Attentati alle ambasciate statunitensi del 1998
Gli attentati alle ambasciate statunitensi del 1998 colpirono le sedi diplomatiche degli Stati Uniti in Kenya e Tanzania nell'agosto del 1998. Furono rivendicati da Osama bin Laden e dall'organizzazione da lui guidata, al-Qā‘ida, e sono considerati fra i più importanti attacchi terroristici contro gli Stati Uniti perpetrati prima dei fatti dell'11 settembre 2001. Il bilancio complessivo delle vittime fu di 223 morti e circa 4000 feriti.
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Gli attacchi [modifica]
I due attacchi avvennero a Nairobi e Dar es Salaam la mattina del 7 agosto 1998, quasi simultaneamente, intorno alle 10:45 ora locale. La data era la ricorrenza dell'arrivo delle truppe americane sul suolo saudita durante la prima guerra del Golfo. In entrambi i casi, le ambasciate furono colpite dalla deflagrazione di ordigni esplosivi.
L'esplosione a Nairobi fu la più violenta delle due, e fu udita a oltre 30 km di distanza. L'ambasciata statunitense fu distrutta, e anche diversi edifici circostanti risultarono gravemente danneggiati. Le vittime accertate furono 212, con circa 4000 feriti. A Dar es Salaam fu danneggiata la struttura dell'ambasciata, con un bilancio di 11 morti e 85 feriti. In entrambi i casi, quasi tutte le vittime erano africani; complessivamente persero la vita solo 12 cittadini statunitensi, tutti a Nairobi.
Rivendicazione [modifica]
Gli attentati furono rivendicati da Osama bin Laden, ma le motivazioni non furono mai del tutto chiarite. In alcuni messaggi, bin Laden sostenne che nelle ambasciate colpite era stato programmato il genocidio ruandese; in altre occasioni sostenne che la motivazione era stata l'invasione della Somalia nell'operazione Restore Hope, o l'intenzione degli Stati Uniti di dividere il Sudan in due nazioni separate.
Risposta statunitense [modifica]
In risposta agli attentati, l'allora Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton ordinò il bombardamento di obiettivi militari in Sudan (la fabbrica farmaceutica di Al-Shifa) e Afghanistan il 20 agosto. Questa rappresaglia ebbe conseguenze molto controverse in Sudan, dove i missili colpirono una fabbrica farmaceutica la cui produzione copriva il 50% del fabbisogno nazionale. L'amministrazione statunitense sostenne di avere prove certe che nella fabbrica si producessero anche armi chimiche, ma le successive indagini di diversi gruppi indipendenti internazionali e statunitensi e la testimonianza dei tecnici italiani che lavoravano nella fabbrica provarono che l’accusa era infondata.[1] Oltre alla risposta militare, l'amministrazione clintoniana mise alcuni sospetti sulla lista delle persone più ricercate dalla giustizia degli Stati Uniti.
| Muhammad Atef | ucciso in Afghanistan nel 2001 |
| Muhsin Musa Matwalli Atwah | ucciso in Pakistan nel 2006 |
| Wadih el Hage | in prigione dal 2001[2] |
| Mohamed Sadiq Odeh | in prigione dal 2001[2] |
| Mohamed Rashed Daud al-'Owhali | in prigione dal 2001[2] |
| Khalfan Khamis Mohamed | in prigione dal 2001[2] |
| Khalid al-Fawwaz | in prigione dal 1998 |
| Ibrahim Eidarus | in prigione dal 1999 |
| Adel Abd el-Bari | in prigione dal 1999 |
| Mamduh Mahmud Salim | in prigione dal 1998 |
| Ahmed Khalfan Ghailani | in prigione dal 2004 |
| Mustafa Mohamed Fadil | forse detenuto, non si hanno conferme |
| Osama bin Laden | ucciso in Pakistan nel 2011 |
| Ayman al-Zawahiri | libero |
| Sayf al-Adel | libero |
| Abd Allah Ahmed Abd Allah | non si hanno notizie |
| Anas al-Libi | libero |
| Fazul Abdullah Mohammed | ucciso nel 2011 in Somalia |
| Ahmed Mohamed Hamed Ali | ucciso nel 2010 in Pakistan |
| Fahid Mohammed Ally Msalam | ucciso nel 2009 in Pakistan |
| Sheikh Ahmed Salim Swedan | ucciso nel 2009 in Pakistan |
Note [modifica]
- ^ Michael Barletta, Chemical Weapons in the Sudan: Allegations and Evidence., in "Nonproliferation Review. Monterey Institute of International Studies", 6:1 (1998): pp. 5-48. [1]
- ^ a b c d Four embassy bombers get life, CNN, 21 ottobre 2001
