Marlene Dietrich

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Marlene Dietrich

Marie Magdalene "Marlene" Dietrich (Berlino, 27 dicembre 1901Parigi, 6 maggio 1992) è stata un'attrice e cantante tedesca naturalizzata statunitense.

Fra le più note icone del mondo cinematografico della prima metà del Novecento, la Dietrich fu un vero e proprio mito, lasciando un'impronta duratura attraverso la sua recitazione, le sue immagini e l'interpretazione delle canzoni (arricchite da una voce ammaliante e sensuale). La Dietrich fu una delle prime dive grazie a un mix di qualità, raramente ripetuto dopo di lei, che fu sufficiente a farla entrare nella leggenda dello show business quale modello di femme fatale per antonomasia. Il suo mito nacque e si sviluppò in contrapposizione a quello della divina Greta Garbo, entrambe star di punta di due compagnie di produzione rivali.

L'American Film Institute ha inserito la Dietrich al nono posto tra le più grandi star della storia del cinema.[1]

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

I primi successi[modifica | modifica wikitesto]

Nacque a Schöneberg, oggi quartiere di Berlino, il 27 dicembre 1901, da Louis Erich Otto Dietrich (ufficiale militare prussiano) e da Elisabeth Josephine Felsing (figlia di un gioielliere), anche se lei stessa dichiarò più volte di essere nata nel 1904. Dal 1907 al 1919 frequentò le scuole di Berlino e di Dessau: a quattro anni iniziò a studiare il francese, l'inglese, il violino (in seguito anche con Friedrich Seitz) e il pianoforte. A causa di uno strappo ai legamenti di un dito della mano fu costretta a interrompere lo studio della musica strumentale e si diplomò come cantante all'Accademia di Berlino.

Nel 1922 iniziò a calcare i palcoscenici dei teatri di Berlino (Großes Schauspielhaus Berlin) e lavorò con il regista Max Reinhardt, ottenendo piccole parti in alcuni film muti. Il 17 maggio 1923 sposò Rudolf Sieber, un aiuto regista, e un anno dopo nacque la figlia Maria Elisabeth. Nel 1929 arrivò la sua prima interpretazione da protagonista nel film Die Frau nach der man sich sehnt.

L'angelo azzurro[modifica | modifica wikitesto]

L'Angelo azzurro

Nell'ottobre dello stesso anno firmò il contratto per interpretare il film che le diede la fama, L'angelo azzurro, con la regia di Josef von Sternberg, tratto da un romanzo di Heinrich Mann, fratello del più famoso Thomas.

In questo film, che è anche il primo film sonoro del cinema tedesco, la si vede sfoderare un tocco di perversa sensualità ed interpretare la famosa canzone Lola Lola. Le pellicola venne girata in versione multipla, in tedesco e in inglese. I costumi furono disegnati da lei stessa (in seguito saranno disegnati dal sarto Travis Banton). È in questo periodo che il regista Sternberg la convinse a farsi togliere quattro molari e la mise a dieta ferrea per darle un aspetto più "drammatico".

Il giorno dopo la prima de L'angelo azzurro, la stampa berlinese la proclamò una star, capace di mettere in secondo piano anche la prova recitativa del grande attore Emil Jannings, ma l'attrice in quel momento era già sul transatlantico che la portava in America.

La gloria a Hollywood[modifica | modifica wikitesto]

Set di valigie originale di Marlene Dietrich (Filmmuseum Berlin)

Mentre il regista stava ancora montando la versione definitiva la Paramount, che distribuiva negli Stati Uniti L'angelo azzurro, il 29 gennaio 1930 telefonò alla nuova stella e le offrì un contratto di sei anni con uno stipendio iniziale di 500 dollari a settimana e aumenti fino a 3.500 al settimo anno[2]. L'attrice accettò, ma riuscì ad inserire nel contratto una clausola accessoria importante, che si rivelerà onerosa per lo studio: quella di poter scegliere il regista dei suoi film, una condizione maturata per paura di perdere la collaborazione di von Sternberg.

Sul viaggio in transatlantico incontrò Travis Banton, il costumista con il quale collaborò sempre, con il quale aveva in comune l'ammirazione per Sternberg e una straordinaria resistenza fisica alla fatica. Fu in questo periodo che venne scattata la famosa foto di Marlene vestita da yachtman, scattata da Sternberg stesso, che venne diffusa dalla Paramount con la frase di lancio dell'immagine divistica di Marlene: "La donna che perfino le donne possono adorare". Il glamour di quella immagine spazzò via tutte le remore della Paramount che invano aveva tentato di proibirle di mostrarsi in pantaloni: a quell'epoca, indossare vestiti di foggia maschile per una donna era un atto quasi sovversivo.

Marlene Dietrich arrivò così a Hollywood il 2 aprile 1930, dove si rifugeranno dopo il 1933 anche alcuni tra i migliori attori, registi e tecnici del cinema tedesco dell'epoca, in fuga dal nazismo, come Fritz Lang. La Paramount la mise in contrapposizione a Greta Garbo, la star scandinava della MGM. La diva tedesca aveva anche il dono del canto, il che le dava una carta in più nel cinema sonoro.

La Dietrich iniziò quindi a recitare in una serie di film memorabili girati dal suo regista di fiducia, Sternberg, e fotografata solo e soltanto da Rudolph Maté, che le creò quell'immagine di graffiante ma raffinata sensualità che la consegnò alla popolarità mondiale.

Marlene Dietrich in Marocco (1930)

Il primo film americano fu Marocco, nello stesso 1930 (ottobre), nel quale cantava due canzoni e che le valse la nomination all'Oscar come migliore attrice. Marocco uscì negli Stati Uniti prima de L'angelo azzurro (dicembre 1930) e nel marzo 1931 arrivava nelle sale già Disonorata: in pochi mesi era già diventata una star cinematografica mondiale.

In Marocco restò famosa la sua performance canora vestita da uomo e il bacio con una donna del pubblico, il primo bacio omosessuale della storia del cinema. Per Shanghai Express (1932) venne accuratamente studiato il suo look: vestiti neri che la snellissero e piume nere di gallo da combattimento. L'anno dopo Sternberg si rifiutò di dirigerla ne Il Cantico dei Cantici, ma le suggerì comunque di chiedere Rouben Mamoulian, cosa che lei fece puntualmente in virtù della sua libertà contrattuale in merito alla scelta dei registi.

I film successivi più celebri sono tutti declinazioni su sfondo fantasiosamente esotico della sua immagine di diva, come era successo in Marocco: la Russia con L'imperatrice Caterina, la Spagna con Capriccio spagnolo (1935), che fu l'ultimo film nel quale collaborò con Sternberg. Per quest'ultimo film essa voleva dare una sfumatura mediterranea al personaggio di Conchita e cercò di scurirsi gli occhi, usando un collirio per dilatare le pupille. Non riuscendo però a muoversi sul set confessò a Sternberg la sua cattiva trovata ed egli la rassicurò: con un pezzo di carta che copriva una parte del riflettore che illuminava il suo primo piano riuscì a darle la sfumatura bruna cercata[3].

La professionalità e la determinazione della Dietrich sul set erano proverbiali. Con la disciplina essa pretendeva da sé stessa un'interpretazione perfetta, che andasse a coprire qualche pecca sul profilo dell'interpretazione drammatica. In Capriccio spagnolo, ad esempio, Sternberg aveva ideato la scena di presentazione di un personaggio, con il primo piano di un palloncino che scoppia e mostra il volto della diva. Le venne richiesto di restare impassibile allo scoppio del palloncino, evitando il riflesso naturale di sbattere almeno le palpebre: essa si sottopose a prove estenuanti, ma alla fine riuscì ad eseguire, come sempre, la corretta performance[4].

Il grande successo in USA e la cittadinanza[modifica | modifica wikitesto]

La Dietrich canta per un soldato durante la seconda guerra mondiale

Nel 1934 arrivò a guadagnare 350.000 dollari l'anno, una cifra astronomica che la rendeva una delle persone più ricche degli Stati Uniti[5]. Sempre nello stesso anno fece un viaggio in Europa. I suoi familiari la seguirono poi nell'avventura americana, anche se ormai viveva separata dal suo unico marito che conviveva con una sua ex-amica; del resto erano innumerevoli le avventure che si concedeva con amanti di ambo i sessi: la sua era una vita che molti definivano scandalosa. Il rapporto con Sternberg era molto teso: entrambi si sfidavano continuamente e arrivavano ad aggredirsi verbalmente durante le riprese[6]. La rottura definitiva avvenne nel 1935, soprattutto per volontà del regista. L'immagine della diva tedesca restò comunque ancorata a quella creata da Sternberg.

Dopo sette anni di permanenza negli USA ottenne la cittadinanza. Con gli Stati Uniti collaborò durante la seconda guerra mondiale e dal 1944 tenne spettacoli di intrattenimento per le truppe americane, portando la sua arte negli ospedali da campo in Nord Africa e in Europa; cantava con testo in inglese - e con indosso un'uniforme di sua creazione - la canzone tedesca Lili Marleen, che sarebbe poi diventata il suo inno.

Dal 1954, quando la carriera cinematografica era in declino, si esibì su consiglio del commediografo Noel Coward, che ne fu l'organizzatore, in spettacoli in cui cantava le canzoni dei suoi film ed intratteneva il pubblico con monologhi estemporanei. Lo show fu portato in giro per tutto il mondo con grande successo e con lauti compensi.

Ma alla fine degli anni cinquanta la Dietrich diede ancora due grandi prove d'attrice nei classici Testimone d'accusa di Billy Wilder e L'infernale Quinlan di Orson Welles.

Il tramonto[modifica | modifica wikitesto]

Vincitori e vinti (Judgment at Nuremberg, 1961)

Il suo ultimo film fu Gigolò, interpretato accanto a David Bowie.

Nel 1984 l'attore Maximilian Schell le dedicò un film-intervista, Marlene,[7] che l'attrice accettò di fare solo per denaro[senza fonte]. Non camminava già quasi più a causa di una frattura al femore, provocata da una caduta in bagno mentre era, si disse, completamente ubriaca[senza fonte]. Per non far conoscere le sue condizioni si presentò all'intervista su una sedia a rotelle, dichiarando di aver preso una storta ad una caviglia. Inoltre pretese ed ottenne dal regista di non apparire, se non in materiale di repertorio, e di far solamente udire la sua voce.

Secondo alcune fonti l'artista complicò la sua salute per la prima volta nel 1972, durante uno spettacolo al Queen's Theatre di Londra, cadendo dopo un'uscita di scena. Ad aggravare ancora di più la situazione si aggiunse un'ulteriore caduta, avvenuta durante un'esibizione tenutasi ad Ottawa, in Canada, e, successivamente, quella dell'ultima apparizione pubblica a Sydney, in Australia, nel 1975, che la costrinsero al ritiro definitivo dalle scene.[8]

Marlene morì dopo circa otto anni di immobilizzazione a letto, il 6 maggio 1992. La lunga degenza era stata accompagnata da fasi depressive acute. Il decesso fu attribuito ufficialmente ad un infarto che la colpì nel sonno, ma le cause della morte sono sempre rimaste poco chiare, specialmente dopo le dichiarazioni rilasciate nel 2002 dalla sua segretaria Norma Bousquet, la quale affermò che l'attrice si era suicidata con una forte dose di sonnifero[senza fonte]. La camera ardente fu aperta al pubblico sin dal giorno della sua morte, nella Chiesa della Madeleine a Parigi e venne, successivamente, spostata in Germania e sepolta il 16 maggio nel Cimitero di Friedenau a Berlino, accanto alla madre.[9]

« Quando sono vicino alla mamma, non mi può accadere nulla. »
(Marlene Dietrich, Marlene D., 1984)

L'immagine della Diva[modifica | modifica wikitesto]

« I monologhi sentimentali non s'addicevano al mio registro. Dovetti quindi adottare uno stile diverso, insinuarmi faticosamente nella pelle di un altro tipo di donna. Non era una donna che mi piacesse. Ma imparai dolcemente tutte le sue detestabili battute. »
(Marlene Dietrich, Marlene D., 1984)

L'immagine di diva di Marlene Dietrich venne modellata da von Sternberg, che la tratteggiò con efficacia nelle sette regie dei primi anni trenta, e che poi venne replicata all'infinito, anche nelle sue performance canore dal vivo. La sua immagine era essenzialmente quella di donna fatale, trasgressiva, dominatrice, altera e fiera, ma il tratto più originale era il rapporto duplice e ambiguo che Marlene poteva avere con entrambi i sessi, trattato in maniera molto esplicita e spavalda. Anche la Garbo aveva un'androginia (forse era bisessuale[senza fonte]), ma il suo personaggio era più spirituale e psicologico, sempre legato all'erma bifronte di donna fredda e calcolatrice o eroina romantica. Marlene era invece "la donna che perfino le donne possono adorare".

La Dietrich vestita da uomo nel 1933

La figlia della Dietrich riportò come fin dal primo incontro con Sternberg sua madre avesse colpito subito il regista, che prima di farla cantare in inglese le fissò personalmente gli spilli al vestito e le sistemò i capelli. Nei film tedeschi la Dietrich non si riteneva fotogenica, ma Sternberg riuscì a renderla ancora più bella.

In Marocco venne ripresa dall'operatore Lee Garmes[10], che la seguì anche nei tre film successivi. La luce che creò per esaltare la sua immagine era un morbido flou, con luce da nord alla Rembrandt, in maniera da valorizzare i suoi zigomi. Le scene girate di notte inoltre erano illuminate come in pieno giorno.

La collaborazione tra Sternberg, Banton, Garmes e la stessa Dietrich crearono la sua immagine che divenne leggendaria. Secondo le lettere che essa scrisse al marito a proposito di Marocco, Sternberg giocò con la luce creando un'aureola con le punte dei capelli illuminati, scavando le sue guance con le ombre, ingrandendole gli occhi. Ma Marlene non era un soggetto passivo nelle mani del regista e dei collaboratori: anch'essa era un soggetto attivo nella creazione della sua immagine, dalla quale traspariva anche un forte autocompiacimento: accanto alla cinepresa essa faceva sempre sistemare un grande specchio semovente dove controllava la sua figura. Sternberg le scrisse: «Hai permesso alla mia macchina da presa di adorarti e a tua volta hai adorato te stessa».[11]

Un problema di immagine nacque quando, nel 1931, la Dietrich fece portare a Hollywood sua figlia: la Paramount era infatti preoccupata che l'immagine di donna fatale cozzasse con quella di madre. Ma allora venne l'intuizione, poi usata per moltissime star, di mescolare il materiale biografico per diffondere, tramite i periodici, l'immagine della persona-star. La Dietrich, come scrisse poi sua figlia, venne presentata come una "Madonna": «Certo la Metro non sarebbe riuscita a trovare una figlia a Greta Garbo dall'oggi al domani!»[12].

L'immagine venne rafforzata da film basati sul suo personaggio fino a Capriccio spagnolo (1935), quando terminò la collaborazione con Sternberg. La sua immagine venne perpetrata identica anche nei film successivi, ma all'abbandono del maestro essa iniziò a potenziare la propria immagine mediatica. Se prima evitava la mondanità hollywoodiana, dopo il 1935 vi si gettò a capofitto, con il fedele sarto Travis Banton a disegnarle i costumi, oltre che per il set, anche per le esibizioni in pubblico.

Mitico è rimasto il party in costume dove si presentò vestita da Leda, disegnando una vera icona camp: si presentò con i riccioli corti, alla greca, e inguainata da un vestito di chiffon bianco con piume che le ricoprivano la metà del corpo e una testa di cigno appoggiata sul seno; la accompagnava una sua amante-attrice vestita "da Dietrich", cioè con il cappello a cilindro e il frac.

Rifiuto del nazismo e rapporti con la Germania[modifica | modifica wikitesto]

Il rapporto con la sua patria di origine fu il dramma della sua vita. Marlene, profondamente legata alla sua identità tedesca ("Grazie a Dio, sono nata a Berlino" disse più volte) non perdonava alla Germania il regime nazista e, anche se Goebbels e Hitler (che la corteggiò a lungo) avrebbero voluto che diventasse una delle grandi rappresentanti del nazismo, lei rifiutò sempre ogni proposta in tal senso. Durante la guerra, ormai cittadina americana, accentuò la propria opposizione alla Germania nazista, con una esplicita testimonianza che giunse ad accompagnare le truppe alleate con le proprie esibizioni, sia in Nord Africa che sul suolo europeo. La fama della canzone Lili Marleen e dell'interprete fu di tale dimensione da divenire l'immagine di universalizzazione del conflitto per gli Alleati, proponendo l'idea di una guerra non contro le Potenze dell'Asse, ma per la democrazia e la libertà.

Nel 1947, prima donna della storia, ricevette la Medal of Freedom, massima onorificenza civile concessa negli Stati Uniti d'America[13]. Ella dichiarò che lo considerava il riconoscimento di cui andava più fiera. Nel 1950 fu anche insignita dal governo francese della Legion d'onore, come riconoscimento della sua testimonianza per la democrazia in tempo di guerra.

Ancora molti anni dopo la fine della seconda guerra mondiale la valutazione della Dietrich è controversa in Germania. Alcuni suoi compatrioti la ritennero una "traditrice" della patria. Quando l'attrice nel 1960 tornò in Germania nell'ambito di una grande tournée in giro per il mondo, durante una sua performance al "Berlin's Titania Palast theatre" alcuni protestarono, scandendo la frase "Marlene Go Home!". D'altra parte la Dietrich fu calorosamente accolta da altri tedeschi, fra i quali il sindaco di Berlino Willy Brandt, che era stato anche lui un oppositore del nazismo costretto all'esilio. Quella fu l'ultima volta che l'artista si recò in Germania. Più volte poi, dopo la morte, la sua tomba fu oggetto di vandalismi da parte di neonazisti[senza fonte].

In un'occasione Marlene Dietrich disse che a volte sentiva una responsabilità personale, perché se avesse accettato le offerte sessuali di Hitler forse sarebbe riuscita a cambiare il modo di vedere del dittatore e a evitare la guerra mondiale.[14] Nel 1996 venne deciso, dopo un acceso dibattito, dalle autorità locali di Berlin-Schöneberg, il suo paese di nascita, di non intitolarle una strada. Ma l'8 novembre 1997 le venne intitolata la centrale "Marlene-Dietrich-Platz" a Berlino. La motivazione recita: «Berliner Weltstar des Films und des Chansons. Einsatz für Freiheit und Demokratie, für Berlin und Deutschland» ("Star berlinese nel mondo, per il cinema ed il canto. Impegnata per la libertà e la democrazia, per Berlino e per la Germania").

Dietrich venne dichiarata cittadina onoraria di Berlino il 16 maggio 2002. Nel suo "memoriale" è scritto:

  • "Tell Me, Where the flowers are?" ("Ditemi, dove sono andati tutti i fiori?")

Il verso dell'epigrafe si richiama al titolo della canzone antimilitarista resa celebre in tutto il mondo da Pete Seeger e Joan Baez e ricorda che la Dietrich fu la prima a interpretarla in tedesco. La negazione della guerra fu sempre presente nelle sue convinzioni e la portò a eseguire la canzone di Bob Dylan Blowin' in the Wind, nel 1963.

Vita privata[modifica | modifica wikitesto]

La tomba di Marlene Dietrich al Cimitero di Friedenau.

Grande scrittrice di lettere e diari, raccolse nella sua casa di Parigi circa 300.000 testimonianze della sua vita. Marlene Dietrich era atea[15] e dichiaratamente bisessuale. La Dietrich ebbe molti amanti famosi, sia nel mondo del cinema che tra scrittori famosi, fra i quali Hemingway. Ebbe anche molti amici tra gli omosessuali: le donne erano affascinate da lei e gli uomini ammaliati dal suo fascino. Fu legata anche allo scrittore Erich Maria Remarque, il cui amore non era tuttavia ricambiato. Lo scrittore era molto geloso di Jean Gabin, reduce da una lunga relazione con l'attrice; nonostante ciò Remarque e la Dietrich ebbero anche in seguito una lunga corrispondenza (ma le lettere inviate dall'attrice allo scrittore sono state quasi tutte distrutte dall'ultima moglie di Remarque, l'attrice Paulette Goddard).

Parlava l'inglese, il francese e l'italiano. Amava l'Italia, dove soggiornava per brevi vacanze lontana da tutti. Ad Avesa, allora comune autonomo alle porte di Verona, trascorse un periodo da una sua amica artista alla fine degli anni Trenta.[16] A breve distanza una dall'altra, fra il 1979 e il 1984, pubblicò due autobiografie, la seconda delle quali intitolata laconicamente Marlene D.. È stata la prima donna a farsi assicurare le gambe, stipulando un contratto con la società londinese Lloyd's. Si sposò solo una volta: con il produttore statunitense Rudolf Sieber, nel 1923, a cui rimase legata fino alla morte di Sieber, avvenuta nel 1976. Sieber non divorziò mai dalla Dietrich, nonostante tutte le sue infedeltà e storie d'amore con divi di Hollywood e scrittori famosi(come il già citato Erich Maria Remarque), perché era a conoscenza e a quanto pare sopportava, tutte le relazioni extraconiugali della moglie.

Premi e riconoscimenti[modifica | modifica wikitesto]

Omaggi[modifica | modifica wikitesto]

Pare che Bob Dylan si sia ispirato a lei nello scrivere la canzone Forever Young[senza fonte]. Suzanne Vega, nella sua canzone Marlene on the Wall, cita e omaggia l'attrice, ricordando nel testo della canzone la fotografia della Dietrich che era appesa nella sua stanza durante la sua adolescenza. Peter Murphy le dedica una sentimentale poesia nel brano Marlene Dietrich's Favourite Poem. La raffinata immagine di Freddie Mercury nella copertina dell'album Queen II del 1974 è ispirata a una famosa foto di Marlene Dietrich, mentre i Marlene Kuntz si sono ispirati al nome di Marlene Dietrich. Francesco De Gregori cita "Lili Marlene" nel suo brano Alice, e il nome di Marlene Dietrich viene citato anche in una canzone scritta da Franco Battiato dal titolo Alexanderplatz.

Innumerevoli, dopo la sua scomparsa, sono stati e continuano ad essere i lavori cinematografici, televisivi, radiofonici e teatrali a lei ispirati. Il più noto è Bugsy di Barry Levinson - iniziato a girare quando la Dietrich era ancora in vita - con Warren Beatty, Elliott Gould, Harvey Keitel, Ben Kingsley e Joe Mantegna, che uscì pochi mesi prima della scomparsa della diva. Il suo ruolo - e sarà la prima volta che Hollywood porta sullo schermo il personaggio Marlene Dietrich - era interpretato dall'attrice/cantante croato-americana Ksenija Prohaska, la quale dal 1999 porta in scena in tutto il mondo e in diverse lingue il monodramma musicale Marlene Dietrich, un monoshow con musiche dal vivo che le ha fruttato numerosi riconoscimenti tra cui il Premio Adelaide Ristori, conferitole dal Mittelfest diretto da Moni Ovadia.

Nel 2000 la vita di Marlene Dietrich fu portata sullo schermo in una co-produzione italo-tedesca dal regista tedesco Joseph Vilsmaier con il titolo Marlene, nel quale la parte della protagonista è interpretata dall'attrice tedesca Katja Flint.

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Presidential Medal of Freedom - nastrino per uniforme ordinaria Presidential Medal of Freedom
Ordine di Leopoldo - nastrino per uniforme ordinaria Ordine di Leopoldo
— 1963
Ufficiale della Legion d'Onore - nastrino per uniforme ordinaria Ufficiale della Legion d'Onore
— 1971
Commendatore della Legion d'Onore - nastrino per uniforme ordinaria Commendatore della Legion d'Onore
— 1989
Cavaliere dell'Ordine della Legion d'Onore - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine della Legion d'Onore
— Francia[17]
  • Cittadinanza Onoraria di Berlino (postuma; 2002)

Filmografia[modifica | modifica wikitesto]

Film o documentari dove appare Marlene Dietrich[modifica | modifica wikitesto]

Doppiatrici italiane[modifica | modifica wikitesto]

  • Tina Lattanzi in L'angelo azzurro (ridoppiaggio 1950), Marocco, Disonorata, Shanghai Express, Venere bionda (ridoppiaggio 1951), Il cantico dei cantici, L'imperatrice Caterina, Capriccio spagnolo, Desiderio, La taverna dei sette peccati, La signora acconsente, I cacciatori dell'oro, La febbre dell'oro nero, La nave della morte, Kismet, Turbine d'amore, Paura in palcoscenico, Rancho Notorious
  • Andreina Pagnani in Venere bionda, Il giardino di Allah (ridoppiaggio 1949), Angelo, L'ammaliatrice, Fulminati, Passione di zingara, Scandalo internazionale, Testimone d'accusa, L'infernale Quinlan
  • Lydia Simoneschi in Partita d'azzardo, Il viaggio indimenticabile, Il giro del mondo in ottanta giorni, Vincitori e vinti
  • Vittoria Febbi nei ridoppiaggi di Marocco, Venere bionda, L'ultimo treno da Mosca, Paura in palcoscenico
  • Paola Bacci nei ridoppiaggi di Disonorata, L'imperatrice Caterina, Desiderio
  • Maria Fiore nel ridoppiaggio de I cacciatori dell'oro
  • Pinella Dragani nel ridoppiaggio de Il cantico dei cantici
  • Cristiana Lionello nel ridoppiaggio in DVD de L'infernale Quinlan[19]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ (EN) AFI's 50 Greatest American Screen Legends, American Film Institute. URL consultato il 16 novembre 2014.
  2. ^ Jandelli, op. cit., pag. 70.
  3. ^ Riva, op. cit., pag. 312-313.
  4. ^ Riva, op. cit., pag. 313-315.
  5. ^ Idem
  6. ^ Jandelli, op. cit., pag. 73.
  7. ^ Marlene, imdb.com. URL consultato il 22 marzo 2014.
  8. ^ A Legend's Last Years, people.com, 1º giugno 1992. URL consultato il 22 marzo 2014.
  9. ^ A Berlino l'ultimo volo dell'angelo, Corriere della Sera, 8 maggio 1992, p. 39. URL consultato il 22 marzo 2014.
  10. ^ Lee Garmes: Oscar per la miglior fotografia nel 1960.
  11. ^ Riva, op. cit., pag. 73.
  12. ^ Riva, op. cit., pag. 100.
  13. ^ (EN) The Legendary, Lovely Marlene - Dietrich's War. URL consultato il 22 marzo 2014.
  14. ^ Peter Bogdanovich, Chi c'è in quel film? Ritratti e conversazioni con le stelle di Hollywood, tradotto da Roberto Buffagni, Roma, Fandango Libri, 2008, p. 555, ISBN 978-88-6044-067-9.
  15. ^ Le Regine del Cinema, Gremese editore.
  16. ^ Le mie notti sotto le stelle con la Dietrich, larena.it, 22 settembre 2013. URL consultato il 22 marzo 2014.
  17. ^ (EN) Harvey Weinstein to Become Chevalier of the Order of the Legion of Honor, altfg.com. URL consultato il 22 marzo 2014.
  18. ^ La Dietrich ottenne dal regista Maximilian Schell di far solo udire la sua voce, senza apparire fisicamente.
  19. ^ La pagina di Cristiana Lionello, antoniogenna.net. URL consultato il 26 marzo 2014.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Maria Riva, Marlene Dietrich, trad.: Roberta Rambelli, Piacenza, Frassinelli, 1993. p. 725 ISBN 88-7684-241-1
  • Cristina Jandelli, Breve storia del divismo cinematografico, coll.: Elementi, Venezia, Marsilio Editore, 2008. p. 206 ISBN 978-88-317-9299-8
  • Marlene Dietrich "Dizionario di buone maniere e cattivi pensieri", Castelvecchi editore, 2012

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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