Cosmonauti perduti

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Per cosmonauti perduti o anche cosmonauti fantasma si intendono i presunti cosmonauti sovietici che, secondo alcune teorie complottiste e leggende urbane, sarebbero deceduti nel corso di missioni spaziali, ma la cui esistenza non è mai stata confermata da evidenze oggettive. L'Unione Sovietica riconosce come vittime del proprio programma spaziale i soli cosmonauti della Sojuz 1 e della Sojuz 11. I proponenti della teoria dei cosmonauti perduti, nata all'inizio degli anni sessanta, ritengono invece che Yuri Gagarin non fosse stato il primo uomo ad andare nello spazio, ma piuttosto il primo a ritornarne vivo; prima di lui sarebbero morti almeno due cosmonauti nel corso di voli spaziali falliti. Secondo la stessa teoria, anche dopo il volo di Gagarin sarebbero morti altri cosmonauti, tra cui almeno una donna. Queste asserzioni sarebbero il frutto indiretto della segretezza che circondava il programma spaziale sovietico e hanno trovato terreno fertile nel clima della guerra fredda[1].

Gli elementi che hanno dato origine a questa teoria si possono così riassumere.

  • informazioni ricevute da occidentali venuti a contatto con persone del blocco sovietico;
  • interpretazioni di notizie apparse su giornali sovietici;
  • interpretazioni di intercettazioni radiofoniche;
  • missioni spaziali senza equipaggio che vennero invece ritenute con equipaggio umano.

Nascita delle voci su missioni spaziali sovietiche segrete[modifica | modifica sorgente]

Nel 1959 lo scienziato Hermann Oberth riferì di avere saputo che nel febbraio 1958 era morto un cosmonauta lanciato in un volo suborbitale dal cosmodromo di Kapustin Yar, ma non volle riferire la fonte dell'informazione. Nel dicembre dello stesso anno, l'agenzia italiana Continentale diede la notizia che secondo un alto esponente del Partito Comunista Cecoslovacco erano morti tre cosmonauti sovietici in altrettanti voli suborbitali. Nel 1960 lo scrittore Robert Heinlein scrisse in un articolo che il 15 maggio 1960, mentre si trovava in Unione Sovietica, fu informato da un cadetto dell'Armata Rossa che quel giorno i sovietici avevano lanciato un cosmonauta in un volo orbitale, ma un cattivo funzionamento dei retrorazzi aveva causato la perdita del veicolo spaziale al momento del rientro sulla Terra[2] (ufficialmente i sovietici comunicheranno di avere lanciato lo Sputnik 4). Il 10 aprile 1961, due giorni prima del volo di Gagarin, il giornalista Dennis Ogden, corrispondente del giornale comunista britannico The Daily Worker, scrisse che pochi giorni prima, esattamente il 7 aprile, i sovietici avevano lanciato un uomo nello spazio; alla notizia un corrispondente francese a Mosca, Eduard Brobovski, il giorno successivo fece il nome di Vladimir Iljushin. Nel 1999 venne prodotto sulla vicenda un documentario, in cui si raccontava che Iljushin, lanciato prima di Gagarin, effettuò un atterraggio di emergenza nel territorio della Repubblica Popolare Cinese e il cosmonauta rimase gravemente ferito.

Le voci sui cosmonauti perduti sono state alimentate anche da fotografie di uomini in tuta spaziale pubblicate nel 1959 dal settimanale sovietico Ogoniok e dal quotidiano serale di Mosca; i nomi di questi uomini apparivano nelle didascalie, ma in seguito essi (Belokoniov, Kachur, Graciov, Michailov e Zavadovski) non hanno mai preso parte a voli spaziali, pertanto i fautori della teoria sui cosmonauti perduti ritengono che siano deceduti nel corso di missioni spaziali segrete.

Presunti cosmonauti deceduti in incidenti spaziali[modifica | modifica sorgente]

Presunti voli suborbitali[modifica | modifica sorgente]

  • Aleksei Ledovsky (novembre 1957)
  • Serenti Shiborin (febbraio 1958)
  • Andrei Mitkov (gennaio 1959)

Presunti voli orbitali[modifica | modifica sorgente]

  • Gennadi Zavadovsky (maggio 1960)
  • Ivan Kachur (settembre 1960)
  • Piotr Dolgov (ottobre 1960)
  • Alexis Graciov (novembre 1960)
  • Gennadi Mikhailov (febbraio 1961)
  • Ludmilla Serakovna o Tokova (maggio 1961)
  • Alexis Belokoniov (maggio 1962)

Presunti morti in addestramento[modifica | modifica sorgente]

  • Nikolai o Anatolij Tokov
  • N.K. Nikitin

Secondo alcune fonti, la presunta vedova di Tokov, durante una visita negli Stati Uniti di una delegazione sovietica di cui faceva parte, avrebbe rivelato che il marito sarebbe morto nel 1967 durante l'addestramento per un volo spaziale[3]. Altre fonti riportano invece che Tokov sarebbe stato il marito della presunta cosmonauta Ludmilla Serakovna e che i due coniugi abbiano volato insieme nello spazio nel 1961 perdendo la vita[4].

Intercettazioni radio di presunti incidenti spaziali[modifica | modifica sorgente]

La teoria dei cosmonauti perduti è stata alimentata anche da alcune supposte intercettazioni radio captate sui cieli di Torino in date diverse da due radioamatori italiani, Achille e Giovanni Battista Judica Cordiglia.

28 novembre 1960[modifica | modifica sorgente]

I fratelli Judica Cordiglia affermano di avere captato un "SOS a tutto il mondo" in segnali Morse, proveniente da un punto fisso del cielo, che diventava sempre più debole come se si allontanasse dal punto di ricezione; essi concludono che debba trattarsi di una navicella spaziale con un cosmonauta a bordo. I critici sostengono che la provenienza del segnale da un punto fisso del cielo non è compatibile con la percorrenza di un'orbita e pertanto si dovrebbe spiegare con un allontanamento della navicella dalla Terra, ma ciò non è possibile, perché i sovietici all'epoca non avevano la possibilità di lanciare una navicella con uomini a bordo fuori dall'orbita terrestre[5], dato che il razzo vettore Proton non era ancora disponibile (fu collaudato nel 1965). Risulta invece che in quel periodo i sovietici lanciarono in orbita un satellite, lo Sputnik 6.

2 febbraio 1961[modifica | modifica sorgente]

I fratelli Judica Cordiglia affermano di avere captato un battito cardiaco e un respiro affannoso provenienti dallo spazio, che interpretano come il rantolo di un cosmonauta morente. Due giorni dopo il segnale è captato indipendentemente da un altro radioamatore italiano, Mario Del Rosario. Alcuni critici, tra cui lo svedese Sven Grahn, ingegnere ed esperto di comunicazioni radio, sostengono che i dati fisiologici dei cosmonauti sovietici (tra cui il battito cardiaco) venivano trasformati in segnali elettrici a onda quadra, inviati a terra per via telemetrica e successivamente decodificati[6], pertanto non potevano essere sentiti direttamente, ma il suono doveva essere simile al fruscio di un fax o di un modem, con interruzioni ad intervalli regolari[7]. I sovietici comunicarono ufficialmente di avere lanciato in quel periodo un satellite, lo Sputnik 7, ma poi fu rivelato che si trattava in realtà della prima sonda destinata all'esplorazione di Venere, che non riuscì a lasciare l'orbita terrestre per un guasto all'ultimo stadio del razzo vettore.

23 maggio 1961[modifica | modifica sorgente]

I fratelli Judica Cordiglia affermano di avere captato dallo spazio la voce di alcuni cosmonauti tra cui una donna, a cui viene attribuito il nome di Ludmilla; quest'ultima afferma di sentire un calore crescente e di vedere una fiamma. Essi ritengono che la navicella sia bruciata durante la fase di rientro nell'atmosfera. Quest'intercettazione ha avuto diverse critiche. La presenza di più voci lascerebbe presumere un volo plurimo, ma le capsule sovietiche Vostok allora disponibili non potevano ospitare più di un cosmonauta; inoltre non è possibile che la voce della donna si riferisca alla fase di rientro nell'atmosfera, perché la ionizzazione delle particelle d'aria intorno alla capsula interrompe il contatto radio (black-out) per alcuni minuti[8]. È stato anche rilevato che nel 1961 non c'erano ancora donne cosmonaute, che furono selezionate solo nel 1962[9].

Segnali radio sulla stessa frequenza vennero captati nello stesso periodo anche dall'Osservatorio di Bochum in Germania, ma il direttore dichiarò che a suo parere provenivano da trasmissioni terrestri[10]. A conferma di questa ipotesi, va detto che nel maggio 1961 non risultano lanci spaziali sovietici[11] e non è ipotizzabile un lancio "segreto" perché già dal novembre 1960 era operativo il sistema SPADATS (Space Detection and Tracking System) gestito dal NORAD per il tracciamento dei lanci spaziali[12].

15 maggio 1962[modifica | modifica sorgente]

Vengono intercettate le voci di due uomini e di una donna impegnati in una disperata conversazione. Anche questo caso presupporrebbe una missione con più cosmonauti a bordo di una capsula, ma come si è detto le capsule multiposto Voskhod non erano all'epoca ancora disponibili (lo furono a partire dal 1964). Ufficialmente i sovietici lanciarono in quel periodo lo Sputnik 15.

Critiche alla teoria sui cosmonauti perduti[modifica | modifica sorgente]

Già nel 1963 sir Bernard Lovell, direttore del radiotelescopio britannico di Jodrell Bank (che era in grado di captare i segnali di satelliti e capsule spaziali) dichiarò categoricamente che "non ci sono ragioni per credere che vi siano stati voli spaziali umani tentati senza successo dall'URSS"[13].

Nel 1986, grazie alla glasnost, gli stessi sovietici rivelarono notizie prima sconosciute che hanno permesso di fare nuova luce sul loro programma spaziale. La notizia più clamorosa fu quella della morte di Valentin Bondarenko, un cosmonauta fino ad allora sconosciuto in occidente, che era morto nel 1961 in un incidente durante l'addestramento. Fu rivelato anche che alcune persone ebbero relazione con il programma spaziale e morirono in servizio, ma non erano cosmonauti. In particolare, esisteva un gruppo di piloti militari che effettuavano test per il programma spaziale ma non facevano parte del corpo dei cosmonauti; tra questi c'era anche Piotr Dolgov, ritenuto un cosmonauta perduto, che non morì nello spazio, ma in un lancio ad alta quota con il paracadute, effettuato nel 1962. Anche Nikolai Nikitin, presunto cosmonauta morto in addestramento, era un realtà un ufficiale dei paracadutisti addetto alla preparazione dei cosmonauti e morì nel 1963 durante un lancio con il paracadute[14]. Fonti russe riferiscono che anche Ledovski, Shiborin e Mitkov, ritenuti cosmonauti morti in voli suborbitali, facevano parte di questo gruppo di piloti collaudatori non cosmonauti[15]. Si è appreso anche che le foto di persone in tuta spaziale apparse sui giornali sovietici e attribuite a cosmonauti perduti si riferivano a tecnici (come Belokionov) incaricati di provare le tute[16]. Altre notizie riguardarono l'esclusione di alcuni cosmonauti dal programma spaziale per ragioni mediche (come Valentin Varlamov) o disciplinari (come Grigori Neljubov)[16]; essi vennero anche cancellati dalle foto di gruppo dei cosmonauti[17].

Dopo il dissolvimento dell'Unione Sovietica avvenuto nel 1991 gli archivi del programma spaziale sono stati aperti al pubblico e gli storici dell'astronautica hanno potuto conoscere tanti retroscena e fallimenti prima tenuti nascosti. Sono emerse le storie della catastrofe di Nedelin e delle esplosioni durante la sperimentazione del razzo N1, progettato per portare due cosmonauti sulla Luna. Si è appreso di missioni spaziali abortite nella fase di lancio, come la Sojuz 18-1, in cui i cosmonauti sono rimasti fortunosamente vivi.

Tra tutta la massa di documenti ed informazioni emersa dagli archivi sovietici non è emersa alcuna prova che confermi l'esistenza di voli spaziali segreti in cui hanno perso la vita dei cosmonauti. Le ricostruzioni storiche del programma spaziale sovietico effettuate da esperti come il professor Asif Siddiqi[18] e l'ex ingegnere della NASA James Oberg[19] sulla base dei documenti oggi disponibili, escludono che tali missioni spaziali abbiano avuto luogo.

Per quanto riguarda le intercettazioni radio dei fratelli Judica Cordiglia, Sven Grahn ha ipotizzato che in alcuni casi avrebbero potuto essere trasmissioni terra-terra o trasmissioni da aerei in volo[16]. Inoltre esperti di dinamica del volo orbitale hanno fatto notare che in alcuni casi i tempi di intercettazione non corrispondono ai tempi di transito sulla stazione di ascolto secondo i calcoli effettuati in base alla dinamica orbitale.[20]

Quanto alla vicenda di Vladimir Iljushin, James Oberg ha fatto notare che non sono stati trovati documenti, come fotografie scattate durante l'addestramento, che dimostrino la sua appartenenza al corpo dei cosmonauti. Inoltre l'interessato è stato intervistato dopo il dissolvimento dell'Unione Sovietica, ma non ha confermato la vicenda[19].

Leggende metropolitane e storie inventate[modifica | modifica sorgente]

Tra gli anni settanta e gli anni novanta sono nate alcune leggende metropolitane e storie inventate su vari cosmonauti fantasma.

Ivan Istochnikov[modifica | modifica sorgente]

Secondo una leggenda metropolitana, questo cosmonauta fu lanciato nello spazio a bordo della Sojuz 2 che doveva agganciarsi alla Sojuz 3, ma scomparve il 26 ottobre 1968 e il suo casco fu trovato colpito da un micrometeorite. Le autorità sovietiche nascosero la sua morte e dichiararono che la capsula era priva di equipaggio. In realtà Ivan Istochnikov fu creato nel 1997 dal fotografo spagnolo Joan Fontcuberta con l'obiettivo di presentarlo ad un'esposizione al Museo Nazionale di Arte della Catalogna; il nome del cosmonauta è una traduzione in russo del nome del fotografo, che in italiano significa "Giovanni Fontecoperta".

Boris 504[modifica | modifica sorgente]

Nel 1999 Dwayne Allen Day pubblicò un articolo satirico su uno scimpanzé, chiamato Boris 504, che sarebbe allunato con la sonda sovietica Luna 15 e sarebbe sopravvissuto per qualche tempo sulla Luna. L'articolo, che era una parodia della propaganda sovietica dell'epoca, fu ritenuto vero da alcuni mezzi di comunicazione.

Porfiri Yebenov[modifica | modifica sorgente]

Secondo una leggenda metropolitana nata a Mosca, gli astronauti dell'Apollo 11 ebbero un guasto ai motori del Modulo Lunare e un cosmonauta russo precedentemente atterrato e bloccato sulla Luna li aiutò a riparare il guasto e a ripartire. Il carattere umoristico della storia è evidente se si pensa che in russo Yebenov significa "fottuto".

Nano del KGB[modifica | modifica sorgente]

La sonda Luna 17 sbarcò sulla Luna un veicolo automatico semovente, il Lunokhod 1. Alcuni cittadini sovietici, che erano scettici sulla possibilità che un veicolo semovente potesse circolare sulla Luna, misero in giro la voce che esso fosse pilotato in realtà da un agente nano del KGB (il servizio segreto sovietico), imbarcatosi per una missione suicida. In realtà né sulla sonda né sul veicolo c'era posto per le provviste di aria, acqua e cibo che avrebbero dovuto tenere in vita un cosmonauta per alcuni mesi.

Andrei Mikoyan[modifica | modifica sorgente]

Nel 2000 all'Agenzia Spaziale Europea circolò una storia su due cosmonauti sovietici che nel luglio del 1969 tentarono di raggiungere la Luna prima degli americani ma non ci riuscirono a causa di un'avaria; uno dei due membri dell'equipaggio si chiamava Andrei Mikoyan. In realtà la storia si basa su un episodio della serie televisiva americana "The Cape", in cui uno Space Shuttle americano incontra una navicella spaziale sovietica alla deriva, che risulta essere una missione umana inviata 30 anni prima sulla Luna per anticipare L'Apollo 11.

Igor Fedrov[modifica | modifica sorgente]

Nel 1998 circolò negli Stati Uniti una leggenda metropolitana secondo cui durante il dissolvimento dell'Unione Sovietica avvenuto nel 1991 un cosmonauta, Igor Fedrov, venne abbandonato sulla stazione spaziale Mir e tentò un rientro di fortuna sulla Terra morendo nel tentativo.

Cosmonauti ed astronauti fantasma autentici[modifica | modifica sorgente]

Si tratta di cosmonauti e astronauti meccanici che sono stati usati per collaudare i sistemi delle capsule spaziali o per effettuare esperimenti scientifici.

Ivan Ivanovič[modifica | modifica sorgente]

È il nome dato ad un manichino che fu usato nello Sputnik 9 e nello Sputnik 10 lanciati nel marzo 1961 per collaudare i sistemi della navicella spaziale Vostok in vista del primo volo spaziale umano. In entrambi i voli il manichino andò nello spazio insieme ad un cane e fu espulso con il seggiolino eiettabile prima che la Vostok toccasse terra. Per evitare che qualcuno lo scambiasse per un cosmonauta morto portava ben visibile la scritta "manichino".

FM-2[modifica | modifica sorgente]

Fu un manichino usato nell'agosto del 1969 a bordo della sonda Zond 7 per studiare gli effetti del volo verso la Luna su un organismo umano. Lo stesso manichino fu poi usato nell'ottobre del 1970 a bordo del satellite Cosmos 368.

Simulatore di equipaggio USA[modifica | modifica sorgente]

Anche la NASA utilizzò un simulatore di equipaggio, che fu inviato nello spazio con la Mercury-Atlas 4 per provare i sistemi della capsula Mercury prima del volo orbitale di John Glenn. Il simulatore era composto da un pupazzo capace di simulare il respiro e di generare calore (per provare i sistemi di regolazione della temperatura), due nastri di registrazioni di voci (per provare le trasmissioni via radio) e strumenti vari per misurare il livello di rumore, vibrazioni e radiazioni.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Cosmonauti sconosciuti, Lostcosmonauts.com. (archiviato dall'url originale il 10 febbraio 2010).
  2. ^ Robert Heinlein, Pravda Means Truth, ripubblicato in Expanded Universe, Ace Books, 1980
  3. ^ (EN) James Oberg, Uncovering Soviet Disasters. Chapter 10: Dead Cosmonauts, jamesoberg.com. URL consultato il 16 novembre 2013.
  4. ^ (RU) S. Ĵeleznjakov, Fantomaj kosmonaŭtoj, kosmonauxtiko.narod.ru. URL consultato il 16 novembre 2013.
  5. ^ Alessandro Lattanzio, L'elenco dei Cosmonauti fantasma, digilander.libero.it. URL consultato il 16 novembre 2013.
  6. ^ (EN) Sven Grahn, Biomedical telemetry, svengrahn.pp.se, 1996. URL consultato il 16 novembre 2013.
  7. ^ (EN) Sven Grahn, Notes on the space tracking activities and sensational claims made by the Judica-Cordiglia brothers, svengrahn.pp.se. URL consultato il 16 novembre 2013.
  8. ^ Rodolfo Monti, Giuseppe De Chiara, Storia del rientro atmosferico da missioni spaziali (PDF), Associazione Italiana di Storia dell’Ingegneria (A.I.S.I.). URL consultato il 16 novembre 2013.
  9. ^ (EN) Female Group of Cosmonauts-1962, astronautix.com. URL consultato il 16 novembre 2013.
  10. ^ Quando i sovietici effettuarono il primo volo spaziale?, members.xoom.virgilio.it. URL consultato il 16 novembre 2013.
  11. ^ (EN) JSR Launch Vehicle Database, planet4589.org. URL consultato il 16 novembre 2013.
  12. ^ (EN) NORAD Selected Chronology, Federation of American Scientists. URL consultato il 16 novembre 2013.
  13. ^ James Oberg, Phantom Cosmonauts
  14. ^ (EN) Kamanin Diaries, astronautix.com. URL consultato il 16 novembre 2013.
  15. ^ (EN) Alexander Zheleznyakov, Mikhail Vorobyov, Jeff Dugdale, Gagarin was still the first, cosmoworld.ru. URL consultato il 16 novembre 2013.
  16. ^ a b c Gianluca Ranzini, Cosmonauti perduti in Focus Storia, n°16, ottobre-novembre 2007.
  17. ^ (EN) James Oberg, Soviet Space Propaganda: Doctored Cosmonaut Photos, Wired. URL consultato il 16 novembre 2013.
  18. ^ Asif Siddiqi, Challenge to Apollo
  19. ^ a b Oberg, 1988, op. cit..
  20. ^ Luciano Anselmo, Cosmonauti perduti in Le Stelle, n° 57, dicembre 2007.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Achille e G. Battista Judica Cordiglia, Banditi dello spazio. Dossier Sputnik 2, Minerva Medica, 2010
  • Achille e G. Battista Judica Cordiglia, Dossier Sputnik...questo il mondo non lo saprà, Minerva Medica, 2007
  • Asif A. Siddiqi, Sputnik and the Soviet Space Challenge, University Press of Florida, 2003.
  • Asif A. Siddiqi, The Soviet Space Race with Apollo, University Press of Florida, 2003.
  • James Oberg, Uncovering Sovietic Disasters, New York, Random House, 1988.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]