Beat Generation

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La Beat Generation fu un movimento artistico, poetico e letterario sviluppatosi dal secondo dopoguerra e principalmente negli anni cinquanta negli Stati Uniti[1][2][3].

Nasce da un gruppo di scrittori americani e viene alla ribalta nel 1950, così come i fenomeni culturali da esso ispirati. Gli elementi centrali della cultura "Beat" consistono nel rifiuto di norme imposte, le innovazioni in stile, la sperimentazione delle droghe, sessualità alternativa, l'interesse per la religione orientale, un rifiuto del materialismo e rappresentazioni esplicite della condizione umana[4].

Ha direttamente ispirato i successivi movimenti culturali di rottura afferenti al maggio 1968, l'opposizione alla guerra del Vietnam, gli Hippy di Berkeley e Woodstock; ha anche contribuito a rinforzare il "mito americano".

Tra gli autori di riferimento: Jack Kerouac, Lucien Carr, Allen Ginsberg, William Burroughs, Gregory Corso, Neal Cassady, Gary Snyder, Lawrence Ferlinghetti, Norman Mailer. La Beat Generation viene anche chiamata «gioventù bruciata»[5]

Figure, elementi ed eventi significativi[modifica | modifica wikitesto]

Origine del nome[modifica | modifica wikitesto]

Jack Kerouac
Lawrence Ferlinghetti

Jack Kerouac ha introdotto l'espressione Beat Generation nel 1948, per caratterizzare quel movimento giovanile anticonformista che si faceva spazio nell’underground newyorkese. Il nome nasce da una conversazione con lo scrittore John Clellon Holmes. Kerouac riconosce però, che fu Herbert Huncke che, originariamente, utilizzò la parola beat in una precedente discussione con lui.

L'aggettivo beat potrebbe colloquialmente significare stanco o abbattuti, in riferimento alla comunità afroamericana del periodo, ma Kerouac fa sua quell'immagine e altera il significato includendo le connotazioni di ottimista, beato, e l'associazione musicale essere sul beat.

John Clellon Holmes definisce il movimento in un articolo in qualità di manifesto estetico, pubblicato sul New York Times nel mese di novembre del 1952, dal titolo This Is the Beat Generation.[6]

Columbia University[modifica | modifica wikitesto]

Le origini della Beat Generation possono risalire alla Columbia University, nell’occasione del l'incontro di Kerouac, Ginsberg, Lucien Carr, Hal Chase e altri. Anche se questi personaggi sono conosciuti come anti-accademici, molte delle loro idee si sono formate in risposta a professori come Lionel Trilling e Mark Van Doren. Carr e Ginsberg, compagni di scuola, discussero la necessità di una "nuova visione" (un termine preso in prestito da Arthur Rimbaud), concependo un ideale di rottura, contrastando la "tradizione" idealistica e letteraria che i loro professori portavano avanti.

Burroughs è stato introdotto nel gruppo da parte di un vecchio amico, David Kammerer. Carr aveva fatto amicizia con la matricola Allen Ginsberg e lo presentò a Kammerer e Burroughs. Carr conosceva anche la fidanzata di Kerouac, Edie Parker; fu grazie a lei che, nel 1944, Burroughs ha incontrato Kerouac.

Il 13 agosto 1944, Carr uccise Kammerer con un coltello da Boy Scout a Riverside Park, affermando in seguito di averlo fatto per legittima difesa. Carr si costituì il mattino seguente, fu poi dichiarato colpevole di omicidio colposo. Kerouac fu accusato di favoreggiamento, e Burroughs come testimone, ma nessuno è stato perseguito. Kerouac ha scritto in merito a questo episodio due volte nelle sue opere: una volta nel suo primo romanzo, The Town and the City, e ancora una volta in uno dei suoi ultimi, Vanity di Duluoz. Ha scritto un romanzo in collaborazione con Burroughs, And the Hippos Were Boiled in Their Tanks, per quanto riguarda l'omicidio.

Neal Cassady[modifica | modifica wikitesto]

Neal Cassady è stato introdotto nel gruppo nel 1947, e ha avuto una serie di effetti significativi. Cassady divenne una sorta di musa per Ginsberg; ebbero una relazione e Ginsberg divenne il tutor-writing personale di Cassady. I viaggi stradali della fine del 1940 di Kerouac con Cassady, divennero il centro del suo secondo romanzo, ‘’On the Road’’.

Accezioni del termine beat in italiano[modifica | modifica wikitesto]

Le accezioni che possono essere attribuite alla parola «beat» in italiano sono molteplici. Beat è beatitudine (beatitude), la salvezza ascetica ed estatica dello spiritualismo Zen, ma anche il misticismo indotto dalle droghe più svariate, dall'alcol, dall'incontro carnale e frenetico, dal parlare incessantemente, sviscerando tutto ciò che la mente racchiude. Beat può anche essere tradotto con «battuto», «sconfitto»: denota la sconfitta inevitabile proveniente dalla società, dalle sue costrizioni, dagli schemi imposti ed inattaccabili; beat è il richiamo alla vita libera e alla consapevolezza dell'istante.

Beat come ribellione. Beat come battito. Beat come ritmo. Quello della musica jazz, che si ascolta in quegli anni, quello del be bop, quello della cadenza dei versi nelle poesie. Il jazz di Frisco, frenetico, sudato, vissuto e catartico; il jazz di Charlie Parker, "The bird", personaggio eroico e deificato da questa generazione; la poesia di Carlo Marx (Allen Ginsberg) declamata fino a tarda notte e i versi sconnessi di Mexico City Blues o della poesia "Mare suoni dell'Oceano Pacifico a Big Sur" che fa da appendice a "Big Sur" di Kerouac. Beat è la scoperta di sé stessi, della vita sulla strada, del sesso liberato dai pregiudizi, della droga, dei valori umani, della coscienza collettiva. Beat non è politica, nonostante molti movimenti abbiano origine da questa fonte. Beat non è religione, nonostante sia forte la componente religiosa in questo gruppo. Beat è libertà di essere sconfitti, ma molto più probabilmente beat è uno dei tanti termini che solo "hipsters dal capo d'angelo ardenti per l'antico contatto..." possono capire, perché non ha un vero significato semantico, ma più un significato mistico, insito nell'anima battuta, beata, ritmata, ribelle di quella generazione.

« Aiuteremo a modificare le leggi che governavano i cosiddetti paesi civili di oggi: leggi che hanno coperto la Terra di polizia segreta, campi di concentramento, oppressione, schiavitù, guerra, morte »
(Allen Ginsberg)

In principio c'erano gli hipster. Questo gruppo di figure distaccate, rappresenta la corrente esistenzialista statunitense, che riconosce il rischio di una guerra atomica, e sente oppressivamente il peso della società consumistica statunitense del dopoguerra e dell'asfissiante standardizzazione delle masse. Gli hipsters sono distaccati, conoscono i pericoli e, perciò, si licenziano dalla società iniziando ad inseguire la loro esistenza profonda. Gli hipsters sono i tipi seri, abbottonati, misticamente in preda all'eroina che Kerouac descrive nella prima parte de I sotterranei. Accanto a questi personaggi, emergono i beat, giovani sofferenti e focosi, dediti all'alcol e alla marijuana, poeti, romanzieri, che vorrebbero condividere con l'umanità il loro amore per il tutto e, invece, si sentono incompresi. Per il loro stile di vita sono accomunati spesso alla "Lost Generation", e per stessa ammissione di molti scrittori beat, Whitman ed Hemingway sono alle origini delle loro ideazioni letterarie. Ma, in realtà, il movimento beat ebbe una portata assai più sconvolgente, grazie anche al periodo in cui emerse.

« l'hipster caldo è il folle dagli occhi scintillanti (innocente e dal cuore aperto), chiacchierone, che corre da un bar all'altro, da una casa all'altra, alla ricerca di tutti, gridando irrequieto [...] la maggior parte degli artisti della Beat Generation appartiene alla scuola hot. »
(Jack Kerouac)

Simbolo del beat è, di certo, Neal Cassady, ispirazione di molte opere di Kerouac, ma anche di Ginsberg e citato da altri autori statunitensi, quali Charles Bukowski, per l'eccezionale personalità che "l'ultimo sacro idiota d'America" riusciva a far esplodere. Il movimento beat è una corsa velocissima, ma che lascia il segno: pochi sono riusciti a fermarsi prima del punto di non ritorno. Una gioventù bruciata.

Il movimento è sostanzialmente frutto di un'utopia che nasce all'interno di un gruppo di amici, amanti della letteratura e completamente saturi della società che vivono, delle regole, dei tabù. I beat vogliono scappare, viaggiare, far l'autostop fino a dove possono arrivare, ma non per un senso di fuga dalle responsabilità, ma per trovarsi da soli nuove regole e stili di vita. Da qui viene l'avvicinamento alla spiritualità Zen, al cattolicesimo, al taoismo che tanto viene approfondito, discusso e rimodellato in un'ottica beat; ma da qui viene anche l'abuso di sostanze stupefacenti, di alcol per trovare un nuovo sistema di regole, per sedare la sofferenza e per riunire l'io e il Tutto.

Inizialmente, il movimento beat, anche grazie al successo di Sulla strada raccoglie un grande consenso e dà vita al movimento dei figli dei fiori e dei beatniks. Entrambi i gruppi saranno motivo di grave malcontento della società contro gli scrittori beat che, per il loro modo di vivere, non sembravano differenziarsi da questi personaggi che intendevano tutta la corrente come una rivolta contro la borghesia statunitense che sfocerà nella protesta contro la guerra del Vietnam. Ad un certo punto essere beat diventa scomodo sia per gli attacchi pressanti delle associazioni statunitensi, che per le intrusioni nella sfera personale da parte di fan e giornalisti che vedevano in questi uomini dei simboli della rivolta che non avevano il coraggio di fare.

« [...] un fiume inesauribile di telegrammi, telefonate, visite, giornalisti, ficcanaso, o quella volta che il giornalista si precipitò di sopra in camera mia mentre vi sedevo in pigiama sforzandomi di trascrivere un sogno... teenagers scavalcano lo steccato alto un metro e ottanta che avevo fatto costruire intorno al giardino per restare solo... »
(Big Sur)

Inizialmente la compagine dei beat era formata dalla triade composta da Kerouac, Neal Cassady e Allen Ginsberg che si incontravano con altri ragazzi al Greenwich Village di New York, discutevano, facevano baldoria, e condividevano i propri lavori fino a tarda notte. Pur essendo più anziano anche William Burroughs è considerato un forte elemento di questa prima formazione beat, seppur la sua figura sia, per i giovanissimi Kerouac e Ginsberg, meglio definibile come quella di una guida attraverso i meandri della letteratura e della filosofia. Sarà una fase ricca di viaggi per gli USA, specie verso Frisco (San Francisco), di fama, ma anche di momenti storici come il Vietnam, la paura dell'atomica, le rivendicazioni razziali e studentesche.

In seguito si aggiungeranno Gary Snyder, Lawrence Ferlinghetti e Gregory Corso, spesso considerato il migliore della trinità Beat (gli altri due erano Kerouac e Ginsberg) e che instaurerà proprio con Kerouac, il re dei beatniks, un rapporto di odio e amicizia in chiave beat. Quando Ginsberg si trasferì a San Francisco, mecca di tutti i beat e residenza del "santone" Henry Miller, idolo assoluto di questo movimento, iniziò una fase che molti dicono della "Scuola di San Francisco", ma sulla quale non v'è molto da aggiungere se non il fatto che Ferlinghetti, nella sua libreria City Lights Bookstore nel North Beach di San Francisco, pubblicò alcune opere beat tra cui il poema Howl, uno dei più famosi manifesti del movimento. Il movimento andò piano piano scemando, come idea di gruppo, di pari passo con la fine delle contestazioni. Si lasciò dietro le morti premature di Cassady e Kerouac, una lunga disapprovazione sociale e tante opere che ancora oggi sono custodite presso City Lights, e che sono diffuse e stampate in molteplice lingue e stati. E, nonostante tutto, si porta dietro la leggenda di quei ragazzi che giravano sulla strada, verso l'ignoto, e che ancora oggi stimolano le fantasie di milioni di persone.

« È stato un fuorilegge il padre della nostra patria? Sì. È stato un fuorilegge Galileo per aver detto che il mondo è rotondo? Io dico che il mondo è rotondo! Non è square »
(The origins of the beat generation, Kerouac)

All'origine del movimento negli USA ci sono probabilmente figure più o meno vicine al movimento del Trascendentalismo ottocentesco, fra cui spiccano Ralph Waldo Emerson, Henry David Thoreau e Walt Whitman. Fra i movimenti affini, ma storicamente troppo distanti, ci sono quelli cinici della Grecia antica.

Definizione del genere[modifica | modifica wikitesto]

« La Beat Generation è un gruppo di bambini all'angolo della strada

che parlano della fine del mondo »

(Jack Kerouac)

Gli autori beat riprendono e amplificano i temi della contestazione giovanile della loro epoca che, partendo da una critica radicale alla guerra del Vietnam, si estendono all'intero sistema statunitense, mettendo in discussione la segregazione razziale dei neri, la condizione subordinata della donna, le discriminazioni sulla base dell'orientamento sessuale.

I giovani beat studiano il neoplatonismo di Plotino, le teorie cosmogoniche contenute nel libro Eureka di Edgar Allan Poe, le poesie mistiche e i trattati ascetici di San Giovanni della Croce, la telepatia e la cabala[7].

Scrivono di viaggi mentali - anche mediante la sperimentazione psichedelica di droghe quali l'LSD - e fisici, in lungo e in largo attraverso le strade degli USA, come ad esempio Sulla strada di Kerouac, scritto viaggiando in autostop da una costa all'altra degli Stati Uniti.

Il Beat in Italia[modifica | modifica wikitesto]

Gian Pieretti con Kerouac, 1966

È stata Fernanda Pivano, con le sue traduzioni, a favorire la conoscenza del pensiero Beat in Italia, agevolata dal fatto di essere amica dei suoi maggiori rappresentanti ed autrice di molte prefazioni delle loro opere.

Molti "appartenenti" della Beat Generation vennero in Italia in vari momenti. Alcuni per trovarvi ispirazione (come Ferlinghetti per il suo Scene italiane). Allen Ginsberg al Festival di Spoleto del 1965. Jack Kerouac, nell'ottobre del 1966 protagonista di un tour di conferenze, organizzato dalla Mondadori, in alcune di esse facendosi accompagnare dal cantautore Gian Pieretti (scoperto grazie alla segnalazione di Donovan).

Poesia, letteratura, musica e stili di vita vennero, in qualche modo, coinvolti da queste presenze.

Poesia e letteratura[modifica | modifica wikitesto]

Gianni Milano

A differenza di quello che avvenne negli USA, la poesia e la letteratura di ispirazione beat in Italia si sviluppò (in modo molto sotterraneo e in ritardo dall'esperienza originale d'oltreoceano) dal 1965 ai primi anni settanta[8], con un lungo crepuscolo che si esaurì solo alle soglie degli '80. Tra i punti di riferimento, negli anni sessanta, la libreria Hellas e l'editrice Pitecantropus[9] (ambedue a Torino), il Beat '72 (che nasce a Roma nel 1964 nei locali di via Belli ad opera di Ulisse Benedetti), l'aperiodico "I lunghi piedi dell'uomo" curato da Poppi Ranchetti e la rivista Pianeta Fresco, ispirata e diretta da Fernanda Pivano, per un certo periodo anche stimolo diretto per molti giovani creativi che incontrava spesso nella sua abitazione milanese di via Manzoni[10].

Aldo Piromalli

Tra i poeti beat di lingua italiana si ricordano Gianni Milano, Vasco Are, Aldo Piromalli (da inizio anni settanta residente ad Amsterdam), Vittorio di Russo, Carlo Silvestro e il ticinese Franco Beltrametti. Tra gli scrittori, Silla Ferradini (oggi scultore di fama), autore molto underground di un solo libro I Fiori Chiari (La Scimmia Verde, Milano, 1976), cronaca della scena Beat milanese anni sessanta, Andrea D'Anna con il romanzo psichedelico Il Paradiso delle Urì (Feltrinelli, Milano, 1967), Melchiorre Gerbino con Gamla Stan (Giordano Editore, 1967, Milano), Gianni De Martino con Hotel Oasis (Mondadori, Milano, 1988).

Negli anni settanta la deriva beat influenzò ancora alcuni giovani autori italiani che avevano aggiornato le loro visioni poetiche filtrandole con l'influenza della freak-generation nord-statunitense. Da ricordare, tra questi, Giulio Tedeschi editore di Tampax, organizzatore di reading di poesia e musica e autore di "Madras Ice Cream", Piero Verni e il ticinese Antonio Rodriguez, curatore della rivista psichedelica Paria.

Mondo Beat[modifica | modifica wikitesto]

A metà anni sessanta, il circolo anarchico Sacco e Vanzetti di Milano divenne per un certo periodo un punto di appoggio per chi gravitava intorno al movimento beat. Furono Vittorio Di Russo, Melchiorre Gerbino, Renzo Freschi, Gennaro De Miranda e Umberto Tiboni (che finanziò l'impresa) a ideare il titolo di "Mondo Beat", sicché Melchiorre Gerbino a partire dal n.1, (succeduto al n. 0 e al n. 00) fu incaricato dal gruppo di registrare la nuova testata in Tribunale. "Mondo Beat" è considerata la prima rivista underground italiana, che inizia le pubblicazioni nel novembre 1966 (il n. 0 è datato 15 novembre 1966). In tutto ne uscirono sette numeri. Ben presto, la rivista "Mondo Beat" diventa la voce del movimento dei "capelloni" (com'erano chiamati al tempo) e ispiratrice di una libera comunità denominata dai suoi abitanti "il campeggio", che viene creata in quella che allora era la periferia di Milano, in via Ripamonti. La stampa "benpensante" inizia una forte campagna tesa a denunciare il fenomeno Beat, accusando gli occupanti della tendopoli (definita in modo spregiativo "Barbonia City"), di contravvenire alle regole della moralità (libero amore) e di rappresentare un serio pericolo di pandemia per la città a causa delle precarie condizioni igieniche. Le squadre della polizia prendono a perquisire sistematicamente la tendopoli, alla ricerca di minorenni "scappati di casa" che trovano facile rifugio nelle tende del movimento. In seguito ad alcune perquisizioni con "modi bruschi", il 7 marzo 1967, un centinaio di "capelloni" inscena una manifestazione per protestare contro la brutalità della Polizia e viene caricata da un reparto Celere. Il 12 giugno 1967 la tendopoli di via Ripamonti viene sgomberata dalla forze di Polizia e rasa al suolo dagli operatori comunali del SID (servizio immondizia domestica), intervenuti con i lanciafiamme. Molti degli occupanti vengono fermati ed allontanati dalla città con foglio di via. Dopo l'uscita del n. 5, luglio 1967 (curato da Gianni De Martino ed edito da Feltrinelli), anche "Mondo Beat" cessa le pubblicazioni.

La musica[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Musica beat.

Il beat in Italia scatenò un fiorire di complessi (di cui l'Equipe 84, i Dik Dik, I Corvi, I Camaleonti, I Delfini, o il riscoperto gruppo cult I tubi lungimiranti sono solo alcuni tra gli esponenti), di solisti (Riki Maiocchi, Gian Pieretti, Patty Pravo, Caterina Caselli ed altri) e di case discografiche, portò alla nascita di riviste musicali nate espressamente per i giovani (Ciao amici, Giovani, Big), di locali dedicati espressamente alla musica beat (il Piper Club di Roma è il più noto, ma ne nacquero in ogni città, a Torino ad esempio La Perla), di concorsi musicali legati al beat (il più noto di tutti fu il Rapallo Davoli) ed al diffondersi in ogni città d'Italia di punti di aggregazione per i capelloni (tra cui, ad esempio, piazza di Spagna e piazza Navona a Roma o piazza Castello a Torino).

Il Beat al cinema[modifica | modifica wikitesto]

Il film Pull My Daisy, del 1959, di Robert Frank e Alfred Leslie, è ritenuto il manifesto del cinema beat: la voce fuori campo è di Jack Kerouac e fra gli attori compaiono Peter Orlovsky, Allen Ginsberg e Gregory Corso. La breve narrazione (di 28 minuti) di una divagante chiacchierata tra amici gioca sul cortocircuito tra modi e strutture della finzione e istanze di realismo documentario.

Del 1960 è La nostra vita comincia di notte, di Herman Rhudell McDougall; del 1987 The Beat Generation: An American Dream, con Burroughs, Cassady, Corso, Kerouac, Ginsberg e Ferlinghetti; del 1990 The Beats - L'urlo ribelle, mockumentary incentrato soprattutto sull'incontro e sul rapporto tra i fondatori e sull'influenza del movimento beat sulle generazioni successive; del 1991 Il pasto Nudo (Naked Lunch), di David Cronenberg, tratto dall'omonimo romanzo di William Seward Burroughs; del 1959 e del 2010 Urlo scritto e diretto da Rob Epstein e Jeffrey Friedman, che racconta la vita del celebre poeta beat Allen Ginsberg, interpretato da James Franco.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Dizionario Sabatini - Coletti on-line
  2. ^ Dizionario Hoepli on-line
  3. ^ Dizionario Garzanti on-line
  4. ^ [1], online literature: Beat Generation.
  5. ^ Significato del termine «beat» sul vocabolario Treccani.
  6. ^ (EN) This Is the Beat Generation. URL consultato il 22 gennaio 2013.
  7. ^ Allen Ginsberg. Jukebox all'idrogeno. Mondadori. Oscar. 1965. pg. 107
  8. ^ Giulio Tedeschi"Avvolti e indifesi" breve saggio sulla scrittura beat italiana (con bibliografia essenziale), in "Storia della musica psichedelica italiana" a cura di Lodovico Ellena (Menhir Libri, Vercelli 1998) pagg. 104/105/106
  9. ^ "La Pitecantropus e le prime esperienze editoriali" da: 1965/1975. Un decennio underground. L'editoria "alternativa" a Torino e in Piemonte (tesi di laurea discussa presso l'università degli Studi di Torino, Facoltà di lettere e Filosofia, Corso di Laurea Specialistica in Storia, relatore prof. Giovanni De Luna, autore Tomaso Clavarino, anno accademico 2009/2010, pagg. 13-29)
  10. ^ La stessa Pivano il 6 febbraio 1967 presentò presso la Feltrinelli di Milano il programma delle "Edizioni di Libreria", una collana di minuscoli opuscoli di poesia, da lei curati, da vendere a prezzo bassissimo, esclusivamente nel circuito delle librerie Feltrinelli. Vennero pubblicati soltanto i primi due volumi, "I denti cariati e la patria" di Antonio Infantino e l’Antologia del Beatnick’s Clan di Monza. Mentre non vennero mai mandati alle stampe la raccolta di Poppi Ranchetti "Sui cessi rotti della guerra", "Poesie quasi d’amore" di Carlo Silvestro, "I giardini di asfalto" di Pier Franco Mercenaro

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Vito Amoruso, La letteratura beat americana, Laterza, 1975
  • Benedetta Cosmi, Non siamo figli controfigure. Docenti Beat, studenti Bit Generation, Sovera, Roma 2010
  • Fernanda Pivano, C'era una volta un beat. 10 anni di ricerca alternativa, Arcana, Roma 1976; Frassinelli, Milano 2003;
  • Fernanda Pivano Beat hippie yippie, Bompiani, Milano 1977, 2004; The beat goes on, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2004.
  • Gianni Milano "Un Beat con le Ali, poesie sparse 1965/1968" (Tedeschi/Il Mio Libro, Roma 2009), a cura di Giulio Tedeschi, introduzione di Poppi Ranchetti, note di copertina di Giulio Tedeschi.
  • Gianni Milano, Il Maestro e le Margherite, millelire Stampa Alternativa, 1996.
  • Nicola Sisto, C'era una volta il beat. Gli anni sessanta della canzone italiana, edizioni Lato Side, 1982
  • Riccardo Bertoncelli, Enciclopedia del Bitt Italiano (appendice alla Enciclopedia del Rock Anni '60, Quarta edizione, Arcana editrice, 1989)
  • Salvo D'Urso, Manifesto beat - Juke Box all'Idrogeno, Torino, 1990
  • Emanuele Bevilacqua, Guida alla beat generation, Theoria, Roma 1994.
  • Gianni De Martino, Marco Grispigni, I capelloni. Mondo Beat 1966-67, storia, immagini, documenti, Castelvecchi, Roma 1996.
  • Matteo Guarnaccia (a cura di), Beat & Mondo Beat, Stampa Alternativa, 1996.
  • Claudio Pescetelli, Ciglia ribelli - Editrice I libri di Mondo Capellone, Arezzo, 2003
  • AA.VV., ma l'amor mio non muore: origini documenti strategie della 'cultura alternativa' e dell'underground' in Italia, a cura di Gianni Emilio Simonetti, Arcana Editrice, Roma 1971; ripubblicato da DeriveApprodi, Roma 2004.
  • Tiziano Tarli, Beat italiano: dai capelloni a Bandiera Gialla, Castelvecchi, Roma 2005.
  • Claudio Pescetelli, Una generazione piena di complessi - Editrice Zona, Arezzo, 2006
  • Andrea Valcarenghi, Underground: a pugno chiuso!, introduzione di Marco Pannella; e interventi di Goffredo Fofi, Carlo Silvestro e Michele Straniero, Arcana, Roma 1973 (nuova edizione a cura di Silvia Casilio, NdA press, S. Giustina Rimini 2007).
  • Alberto Tonti, Ballarono una sola estate. 70 meteore della canzone italiana degli anni sessanta, edizioni Rizzoli, 2007
  • Gianni De Martino (a cura di), Capelloni & Ninfette. Mondo Beat 1966-1967, prefazione di Matteo Guarnaccia, introduzione di Marco Grispigni, Costa & Nolan, Milano 2008.
  • Enzo Mottola, Bang Bang! Il Beat Italiano a colpi di chitarra, Bastogi Editrice Italiana, 2008
  • Gabriele B. Fallica, "Bukowski, i Beat, la Pace e i Giovani - Conversazioni con Fernanda Pivano" MescalPeyoBook 2011 ISBN 978-88-903487-1-6.
  • Allen Gisberg. Jukebox all'idrogeno. Guanda. 2006 Collana: Poeti della Fenice ISBN 888246900X; ISBN 978-8882469009
  • Tomaso Clavarino, "Coito Ergo Bum", Edizioni Seb 27, 2012, Torino

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