Genocidio del Ruanda
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Il genocidio del Ruanda fu uno dei più sanguinosi episodi della storia del XX secolo. Dal 6 aprile alla metà di luglio del 1994, per circa 100 giorni, vennero massacrate sistematicamente (a colpi di armi da fuoco, machete e bastoni chiodati) una quantità di persone stimata tra 800.000 e 1.071.000.
Le vittime furono in massima parte di etnia Tutsi (Watussi); i Tutsi erano una minoranza rispetto agli Hutu, gruppo etnico maggioritario a cui facevano capo i due gruppi paramilitari principalmente responsabili dell'eccidio: Interahamwe e Impuzamugambi. I massacri non risparmiarono una larga parte di Hutu moderati, soprattutto personaggi politici.
Indice |
[modifica] Premesse
| Per approfondire, vedi le voci Origini di Hutu e Tutsi e Guerra civile ruandese. |
La percezione di una divisione etnica da parte della popolazione del Ruanda è in gran parte un effetto del dominio coloniale europeo, prima tedesco e poi belga. I coloni introdussero le carte di identità e iniziarono a classificare rigidamente i ruandesi in funzione del loro status sociale e delle loro caratteristiche somatiche, in particolare distinguendo chiaramente fra Hutu e Tutsi. I Tutsi, in genere più ricchi e compiacenti, furono favoriti. L'antropologia razzista teorizzò che i Tutsi fossero una razza diversa dagli Hutu, intrinsecamente superiore in quanto più vicina a quella caucasica. Il fatto che Tutsi e Hutu siano due gruppi etnici distinti è stato oggetto di un notevole dibattito, e oggi l'ipotesi di una importante differenza di origine viene raramente presa in considerazione.
In Ruanda come in Burundi, i Tutsi rappresentavano l'aristocrazia della società, e possedevano la terra e il bestiame; mentre gli Hutu svolgevano il lavoro agricolo. I belgi hanno ulteriormente allargato e alimentato la differenza tra questi due gruppi.
Il genocidio del 1994 si inserisce in un contesto di rivalità etniche bilaterali e stermini di massa che coinvolsero l'intera regione fin dal 1962, per continuare anche dopo il 1994. Teatro degli eccidi, oltre al Ruanda, sono stati tutti i paesi confinanti: l'Uganda a nord, il Burundi a sud (costituiva, insieme al Ruanda, la colonia belga Ruanda-Urundi), il Congo ad ovest e la Tanzania ad est. Nel 1959, la rivolta degli Hutu contro la monarchia Tutsi condusse al referendum del 1961 e all'indipendenza del 1962, accompagnata dallo sterminio di oltre 100.000 Tutsi ed alla loro emigrazione in Uganda e Burundi. Nel 1966 in Burundi, una serie di colpi di stato alimentata dalle due etnie si concluse con la presa del potere da parte dell'aristocrazia Tutsi; nel 1972, un tentativo di colpo di stato Hutu portò alla reazione violenta del governo, con lo sterminio di 200.000 Hutu. Nel 1973 in Ruanda, il generale Hutu Juvénal Habyarimana procedette al colpo di stato ed instaurò un regime autoritario nel 1975. Tornando al Burundi, i sanguinosi scontri del 1988 provocarono decine di migliaia di vittime e furono seguiti da un governo parlamentare a maggioranza Hutu; ma l'esercito controllato dai Tutsi scatenò la guerra civile ruandese e portò un milione di profughi nei paesi vicini. Nel 1990, il Fronte Patriottico Ruandese (RPF) organizzatosi in Uganda tentò il colpo di stato in Ruanda ed alimentò una guerra civile, cui seguì il genocidio del 1994 e la presa del potere da parte dell'RPF. Profughi Hutu si rifugiarono in Congo, dove furono massacrati a migliaia dai Tutsi nel 1996. La Tanzania è accusata di ospitare ribelli Hutu.
[modifica] Cronistoria
I Tutsi erano nemici storici degli Hutu, che costituivano l'85% della popolazione e dalla rivoluzione del 1959 detenevano completamente il potere. Il 6 aprile del 1994 l'aereo presidenziale dell'allora presidente Juvénal Habyarimana, al potere con un governo dittatoriale dal 1973, fu abbattuto da un missile terra-aria. Ancora oggi è ignoto chi fece partire quel missile: le ipotesi più accreditate portano alle frange estremiste del partito presidenziale, le quali non accettavano la ratificazione dell'accordo di Arusha (1993) che concedeva al Fronte Patriottico Ruandese (RPF), composto in prevalenza da esiliati Tutsi, un ruolo politico e militare importante all'interno della società ruandese; un'altra ipotesi sostiene che fu proprio l'RPF a compiere l'attentato, convinto che il suo ruolo negli eventi sarebbe stato marginale e che i patti non sarebbero stati rispettati; negli ultimi tempi è stata incriminata la moglie del presidente, che proprio quel giorno, contrariamente alle sue abitudini, decise di prendere un mezzo alternativo all'aereo, forse perché conosceva in anticipo la sorte del marito o forse perché lei stessa ne aveva tessuto le trame.
Il giorno 7 aprile a Kigali e nelle zone controllate dalle forze governative (FAR, Forze Armate Ruandesi), con il pretesto di una vendetta trasversale, iniziano i massacri e l'eliminazione fisica della popolazione tutsi e dell'opposizione democratica da parte della Guardia Presidenziale, dei miliziani dell'ex partito unico (Movimento Rivoluzionario Nazionale per lo sviluppo) e dei giovani hutu. Il segnale dell'inizio delle ostilità fu dato dall'unica radio non sabotata, l'estremista "RTLM" che invitava, per mezzo dello speaker Kantano, a seviziare e ad uccidere gli "scarafaggi" tutsi. Per 100 giorni si susseguirono massacri e barbarie di ogni tipo; vennero massacrate più di un milione di persone in maniera pianificata e capillare.
Uno dei massacri più efferati fu compiuto a Gikongoro, l'allora sede dell'istituto tecnico di Murambi: oltre 27.000 persone vennero massacrate senza pietà e la notte dalle fosse comuni il sangue uscì andando ad inumidire il terreno. Per dare un'idea sommaria di quello che avvenne, basti pensare che in un giorno vennero uccise circa ottomila persone, circa 333 in un'ora, ovvero 5 vite al minuto. Il massacro non avvenne per mezzo di bombe o mitragliatrici, ma principalmente con il più rudimentale ma altrettanto efficace machete e con terribili bastoni chiodati, fatti importare per l'occasione dalla Cina.
[modifica] L'atteggiamento del mondo
La storia del genocidio ruandese è anche la storia dell'indifferenza dell'Occidente di fronte ad eventi percepiti come distanti dai propri interessi. Emblematico fu l'atteggiamento dell'ONU che si disinteressò del tutto delle tempestive richieste di intervento inviategli dal maggiore generale canadese Romeo Dallaire, comandante delle forze armate (2.500 uomini, ridotti a 500 un mese dopo l'inizio del genocidio) dell'ONU. Un passo tratto dal fax inviato all'ONU da Dallaire denuncia il rischio dell'imminente genocidio: Dal momento dell'arrivo della MINUAR, (l'informatore) ha ricevuto l'ordine di compilare l'elenco di tutti i tutsi di Kigali. Egli sospetta che sia in vista della loro eliminazione. Dice che, per fare un esempio, le sue truppe in venti minuti potrebbero ammazzare fino a mille tutsi. (...) l'informatore è disposto a fornire l'indicazione di un grande deposito che ospita almeno centotrentacinque armi... Era pronto a condurci sul posto questa notte - se gli avessimo dato le seguenti garanzie: chiede che lui e la sua famiglia siano posti sotto la nostra protezione. Il Dipartimento per le Missioni di Pace con sede a New York non inviò la richiesta d'intervento alla Segreteria Generale né al Consiglio di Sicurezza.
Nonostante i diversi rapporti presentati alla Commissione per i Diritti Umani dell'ONU, il Consiglio di Sicurezza, a causa del veto USA, non riconosce il genocidio in Ruanda. Inoltre, diversi paesi occidentali mandarono dei contingenti con l'unico scopo di salvare i propri cittadini. Fra questi spiccano il Belgio e la Francia; quest'ultima non solo non volle fermare i massacri (negli anni precedenti aveva armato e addestrato le FAR), ma anzi fiancheggiò le milizie Hutu in ritirata dopo l'arrivo del FPR (tutsi). Gli USA parlarono di "atti di genocidio" il 10 giugno 1994 (dopo 2 mesi); tale atteggiamento attendista è da mettere in relazione con la memoria ancora viva dei soldati americani massacrati nella Battaglia di Mogadiscio appena cinque mesi prima (3 ottobre 1993). Fatto da non trascurare, e che spesso viene tralasciato, è la posizione di Mitterand e della Francia, che prima appoggiò i Tutsi per poi spingere gli Hutu alla rivolta (il comando più violento del genocidio ruandese, gli Interahamwe, furono creati proprio dall'allora presidente francese).
[modifica] Conseguenze
Ancora oggi, dopo più di dieci anni dal genocidio, rimangono in libertà numerosi autori delle stragi, alcuni paradossalmente protetti da paesi occidentali, come la Gran Bretagna, con il pretesto dell'assenza di trattati di estradizione con il Ruanda.
L'UNAMIR restò in Ruanda fino all'8 marzo 1996, con l'incarico di assistere e proteggere le popolazioni oggetto del massacro. L'ufficio dell'ONU fu capace di lavorare a pieni ranghi solo dopo il termine del genocidio, e questo ritardo costò alle Nazioni Unite una quantità di accuse che le portarono, nel marzo 1996 appunto, a ritirare i propri contingenti. Nel corso del mandato, avevano perso la vita 27 membri dell'UNAMIR – 22 caschi blu, 3 osservatori militari, un membro civile della polizia in collaborazione con l'ONU e un interprete.
Gran parte dei mandanti e dei perpetratori della carneficina trovarono rifugio nel confinante Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo). Gli odi razziali, che avevano fomentato la tragedia e che hanno lasciato un'impronta indelebile sul suolo ruandese, passarono così alle nazioni vicine: si suppone infatti che essi abbiano carburato la Prima e la Seconda guerra del Congo (rispettivamente, 1996-97 e 1998-2003), e che siano stati uno dei principali fattori della Guerra civile del Burundi (1993-2005). L'attuale conflitto del Darfur richiama da vicino il ruolo della comunità internazionale durante il genocidio ruandese, suscitando il timore che l' ONU non sia effettivamente in grado di svolgere un'efficace prevenzione [1]
Nel marzo 2008, un processo di appello ha condannato il sacerdote cattolico Athanase Seromba all'ergastolo, affermando che ha partecipato attivamente ai massacri e non ha dimostrato alcun segno di pentimento.[2]
Il 18 dicembre 2008, il tribunale internazionale speciale istituito ad Arusha, in Tanzania, ha condannato all'ergastolo per genocidio il colonnello Théoneste Bagosora, nel 1994 a capo del Ministero della Difesa ruandese e ritenuto l'ideatore del massacro, il maggiore Aloys Ntabakuze e il colonello Anatole Nsengiyumva.
La vicenda è stata ricostruita in film come Hotel Rwanda (2004), Accadde in aprile (2005) , Shooting Dogs (2005) e Shake Hands with the Devil.
[modifica] Bibliografia
[modifica] Saggi
- Daniele Scaglione, Istruzioni per un genocidio. Rwanda: cronache di un massacro evitabile, ed. EGA, 2003, ISBN 8876704477
- Michela Fusaschi, Hutu-Tutsi. Alle radici del genocidio rwandese, ed. Bollati Boringhieri, 2000, ISBN 8833912868
[modifica] Inchieste
- Philip Gourevitch, Desideriamo informarla che domani verremo uccisi con le nostre famiglie, ed. Einaudi, 2000, ISBN 8806156160
- Jean Hatzfeld, A colpi di machete. La parola agli esecutori del genocidio in Ruanda, ed. Bompiani, 2004, ISBN 8845232506
[modifica] Testimonianze
- André Sibomana, J'accuse per il Rwanda. Ultima intervista a un testimone scomodo, ed. EGA, 2004, ISBN 8876705260
- Yolande Mukagasana, La morte non mi ha voluta, ed. la Meridiana, 1998, ISBN 8885221971
- Hanna Jansen, Ti seguirò oltre mille colline. Un'infanzia africana, ed. TEA, 2005, ISBN 8850207298
- Pierantonio Costa e Luciano Scalettari, La lista del console: cento giorni un milione di morti, ed. Paoline, 2004, ISBN 8831526413
- Augusto D'Angelo, Il sangue del Ruanda. Processo per genocidio al vescovo Misago, ed. EMI, 2001, ISBN 8830710849
- Ivana Trevisani, Lo sguardo oltre le mille colline, ed. Baldini Castoldi Dalai, 2004, ISBN 888490495
[modifica] Narrazioni
- Paolo Sormani, Non si sa mai perché si torna, ed. Colibrì, 2001, ISBN 888634533X
- Véronique Tadjo, L'ombra di Imana, ed. Ilisso, 2005, ISBN 8889188421
- Immaculée Hilibagiza, Viva per raccontare, Ed. Corbaccio, ottobre 2007
- China Keitetsi, Una bambina soldato, Ed. Marsilio, 2008, ISBN 978.88.31.79458.9
- Roberto Mauri, Rwanda - La notte delle stelle cadute, Ed. Dell'Arco, 2005, ISBN 88-7876-017-X
Gil Courtemanche "Una domenica in piscina a Kigali", ed. Feltrinelli,2005, ISBN 88-07-01672-9
[modifica] In inglese
- Carol Rittner, John K. Roth, Wendy Whitworth, Genocide in Rwanda: Complicity of the Churches?, ed. Paragon House, 2004, ISBN 1557788375
- Alan J. Kuperman, The Limits of Humanitarian Intervention: Genocide in Rwanda, ed. Brookings Institution Press, 2001, ISBN 0815700857
- Alison Liebhafsky Des Forges, Alison Des Forges, Leave None to Tell the Story: Genocide in Rwanda, ed. Human Rights Watch, 1999, ISBN 1564321711
- Linda Melvern, Conspiracy to Murder: The Rwanda Genocide and the International Community, ed. Verso, 2004, ISBN 1859845886
- Gérard Prunier, The Rwanda Crisis. History of a genocide, ed. Columbia University Press, 1997, ISBN 023110409X
- Shaharyan M. Khan, Mary Robinson, The Shallow Graves of Rwanda, ed. I. B. Tauris, 2001, ISBN 1860646166
- Linda Melvern, A People Betrayed: The Role of the West in Rwanda's Genocide , ed. Zed Books, 2000, ISBN 185649831X
- Andrew Wallis, Silent Accomplice: The Untold Story of France's Role in the Rwandan Genocide, ed. I. B. Tauris, 2007, ISBN 1845112474
- Roméo Dallaire, Samantha Power, Shake Hands with the Devil: The Failure of Humanity in Rwanda, ed. Carroll & Graf, 2004, ISBN 0786715103
- Michael Barnett, Eyewitness to a Genocide: The United Nations and Rwanda, ed. Cornell University Press, 2002, ISBN 0801438837
- Immaculee Ilibagiza, Left to Tell: Discovering God Amidst the Rwandan Holocaust, ed. Hay House, 2007, ISBN 1401908977
- Mahmood Mamdani, When Victims Become Killers: Colonialism, nativism and the Genocide in Rwanda, Princeton University Press, 2001 ISBN 0-691-10280-5
[modifica] Film
- 100 Days, film di Nick Hughes. Produzione Regno Unito / Ruanda 2001
- Accadde in aprile, film di Raoul Peck con Idris Elba e Debra Winger. Produzione USA / FRANCIA / RUANDA 2005
- Frontline: Ghosts of Rwanda, documentario. Produzione 2004
- Hotel Rwanda, Un film di Terry George. Con Don Cheadle, Sophie Okonedo, Nick Nolte, Joaquin Phoenix, Roberto Citran. Genere Drammatico, colore, 121 minuti. Produzione Canada, Gran Bretagna, Italia, Sudafrica 2004
- Rwanda: Living Forgiveness, cortometraggio. Produzione 2005
- Shooting Dogs, film di Michael Caton-Jones. Produzione Regno Unito / Germania 2005
- The Diary of Immaculee, cortometraggio documentario di Peter LeDonne. Produzione USA 2006
[modifica] Note
- ^ "It is not surprising that we [gli USA] have stayed out of Darfur. That, truly, is Rwanda's lesson: endangered peoples who depend on us for their salvation stand undefended." (Talk of the Town: Comment: Just Watching)
- ^ Massimo Alberizzi. Fu genocidio, ergastolo a padre Seromba. Il Corriere della Sera. URL consultato il 2008-03-13.
[modifica] Voci correlate
[modifica] Collegamenti esterni
- Testimonianza di Yolande Mukagasana
- Testimonianza di Vedaste Kaisabe
- Testimonianza dell'unico inviato italiano in Ruanda, Federico Marchini
- Testimonianza di Niccolò Rinaldi, membro del Parlamento Europeo che si occupa di Africa

