Brian Epstein

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Brian Epstein negli anni sessanta

Brian Samuel Epstein (Liverpool, 19 settembre 1934Londra, 27 agosto 1967) è stato un imprenditore britannico.

È noto soprattutto per essere stato il manager dei Beatles. Il suo ruolo nei loro successi iniziali fu determinante e l'intuito imprenditoriale lo portò a una fama senza precedenti per un agente.

Epstein si propose per la gestione del gruppo in un periodo nel quale i Beatles non erano altro che uno dei duecento gruppi beat di Liverpool e stavano già lottando da tempo per ottenere il successo. Benché non avesse avuto altre esperienze come agente, Epstein rivelò un'innata abilità nel presentare e promuovere il quartetto. Morì prematuramente a causa di un'overdose di anticonvulsanti e alcool.

Infanzia e giovinezza[modifica | modifica sorgente]

La casa in cui crebbe

Nato da Malka (conosciuta come Queenie) e Harry Epstein, Brian fu il primogenito di una famiglia benestante di religione ebraica. I suoi genitori possedevano in Walton Road, a Liverpool, un negozio di mobili vicino a un negozietto di strumenti musicali, il North End Music Store (dove la famiglia di Paul McCartney aveva comprato un pianoforte), che in seguito gli Epstein avevano rilevato ampliandone l'assortimento con dischi, grammofoni e radio. Brian Epstein ebbe una formazione scolastica irregolare cambiando sette istituti a causa dei risultati deludenti, fra essi il Southport College, il Liverpool College, Beaconsfield e il Wreckin College[1]. Lasciata la scuola a quindici anni, dopo una parentesi come venditore nel negozio di famiglia e dopo il servizio militare con congedo anticipato studiò alla Royal Academy of Dramatic Art di Londra; abbandonata l'accademia al terzo trimestre, fu mandato da suo padre a lavorare nel nuovo negozio di dischi NEMS a Liverpool. Infine, dopo che un secondo negozio fu aperto al 12-14 di Whitechapel, Brian Epstein fu incaricato di gestire il settore musicale. Dal 3 agosto 1961, iniziò a scrivere regolarmente sulla rivista Mersey Beat[2].

Il manager dei Beatles[modifica | modifica sorgente]

Il Cavern Club, ricostruito nel Beatles Story Museum.

Epstein si dimostrò un ottimo venditore, con innate doti di persuasione[3], un grande fiuto per i successi musicali e attenzione ai bisogni della clientela[4]. Poiché nell'ottobre 1961 più di una persona richiedeva al suo negozio di dischi il 45 giri che il gruppo (che nelle etichette originarie del disco figurava col nome di Beat Brothers[5] aveva inciso in Germania con Tony Sheridan[6], Brian Epstein, non riuscendo a procurarselo, si rivolse direttamente ai Beatles per ottenere informazioni. Assieme al proprio assistente Alistair Taylor, andò a vederli in una esibizione al Cavern Club, rimanendo folgorato dalla performance e dal successivo incontro con il quartetto in camerino. «Credo che siano fantastici» commentò uscendo rivolto a Taylor. E aggiunse: «Credi che dovrei diventare il loro manager?»[7].

A un incontro nel dicembre 1961, i Beatles accettarono di assumere Epstein come manager del gruppo[8]. Il 24 gennaio 1962[9], i quattro membri firmarono un contratto di sei anni che li legava al nuovo manager. Epstein non firmò subito il contratto, lasciando ai Beatles la possibilità di svincolarsi dagli obblighi previsti nell'accordo[10]. Il contratto non era tecnicamente legittimo, poiché McCartney e Harrison non avevano ancora l'età legale per farlo; in teoria avrebbero dovuto firmare i loro padri. Nessuno si accorse di ciò allora[11].

Benché non avesse una precedente esperienza come agente di gruppi, Epstein fu determinante per il successo iniziale della band. Quando vide per la prima volta i Beatles, questi indossavano blue-jeans e giubbotti di pelle, esibendosi in turbolenti concerti rock'n'roll. Egli li incoraggiò a cambiare stile nel vestire e a rendere le loro esibizioni meno ruvide, e così giacca e cravatta divennero la loro divisa al posto dei giacconi di pelle. Inoltre li convinse a non fumare né a mangiare durante i concerti[12], e li persuase a sfoggiare il famoso inchino alla fine dell'esibizione[13].

Le vetrine di HMV in Oxford Street

Dopo che i Beatles vennero rifiutati dalle maggiori etichette europee e statunitensi, compresa la Columbia Records, la Pye Records, la Philips Records, la Oriole Records e la Decca Records, Epstein infine riuscì fortunosamente ad agganciare la Parlophone, una piccola casa di produzione legata alla EMI. Si era rivolto alla HMV di Londra per ottenere un acetato da alcuni nastri che contenevano registrazioni dei Beatles. Durante l'operazione, un tecnico dell’HMV, Jim Foy, rimasto impressionato positivamente dal sound dei nastri[14], mandò Epstein da George Martin, un dirigente della Parlophone. Martin accettò di sentire il gruppo di Liverpool e programmò un'audizione il cui risultato fu ritenuto positivo, anche se pose una condizione: Pete Best, considerato non all'altezza degli altri tre, avrebbe dovuto essere sostituito con un altro batterista[15]. In una successiva riunione, anche Paul McCartney e George Harrison convennero con Brian di allontanare Best[16]. Il suo posto fu preso da Ringo Starr, e così Epstein – chiamato colloquialmente “Eppy” dai quattro musicisti secondo l’abitudine di Liverpool di abbreviare i nomi[17] – diventò uno dei principali promotori del successo del gruppo trasformandosi da manager di un gruppo di provincia a uno dei più potenti imprenditori del mercato musicale. Professionalmente, oltre a curare i Beatles, Epstein cercò di gestire con successo Gerry & The Pacemakers, Billy J. Kramer & The Dakotas, The Big Three[18], i Rustiks, Tommy Quickly, Paddy, Klaus & Gibson, Cilla Black[19]e molti altri artisti.

L'evoluzione del rapporto con i Beatles[modifica | modifica sorgente]

Epstein premiato al Grand Gala du Disque, 1965

Nei successivi anni, il rapporto con la band mutò riflettendo il cambiamento del gruppo. La decisione dei quattro musicisti nel 1966 di cessare le esibizioni live fece temere a Epstein che non avrebbero rinnovato il contratto di management in scadenza nell'ottobre 1967[20]. La cosa era del resto molto probabile, in quanto Epstein era stato sicuramente determinante per il lancio dei Beatles, ma in seguito si era rivelato uno scadente negoziatore e un improvvisato imprenditore. Di fatto, l'unico vero affare lo aveva concluso personalmente proprio con loro, avendo negoziato per sé stesso ben il 25 per cento dei loro compensi. Diversamente andarono le cose quando si trovò a gestire gli interessi del gruppo[21]. Si rivelò disastroso sia nella gestione delle tournée (troppe date e con scarsi ritorni economici, i concerti americani furono quasi tutti in perdita) che in quella dei gadget (per l'utilizzo del nome "Beatles" accettò un esiguo 10 per cento per il gruppo contro il 90 per cento a favore della Stramsact e della consorziata americana Seltaeb, due società che si occupavano del merchandising[22]. Gli stessi Beatles percepivano pochissimo sulla vendita di ogni loro singolo disco. Assai poco lungimiranti, inoltre, gli accordi per la costituzione della Northern Songs, a cui appartenevano le canzoni di Lennon e McCartney[23]. E tuttavia, l'efficienza e le doti organizzative furono riconosciute e rimpiante appena dopo la sua scomparsa. Nel caos della produzione di Magical Mystery Tour, Neil Aspinall ebbe a dire: «Quando Brian era vivo, non c’era mai da preoccuparsi [...] Bastava chiedere quindici automobili e venti stanze d’albergo e tutto era pronto.»[24]. E Alistair Taylor aggiunge: «I Beatles sembravano persi senza Brian»[25].

La vita privata[modifica | modifica sorgente]

La crescente ricchezza esaltò i suoi due vizi inveterati. Epstein era un giocatore e amava il gioco d'azzardo, ai limiti della dipendenza, e col tempo divenne anche un forte consumatore di droghe[26]; anche per queste ragioni era costretto a frequenti visite alla Priory, una esclusiva clinica privata per gente facoltosa, nella quale ritrovava seppur temporaneamente il proprio equilibrio psicofisico[27]. La sua esistenza fu inoltre segnata dagli orientamenti sessuali. Infatti, benché l'informazione fosse stata tenuta strettamente riservata prima della sua morte, Epstein era omosessuale. Nei suoi contatti coi Beatles era in particolare attratto dalla rudezza di Lennon[28], del quale si era innamorato[29]. Nacquero dei pettegolezzi sul fatto che durante una vacanza di quattro giorni in Spagna nel 1963 ci fossero stati dei rapporti sessuali fra i due, fatto che Lennon negò sempre, anche se spesso in modo ambiguo[30][31].

Nell'ottobre 1964, dapprima nel Regno Unito e poi negli Stati Uniti d'America, fu pubblicata A Cellarful of Noise, l'autobiografia di Epstein scritta insieme a Derek Taylor, che era l'assistente di Epstein quell'anno e successivamente addetto stampa dei Beatles dal 1968 al 1970. Lennon, che era sempre crudelmente sarcastico con Epstein, lo derise affermando che la biografia avrebbe dovuto intitolarsi "A Cellarful of Boys" ("Una Collezione di Ragazzi")[32]. L'omosessualità, e soprattutto il tormento di doverla mascherare, furono in larga misura responsabili della sua insicurezza e del suo carattere instabile, fatto di scatti umorali che alternavano reazioni calorose e successivi atteggiamenti gelidi, accessi d'ira incontrollati e repentini pentimenti[33].

A seguito della decisione dei Beatles di produrre la loro musica soltanto in studio evitando esibizioni live, la consapevolezza di non avere più un ruolo attivo e utile, la imminente scadenza del contratto e la paura del mancato rinnovo[34] insieme alla preoccupazione di mantenere nascosti i propri orientamenti sessuali, lo fecero cadere in una spirale di depressione e paranoia[35].

La morte[modifica | modifica sorgente]

Il cimitero di Liverpool dov'è sepolto

Epstein, consumatore abituale di psicofarmaci, fu trovato morto il 27 agosto 1967 nella sua casa londinese di Chapel Street, nel weekend in cui i Beatles erano in Galles per incontrare il guru indiano Maharishi Mahesh Yogi. Non molto tempo prima, il manager aveva tentato per due volte di togliersi la vita[36], e per questa ragione cominciò a serpeggiare l'ipotesi del suicidio, teoria smentita però dalle condizioni del ritrovamento e dal verdetto del coroner secondo il quale la morte di Epstein era da considerarsi accidentale, causata da un'overdose di Carbatrol[37]. Più tardi si diffuse anche la voce sinistra e inquietante che si fosse trattato di un omicidio "a contratto" in seguito al fallimento della Seltaeb. Questa tesi si basava fra l'altro su misteriose telefonate anticipatrici degli eventi e sul suicidio fortemente sospetto di un ex legale della Seltaeb[38], ma non venne mai provata dalle autorità investigative e giudiziarie[39].

In ossequio alle sue origini, dopo un rito funebre officiato il 29 agosto presso la Greenbank Drive Synagogue Brian Epstein venne tumulato nel Cimitero Ebraico di Long Lane a Liverpool, ove è sepolto tuttora[40].

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Epstein, 2013, op. cit., pp. 31-7.
  2. ^ Harry, 2001, op. cit., p. 277.
  3. ^ Il suo primo giorno di lavoro Epstein aveva venduto una tavola da pranzo del valore di dodici sterline a una cliente occasionale che era entrata nel negozio soltanto per acquistare uno specchio. Norman, 1981, op. cit., p. 175.
  4. ^ Se un cliente chiedeva un qualsiasi disco pubblicato nel mondo, era per Epstein un punto d’onore reperirlo anche se ci avesse messo un anno. Taylor, 2011, op. cit., p. 9.
  5. ^ Spitz, 2006, op. cit., p. 161.
  6. ^ Bill Harry afferma che questo episodio, contenuto nell’autobiografia di Epstein A Cellarful of Noise, è inventato poiché Epstein, per il lavoro che svolgeva, non poteva non conoscere – almeno di nome – i Beatles. V. Harry, 2001, op. cit., p. 282.
  7. ^ Taylor, 2011, op. cit., p. 21.
  8. ^ Bramwell, 2006, op. cit., p. 55.
  9. ^ Miles, 1997, op. cit., p. 76.
  10. ^ Epstein, 2013, op. cit., p. 76.
  11. ^ Hertsgaard, 1995, op. cit., p. 414.
  12. ^ Davies, 2009, op. cit., p. xlix.
  13. ^ Rodriguez, 2012, op. cit., p. 33.
  14. ^ Spitz, 2006, op. cit., p. 187.
  15. ^ Rivolto a Brian Epstein, Martin disse: «Non so cosa pensa lei di Pete [Best], ma lui non suonerà su nessun disco». In Martin, 2008, op. cit., p. 163.
  16. ^ Norman, 1981, op. cit., p. 217.
  17. ^ Barrow, 2005, op. cit., p. 31.
  18. ^ Taylor, 2011, op. cit., p. 61.
  19. ^ Harry, 2001, op. cit., p. 282.
  20. ^ Norman, 1981, op. cit., p. 417.
  21. ^ Hertsgaard, 1995, op. cit., p. 92.
  22. ^ Norman, 1981, op. cit., p. 293.
  23. ^ Paul McCartney si è detto convinto che ai Beatles siano stati nascosti da Dick James, responsabile della Northern Songs, guadagni che ammontavano a milioni di dollari. In Spitz, 2006, op. cit., p. 233.
  24. ^ Norman, 1981, op. cit., p. 441.
  25. ^ Taylor, 2011, op. cit., p. 198.
  26. ^ Barrow, 2005, op. cit., pp. 84-5.
  27. ^ Bramwell, 2006, op. cit., p. 135.
  28. ^ Norman, 1981, op. cit., p. 186.
  29. ^ Ricorda Joe Flannery: «Sono stato seduto con lui [Brian] per ore, mentre piangeva per le cose che John gli aveva detto.» In Norman, 1981, op. cit., p. 201.
  30. ^ Ammise Lennon: «Era quasi una storia d’amore, ma non del tutto. Non è stata consumata, pur essendo stata una relazione molto intensa.» In Spitz, 2006, op. cit., p. 256. E in Wenner, 2009, op. cit., p. 71, alla domanda esplicita se avesse avuto una storia con Epstein, Lennon rispose fra le risatine di Yoko Ono: «No, non una storia.»
  31. ^ Smentisce invece decisamente Cynthia Powell: «Niente potrebbe essere così lontano dal vero. John era eterosessuale al cento per cento e, come molti ragazzi di quel periodo, provava sconcerto per l’omosessualità.» C. Lennon, op. cit., p. 104.
  32. ^ Spitz, 2006, op. cit., pp. 317-8.
  33. ^ Miles, 1997, op. cit., p. 75.
  34. ^ Barrow, 2005, op. cit., pp. 216-7.
  35. ^ Bramwell, 2006, op. cit., p. 220.
  36. ^ Bramwell, 2006, op. cit., p. 212.
  37. ^ Bramwell, 2006, op. cit., p. 220.
  38. ^ Norman, 1981, op. cit., pp. 429-30.
  39. ^ L’ex assistente e amico Derek Taylor in seguito scrisse: «L’inchiesta si concluse con un esito che non individuava possibili colpevoli per la morte di Brian, e non ci fu – allora come ora – nessuna ipotesi di suicidio». In Harrison, 2002, op. cit., p. 35. Anche George Martin, propendendo per la tesi della morte accidentale, sostiene: «Ancora oggi [1994] sono certo che Brian non intendesse togliersi la vita. Se fosse stato così, l’avrebbe fatto con più ostentazione. A quanto pareva se ne era andato senza chiasso, con un sospiro. Era un uomo di spettacolo. Se avesse pianificato davvero la propria morte, non l’avrebbe mai organizzata in quel modo così dimesso.» In Martin, 2008, op. cit., p. 185.
  40. ^ Marziano, 2010, op. cit., p. 67.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • (EN) Tony Barrow, John, Paul, George, Ringo & Me, New York, Thunder’s Mouth Press, 2005. ISBN 1-56025-882-9.
  • (EN) Tony Bramwell, Magical Mystery Tours - My Life with the Beatles, New York, St. Martin’s Press, 2006. ISBN 978-0-312-33044-6.
  • (EN) Hunter Davies, The Beatles - The Classic Updated, New York/London, W.W. Norton & Company, 2009. ISBN 978-0-393-33874-4.
  • Brian Epstein, Una cantina piena di rumore, Roma, Arcana, 2013. ISBN 9788862312899. (A Cellarful of Noise, Souvenir Press, London, 1964)
  • George Harrison, I Me Mine, Milano, Rizzoli, 2002. ISBN 88-7423-014-1. (I Me Mine, Chronicle Books, San Francisco, 2002)
  • Bill Harry, Beatles - L’enciclopedia, Roma, Arcana, 2001. ISBN 88-7966-232-5. (The Beatles Encyclopedia, Blandford, London, 1997)
  • Mark Hertsgaard, A Day in the Life - La musica e l’arte dei Beatles, Milano, Baldini&Castoldi, 1995. ISBN 88-859-8791-5. (A Day in the Life - The Music and Artistry of the Beatles, Macmillan, New York, 1995)
  • (EN) Cynthia Lennon, John, London, Hodder & Stoughton Ltd, 2006. ISBN 978-0-340-89512-2.
  • George Martin, Summer of Love - The Making of Sgt. Pepper, Roma, Coniglio Editore, 2008. ISBN 978-88-6063-160-2. (Summer of Love - The Making of Sgt. Pepper, Macmillan, London, 1994)
  • Alfredo Marziano e Mark Worden, Penny Lane - Guida ai luoghi leggendari dei Beatles, Firenze, Giunti, 2010. ISBN 978-88-09-74526-1.
  • Barry Miles, Paul McCartney - Many Years From Now, Milano, Rizzoli, 1997. ISBN 88-17-84506-X. (Many Years From Now, Kidney Punch Inc., 1997)
  • Philip Norman, Shout! - La vera storia dei Beatles, Milano, Mondadori, 1981. (Shout!, Simon & Schuster, New York, 1981)
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  • Jann S. Wenner, John Lennon ricorda - Intervista integrale a ‘Rolling Stone’ del 1970, Vercelli, White Star, 2009. ISBN 978-88-7844-473-7.

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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