Deindustrializzazione

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

La deindustrializzazione è un processo che, in maniera inversa all'industrializzazione, porta una nazione o una città a ridurre e/o spostare la propria attività industriale, specialmente pesante e manifatturiera, per motivi di natura socioeconomica. È quindi una riduzione del peso dell'industria nelle economie nazionali che sposta decisamente il proprio peso sul settore terziario.

Descrizione[modifica | modifica sorgente]

Sono state offerte quattro interpretazioni diverse del fenomeno:

  1. Calo di produzione industriale forzato, dovuto alla mancanza di beni necessari allo sviluppo di un dato prodotto o per mancanza di occupazione nel settore. È anche da sottolineare, come questa interpretazione possa venire definita come tipica della recessione e non propriamente il fenomeno che si vuole descrivere, estremamente diverso.
  2. Spostamento significativo di fabbriche e aziende per i servizi in un altro luogo da quello d'origine, dovuto soprattutto a motivi di natura economica (come il calo dei costi di produzione e della manodopera) o di occupazione (mancanza di lavoratori nel settore). È anche da sottolineare, come questa interpretazione possa venire definita come tipica della globalizzazione viste le caratteristiche, ma le due correnti sono diverse.
  3. Calo della quantità di merci importate e progressivo aumento di esporto-importo per stabilizzare l'economia interna.
  4. Significativo degrado economico di una nazione, che porta a un forzato spostamento delle attività industriali per il sostentamento parziale della produzione di beni primari.

Deindustrializzazione delle economie evolute[modifica | modifica sorgente]

Nelle economie evolute è fisiologico un certo grado di deindustrializzazione che si manifesta in forma di terziarizzazione. Si parla in tal caso di economie post-industriali: Europa, Stati Uniti e Giappone.

Settori sempre più ampi della popolazione, lavorano nel settore terziario, ovvero dei servizi (commercio, servizi alla persona, servizi alle imprese, intermediazione, trasporti, ecc...) mentre decresce la quota di forza lavoro all'interno del settore primario (agricoltura) e secondario (industria). Di solito la terziarizzazione comporta benefici economici, ma solamente in quei paesi che hanno già conosciuto una industrializzazione nel passato e in cui la decisione di dismettere l'industria pesante è accompagnata da validi investimenti alternativi, accompagnati da validi programmi di formazione sulle nuove tecnologie.

In Italia[modifica | modifica sorgente]

Alla fine degli anni ’70 l’Italia aveva superato l’Inghilterra, e nessuno 30 anni prima poteva immaginare un risultato del genere. Aveva quasi appaiato la Francia e stava minacciando la Germania. È in quella situazione che si stabilisce, in Europa, l’accordo per i cambi fissi. Che cosa significa? I singoli stati sono responsabili della propria bilancia dei pagamenti, cioè di fronte a un disavanzo commerciale non possono svalutare la propria moneta perché si sono impegnati con i cambi fissi e quindi devono offrire questi titoli ad alto tasso di interesse. Ma far crescere i tassi di interesse non è ininfluente per l’economia, per cui si crea un meccanismo per cui gli stati più forti, che esportano di più, non tenuti a rivalutare la propria moneta, diventano ancora più forti e quindi si abbassano i loro tassi di interesse, fanno più investimenti in tecnologia, sono più competitivi e ricominciano a esportare di più. Invece gli stati deboli, per compensare le importazioni nette, devono emettere titoli e far crescere i tassi di interesse, ma l’aumento dei tassi di interesse determina un accorciamento dell’orizzonte delle imprese e quindi minori prospettive di occupazione per i giovani.

Nel 1982/83 io ero funzionario del Ministero del Bilancio e feci uno studio. Lo feci vedere al Ministro, facendogli presente che questo sistema avrebbe rovinato il Paese perché il debito pubblico, nel giro di 5/6 anni, avrebbe superato il prodotto interno lordo, e la disoccupazione giovanile avrebbe superato il 50%. Ne parlai anche col Ministro del Tesoro, che era Beniamino Andreatta, e con alcuni dell’ufficio studi della Banca d’Italia. Tutti quanti concordarono sul fatto che la mia analisi era esagerata e che non era possibile che il debito pubblico superasse il PIL, perché allora il sistema sarebbe saltato. E io dissi: “scusate, se il debito è un fondo e il PIL è un flusso, non c’è nessun problema! Se io oggi, per farvi un esempio, con 50mila euro di reddito della mia famiglia vado a chiedere un prestito di 200, 250mila euro alla banca, me lo danno. Quindi anche un rapporto di 4/5 volte rispetto al PIL è sostenibile. Se è sostenibile per una famiglia, che tutto sommato non ha la forza di uno Stato, perché uno Stato, se supera il 100% del PIL, dovrebbe vedere chissà quali catastrofi?”. Allora dissero che le preoccupazioni sulla disoccupazione giovanile erano esagerate… Insomma: litigammo, me ne andrai dall’amministrazione e andai a fare altri lavori.

Nel 1989 ebbi uno scambio con l’allora incaricato Presidente del Consiglio che era Giulio Andreotti, il quale mi disse: “Dobbiamo cambiare l’economia italiana perché così non può andare avanti, ci dia una mano”. Io mi misi a disposizione e mi fecero incontrare con il suo braccio destro il quale, come è noto, mi chiese: “Che cosa devo fare per cambiare l’economia di questo Paese?”. Dissi: “Guardi, lei si faccia nominare dal prossimo Governo al Ministero del Bilancio e mi metta in mano tutta la struttura. Al resto ci penso io”. Poi me ne andai, pensando insomma che non sarebbe successo niente. E invece mi chiamò, dopo qualche settimana, e mi disse: “Guardi, sono Ministro del Bilancio” e mi mise a capo di tutta la struttura. Per cui io, nell’autunno del 1989 cominciai a cambiare l’economia di questo Paese. Nel senso perlomeno di rallentare il processo dell’Europa. Poi io ho avuto la buona scuola di Federico Caffè… non ero un euroscettico, però non ero neanche un euroestremista. Insomma, pensavo che l’Italia dovesse anche guardare all’Europa, ma con i suoi tempi, le sue caratteristiche, le sue peculiarità, per cercare di recuperare un po’ di sovranità monetaria etc.

In effetti io lì lavorai due o tre mesi e poi successe l’inferno. Arrivarono al Ministro del Tesoro, Giulio Carli, telefonate dalla Banca d’Italia, dalla Fondazione Agnelli, dalla Confindusitra e, nientedimeno, da un certo Helmut Kohl, il quale era venuto a sapere che c’era questo oscuro funzionario del Ministero del Bilancio che stava cambiando le carte degli accordi. Nel frattempo, però, lo stesso Andreotti stava cambiando idea. Quando mi chiamò, nell’estate dell’89, volevano cambiare. Non volevano fare quello che poi fu fatto. Lui stesso andava in giro dicendo che le rivendicazioni della Germania erano una sciocchezza. Dopo qualche mese ci fu l’accordo tra Kohl e Mitterrand in cui Kohl, in cambio dell’appoggio di Mitterrand per la riunificazione tedesca, rinunciava al marco e quindi accettava la prospettiva dell’euro, accettava cioè di arrivare a una moneta comune che proteggesse la Francia. Ma quest’accordo prevedeva anche la deindustrializzazione dell’Italia. Perché se l’Italia si manteneva così forte dal punto di vista produttivo – industriale, quell’accordo tra Kohl e Mitterrand sarebbe rimasto un accordo così, per modo di dire.

C’erano fondamentalmente, contro la spesa pubblica, contro la classe politica del tempo, contro la sovranità monetaria – per quello che comporta – due correnti. Una era interessata soprattutto ai grandi business delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni. Hanno guadagnato distruggendo l’industria pubblica: c’erano aziende che venivano vendute al loro valore di magazzino, e quindi come andavano in borsa ovviamente alzavano la loro quotazione. Poi c’erano gli altri, che erano magari in buona fede, cioè avevano l’obiettivo di moralizzare il Paese. In entrambi i casi la contropartita è stata negativa: abbiamo perso quel’abbrivio strategico che avevamo nell’ambito della nostra industria. Quindi in sostanza la nostra classe dirigente ha accettato una prospettiva di deindustrializzazione del nostro Paese.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Afonso, A (2005) 'When the Export of Social Problems is no Longer Possible: Immigration Policies and Unemployment in Switzerland' Social Policy and Administration, Vol. 39, No. 6, pp. 653–668
  • Baumol, W J (1967) ‘Macroeconomics of Unbalanced Growth: The Anatomy of Urban Crisis’ The American Economic Review, Vol. 57, No. 3
  • Boulhol, H (2004) ‘What is the impact of international trade on deindustrialisation in OECD countries?’ Flash No.2004-206 Paris, CDC IXIS Capital Markets
  • Brady, David, Jason Beckfield, and Wei Zhao. 2007. “The Consequences of Economic Globalization for Affluent Democracies.” Annual Review of Sociology 33: 313-34.
  • Bluestone, B. and Harrison, B. The Deindustrialization of American: Plant Closings, Community Abandonment and the Dismantling of Basic Industry. New York: Basic Books, 1982.
  • Cairncross, A (1982) 'What is deindustrialisation?' pp. 5–17 in: Blackaby, F (Ed.) Deindustrialisation, London: Pergamon
  • Cowie, J.,Heathcott, J. and Bluestone, B. "Beyond the Ruins: The Meanings of Deindustrialization." Cornell University Press, 2003.
  • Central Intelligence Agency. 2008. “Japan.” Washington, D.C.: Central Intelligence Agency. Ultimo accesso: 22 gennaio 2008 (https://www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/geos/ja.html).
  • CIA World Factbook (2008) 'Sweden'
  • The CIA World Factbook (2008) 'Canada'
  • Feinstein, Charles. 1999. “Structural Change in the Developed Countries During the Twentieth Century.” Oxford Review of Economic Policy 15: 35-55.
  • Fuchs, V R (1968) The Service Economy New York, National Bureau of Economic Research
  • Lever, W F (1991) ‘Deindustrialisation and the Reality of the Post-industrial City’ Urban Studies, Vol. 28, No. 6, Pp. 983-999
  • Goldsmith, M and Larsen, H (2004) "Local Political Leadership: Nordic Style." International Journal of Urban and Regional Research Vol. 28.1, pp. 121–133.
  • Krugman, Paul. "Domestic Distortions and the Deindustrialization Hypothesis." NBER Working Paper 5473, NBER & Stanford University, March 1996.
  • Kucera, D. and Milberg, W (2003) "Deindustrialization and Changes in Manufacturing Trade: Factor Content Calculations for 1978-1995." Review of World Economics 2003, Vol.139(4).
  • Lee, Cheol-Sung. 2005. “International Migration, Deindustrialization and Union Decline in 16 Affluent OECD Countries, 1962-1997.” Social Forces 84: 71-88.
  • Logan, John R. and Swanstrom, Todd, Beyond City Limits: Urban Policy and Economic Restructuring in Comparative Perspective, Temple University Press, 1990.
  • Matsumoto, Gentaro. 1996. “Deindustrialization in the UK: A Comparative Analysis with Japan.” International Review of Applied Economics 10:273-87.
  • Matthews, R C O, Feinstein, C H and Odling-Smee, J C (1982) British Economic Growth, Oxford: Oxford University Press
  • OECD Stat Extracts (2008)
  • Pitelis, C and Antonakis, N (2003) ‘Manufacturing and competitiveness: the case of Greece’ Journal of Economic Studies, Vol. 30, No. 5, pp. 535–547
  • Reisman, G (2002) Profit Inflation by the US Government
  • Rowthorn, R (1992) ‘Productivity and American Leadership – A Review…’ Review of Income and Wealth Vol. 38, No. 4
  • Rowthorn, R E and Wells, J R (1987) De-industrialisation and Foreign Trade, Cambridge: Cambridge University Press
  • Rowthorn, R E and Ramaswamy, R (1997) Deindustrialization–Its Causes and Implications, IMF Working Paper WP/97/42.
  • Rowthorn, Robert and Ramana Ramaswamy (1999) 'Growth, Trade, and Deindustrialization' IMF Staff Papers, 46:18-41.
  • Sachs, J D and Shatz, H J (1995) ‘Trade and Jobs in US Manufacturing’ Brookings Papers on Economic Activity No. 1
  • Vicino, Thomas, J. Transforming Race and Class in Suburbia: Decline in Metropolitan Baltimore. New York: Palgrave Macmillan, 2008.
  • Rodger Doyle, Deindustrialization: Why manufacturing continues to decline, Scientific American Magazine - May, 2002

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

economia Portale Economia: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di economia