Musica beat

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Musica beat
Origini stilistiche Rock and roll
Swing
Pop
Blues
Skiffle
Doo-wop
Origini culturali Inghilterra, primi anni sessanta
Strumenti tipici chitarra, basso, batteria
Popolarità Tra i generi più popolari negli anni sessanta, specialmente dal 1962 al 1967; in Italia fino al 1968.
Sottogeneri
Freakbeat
Generi correlati
Rockabilly - Rock psichedelico - Pop psichedelico - Folk rock - Soul - British blues - Proto-metal - Proto-punk - British invasion - Britpop
Categorie correlate

Gruppi musicali beat · Musicisti beat · Album beat · EP beat · Singoli beat · Album video beat

La musica beat (dal verbo inglese to beat, battere) è un genere musicale nato dal pop rock e sviluppatosi nel Regno Unito all'inizio degli anni sessanta, dopo la moda dello skiffle (nato verso la metà degli anni cinquanta del XX secolo), nei molti locali attivi nei docks portuali di Liverpool, insieme a elementi del rock and roll e del blues.[1]

Ci si riferisce in particolare col termine Merseybeat (o Mersey sound) al genere proprio dei primi gruppi beat di Liverpool (dal nome della Mersey, il fiume che attraversa la città).

Presto diffuso fra i giovani dell'epoca, il beat contagiò molti gruppi musicali nel resto d'Europa, specialmente nel nord. Il beat si diffuse poi anche negli Stati Uniti grazie alla cosiddetta British invasion (letteralmente invasione britannica); anche in Italia il beat ebbe molto successo, in particolare con cover tradotte di canzoni inglesi. Fra i molti complessi che contribuirono a creare la musica beat, quello che ha avuto maggiore fama è stato quello dei Beatles, specialmente nei loro primi dischi, come per esempio l'album Please Please Me (1963).

Caratteristiche[modifica | modifica sorgente]

I complessi beat erano caratterizzati da una formazione dominata dalle chitarre elettriche, con armonie vocali e melodie orecchiabili.[2] I ritmi veloci e cadenzati rivelano un'evidente derivazione da quelli usati nella musica soul e nel rhythm and blues, ma con linee melodiche in grado di addolcire certe asprezze del rock and roll e del blues. Le parti vocali possono ricordare il doo-wop, con i cori che ripetono sillabe senza senso, ma a differenza di quest'ultimo è meno comune l'utilizzo del falsetto.

Declino e influenze successive[modifica | modifica sorgente]

Già tra il 1966 e il 1967 la musica beat iniziò però a venire superata, in particolare dal blues rock che stava cominciando ad emergere. La maggior parte dei gruppi che non si erano ancora sciolti si mosse, come i Beatles, verso diverse forme di musica rock e pop, come per esempio il rock psichedelico e il rock progressivo.[3]

Il beat ha avuto inoltre una grande influenza sul garage rock statunitense[4] e sui movimenti folk rock,[5] ed è stato poi fonte di ispirazione per diversi sottogeneri della musica rock, tra cui il britpop degli anni novanta.[6]

Influssi della musica beat si possono inoltre trovare nella subcultura mod, anch'essa molto popolare nel Regno Unito negli anni sessanta.

Diffusione del beat[modifica | modifica sorgente]

Il beat in Inghilterra[modifica | modifica sorgente]

Oltre ai già citati Beatles, sicuramente il gruppo più famoso e più importante del beat, altre band di rilievo di Liverpool furono i Searchers, Gerry and the Pacemakers, e i Merseybeats. Al di fuori di Liverpool sono invece da ricordare gli Hollies, gli Herman's Hermits, i Dave Clark Five, gli Zombies, i Mindbenders, e i Tremeloes.

Il beat in Italia[modifica | modifica sorgente]

Il beat in Italia scatenò un fiorire di complessi (di cui l'Equipe 84, i Dik Dik, I Corvi, i Camaleonti, I Delfini, o il riscoperto gruppo cult I tubi lungimiranti sono solo alcuni tra gli esponenti), di solisti (Riki Maiocchi, Gian Pieretti, Rita Pavone, Patty Pravo, Caterina Caselli ed altri) e di case discografiche, portò alla nascita di riviste musicali nate espressamente per i giovani (Ciao amici, Giovani, Big), di locali dedicati espressamente alla musica beat (il Piper Club di Roma è il più noto, ma ne nacquero in ogni città, a Torino ad esempio La Perla), di concorsi musicali legati al beat (il più noto di tutti fu il Rapallo Davoli) ed al diffondersi in ogni città d'Italia di punti di aggregazione per i capelloni (tra cui, ad esempio, piazza di Spagna e piazza Navona a Roma o piazza Castello a Torino).

La nascita e il successo[modifica | modifica sorgente]

In Italia il beat inizia a diffondersi nel 1964, grazie ad alcuni complessi come i Rokes che dal Regno Unito si trasferiscono a suonare in Italia e, soprattutto, al successo dei Beatles, dei Rolling Stones e degli altri gruppi britannici: il risultato è che si diffondono in tutta la penisola complessini di giovani che iniziano a suonare, e molte case discografiche li mettono sotto contratto, puntando sul loro successo: già nel 1964 debutta l'Equipe 84, che diventa una delle punte di diamante del beat italiano.

Tra il 1965 e il 1966 il beat italiano diventa il genere dominante nelle classifiche di vendita e nei programmi televisivi, sia per l'arrivo di nuovi gruppi d'oltremanica (The Primitives, i Motowns, i Renegades, i Sorrows, i Cyan Three, i Bad boys) che per i nuovi gruppi che arrivano alla sala d'incisione, come i milanesi Dik Dik, I Giganti e i Camaleonti, i torinesi I Ragazzi del Sole, gli emiliani Nomadi, Pooh, I Corvi, i padovani i Delfini e I ragazzi dai capelli verdi; vi è inoltre anche una nuova generazione di cantanti solisti (soprattutto donne), come Nancy Cuomo,Rita Pavone, Caterina Caselli, Patty Pravo, e Roby Crispiano, che arrivano al successo in quel periodo.

Entrano quindi ai primi posti delle classifiche canzoni come Io ho in mente te e Bang Bang dell'Equipe 84, Sognando la California dei Dik Dik, Ragazzo triste di Patty Pravo, Nessuno mi può giudicare di Caterina Caselli, e molte altre.

Anche gruppi attivi addirittura dagli anni cinquanta, come i Campanino o I Ribelli, si adeguano alle nuove sonorità.

Le riviste[modifica | modifica sorgente]

Un grosso contributo allo sviluppo del fenomeno viene dato dalle riviste di musica giovanili, che nascono proprio in quegli anni: Ciao amici nel 1963, Big nel 1965 ed infine nel 1966 Giovani.

In molte altre città nascono poi riviste a carattere locale, che servono a dare spazio ai vari complessi.

I locali[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Piper Club.

Nel febbraio 1965 l'avvocato Alberigo Crocetta inaugura a Roma il Piper Club, in via Tagliamento, al quale subito seguirono progetti analoghi e locali che gareggiavano con il Piper in una continua guerra fatta a colpi di serata di musica. Tra gli storici locali romani in cui si esibivano gli artisti del beat italiano ricordiamo il Titan Club di Massimo Bernardi, il Vun Vun, il Pit 77 e il principale rivale del Piper che fu il Kilt (anch'esso nato da un progetto dell'instancabile avvocato Crocetta): se la "ragazza del Piper" era Patty Pravo, la "ragazza del Kilt" fu Nancy Cuomo, così come gli omologhi dei Rokes del Piper furono per il Kilt I Lombrichi. Su questo esempio, in altre città d'Italia nascono simili locali rivolti specificamente ai giovani, dando la possibilità ai complessi beat di esibirsi: ricordiamo a Milano e Genova il Paip's, a Torino il Perla (ribattezzato Piperla) ed a Napoli il La Mela.

Festival e manifestazioni[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Torneo nazionale Rapallo Davoli.

Anche il Festival di Sanremo 1966 si apre al fenomeno beat, con la partecipazione dell'Equipe 84, dei The Renegades, degli Yardbirds, di Caterina Caselli, e di Françoise Hardy, icona dei ragazzi beat francesi.

Anche gli altri festival si spostano su questo genere, e così partecipano a Un disco per l'estate 1966 la Caselli, I Giganti, Ricky Gianco, Silvana Aliotta, gli Scooters, al Festival delle Rose 1966 Mike Liddell & gli Atomi, I Ribelli, Lida Lù, Mauro Lusini, Roby Crispiano, i Pooh, Umberto, The Motowns, i Nomadi, al Festivalbar 1966 nuovamente gli Yardbirds, i Beach Boys, la Caselli e Gianco e al Cantagiro 1966, oltre a qualche solista come Gianco e Barbara Lory, moltissimi complessi come l'Equipe 84, i New Dada, i Kings, The Rokes e i Camaleonti.

La manifestazione più legata al beat è il Torneo nazionale Rapallo Davoli, riservato nello specifico proprio ai giovani complessi, e da cui nel corso degli anni verranno lanciati molti nuovi gruppi come i Funamboli, i Mat 65, I Frenetici e i Gens.

Beat e cultura[modifica | modifica sorgente]

Il legame principale del beat italiano, dal punto di vista culturale, è ovviamente quello con la Beat Generation, grazie soprattutto ai cantautori: uno di essi in particolare, Gian Pieretti, ha inoltre modo di conoscere personalmente Donovan, ed è proprio il cantautore scozzese a fare il suo nome a Jack Kerouac che, dopo aver ascoltato la canzone Il vento dell'est, lo vuole accanto a sé per un breve ciclo di conferenze-happening tenute a Milano, Roma e Napoli nell'ottobre dello stesso anno.

Gian Pieretti con Jack Kerouac, durante una delle conferenze tenute insieme nell'ottobre del 1966

Vi sono poi gli influssi tematici nei testi: in Dio è morto Francesco Guccini fa un riferimento nei versi iniziali Ho visto la gente della mia età... a quelli con cui incomincia il poema Urlo di Allen Ginsberg, Ho visto le menti migliori della mia generazione....

Anche nelle canzoni più leggere emergono le tematiche di fondo: in Qui e là, scritta da Aina Diversi per Patty Pravo (cover di Holy cow, scritta da Allen Toussaint e portata al successo da Lee Dorsey), ad esempio, si descrive la vita On the road:

« Oggi qui, domani là, / io vado e vivo così, / senza freni vado e vivo così. / Casa qui io non ho, ma cento case ho.... /Qui e là, / io amo la libertà / e nessuno me la toglierà mai »
(Aina Diversi, Qui e là, per Patty Pravo)

Le messe beat[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Messa beat.

Un fenomeno infine tipico dell'Italia è quello delle messe beat, a cui si dedicano gruppi come Angel and the Brains e I Barritas. Il fenomeno poi si diffonde così anche oltreoceano, e nel gennaio del 1968 i The Electric Prunes incidono Mass in F Minor, ispirandosi all'esperienza italiana.

Il folk-beat[modifica | modifica sorgente]

Un particolare filone del beat è quello che si rifà alla musica popolare nordamericana e britannica, recuperata da nomi come Bob Dylan, Joan Baez e Donovan, e che viene denominata folk-beat: la caratteristica principale dal punto di vista musicale è l'uso di strumenti acustici come la chitarra e l'armonica a bocca, mentre i testi spesso affrontano tematiche di protesta.

Molte sono le cover italiane di brani di questo genere, a partire dalle molte traduzioni da Dylan, spesso effettuate da Mogol (da La risposta, incisa dai Kings e da Jonathan & Michelle, questi ultimi due fra i massimi esponenti del folk-beat in Italia, a Bambina, non sono io, anch'essa interpretata dai Kings), a quelle di canzoni di Donovan (Colori, incisa dai Corvi e da Claus), Phil Ochs (Fammi vedere, tradotta da Luciano Beretta e Flavio Carraresi per Jonathan & Michelle), Simon & Garfunkel (Mai mi fermerò, incisa dai Chiodi); tuttavia non mancano le canzoni originali, da Il vento dell'est di Gian Pieretti a Uomini uomini di Roby Crispiano, da Brennero '66 dei Pooh a Era di Lucio Battisti, da È la mia strada di Tony Cucchiara e Nelly Fioramonti a Occhiali da sole di Jonathan & Michelle.

Rientra anche nel filone il Francesco Guccini degli inizi, che all'epoca incide con il solo nome di battesimo: la EMI Italiana decide di pubblicare tutta una serie di dischi di folk-beat di vari artisti, numerandoli, ed il primo è proprio l'album di debutto di Francesco, Folk beat n. 1, che rimarrà anche l'unico della serie.

Il beat psichedelico[modifica | modifica sorgente]

Nel beat italiano si sviluppa, a partire dal 1966 ma con i risultati maggiori l'anno seguente, anche un filone psichedelico, rintracciabile in alcune canzoni quali Devi combattere (1966) dei Jaguars, Le insegne pubblicitarie (1966) dei torinesi Fantom's, LSD (1966) di Lucio Dalla.

L'album considerato il caposaldo della psichedelia italiana è però Dedicato a de Le Stelle di Mario Schifano (1967); quest'ultimo disco, registrato al "Fono Folk Stereostudio" di Torino, si apre col brano dal titolo Le ultime parole di Brandimarte, dall'Orlando Furioso, ospite Peter Hartman e fine (da ascoltare con TV accesa senza volume), una suite di quasi venti minuti di simbolismi onirici.

Allo stesso anno risale l'album Viaggio allucinogeno degli Astrali, che però non viene pubblicato (lo sarà solo nel 1995), così come La luce dei Templari.

Nel 1968 viene pubblicato un 45 giri di un altro gruppo, anch'esso considerato uno dei vertici della musica psichedelica della penisola: Danze della sera del gruppo romano dei Chetro & Co., in cui militavano Ettore De Carolis e Gianfranco Coletta, con l'uso di strumenti quali violaccia, inventato da De Carolis, ad arco, con 6 o 10 corde (l'aspetto ricorda quello di una ghironda); i testo sono tratti da alcuni versi di Pier Paolo Pasolini.

Nello stesso anno esce anche il 45 giri Abbiamo paura dei topi del gruppo marchigiano I tubi lungimiranti.

Sempre nel 1968 viene pubblicato Ad gloriam, il primo album de Le Orme: il disco, anche se lascia intuire gli sviluppi successivi verso il Rock progressivo del gruppo, ha comunque molte influenze psichedeliche (a partire dalla copertina fino alle sonorità usate).

Le parodie del beat[modifica | modifica sorgente]

Come spesso succede nei confronti dei fenomeni di moda, anche verso il beat nasce la parodia: cabarettisti ed umoristi scrivono canzoni in questo stile musicale ma con testi ironici e divertenti.

Una delle canzoni più note la scrive Enzo Jannacci: si tratta di Lisa beat, incisa nel 1967 da Cochi & Renato, in cui si descrive una famiglia intera beat, a partire dalla figlia Lisa, e che ogni cosa che fa la fa in modo beat.

Renato Rascel scrive (insieme ad Antonio Amurri) incide invece Bambino beat, dove affronta l'argomento con il suo consueto umorismo garbato; Pippo Franco invece prende di mira il beat di protesta in Vedendo la foto di Bob Dylan.

Le cover e le canzoni originali[modifica | modifica sorgente]

Una critica che viene rivolta da alcuni giornalisti musicali[7] è la poca originalità del beat in Italia, testimoniata dal fatto che la maggior parte del repertorio sarebbe costituito da cover di canzoni estere.

Altri critici invece[8] hanno invece sostenuto la peculiarità e l'originalità delle band italiane, che dalle influenze straniere svilupparono un proprio repertorio, fondendo le nuove sonorità con altre caratteristiche musicali.

Se è vero che molti complessi beat italiani hanno inciso molte cover di successo, da l'Equipe 84 con Io ho in mente te, Resta e Bang bang ai Dik Dik con Sognando la California e Senza luce, dai Corvi di Ragazzo di strada ai Nomadi di Come potete giudicar, è anche vero che gli stessi gruppi incisero molte canzoni firmate da autori italiani.

Tra i più noti possiamo ricordare Francesco Guccini, che oltre che per i Nomadi (Dio è morto, Per fare un uomo, Il disgelo) e l'Equipe 84 (Auschwitz, È dall'amore che nasce l'uomo, Per un attimo di tempo) scrisse anche per Caterina Caselli (Incubo n° 4, Le biciclette bianche) e per gruppi minori come I Memphis (Che farò) o Johnny e i Marines (Quei coraggiosi delle carrozze senza cavalli'); Ricky Gianco e Gian Pieretti, autori di canzoni per i Quelli e i Ribelli, e Lucio Battisti, autore con Mogol di canzoni per l'Equipe 84 (29 settembre e Nel cuore, nell'anima), i Dik Dik (Dolce di giorno, Il vento), La ragazza del Clan (Che importa a me) e molti altri.

Altri autori italiani che diedero il loro contributo al beat sono Herbert Pagani (autore tra gli altri per Jonathan & Michelle di Il successo), Sergio Bardotti (che scrisse per Patty Pravo, The Primitives, The Rokes, The Juniors e Lucio Dalla), Luciano Beretta (paroliere per i Camaleonti Solidea, Barbara Lory e Caterina Caselli, per cui scrisse Nessuno mi può giudicare).

Da citare infine due gruppi, i Giganti e i Bisonti, in cui la quasi totalità del repertorio è costituito da canzoni italiane (da Tema a Crudele), mentre altri due complessi i New Trolls e le Orme, non hanno mai inciso alcuna cover.

La fine del beat in Italia[modifica | modifica sorgente]

Mentre nel resto del mondo, come detto, la musica beat veniva già superata tra il 1966 e il 1967, in Italia il fenomeno continuò ancora fino al 1968, tramontando poi con la diffusione di nuovi generi, a cui si dedicheranno anche i gruppi ed i cantanti beat italiani.

Si avrà, in particolare, una divaricazione fra i complessi che si dedicheranno al genere melodico, come i Pooh, i Camaleonti, i Profeti, i Nomadi, i Rogers, I Bisonti, i Beans e quelli invece che sceglieranno il rock progressivo, come I Quelli (che cambiano il nome in Premiata Forneria Marconi), i New Trolls, Le Orme, I Giganti, i Sagittari (anche loro cambiando il nome in Delirium), i Flashmen, i Gleemen (con il nome cambiato in Garybaldi), gli Stormy Six, I Califfi, Gli Aspidi (che diventeranno in seguito i Ricordi d'Infanzia) e i J. Plep (che cambiano il nome in Nuova Idea).

Il beat nel resto del mondo[modifica | modifica sorgente]

Gruppi beat importanti nel resto del mondo sono stati i Monkees negli Stati Uniti e gli Easybeats in Australia.

Il beat degli anni ottanta[modifica | modifica sorgente]

Molti gruppi musicali della cosiddetta New wave, nati tra la fine degli anni settanta e i primissimi anni ottanta, subirono in misura diversa l'influenza della musica beat.

Nell'ambito della scena inglese vanno ricordati i Jam di Paul Weller, debitori non soltanto al movimento dei Mod (o Mods), ma anche di gruppi come Beatles, Kinks, Who. Molto evidente il riferimento anche nei primissimi dischi di Joe Jackson, caratterizzati da un beat essenziale ed elettrico basato su linee veloci di basso e chitarra elettrica. Gli XTC, originari della cittadina inglese di Swindon, rivelano, fin dai primissimi album, uno stretto legame con la musica beat e psichedelica degli anni sessanta. Tale influsso, a metà fra sincera devozione e parodia, è ancor più evidente nell'esperienza parallela dei Dukes of Stratosphear, alla quale partecipano gli stessi componenti degli XTC.

Per quanto riguarda l'Italia, vanno segnalate influenze soprattutto nell'ambito della scena musicale torinese degli anni ottanta. Nel 1983 nascono nel capoluogo subalpino gli Statuto, destinati a diventare il gruppo di punta del movimento mod nazionale. Sempre a Torino gravitano, nella prima metà del decennio, i Blind Alley, trio formato da Gigi Restagno, basso e voce, Marco Ciari, batteria e Luca Bertoglio, chitarra. Il primo gruppo a riportare il beat in Italia sono Gli Avvoltoi di Bologna, ricercando i brani più oscuri del periodo 60 italiano e proponendo brani originali.

Pur avendo pubblicato soltanto il 45 giri Whistle March/I Was Dreaming per la Shirak Records di Torino (SBD 83021), i Blind Alley e in particolare il leader Gigi Restagno, scomparso nel 1997, hanno avuto un ruolo determinante nel panorama musicale torinese e non solo.

Meno conosciute, ma comunque interessanti, le produzioni dei Nightdriving Gossip, autori di un interessante pop-beat e attivi nell'area torinese nella seconda metà degli anni ottanta. In seguito, il gruppo cambiò il proprio nome in quello di Harp1.

Tra le case discografiche più attente alla rinascita del beat bisogna ricordare la Toast Records di Giulio Tedeschi, che ha pubblicato tra gli altri Gli Avvoltoi ed i Barbieri.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Storia del Rock di Piero Scaruffi
  2. ^ J. Shepherd, Continuum Encyclopedia of Popular Music of the World: Volume II: Performance and Production (Continuum, 2003), ISBN 0826463223, p. 78.
  3. ^ E. Macan, Rocking the Classics: English Progressive Rock and the Counterculture (Oxford: Oxford University Press, 1997), ISBN 0195098889, p. 11.
  4. ^ V. Bogdanov, C. Woodstra and S. T. Erlewine, All music guide to rock: the definitive guide to rock, pop, and soul (Backbeat Books, 3rd end., 2002), pp. 1320-1.
  5. ^ R. Unterberger, "Merseybeat", consultato il 5 febbraio 2011.
  6. ^ D. B. Scott, "The Britpop sound", in A. Bennett and J. Stratton, eds. Britpop and the English Music Tradition, (Aldershot: Ashgate, 2010), ISBN 0754668053, pp. 103-122.
  7. ^ ad esempio da Riccardo Bertoncelli in Enciclopedia del Bitt Italiano (appendice alla Enciclopedia del Rock Anni '60, Quarta edizione, Arcana editrice, 1989), ma anche in altri scritti
  8. ^ Ursus e Claudio Pescetelli

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Riccardo Bertoncelli, Enciclopedia del Bitt Italiano (appendice alla Enciclopedia del Rock Anni '60, IV ed., Arcana editrice, 1989)
  • Spencer Leigh, Twist and Shout!: Merseybeat, The Cavern, The Star-Club and The Beatles, ed. Nirvana Books, 2004
  • Alessio Marino, BEATi voi! Interviste e riflessioni con i complessi degli anni 60, ed. I libri della Beat Boutique 67, 2007
  • Alessio Marino, BEATi voi N.2! Interviste e riflessioni con i complessi degli anni 60 e 70, ed. I libri della Beat Boutique 67, 2008
  • Alessio Marino, POPzzolo - Viaggio fra i complessi beat e pop degli anni 60 e 70 del basso alessandrino, ed. I libri della Beat Boutique 67, 2009
  • Alessio Marino, Quei Frenetici anni beat a Voghera, ed. I libri della Beat Boutique 67, 2009
  • Alessio Marino, Viguzzolo Beat Festival, ed. I libri della Beat Boutique 67, 2009
  • Alessio Marino, BEATi voi! N.3 - Interviste e riflessioni con i complessi degli anni 60, ed. I libri della Beat Boutique 67, 2010 (e tutta la serie di volumi pubblicati successivamente quadrimestralmente dalla sede del centro studi sul beat italiano)
  • Massimo Masini, Seduto in quel Caffè... - fotocronache dell'era Beat, ed. RFM-Panini, 2003
  • Enzo Mottola, Bang Bang! Il Beat Italiano a colpi di chitarra, Bastogi Editrice Italiana, 2008
  • Claudio Pescetelli, Ciglia ribelli - ed. I libri di Mondo Capellone, 2003
  • Claudio Pescetelli, Una generazione piena di complessi - Editrice Zona, 2006
  • John Shepherd, Continuum Encyclopedia of Popular Music of the World: Volume II: Performance and Production, ed. Continuum, 2003
  • Nicola Sisto, C'era una volta il beat. Gli anni sessanta della canzone italiana, ed. Lato Side, 1982
  • Tiziano Tarli, Beat italiano. Dai capelloni a Bandiera Gialla, ed. Castelvecchi, 2005
  • Alberto Tonti, Ballarono una sola estate. 70 meteore della canzone italiana degli anni sessanta, ed. Rizzoli, 2007
  • Ursus (Salvo D'Urso), Manifesto beat, ed. Juke Box all'Idrogeno, 1990
  • Umberto Bultrighini, Claudio Scarpa, Gene Guglielmi, Al di qua, al di là del Beat, Le Voci di Tre Testimoni. Editore Carabba, 2011 (riflessioni, ricordi e interviste con i personaggi del periodo, sulla materia del beat italiano. Ben 430 pagine con CD allegato

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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