-88-06-19077-4.
  • Giorgio Ravegnani, Imperatori di Bisanzio, Bologna, Il Mulino, 2008, ISBN 978-88-15-12174-5.

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Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Successioni[modifica | modifica wikitesto]

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Michele II 829-842 Michele III