Gino Boccasile

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Luigi (detto Gino) Boccasile (Bari, 14 luglio 1901Milano, 10 maggio 1952) è stato un illustratore, pubblicitario e pittore italiano.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Boccasile nasce nel centro di Bari (in via Quintino Sella), il 14 luglio 1901. Il padre Angelo Antonio Boccasile era un commerciante di vini che in seguito aprì una rappresentanza di profumi e cosmetici, la madre Antonia Ficarella era casalinga.

La prima giovinezza dell’artista è segnata da un terribile episodio: la perdita di un occhio a causa di uno schizzo di calce viva.[1]

La carriera[modifica | modifica sorgente]

Alla morte del padre, Boccasile si trasferisce a Milano, ma dopo un primo periodo di difficoltà economiche e incertezze di carriera, durante il quale per sopravvivere allestiva piccole vetrine dove esponeva statuine di figure contadine da lui fabbricate e dipinte a mano, decise di intraprendere una vera e propria carriera artistica orientadosi nel settore della pubblicità per immagini. Inizia a collaborare con lo studio grafico di Achille Luciano Mauzàn, comincia a disegnare anche figurini e modelli d’abiti da donna. Subito impone il suo stile personalissimo: le vetrine che espongono i suoi lavori sono affollate dalle signore che ne decretano successo e notorietà.[2]

Gli organizzatori della prima edizione della Fiera del Levante di Bari nel 1930 gli commissionarono una serie di trenta cartoline per commemorare l’avvenimento.

Per richiesta dello stesso Mauzan, che si era intanto trasferito e che rimarrà in sud America per molti anni, decide di partire per l'Argentina, ma il soggiorno a Buenos Aires durerà poco meno di due mesi. Gino Boccasile, Gi Bi come si firmava e come lo chiamavano gli amici, aveva conosciuto Alma Corsi, la sua futura moglie, che gli avrebbe dato due figli: Bruna e Giorgio. Subito dopo il rientro a Milano, riparte per Parigi facendosi conoscere anche come pittore, con l'esposizione di due quadri al Salon des Indépendants di Parigi nel 1932.

Rientrato in Italia, costituisce a Milano con l'amico Francesco Aloi un’agenzia di pubblicità, la Acta in Galleria del Corso. Collabora alla realizzazione grafica di numerose riviste tra cui La Donna, L'illustrazione, La Signorina Sette, con i periodici La Donna (1932), Dea e La Lettura (1934), Bertoldo (1936), Il Milione (1938) e L'Illustrazione del medico (1939).

Illustra collane di libri per ragazzi pubblicati da Rizzoli e Arnoldo Mondadori Editore (molti "Romanzi della Palma" e copertine dei "Romanzi di Cappa e Spada"[3]), e collabora con l'editore Campi di Foligno alle illustrazioni di copertina del "Canzoniere della Radio"[4].

La sua fama è dovuta soprattutto alle 'Signorine Grandi Firme', serie di fortunate illustrazioni a colori di figure femminili che comparivano sulle copertine della rivista Le Grandi Firme, una pubblicazione periodica fondata e diretta da Pitigrilli (Dino Segre) e in seguito trasformata in rotocalco settimanale da Cesare Zavattini (che all'epoca era il direttore editoriale della Arnoldo Mondadori Editore) dopo la vendita della testata stessa ad Arnoldo Mondadori. Per Le Grandi Firme Boccasile realizza 76 copertine, tra il 1937 e il 1938.

Propone nei suoi disegni un tipo di donna florida e procace, solare e mediterranea, utile all'immagine positiva che il regime vuole propagandare. E infatti nei propri cartelloni pubblicitari molto spesso il messaggio è affidato a formose ragazze dai vestiti aderenti.

È tra i firmatari nel 1938 del Manifesto della razza in appoggio all'introduzione delle leggi razziali fasciste.

Propaganda bellica[modifica | modifica sorgente]

Durante la Seconda guerra mondiale, complice il Ministero della Guerra che lo designa grafico propagandista, la sua opera si orienta verso la propaganda bellica: si dedica all'esaltazione dei combattenti, delle armi, delle gesta italiane.

Dalle vittorie iniziali alle prime dure sconfitte: la resa del Duca d'Aosta, seppure con l'onore delle armi, dopo una eroica resistenza all'Amba Alagi pone fine all’occupazione italiana dell'Etiopia, e Boccasile gli dedica il manifesto Ritorneremo. Nel 1942 viene pubblicata una serie di dodici cartoline a firma Boccasile, che descrivono le atrocità dei bolscevichi e le sofferenze del popolo russo oppresso dal regime comunista.

Pubblicitario della Repubblica Sociale Italiana[modifica | modifica sorgente]

Dopo l'8 settembre 1943 aderisce alla Repubblica Sociale Italiana di cui cura i manifesti di propaganda. Viene nominato tenente della 29 divisione granatieri delle SS italiane e continua incessantemente a produrre manifesti che celebrano il regime fascista repubblicano e la fedeltà all'alleanza con la Germania.

L’odio cresce e la guerra civile divampa: Boccasile non ammorbidisce le sue posizioni politiche ma anzi le radicalizza. I suoi manifesti parlano da soli: «nessuna pietà per traditori e ribelli», «resistenza armata all’invasore anglo-americano unico mezzo per riscattare l’onore dell’Italia infangato dal tradimento».

Sembra che sia lo stesso Mussolini a volerlo al suo fianco negli anni della Repubblica Sociale Italiana. In questo periodo i suoi manifesti diventano celebri icone per lo stato fascista che continuava a combattere a fianco dei tedeschi. Si racconta che il disegnatore abbia lavorato fino all'ultimo, con i militi della SS italiana che facevano la guardia intorno alla stanza in cui elaborava i suoi progetti.

L'epurazione[modifica | modifica sorgente]

Alla Liberazione, viene incarcerato per collaborazionismo. Assolto per non aver commesso reati, resta emarginato per qualche mese perché molti potenziali clienti lo ritengono troppo compromesso.

Riprende la sua attività dal 1946 soprattutto con la grafica pubblicitaria cambiando leggermente stile. Disegna alcune cartoline per il nuovo MSI e per associazioni degli ex combattenti, ma anche disegni erotici molto espliciti per un editore inglese e per l’editore francese Lisieux per il quale illustra “Teofilo il satiro”.

Il ritorno pubblicitario[modifica | modifica sorgente]

Dal 1947, dopo aver avviato una sua agenzia di grafica, i suoi disegni invadono nuovamente i muri delle città e delle campagne con le pubblicità di quei giorni: dal Formaggino Mio alla Lama Bolzano, dall'Amaro Ramazzotti alle moto Bianchi, e poi ancora il dentifricio Chlorodont, le calzature Zenith, la Riunione Adriatica di Sicurtà, lo Yogurth Yomo, i profumi Paglieri, lo shampoo Tricofilina.

La sua attività è soprattutto pubblicitaria, ma disegna anche per Il Travaso, Incanto, Paradiso e Sette. Su quest'ultima testata ripropone una nuova pin-up, "La Signorina Sette", ideale ripresa del personaggio creato per Le Grandi Firme, ma la morte lo coglie improvvisa quando ha da poco superato i cinquant'anni.

Muore a Milano il 10 maggio 1952, per un attacco di pleurite, mentre sta illustrando Il Decamerone del Boccaccio nel quale lascerà compiute 101 tavole a colori. Il Decamerone è la sua ultima opera. Verrà completata con tavole di Sante Albertarelli, Guido Bertoletti, Giorgio De Gaspari e Walter Molino e sarà pubblicata dalle Edizioni d'Arte "A la chance du bibliophile" di Milano nel 1955.

Circa 350 dei suoi cartelloni pubblicitari fanno parte della Raccolta Salce, conservata presso il Museo civico Luigi Bailo di Treviso.

Principali manifesti[modifica | modifica sorgente]

Oltre ai cartelloni di propaganda bellica eseguiti durante la Seconda Guerra Mondiale, è possibile citare:

  • 1934 - Borotalco Roberts
  • 1936 - Tricofilina
  • 1939 - Diadermina
  • 1939 - Irradio
  • 1946 - Paglieri
  • 1949 - Lama Bolzano
  • 1950 - Millefiori Cucchi

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Gino era andato a giocare con gli amici in un cantiere edile e una goccia di calce viva lo colpì nell’occhio sinistro, mentre stava bevendo ad una fontanella.
  2. ^ La Gazzetta del Mezzogiorno, in una nota del 13 giugno 1929 del corrispondente milanese, faceva conoscere ai baresi quanto fosse diventato famoso il loro concittadino, impostosi nel campo della moda.
  3. ^ Gigliola De Donata, Gazzola Stacchini, I best seller del ventennio: il regime e il libro di massa, Roma, Editori Riuniti, 1991, p. 128
  4. ^ Una nota sul Canzoniere della Radio

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Giovanni Boccaccio. Il Decamerone. Edizioni d'Arte, Milano, 1955 - (con 101 tavole di Gino Boccasile).
  • Gino Boccasile. La signorina Grandi Firme. Longanesi, Milano, 1981 - (ed. orig. 1937).
  • Giorgio Fioravanti. Il dizionario del grafico. Zanichelli, Bologna, 1993. ISBN 88-08-14116-0.
  • Max Gallo. I manifesti nella storia del costume. Mondadori, Milano, 1972
  • Roberto Guerri. Manifesti italiani nella Seconda Guerra Mondiale. Rusconi, Milano, 1982.
  • Dino Villani. Storia del manifesto pubblicitario. Omnia, Milano, 1964.
  • Giuliano Vittori. C’era una volta il Duce: il regime in cartolina. Savelli, Roma, 1975.
  • Ernesto Zucconi. Repubblica Sociale. I Manifesti. Novantico Editrice-Ritter, Milano, 2002.
  • Paola Biribanti. Gino Boccasile. «La signorina grandi firme» e altri mondi. Castelvecchi, Roma 2009.

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Controllo di autorità VIAF: 103891505