Conquista islamica della Sicilia

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Se riscontri problemi nella visualizzazione dei caratteri, clicca qui.

1leftarrow.pngVoce principale: Storia della Sicilia islamica.

Conquista islamica della Sicilia
Sicily topo.png
Mappa topografica della Sicilia
Data 827–902
Luogo Sicilia
Esito Conquista aghlabide della Sicilia
Schieramenti
Comandanti
Voci di guerre presenti su Wikipedia

La conquista islamica della Sicilia avvenne dall'827 con lo sbarco a Mazara del Vallo, al 902, anche se l'ultima città bizantina a cadere fu Rometta il 5 maggio 965, che aveva continuato a resistere da sola, ultima città rimasta del thema di Sikelia.

Anche se la Sicilia era saccheggiata dai Musulmani fin dalla metà del VII secolo, queste incursioni non avevano mai minacciato il controllo bizantino sull'isola. L'opportunità per gli emiri aghlabidi di Ifriqiya giunse nell'827, quando il comandante della flotta dell'isola, Eufemio, si rivoltò. Sconfitto dalle forse lealiste e scacciato dall'isola, Eufemio cercò l'aiuto degli Aghlabidi, che inviarono un esercito ad invadere la Sicilia con il pretesto di aiutarlo. Eufemio venne tuttavia prontamente messo da parte. Un assalto iniziale alla capitale dell'isola, Siracusa, fallì, ma i Musulmani furono in grado di respingere il conseguente contrattacco bizantino e a impadronirsi di alcune fortezze. Con l'arrivo di rinforzi dall'Africa e da al-Andalus, nell'831 espugnarono Palermo, che divenne la capitale della nuova provincia musulmana.

Il governo bizantino inviò alcune spedizioni per respingere gli invasori dall'isola, ma impegnati nel loro conflitto contro gli Abbasidi sulla frontiera orientale e contro i Saraceni di Creta nel Mar Egeo, fu incapace di inviare forze sufficienti per scacciare i Musulmani dalla Sicilia, i quali per i successivi tre decenni saccheggiarono i possedimenti bizantini trovando un'opposizione quasi nulla. La fortezza di Enna al centro dell'isola era il principale baluardo bizantino contro l'invasione musulmana, fino alla sua caduta nell'859. I Musulmani ora aumentarono la loro pressione sulla parte orientale dell'isola, e, dopo un lungo assedio, espugnarono Siracusa nell'878. I Bizantini mantennero il controllo di alcune fortezze nell'angolo nordorientale dell'isola ancora per qualche decennio, e i loro tentativi di riconquistare l'isola continuarono fino all'XI secolo, anche se furono incapaci di sfidare seriamente il controllo musulmano sulla Sicilia.

Sotto la dominazione musulmana, la Sicilia prosperò, finendo alla fine per distaccarsi da Ifriqiya formando un emirato semi-indipendente. La comunità musulmana dell'isola sopravvisse alla conquista normanna della Sicilia dell'XI secolo e prosperò addirittura sotto i re normanni.

Contesto storico[modifica | modifica sorgente]

Durante il periodo romano imperiale, la Sicilia era una provincia tranquilla e prospera. Solo nel V secolo soffrì incursioni di saccheggio ad opera dei Vandali operanti dalle coste del Nord Africa. Nel 535, l'isola fu riconquistata dall'Impero bizantino e saccheggiata poi dagli Ostrogoti nel corso della guerra gotica, ma, al termine della guerra, tornò ad essere un territorio tranquillo.[1] Protetta dal mare, all'isola furono risparmiati i saccheggi inflitti all'Italia bizantina dagli invasori longobardi verso la fine del VI secolo e gli inizi del VII secolo, e mantenne una vita urbana ancora prospera e un'amministrazione civile.[2] Fu solo in seguito all'ascesa della minaccia musulmana che le cose cambiarono. Secondo John Bagnell Bury, "terra florida e possesso desiderabile di per se, la posizione centrale della Sicilia tra i due bacini del Mediterraneo la rendeva un obiettivo di importanza suprema per ogni potenza marittima orientale che fosse commercialmente o politicamente aggressiva; mentre per un sovrano ambizioso in Africa era la porta di accesso all'Italia e alle porte dell'Adriatico."[3]

Conseguentemente, l'isola fu fin da principio un obiettivo dei Musulmani, e la prima incursione avvenne nel 652, solo alcuni anni dopo la fondazione della prima marina musulmana. In seguito alla Conquista umayyade del Nord Africa, divenne una cruciale base strategica, e per un periodo, nel 661–668, divenne la residenza della corte imperiale sotto Costante II.[2][3][4] Costituita come Thema intorno al 690, il suo strategos assunse il controllo anche sui sparsi possedimenti imperiali nell'Italia meridionale.[5] L'isola fu successivamente saccheggiata, specialmente nella prima metà del VIII secolo, ma non fu mai seriamente minacciata fino a quando i Musulmani completarono la conquista del Nord Africa e della Spagna.[6][7] Fu Abd al-Rahman al-Fihri, il governatore di Ifriqiya, il primo a progettare di invadere l'isola con una forza imponente al fine di conquistare essa e la Sardegna nel 752–753, ma fu costretto a rinunciare all'invasione da una rivolta dei Berberi.[6][8]

Nel 799, il fondatore della dinastia degli Aghlabidi, Ibrahim ibn al-Aghlab, si assicurò il riconoscimento della sua posizione di emiro di Ifriqiya da parte del califfo abbaside, Harun al-Rashid, portando pertanto alla fondazione di uno stato praticamente indipendente in Tunisia.[9] Nel 805, Ibrahim concluse una tregua di dieci anni con il governatore bizantino di Sicilia, che fu rinnovata dal suo successore Abu'l-Abbas nel 813. In questo periodo, gli Aghlabidi erano troppo intenti a fronteggiare gli Idrisidi in Occidente per pianificare ogni serio assalto alla Sicilia. Anzi, ci sono testimonianze di traffici commerciali tra la Sicilia e Ifriqiya, e della presenza di commercianti arabi sull'isola.[6][10]

La rivolta di Eufemio[modifica | modifica sorgente]

Europa e il Mediterraneo alla vigilia dell'invasione islamica della Sicilia.

Il pretesto per l'invasione della Sicilia fu fornito dalla rivolta del turmarca Eufemio, comandante della flotta dell'isola. Secondo resoconti tardi e forse fittizi, innamoratosi di una suora, l'aveva costretta a sposarlo. Le proteste dei fratelli della suora giunsero fino all'Imperatore Michele II, che ordinò allo strategos dell'isola, Fotino, di indagare sulla questione e, nel caso le accuse fossero veritiere, procedere alla punizione di Eufemio mutilandolo del naso.[11][12][13] Quando Eufemio, di ritorno da un'incursione navale contro la costa africana, apprese che stava per essere arrestato, salpò per Siracusa, che occupò, mentre Fotino cercò riparo a Catania. Eufemio ben presto riuscì ad ottenere il supporto di una larga parte dei comandanti militari dell'isola. Eufemio non solo respinse un tentativo da parte di Fotino di recuperare Siracusa, ma lo inseguì e lo scacciò da Catania, e alla fine lo catturò e lo giustiziò. Eufemio fu pertanto proclamato imperatore.[14][15][16] Alexander Vasiliev mette in dubbio la veridicità della storia "romantica" delle origini della rivolta di Eufemio, e ritiene che l'ambizioso generale semplicemente sfruttò il momento opportuno per rivoltarsi: all'epoca il governo centrale bizantino risultava indebolito a causa della recente rivolta di Tommaso lo Slavo, e della conquista islamica di Creta.[17]

A questo punto, tuttavia, Eufemio subì la defezione di uno dei suoi alleati a lui più vicini e più potenti, un uomo noto dalle fonti arabe come "Balata" (secondo Vasiliev probabilmente una corruzione del suo titolo, mentre Treadgold sostiene che si chiamasse Platone[18][19][20]), e di suo cugino Michele, comandante di Palermo. I due uomini denunciarono l'usurpazione da parte di Eufemio del titolo imperiale e marciarono contro Siracusa, sconfissero Eufemio e si impadronirono della città.[18][21]

Come uno dei suoi predecessori, Elpidio, che si era rivoltato all'Imperatrice Irene,[6][22] Eufemio risolse di cercare riparo presso i nemici dell'Impero e con pochi seguaci salpò per Ifriqiya. Qui inviò una delegazione alla corte aghlabide a Kairouan, richiedendo all'emiro aghlabide Ziyadat Allah un esercito affinché sostenesse la conquista della Sicilia da parte di Eufemio: in cambio, una volta conquistata la Sicilia, Eufemio avrebbe pagato agli Aghlabidi un tributo annuale.[18][21][23] Questa offerta era una grande opportunità per gli Aghlabidi, che dovevano fronteggiare tensioni tra Arabi e Berberi, dissenso e rivolte all'interno dell'elite governante araba (la jund) e critiche per la loro preoccupazione per il loro stile di vita lussurioso dagli eruditi islamici. Come scrive Alex Metcalfe, "intraprendendo una jihād per espandere le frontiere dell'Islam a spese degli infedeli con la conquista – la prima impresa maggiore dall'invasione della penisola iberica dal 711 – avrebbero potuto zittire le critiche dei giuristi. Allo stesso tempo, avrebbero potuto reindirizzare le energie distruttive di una infaticabile jund lungo il canale Ifriqiyan–Siciliano per assicurarsi nuove fonti di soldati e di ricchezze".[24]

Il concilio di Ziyadat Allah era diviso sulla questione, ma alla fine le esortazioni del rispettato qadi di Kairouan, Asad ibn al-Furat, che usava citazioni dal Corano per supportare la sua tesi, lo fecero prevalere. Asad fu posto alla testa della spedizione anche se continuava a detenere la carica di qadi, normalmente incompatibile con una carica militare. Si narra che l'esercito musulmano che invase la Sicilia consistesse di diecimila fanti e settecento cavalieri, per lo più Arabi Ifriqiyani e Berberi, ma probabilmente anche alcuni Khurasani. La flotta comprendeva settanta o cento navi, alle quali vanno aggiunti i vascelli di Eufemio.[21][25][26]

Antefatto[modifica | modifica sorgente]

Il thema di Sikelia già dal VII secolo iniziò a subire le incursioni musulmane. Gli Arabi si erano attestati sulla sponda africana del mar Mediterraneo, avevano già conquistato parte della Spagna e le isole di Malta e Pantelleria; la Sicilia era ritenuta strategica per il controllo del Mediterraneo, tanto che Costante II (641-668) spostò la capitale a Siracusa per organizzare la riconquista di territori occidentali per l'impero. La debolezza dell'impero bizantino si faceva pesantemente sentire in Sicilia, alimentando il malcontento. Con il governo dell'imperatrice Irene (797-802) il potere in Italia dell'impero diminuì. Durante il regno di Leone V l'Armeno (813-820) fu sconfitta un'invasione araba dell'isola.

Il turmarca della flotta bizantina Eufemio di Messina, che si era impadronito del potere a Sikelia con l'aiuto di vari nobili, chiese l'aiuto dei regnanti Maghrebini nell'825 per tutelare il suo dominio sull'isola. I Bizantini reagirono duramente sotto la guida di Fotino; Eufemio, battuto a Siracusa, scappò in Ifriqiya. Lì trovò rifugio presso l'emiro aghlabide di Qayrawān, Ziyadat Allah I, cui chiese aiuti per realizzare uno sbarco in Sicilia e cacciare i Bizantini. I musulmani, che forse avevano già progettato un'invasione della Sicilia, prepararono una flotta di 70 navi, chiamando alla jihād marittimo il maggior numero di volontari.

L'invasione[modifica | modifica sorgente]

L'assedio di Messina dell'843.

L'invasione del thema di Sikelia ebbe inizio il 17 giugno dell'827; lo stuolo di soldati era composto in gran parte da Berberi, ma alla guida di elementi Arabi e Persiani fu posto il qādī di Qayrawān, Asad b. al-Furāt, grande giurisperito malikita autore della notissima Asadiyya, di origine persiana del Khorāsān. Lo sbarco avvenne il giorno seguente nei pressi di Capo Granitola, vicino Mazara del Vallo e fu occupata Lilibeum (l'odierna Marsala) ed entrambi i centri furono fortificati e usati come testa di ponte e base di attracco per le navi. La spedizione che voleva con ogni probabilità effettuare una razzia in profondità dell'isola, non s'illuse di poter superare le formidabili difese di Siracusa, la capitale del thema, ma la sostanziale debolezza dell'impero bizantino, da poco uscita da un duro conflitto dovuto al tentativo di usurpare il trono di Tommaso lo Slavo, fece prospettare ad Asad la concreta possibilità che l'iniziale intento strategico potesse essere facilmente mutato in una spedizione di vera e propria conquista.

Il curopalate bizantino Palata fu sconfitto dagli Arabi e messo in fuga, riparandosi a Corleone. Gli Arabi si diressero in direzione di Siracusa e in prossimità alla città trattò senza successo con i Bizantini, per poi cingerla d'assedio. Michele II allora chiese aiuto ai Veneziani, che inviarono una flotta che riuscì a far fallire l'assedio arabo. Nell'828 scoppiò un'epidemia, probabilmente di colera, nell'esercito arabo che portò alla morte per dissenteria di Asad, che fu sostituito da Muhammad b. Abī l-Jawarī per volere dei soldati; ciò non demoralizzò gli Arabi che abbandonarono l'assedio di Siracusa e si diressero verso sud conquistando Girgenti, l'odierna Agrigento. Nell'830 i musulmani ottennero rinforzi, in parte dall'Ifrīqiya e in gran parte da al-Andalus, mentre in Sicilia giunse un gruppo di mercenari al comando del berbero Asbagh b. Wakīl, detto Farghalūs. Fu così possibile ai musulmani espugnare tra l'agosto e il settembre dell'831 Palermo, eletta capitale della Sicilia islamica (Siqilliyya).

La conquista di Palermo suscitò la reazione dell'Imperatore Teofilo che inviò in Sicilia il generale Alessio Musele, uno dei migliori generali dell'Impero, salvo poi richiamarlo perché sospettato di infedeltà, peggiorando la situazione per Bisanzio. Gli Arabi infatti, sotto il comando di Ibrahim Ibn Abd Allah, sottomisero tra l'838 e l'839 tutta la parte occidentale dell'isola con la conquista di Platani, Caltabellotta, Corleone e, probabilmente, di Marineo e Geraci. Furono poi conquistate Messina (843), Modica (845), Lentini (846) e Ragusa (848), mentre Enna fu presa solo nell'859, a causa del tradimento di un prigioniero bizantino che permise ai Musulmani di entrare nella città tramite un passaggio segreto. Resisteva ancora Siracusa, sede dello strategos da cui dipendevano il drungariato di Malta gli arcontati di Calabria, di Otranto e, teoricamente, di Napoli. Michele III tentò di reagire all'espansionismo arabo inviando una flotta sotto il comando di Costantino Contomita ma il nuovo esercito subì una sconfitta appena arrivato e fu costretto a ripiegare.

I musulmani dovettero combattere più di un decennio solo per piegare la resistenza degli abitanti di Val di Mazara e ancor più per impadronirsi tra l'841 e l'859 di Val di Noto e Val Demone. Siracusa fu assediata invano nell'872 da Khafāja b. Sufyān b. Sawādan.

La presa di Siracusa secondo il miniaturista medioevale Giovanni Scilitze.

Nell'877 il generale Giafar Ibn Muhammed al comando di diverse legioni marciò verso la Sicilia centrale ed orientale. Attraversò e conquistò le città di Caltavuturo, Nicosia, Randazzo, Taormina e Catania. Nell'estate iniziò l'assedio di Siracusa che conquistò il 21 maggio 878 e pose sotto il dominio islamico, riuscendo a penetrare attraverso un varco sulle mura. La città cadde così a oltre mezzo secolo dal primo sbarco, e al termine d'un implacabile assedio che si concluse con l'uccisione dello strategos e il massacro di 5.000 abitanti e con la schiavitù dei sopravvissuti, riscattati solo molti anni più tardi.

Basilio I decise allora di mandare una flotta di 140 navi comandata dal generale Nasar per contenere l'espansionismo degli Arabi, che avevano ormai sottomesso i 3/4 dell'isola. La flotta ottenne una inaspettata vittoria navale sugli Arabi nell'880 presso Milazzo, ma questa vittoria non riuscì a risollevare la situazione. L'ultima roccaforte importante della resistenza bizantina a cedere fu Taormina, il 1º agosto del 902 sotto gli attacchi dell'emiro Abū l-ʿAbbās Ibrāhīm b. Ahmad. L'ultimo lembo di terra bizantino a resistere ai musulmani fu Rometta che capitolò solo il 5 maggio 965.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Runciman (1958), pp. 2–3
  2. ^ a b Brown (2008), p. 460
  3. ^ a b Bury (1912), p. 294
  4. ^ Runciman (1958), pp. 3–4
  5. ^ Brown (2008), pp. 460–461
  6. ^ a b c d Bury (1912), p. 295
  7. ^ Vasiliev (1935), p. 63
  8. ^ Vasiliev (1935), pp. 63–64
  9. ^ Metcalfe (2009), p. 9
  10. ^ Vasiliev (1935), p. 64
  11. ^ Bury (1912), pp. 295–296
  12. ^ Treadgold (1988), p. 249
  13. ^ Vasiliev (1935), pp. 66–68
  14. ^ Bury (1912), pp. 296–297
  15. ^ Treadgold (1988), pp. 249–250
  16. ^ Vasiliev (1935), pp. 68–69
  17. ^ Vasiliev (1935), p. 71
  18. ^ a b c Bury (1912), p. 297
  19. ^ Treadgold (1988), p. 427 (Note #345)
  20. ^ Vasiliev (1935), pp. 70–71
  21. ^ a b c Treadgold (1988), p. 250
  22. ^ Brown (2008), p. 462
  23. ^ Vasiliev (1935), p. 72
  24. ^ Metcalfe (2009), pp. 9–10
  25. ^ Vasiliev (1935), pp. 72–73
  26. ^ Metcalfe (2009), pp. 11–12

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]