Pianoforte

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Pianoforte
Steinway & Sons concert grand piano, model D-274, manufactured at Steinway's factory in Hamburg, Germany.png
Un moderno pianoforte a coda, di fabbricazione Steinway & Sons
Informazioni generali
Origine Italia
Invenzione XVIII secolo
Inventore Bartolomeo Cristofori
Classificazione 314.122-4-8
Cordofoni a tastiera, a corde percosse
Utilizzo
Musica galante e classica
Musica europea dell'Ottocento
Musica contemporanea
Musica jazz e black music
Musica pop e rock
Estensione
Pianoforte – estensione dello strumento
Genealogia
 Antecedenti Discendenti 
Fortepiano, Clavicordo Tastiera, Sintetizzatore, Continuum, Pianoforte elettrico
Ascolto
Studio n. 12 in do minore op. 25 di Fryderyk Chopin (info file)

Il pianoforte è uno strumento musicale a corde percosse mediante martelletti azionati da una tastiera.

La tastiera è composta da 88 tasti, 52 di colore bianco e 36 di colore nero. I tasti bianchi rappresentano le note: do, re, mi, fa, sol, la, si. I tasti neri, invece, individuano le alterazioni (note bemolli e quelle diesis). Il pianoforte è il più diffuso strumento appartenente ai cordofoni a corde percosse, altri membri sono il clavicordo, oggi limitatamente utilizzato, e il fortepiano, progenitore del pianoforte.

L'origine della parola pianoforte è italiana ed è riferita alla possibilità che lo strumento offre di suonare note a volumi diversi in base al tocco, possibilità negata invece da strumenti precedenti quali il clavicembalo.

Anche mediante l'intervento sui pedali, che azionano particolari meccanismi, l'esecutore può modificare il suono risultante.

Chi suona il pianoforte viene chiamato pianista.

Struttura del pianoforte

In quanto strumento dotato di una tastiera e di corde, il pianoforte è simile al clavicordo e al clavicembalo, dai quali storicamente deriva. I tre strumenti differiscono nel meccanismo di produzione del suono:

  • nel clavicembalo, le corde vengono pizzicate da un plettro posizionato su un'asticella che si alza quando il tasto viene abbassato, non permettendo così di "colorire" il suono;
  • nel clavicordo, le corde vengono colpite da tangenti che possono rimanere in contatto con la corda stessa per la durata dell'azionamento del tasto;
  • nel pianoforte, le corde sono colpite da martelletti che immediatamente rimbalzano, permettendo quindi alla corda di vibrare liberamente, fino al rilascio del tasto che provoca l'intervento dello smorzatore.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi fortepiano.

Il primo modello di pianoforte fu messo a punto da Bartolomeo Cristofori, padovano alla corte fiorentina di Cosimo III de' Medici, a partire dal 1688. Per la precisione era un "gravicembalo col piano e forte", chiamato verso la fine del Settecento con il nome "fortepiano". La novità era l'applicazione di una martelliera al clavicembalo. L'idea di Cristofori era di creare un clavicembalo con possibilità dinamiche controllabili dall'esecutore; nel clavicembalo infatti le corde pizzicate non permettono di controllare la dinamica (anche per questo motivo, pianoforte e clavicembalo non appartengono alla stessa sottofamiglia).

Uno dei primi problemi che si presentò fu quello dello scappamento che fu perfezionato da Cristofori nel 1720.

Il fortepiano non ebbe successo in Italia, ma l'idea finì molti anni dopo in Germania, dove il costruttore di organi Gottfried Silbermann nel 1726 ricostruì una copia esatta del pianoforte di Cristofori, che sottopose al parere di Johann Sebastian Bach, che ne diede un parere fortemente critico; successivamente, probabilmente a seguito dei miglioramenti tecnici apportati da Silbermann, lo stesso Bach risulta però aver personalmente favorito la vendita di alcuni pianoforti del costruttore, come risulta da un vero e proprio contratto di intermediazione firmato nel 1749. I pianoforti di Silbermann piacquero molto a Federico II di Prussia, che per arricchire i propri palazzi ne comprò sette per 700 talleri (secondo la testimonianza di Johann Nikolaus Forkel, Federico acquistò negli anni più di 15 pianoforti Silbermann).

Alla bottega di Gottfried Silbermann si formò André Stein, che dopo essersi reso indipendente perfezionò ad Augusta, in un proprio stabilimento, i sistemi dello scappamento e degli smorzatori. Nel 1777 ricevette la visita di Wolfgang Amadeus Mozart, il quale fu molto entusiasta delle infinite possibilità espressive dello strumento. I figli di Stein si trasferirono in seguito a Vienna dove crearono una fabbrica di fortepiani.

I primi "pianoforti verticali" furono creati forse nel 1780 da Johann Schmidt di Salisburgo e nel 1789 da William Southwell di Dublino.

Nel 1861 i torinesi Luigi Caldera e Ludovico Montù inventarono il melopiano, ovvero un pianoforte dotato di motore con carica a manovella.[1]

I costruttori francesi più famosi furono Sébastien Érard e Ignace Pleyel, i più grandi produttori di pianoforti dell'Ottocento.

All'inizio del XX secolo la Steinway & Sons di New York brevettò il pianoforte con il telaio in ghisa e divenne il maggior produttore mondiale di pianoforti di qualità.

Un valido costruttore italiano di pianoforti è stato Cesare Augusto Tallone. Attualmente, il costruttore italiano che è assurto a rinomanza mondiale è Fazioli.

La struttura[modifica | modifica sorgente]

Tastiera di un pianoforte

Il pianoforte è costituito da sei parti:

  • la cassa, la tavola armonica;
  • la struttura portante e il rivestimento esterno;
  • la tastiera;
  • la meccanica;
  • la cordiera;
  • i pedali.

La cassa e la tavola armonica[modifica | modifica sorgente]

La cassa e la tavola armonica sono generalmente in legno, principalmente abete e pioppo. Il somiere, parte in cui stanno le caviglie (o piroli) per tirare o allentare le corde, è spesso in legno di faggio.

La tastiera[modifica | modifica sorgente]

Un'ottava con le sue alterazioni

La tastiera è la parte del pianoforte dove sono posizionati i tasti. La base su cui questa regge è spesso in abete. Lo strumento dispone generalmente di 88 tasti (sette ottave e una terza minore), 52 bianchi e 36 neri, disposti nella classica successione che intervalla gruppi di due e tre tasti neri. Esistono alcuni pianoforti (pochi modelli) che si estendono anche di 9 tasti oltre i normali 88, andando verso il basso. Il punto di riferimento centrale della tastiera è il tasto do, chiamato per questo "do centrale". Grazie ai suoi 88 tasti, il piano raggiunge un'estensione di sette ottave.

I tasti dei pianoforti più sofisticati sono spesso in avorio ed ebano, mentre per i pianoforti comuni è usata generalmente la galalite (sostanza di consistenza cornea, ottenuta dalla caseina).

La nota do, a partire dalla quale è possibile eseguire la scala di do maggiore, priva di alterazioni, è il tasto bianco situato esattamente prima di ogni successione di due tasti neri. Questi ultimi, in genere, in considerazione della tonalità della melodia da eseguire, vengono chiamati bemolle o diesis (più generalmente alterazioni) a seconda che si riferiscano alla nota che li segue o a quella che li precede. Nei due casi, comunque, essi producono un suono che risulta più basso o più alto di mezzo tono rispetto ai tasti bianchi contigui.

La meccanica[modifica | modifica sorgente]

Martelletti, corde, smorzatori e piroli: la meccanica di un pianoforte verticale

La meccanica è una delle parti fondamentali del pianoforte: comprende una serie di strumenti e sistemi che permettono la produzione del suono con l'azione del martelletto sulla corda attraverso l'abbassamento del tasto.

Funzionamento della meccanica[modifica | modifica sorgente]

Quando si preme un tasto del pianoforte, che è una leva imperniata su un bilanciere, la sua parte posteriore (coda) si alza e il perno, al quale è incernierato, fa muovere il cavalletto (due leve libere di muoversi, incernierate sul retro – verso la coda del pianoforte). Il cavalletto, così liberato dal tasto, si solleva, trascinando con sé il bastone dello scappamento (o spingitore – un oggetto a forma di L). Lo scappamento mette in funzione un rullino in feltro che è fissato all'asta del martelletto che di conseguenza si solleva. L'asta superiore del cavalletto va verso l'alto fin quando la sua estremità non tocca il bottoncino di regolazione. Il martelletto continua la sua corsa colpendo le corde e separandosi dal bastone di scappamento e dallo stesso cavalletto. Anche lo spingitore si alza e rimane sospeso fino a quando il tasto non viene rilasciato. Dopo aver percosso la corda, a tasto ancora abbassato, il martelletto ricade anche se non completamente; infatti viene fermato dal rullino dell'asta del martelletto che si adagia sull'asta superiore del cavalletto ancora sollevata. Lo scappamento torna così alla sua posizione iniziale, cioè sotto l'asta del martelletto parzialmente alzato. Allo stesso tempo il paramartelletto impedisce che il martelletto rimbalzi sulle corde percuotendole nuovamente. Nel caso in cui il tasto venga rilasciato solo in modo parziale, il martelletto si muove libero dal paramartello mentre lo spingitore resta alzato. A questo punto se si preme di nuovo il tasto (che non è stato rilasciato completamente), lo scappamento è in grado di spingere di nuovo il rullino e l'asta del martello verso l'alto. Questo sistema è chiamato "doppio scappamento" e permette di eseguire rapidamente la ripetizione di una stessa nota senza che il tasto (e quindi anche il martelletto) ritornino alla propria posizione iniziale. Alla pressione del tasto viene attivato un montante che stacca lo smorzatore della corda relativa al tasto premuto, il quale permette alla corda di vibrare liberamente. Rilasciato il tasto, di circa il 50% della sua corsa, lo smorzatore cade sulla corda bloccandone la vibrazione e tutte le parti della meccanica tornano alla loro posizione d'origine, grazie anche alla forza di gravità. È opportuno ricordare che "doppio scappamento" è solo un modo di dire: in questa guisa è possibile ripetere lo scappamento teoricamente all'infinito.

Il pianoforte verticale non dispone del doppio scappamento, inoltre non tutte le parti della meccanica tornano alla loro posizione iniziale grazie alla forza di gravità, perché i pezzi sono disposti verticalmente, per cui vengono utilizzate piccole strisce di feltro che aiutano il meccanismo.

Parti della meccanica[modifica | modifica sorgente]

Meccanica di un pianoforte a coda

smorzatore (o: smorzo) (15)
corda (16)
telaio (o: piastra) (17)
agraffa (18)
caviglia (o: pirolo) (19)
somiere (20)
paramartello (11)
leva dello smorzo (12)
barra alzatutto (13)
cucchiaio (14)

Fortepian - mechanizm angielski.svg

(10) testa del martello
(9) leva di ripetizione
(8) stiletto (o: manico) del martello
(7) vite di regolazione dello scatto
(6) (vite della) forcola (o: capsula) del martello
(5) montante (o: spingitore)
(4) bottone dello scappamento
(3) cavalletto
(2) pilota
(1) tasto

  • martelli: sono piccoli blocchi in legno rivestiti generalmente in feltro, azionati dalla pressione dei tasti, che producono il suono percuotendo le corde. Appena la corda viene colpita dal martelletto, questo torna nella sua posizione iniziale, permettendo così alla corda di vibrare; quando il tasto viene rilasciato entrano in funzione gli smorzatori.
  • scappamento: è un meccanismo che permette al martelletto di tornare alla sua posizione iniziale, dopo aver percosso la corda, mentre il tasto è ancora abbassato. Generalmente nei pianoforti orizzontali esiste il "doppio scappamento", un sistema che permette di ottenere la ripetizione di una stessa nota a distanza ravvicinata premendo lo stesso tasto due volte senza che questo si rialzi del tutto.
  • smorzatori: sono blocchettini di legno rivestiti in feltro che hanno la funzione di soffocare la vibrazione di una corda.
  • caviglie o piròli: sono le "chiavi accordanti" del pianoforte che hanno il compito di tenere le corde e permettere l'accordatura di esse.
  • corde: sono legate ai piroli e sono fatte in lega di acciaio. Variano di diametro e lunghezza a seconda del registro sonoro. Nei pianoforti verticali ogni martelletto batte su un gruppo di due o tre corde accordate all'unisono o su una singola corda più spessa (in genere rivestita di rame per appesantirla) per i suoni più gravi. Nei pianoforti a coda vale lo stesso discorso precedente, ma ciò che cambia è la disposizione delle corde: verticali nei pianoforti verticali e orizzontali nei pianoforti a coda.

I pedali[modifica | modifica sorgente]

Simbolo usato negli spartiti per indicare l'uso del pedale di risonanza.

I pianoforti possono avere dai due ai quattro pedali, a seconda del costruttore e dell'epoca di costruzione. Sono posti nella parte bassa dello strumento, facilmente raggiungibili dai piedi del pianista, e servono ad alterare il suono dello strumento in diversi modi.

Si distinguono i seguenti tipi di pedale:

  • risonanza o forte (normalmente a destra)
Tale pedale, una volta azionato, alza contemporaneamente tutti gli smorzatori, sorta di feltrini che hanno il compito di fermare le vibrazioni della corda immediatamente dopo il rilascio del tasto. Di conseguenza, azionando il pedale, le corde continuano a vibrare finché il suono non si spegne naturalmente. L'impiego di questo pedale aiuta a legare i suoni ed, eventualmente, a creare una sorta di alone timbrico e armonico dato anche dal resto delle corde non più smorzate che entrano in una vibrazione simpatica generata dalle onde sonore delle note appena suonate.
  • una corda (1 C) o piano (normalmente a sinistra)
Tale pedale, nei pianoforti a coda, sposta leggermente tutta la tastiera e la martelliera verso la destra dell'esecutore. In tal modo il martelletto azionato dalla pressione del tasto colpisce solamente una o due corde delle tre che sono associate a ogni tasto (nei medi e acuti ogni nota è intonata da tre corde all'unisono, nella parte alta dei bassi, cioè le corde filate, ogni nota è intonata da due corde, mentre l'ottava più bassa possiede una sola corda per nota: in questa regione quindi il solo effetto di questo pedale è lo spostamento del punto di contatto sul martelletto).
Nel dettaglio bisogna considerare anche che i martelletti sono ricoperti da feltrini nei quali si formano dei solchi dati dai ripetuti urti con le corde. Si agisce sulla durezza del suono ammorbidendo il feltro dei martelletti e quindi si può aumentare o diminuire l'effetto del pedale essendo il punto di contatto spostato rispetto a quando il pedale non è azionato. L'azione di spostamento della martelliera comporta che i feltrini dei martelletti urtino la corda in un punto diverso dai solchi e quindi in un punto in cui sono più morbidi. L'effetto è quello di produrre un suono più flebile, ovattato e intimo, adatto a creare particolari atmosfere sonore.
Il medesimo effetto (con risultato molto meno caratterizzato) viene ottenuto nei pianoforti verticali avvicinando i martelletti alle corde, e accorciando in tal modo il percorso che il martelletto compie per raggiungere la corda.
  • quarto pedale (a sinistra, solo in alcuni modelli di pianoforti a coda)
Utilizzato e brevettato da costruttori come Fazioli [2] e Stuart & Sons [3], non è altro che una trasposizione sui modelli a coda del pedale piano dei pianoforti verticali. Il meccanismo infatti non fa altro che avvicinare tutti i martelletti alle corde, riducendone la corsa e producendo così un suono di volume ridotto, senza modificarne il timbro (come invece succede con l'una corda).
Il pedale tonale è presente nei pianoforti a coda e deve essere azionato successivamente alla pressione di un tasto o di un gruppo di tasti. È in sostanza un pedale di risonanza che agisce solo per un gruppo limitato di tasti, quelli premuti immediatamente prima all'azione del pedale; gli altri non saranno interessati dalla sua azione. È anche conosciuto come pedale Rendano dal nome del suo inventore, il pianista e compositore Alfonso Rendano.
  • sordina (al centro, solo negli strumenti destinati allo studio e solo nei pianoforti verticali, al posto del pedale tonale)
La sordina (presente anche in altri strumenti) è un pedale che aziona una leva, attraverso la quale viene interposto tra le corde e i martelletti un lungo panno di feltro. Il suono così ottenuto è piuttosto attutito. L'effetto, però, benché utile per lo studio (al mero scopo di "non disturbare i vicini"), non è mai stato giudicato musicalmente gradevole, tanto che quasi nessun compositore lo ha mai sfruttato (il pianista canadese Gonzales, nome d'arte di Jason Charles Beck, ne fa largo uso nel suo "Solo Piano", 2004, album acclamato dal pubblico e dalla critica). I pianoforti a coda ne sono sprovvisti ed anche i grossi pianoforti verticali hanno, in luogo della sordina, un pedale tonale. La sordina ha perciò essenzialmente un'utilità pratica, in quanto, abbassando il volume durante gli esercizi, consente di studiare a lungo senza disturbare parenti e vicini di casa.

Tipi di pianoforte[modifica | modifica sorgente]

Esistono diversi tipi di pianoforte:

  • orizzontale: più comunemente conosciuto come pianoforte a coda; esistono, a seconda della lunghezza della cassa, a un quarto di coda, detto anche codino, (145–170 cm), mezza coda (175–190 cm), tre quarti di coda (200–240 cm) e gran coda da concerto (o gran coda, o coda da concerto; più di 240 cm); producono, in ordine crescente, suoni qualitativamente sempre migliori a causa dell'ampiezza sempre maggiore della cassa armonica e della lunghezza delle corde. È usato principalmente per concerti ed esibizioni. Molti produttori stanno realizzando pianoforti eccezionali (artcase); alcuni sono solo decorazioni o scenografici cambiamenti degli attuali (piedi lavorati, intarsio, pittura). Per altri si tratta di modifiche radicali come il Pegasus da Schimmel, la M. Liminal disegnata da NYT Line e realizzato da Fazioli o il Bosendorfer Imperial realizzato da Griffa Pianoforti.
  • verticale: conosciuto anche come pianoforte a muro, è disposto verticalmente, così come la sua tavola armonica e le corde che stanno dietro alla tastiera. La sua altezza oscilla tra i 100 e i 155 centimetri. È usato principalmente per lo studio a differenza di quello orizzontale usato prettamente per i concerti. Le differenze con il pianoforte orizzontale sono molte a partire dell'ampiezza della cassa armonica, che è minore di quella di un pianoforte orizzontale, e dalla meccanica priva del doppio scappamento. Le corde sono disposte verticalmente (quelle gravi e parte di quelle medie sono disposte diagonalmente in maniera opposta, da qui la denominazione "a corde incrociate"; questo sistema sfrutta la maggiore lunghezza della diagonale di un rettangolo per ottenere corde più lunghe) e a ogni nota corrispondono a seconda del tipo di suono, gruppi di una, due o tre corde. Sono forniti spesso di un pedale posto al centro chiamato sordina che serve per interporre tra i martelletti e le corde un panno di feltro che attutisce il suono e lo rende più ovattato: è stato creato principalmente per non dare troppo fastidio ai vicini di casa. Nel corso della storia il pianoforte verticale ha subito molte modifiche; vennero create così anche diverse tipologie.
    • a giraffa: è il prototipo più antico di pianoforte verticale, inventato tra il XVIII e la prima metà del XIX secolo. Fu inventato nel 1739 da Domenico Del Mela, originario del Mugello. La sua meccanica sta sopra la tastiera, dietro la tavola armonica. Non è fornito di scappamento.
    • a piramide: fu costruito nel XVIII secolo e fu utilizzato molto a Vienna. È molto simile a un pianoforte verticale, ma la sua cassa armonica è a forma piramidale.
    • cabinet: in italiano significa armadio; fu costruito per la prima volta in Inghilterra nella prima metà del XX secolo. Le caviglie e il somiere sono sulla sommità, mentre l'attacco delle corde è vicino al pavimento. Questa disposizione fu inventata contemporaneamente sia dall'inglese John Isaac Hawkins (1772-1855) che dal viennese Matthias Müller (1770 ca.-1844). Ha la meccanica English sticker action e a baionetta.
    • pianino: fu inventato a Parigi nel 1815 da Ignaz Josef Pleyel e commercializzato con il nome di "pianino". Parte della meccanica fu però sviluppata da Robert Wornum (1780-1852) intorno al 1810: egli applicò al pianoforte verticale un sistema di corde incrociate diagonalmente così da non dover ridurre la loro lunghezza nonostante le dimensioni ridotte dello strumento. Nel 1826 creò la meccanica a baionetta (english tape action), che derivava dalla english sticker action.
  • rettangolare (o a tavolo): la pianta è rettangolare; la tavola armonica sta sulla destra, mentre la tastiera è a sinistra. Il primo modello fu realizzato nel 1766 da Johannes Zumpe (1726-1790) a Londra. Ebbe un notevole successo verso le fine della seconda metà del Settecento prima in Inghilterra e poi in tutta Europa, grazie alle dimensioni ridotte e al basso costo, nonché al gradevole suono che produceva. Fu usato soprattutto in ambito domestico, ma in seguito venne sostituito dal modello verticale.
  • pianola: la pianola è un apparecchio musicale automatico, senza sfumature di tono automatico. Il nome pianola deriva da una marca della Aeolian Company di New York. In Germania la Ditta Hupfeld di Lipsia produsse un sistema simile, chiamato Phonola. Le prime pianole furono prototipi; non avevano alcun sistema tecnico nella tastiera, ma suonavano con dita in legno imbottite su un pianoforte o pianoforte a coda, posatovi di fronte.
  • digitale: il pianoforte digitale è uno strumento integralmente elettronico, particolarmente mirato però a riprodurre le sonorità e il tocco del pianoforte acustico.
  • tastiera: la tastiera è uno strumento musicale elettronico in grado di riprodurre i timbri di molti strumenti musicali attraverso un sintetizzatore, azionato mediante la pressione di tasti, analoghi a quelli del pianoforte. Spesso è munita di altoparlanti interni, mentre alcuni modelli necessitano di essere collegati a cuffie o amplificatori esterni.
  • elettrico: il pianoforte elettrico è uno strumento musicale elettromeccanico a tastiera molto in voga negli anni sessanta e settanta, appartenente alla categoria degli elettrofoni. Il primo modello fu costruito dalla C. Bechstein Pianofortefabrik nel 1931, era un pianoforte a coda munito di pick-up elettromagnetici ed aveva nome Neo-Bechstein.
  • da viaggio: è un modello che risale alla seconda metà del XVIII secolo. La sua meccanica è semplice e senza scappamento (Prellmechanik). È uno strumento portatile e non ha supporti particolari, ma solo delle maniglie per il trasporto. Non viene più utilizzato.
  • nécessaire: è sostanzialmente un mobile abbastanza piccolo con cassetti e scompartimenti, destinato all'uso femminile, con all'interno una tastiera. Risale al XIX secolo, ma è ormai caduto in disuso.
  • per fanciulli nécessaire: è uno strumento di piccole dimensioni, fatto su misura per i bambini piccoli. La meccanica è molto semplice e non è provvisto di particolari supporti. Anche questo modello non è più utilizzato e di conseguenza non esiste più.
  • arabo: l'uso del pianoforte nella cultura musicale araba non è stato contemplato se non per un breve periodo tra il 1920 e il 1940. L'esclusione dello strumento nella musica araba era determinata dall'impossibilità del pianoforte di creare i quarti di tono, elemento fondamentale della musica araba. Negli anni precedentemente citati, tuttavia, vennero costruiti dei pianoforti capaci di produrre tali suoni; solo dopo aspre polemiche e forti resistenze, venne accolto il pianoforte nelle orchestre egiziane, all'indomani del congresso dei musicisti arabi del Cairo del 1936. Alcuni compositori utilizzarono egregiamente i pianoforti arabi (Abdallah Chaine, Mohammed Elkourd, Mohamed Chaluf) mentre altri usarono il pianoforte con accordatura all'occidentale per creare composizioni arabe (Mohamed Abdelwahab).

Cura e mantenimento del pianoforte[modifica | modifica sorgente]

  • La percentuale di umidità è uno dei fattori più critici per il pianoforte: il troppo umido può deformare i legni sotto carico, mentre il troppo secco può generare fessurazioni negli stessi pezzi.[4]
  • Una grande influenza è esercitata anche dalla temperatura ambiente e dalla posizione che si dà allo strumento. La temperatura più adatta va dai 15 ai 19 °C e ogni cambio repentino di temperatura non fa bene allo strumento; per esempio, in inverno bisogna evitare di spalancare all'improvviso finestre o balconi nella stanza che ospita il pianoforte ed evitare di lasciarlo esposto per troppo tempo alla bassa temperatura. Anche l'azione diretta dei raggi del sole è fatale per la vernice, le impiallacciature, i legni e le corde.
  • Bisogna evitare che lo strumento si trovi vicino a fonti di calore (stufe, camini, termosifoni eccetera) o direttamente esposto alla radiazione solare.
  • La vicinanza ad una parete esposta all'esterno dell'abitazione può causare danni. Cantine e mansarde sono assolutamente da evitare, se non ventilate.
  • Non bisognerebbe appoggiare nulla sul mobile (fascicoli di musica, vasi, portacenere, bottiglie, bicchieri eccetera), o si comprometterebbero purezza e intensità del suono.
  • Non si deve pulire l'interno dello strumento, soprattutto con prodotti aggressivi, o i legni sarebbero seriamente danneggiati. La pulizia va fatta da un tecnico che decide se è il caso di rimuovere la meccanica per una pulizia più profonda. Per la pulizia esterna, bisogna usare prodotti specifici che preservino lucentezza e colorazione della superficie.
  • Va posta attenzione anche a insetti e topi. Per gli insetti, si possono collocare all'interno bustine di repellente. Nel caso vi sia un problema di topi, si devono precludere le vie di accesso al pianoforte, come i fori dei pedali, nei lunghi periodi di assenza.
  • Non bisogna "imbottire" la stanza che ospita il pianoforte, evitando tende pesanti e grosse, mobili troppo grandi e rivestiti di tessuto, tappeti e tappezzerie pesanti: il motivo è che questi elementi modificano e smorzano il suono[5].

Il pianoforte nel cinema[modifica | modifica sorgente]

2002Il pianista: film di Roman Polanski tratto dal romanzo autobiografico omonimo di Wladyslaw Szpilman.

Il pianoforte nella letteratura[modifica | modifica sorgente]

Trattatistica[modifica | modifica sorgente]

  • Carl Philipp Emanuel Bach, Versuch über di Art das Clavier zu spielen, Berlin, 1753; trad. it. annotata, a cura di Gabriella Gentili Verona: L'interpretazione della musica barocca. Saggio di metodo della tastiera, 6ª ed., Milano, Curci, 1991
  • Piero Rattalino, Manuale tecnico del pianista concertista, Varese, Zecchini Editore, 2007 (sulla formazione del pianista concertista)
  • Piero Rattalino, L'interpretazione pianistica. Teoria, storia, preistoria, Varese, Zecchini Editore, 2008 (sulla storia dell'interpretazione prima e dopo i metodi di registrazione)
  • Gerald Moore, Il Pianista Accompagnatore, Asti, Analogon, 2013
  • Piero Rattalino, Le grandi scuole pianistiche, Milano, Ricordi, 1992
  • Paolo Scanabissi, Il piano sereno. La tranquillità esecutiva nel giovane pianista vista negli ambiti dell'anatomia, fisiologia, neurologia e psicologia, Modena, Il Fiorino, 2009, ISBN 88-7549-292-1, ISBN 978-88-7549-292-2
  • Piero Rattalino, Guida alla Musica Pianistica, Varese, Zecchini Editore, 2012 (guida per la comprensione della musica pianistica con un'introduzione sulla storia del pianoforte), pp. XXIV+640, ISBN 978-88-6540-015-9

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ La Stampa - Torino, ogni giornoquindici invenzioni
  2. ^ Fazioli F308: caratteristiche
  3. ^ Stuart & Sons: The sound (Pedals)
  4. ^ In un volume molto dettagliato, che si riferisce agli strumenti prodotti da un importante costruttore di pianoforti da concerto, viene raccomandata una umidità relativa del 45%, unitamente ad una temperatura di 20 °C; v.: Max Matthias, Steinway Service Manual, 2ª ed., Frankfurt/M, Bochinsky, 1998, pagg. 58 e 138.
  5. ^ http://www.mypiano.it/curaemanutenzione.asp

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Alfredo Casella, Il Pianoforte, Milano, Ricordi, 1954
  • Arthur Loesser, Men, Women and Pianos: A Social History, New York, Simon and Schuster, 1954; rist.: New York, Dover, 1991
  • Franz Rudolf Dietz, Das Intonieren von Flügeln – Grand Voicing, Frankfurt a.M., Das Musikinstrument, 1968; rist.: Clifton, NJ, APSCO, s.d. [in ted. e ingl., con ill.]
  • Giampiero Tintori, Gli strumenti musicali, tomo II, Torino, UTET, 1971, pagg. 629-643
  • Klaus Wolters, "Il pianoforte, Introduzione alla sua storia, alla sua costruzione e alla tecnica pianistica", Firenze, Aldo Martello - Giunti, 1975, edizione italiana del volume edito da Hallwag, Berne 1969 (pp. 92, con dis., ill. ed es. mus.)
  • Rosamond E.M. Harding, The Piano-Forte. Its History Traced to the Great Exhibition of 1851, Old Woking, UK, Gresham Books, 1978
  • Terminorum musicae index septem linguis redactus, 2ª ed., Budapest/Kassel, Akadémiai Kiadó/Bärenreiter, 1980 [terminologia musicale in 7 lingue, compreso l'Italiano, con ill.]; v. spec. pagg. 768-779
  • Serge Cordier, Piano bien tempéré et justesse orchestrale : le tempérament égal à quintes justes, Paris, Buchet/Chastel, 1982, OCLC 301316205 [con prefazione di Paul Badura-Skoda e Jean Guillou]
  • Nikolaus Schimmel, H.K. Herzog, Piano Nomenclatur, 2ª ed., Frankfurt a.M., Das Musikinstrument, 1983 [terminologia tecnica relativa ai pianoforti verticali e a coda in 6 lingue, compreso l'Italiano, con ill.]
  • Dizionario Enciclopedico Universale della Musica e dei Musicisti, diretto da Alberto Basso, Il Lessico, vol. III, Torino, UTET, 1984, pag. 637 ss.
  • The New Grove Dictionary of Musical Instruments, diretto da Stanley Sadie, London, MacMillan, 1984, vol. 3, pag. 71 ss., ISBN 0-333-37878-4
  • Piero Rattalino, Storia del pianoforte, Milano, Il Saggiatore, 1988
  • Bernhard Stopper, Das Duodezimsystem als den natürlichen Teiltonverhältnissen entsprechendes 12-Ton System, Europiano 3/1988, 1-32
  • Louis Kentner, Il pianoforte. Lo strumento, la tecnica esecutiva, i grandi compositori, Padova, Muzzio, 1990
  • Cyril Ehrlich, The Piano: A History, ed. riveduta, Oxford, Clarendon, 1990
  • Konstantin Restle, Bartolomeo Cristofori und die Anfänge des Hammerklaviers, München, Editio Maris, 1991
  • Herbert Junghanns, Der Piano- und Flügelbau, 7ª ed., Frankfurt a.M., Bochinsky, 1991
  • AA.VV., Il pianoforte, Milano, Ricordi, 1992 [buona parte del suo contenuto è ricavato da due dizionari Grove : Musical Instruments, cit., e Music and Musicians ; il volume è corredato da numerose ill. e da un'ampia bibl.]
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  • Pascale Vandervellen, Le piano de style en Europe des origines à 1850 – Étude des éléments décoratifs et mécaniques, Liège, Mardaga, 1994
  • Stewart Pollens, The Early Pianoforte, Cambridge, Cambridge University Press, 1995, ISBN 0-521-41729-5 / ISBN 978-0-521-41729-7
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  • Jean-Pierre Thiollet, Piano ma non solo, Anagramme Ed., 2012, ISBN 978-2-35035-333-3)

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