Clavicordo

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Clavicordo
Clavicórdio.jpg
Clavicordo libero
Informazioni generali
Origine Europa occidentale
Invenzione XII-XVI secolo
Classificazione 314.122-4-8
Cordofoni a tastiera, a corde percosse
Utilizzo
Musica medievale
Musica rinascimentale
Musica barocca
Musica galante e classica
Genealogia
Discendenti
Fortepiano

Il clavicordo o clavicordio è uno strumento musicale a corde, dotato di tastiera. È stato uno dei protagonisti del panorama musicale europeo per più di quattrocento anni.[1]

Le raccolte di sonate, fantasie e rondò di Carl Philipp Emanuel Bach, pubblicate tra il 1779 e il 1787, rappresentano il canto del cigno del clavicordo.[2]

Storia[modifica | modifica sorgente]

Le origini del clavicordo non sono affatto chiare. Sembra certo che abbia origine dal monocordo, strumento probabilmente inventato da Pitagora di Samo nel VI secolo a.C. (e comunque di certo esistente ai suoi tempi) per studi di acustica[1] e successivamente divenuto, soprattutto nel Medioevo, un vero e proprio strumento musicale, come risulta dal Roman de Brut del 1157, dove viene indicato con il termine "monacorde". Nel poema Der Minne Regel di Eberhard Cersne vengono menzionati tanto il monocordo quanto il clavicordo.[3]

Successivamente, il clavicordo viene menzionato in trattati di Georgius Anselmi (1434), di Henri Arnault de Zwolle (1435 ca.) e di Ramis de Pareja (1482). Da questi scritti appare chiaro che il clavicordo aveva subito una certa evoluzione, almeno a partire dagli inizi del XV secolo: viene descritto come munito di dieci corde e dotato di tastiera cromatica. Essendo munito di più corde, il clavicordo era adatto ad essere utilizzato sia in modo melodico che armonico, divenendo presto strumento di esercizio per organisti. Era, peraltro, adatto a servire all'insegnamento della musica e i suoi costi di costruzione risultavano contenuti.[4]

Pare che le corde di questo nuovo tipo di clavicordo sorto nel XV secolo fossero tutte di uguale lunghezza e sezione, anche se le esperienze fatte con altri strumenti, quali cetre e salteri avevano suggerito di migliorare il suono variando appunto questi valori. Nel tempo aumentò l'estensione, fino a raggiungere una gamma di quattro ottave, mentre fu raddoppiato il numero delle corde, con coppie accordate all'unisono.[5]

Del clavicordo esiste un'illustrazione e una descrizione ad opera di Sebastian Virdung (1511), ma l'esemplare più antico giunto a noi fu costruito da Domenico di Pesaro nel 1543: è oggi conservato al Museo degli Strumenti dell'Università di Lipsia. Il clavicordo di Virdung sembra munito di non più di tredici o quattordici coppie di corde unisone, le gravi in ottone e le acute in acciaio. Quello di Domenico di Pesaro ha ventidue corde e un'estensione di quattro ottave.[5] Negli affreschi pordenoniani della basilica di Santa Maria di Campagna a Piacenza è raffigurato un clavicordo (forse una spinetta).[6]

Verso la fine del XVI secolo, la tastiera del clavicordo era divenuta interamente cromatica, mentre l'estensione raggiungeva le quattro ottave e mezzo, corrispondente a quella consueta ad altri strumenti a tastiera in uso nell'epoca. La cassa su cui veniva montato lo strumento misurava circa 130 cm per 30 di profondità.[7]

Funzionamento e caratteristiche tecniche[modifica | modifica sorgente]

Dettaglio di un Clavicordo al Museu de la Música de Barcelona

Il clavicordo emette un suono molto discreto ed è dunque unicamente uno strumento da studio, non adatto per un concerto. Il suo repertorio è quello del clavicembalo, nei limiti delle possibilità tecniche della tastiera singola e della sua estensione piuttosto limitata. Il clavicordo, a differenza del clavicembalo, è uno strumento dotato di dinamica sonora, mentre la tastiera del clavicembalo è registrata su suoni di uguale intensità, motivo per cui spesso se ne trovano due (una per il piano e una per il forte).

All'estremità di ciascun tasto del clavicordo è collocato un piccolo dispositivo metallico in ottone, chiamato tangente, secondo un meccanismo di leva di primo tipo. La tangente ha un duplice scopo: divide la corda (funzionando quindi come una sorta di ponticello) e la mette in vibrazione, causando la produzione del suono.[1]

A differenza che nel pianoforte, in cui il martello una volta percossa la corda torna indietro, nel clavicordo la tangente, finché non si lascia il tasto, resta appoggiata alla corda e fa perdurare il suono. Delle due sezioni in cui la corda è divisa dalla tangente, una sola entra in vibrazione, in quanto l'altra è opportunamente avvolta da un panno. Questo panno funge anche da smorzatore del suono una volta che la tangente si allontana dalla corda. Il suono del clavicordo è piuttosto tenue: la tangente è infatti leggera e breve è la distanza da essa percorsa. Il timbro è assai ricco, poiché tutti gli armonici sono presenti nel suono, proprio perché la corda è colpita ad una sua estremità.

Spesso i clavicordi erano costruiti in modo da poter azionare più tasti su una sola corda, ottenendo così note diverse: il numero complessivo delle corde poteva così risultare inferiore al numero delle note che lo strumento era in grado di produrre. Questo genere di clavicordo veniva definito "legato" (gebunden, in tedesco).[8]

La Bebung[modifica | modifica sorgente]

Il clavicordo è sprovvisto di un sistema di scappamento come si ritrova sul pianoforte; quindi la tangente, finché il tasto non viene rilasciato, resta a contatto della corda, creando un nodo sulla corda che vibra. Se, mantenendo il tasto premuto, si esercita una serie di micropressioni consecutive (la cui velocità è decisa dal gusto dell'esecutore), la tangente premerà più forte sulla corda ritmicamente, tendendola ulteriormente a ogni pressione: questa tensione innalza il suono prodotto e una serie di micropressioni creerà un effetto di vibrato. Questo vibrato, particolarità unica nei cordofoni a tastiera, è generalmente chiamato con il termine tedesco di Bebung.[1]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c d Dart, cit., p. 64.
  2. ^ Dart, cit., p. 69.
  3. ^ Dart, cit., p. 65.
  4. ^ Dart, cit., pp. 65-6.
  5. ^ a b Dart, cit., p. 66.
  6. ^ Piacenza economica, n.3/2010, p. 34.
  7. ^ Dart, cit., p. 67.
  8. ^ Dart, cit., pp. 66-7.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

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