Genocidio del Ruanda

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Genocidio
Rwandan Genocide Murambi bodies.jpg

Scheletri dissepolti di vittime del massacro alla Scuola tecnica a Murambi, presso Gikongoro, Ruanda (1994).


Il genocidio del Ruanda fu uno dei più sanguinosi episodi della storia del XX secolo. Dal 6 aprile alla metà di luglio del 1994, per circa 100 giorni, vennero massacrate sistematicamente (a colpi di armi da fuoco, machete pangas e bastoni chiodati) almeno 500.000 persone secondo le stime di Human Rights Watch[1]; il numero delle vittime tuttavia è salito fino a raggiungere una cifra pari a circa 800.000 o 1.000.000 di persone[2]. Il genocidio, ufficialmente, viene considerato concluso alla fine dell'Opération Turquoise, una missione umanitaria voluta e intrapresa dai francesi, sotto autorizzazione ONU.

Le vittime furono prevalentemente Tutsi. L'idea di una differenza di tipo razziale fra gli Hutu e i Tutsi è legata al primo colonialismo belga in Africa. I coloni belgi si basarono sulla semplice osservazione dell'aspetto fisico degli appartenenti ai diversi gruppi. Essi osservarono che i Twa (un terzo gruppo etnico dell'area) erano di bassa statura (come i pigmei), gli Hutu erano di media altezza, e i Tutsi erano molto alti e snelli. Inoltre, i Tutsi tendono ad avere il naso, e l'intero volto, più sottile[senza fonte]. I Tutsi erano una minoranza rispetto agli Hutu, mentre i Twa costituivano un altro gruppo ancora meno numeroso. Anticamente si poteva passare da un gruppo ad un altro, ci si poteva sposare tra gruppi diversi. La differenza era prevalentemente di tipo sociale: i Tutsi erano più ricchi degli Hutu e nell'ultimo gradino della scala sociale vi erano i Twa. Ma non era definitivo, chiunque poteva migliorare la propria condizione. I colonizzatori belgi fecero l'errore di considerare questi gruppi come delle divisioni razziali.

Così facendo i gruppi si irrigidirono e non fu più possibile cambiare gruppo. I Tutsi divennero i ricchi al potere, gli Hutu i poveri che dovevano subire tutto. Dopo sanguinose rivolte e massacri, gli Hutu, con l'accordo dei belgi, presero il potere nel 19591962[3] e iniziò la lunga persecuzione dei Tutsi. Molti di loro fuggirono nei Paesi limitrofi, soprattutto in Uganda. Nel periodo del genocidio gli Hutu erano il gruppo di popolazione maggiore. Erano Hutu anche i due gruppi paramilitari principalmente responsabili dell'eccidio: Interahamwe e Impuzamugambi. Il genocidio ruandese può essere considerato la goccia che fece traboccare il vaso delle tensioni e rivalità tra gli Hutu e i Tutsi.

Genocidio del Ruanda
Nyamata Memorial Site 13.jpg
Ruanda · Genocidio
Storia
Origini di Hutu e Tutsi
Guerra civile ruandese
Accordi di Arusha
Massacro di Nyarubuye
Paul Rusesabagina
Fazioni
Interahamwe (Hutu)
Impuzamugambi (Hutu)
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UNAMIR (Nazioni Unite)
RTLM e Kangura
Conseguenze
Tribunale Internazionale
Corte Gacaca
Crisi dei Grandi Laghi
Prima Guerra del Congo
Seconda Guerra del Congo
Media
Hotel Rwanda
Shake Hands with the Devil

Premesse[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Origini di Hutu e Tutsi e Guerra civile ruandese.

La percezione di una divisione etnica da parte della popolazione del Ruanda è in gran parte un effetto del dominio coloniale europeo, prima tedesco e poi belga. I coloni introdussero le carte di identità e iniziarono a classificare rigidamente i ruandesi in funzione del loro status sociale e delle loro caratteristiche somatiche, in particolare distinguendo chiaramente fra Hutu e Tutsi. I Tutsi, in genere più ricchi e compiacenti, furono favoriti. L'antropologia razzista teorizzò che i Tutsi fossero una razza diversa dagli Hutu, intrinsecamente superiore in quanto più vicina a quella caucasica. Il fatto che Tutsi e Hutu siano due gruppi etnici distinti è stato oggetto di un notevole dibattito, e oggi l'ipotesi di un'importante differenza di origine etnica viene raramente presa in considerazione.

In Ruanda come in Burundi, i Tutsi rappresentavano l'aristocrazia della società, e possedevano la terra e il bestiame; mentre gli Hutu svolgevano il lavoro agricolo. I belgi hanno ulteriormente allargato e alimentato la differenza tra questi due gruppi. Il genocidio del 1994 si inserisce in un contesto di rivalità etniche bilaterali e stermini di massa che coinvolsero l'intera regione fin dal 1962, per continuare anche dopo il 1994. Teatro degli eccidi, oltre al Ruanda, sono stati tutti i paesi confinanti: l'Uganda a nord, il Burundi a sud (che costituiva, insieme al Ruanda, la colonia belga Ruanda-Urundi), il Congo ad ovest e la Tanzania ad est.

Nel 1959, la rivolta degli Hutu contro la monarchia Tutsi condusse al referendum del 1961 e all'indipendenza del 1962, accompagnata dallo sterminio di oltre 100.000 Tutsi ed alla loro emigrazione in Uganda e Burundi. Nel 1966 in Burundi, una serie di colpi di stato alimentata dalle due etnie si concluse con la presa del potere da parte dell'aristocrazia Tutsi; nel 1972, un tentativo di colpo di stato Hutu portò alla reazione violenta del governo, con lo sterminio di 200.000 Hutu. Nel 1973 in Ruanda, il generale Hutu Juvénal Habyarimana procedette al colpo di stato ed instaurò un regime autoritario nel 1975. Tornando al Burundi, i sanguinosi scontri del 1988 provocarono decine di migliaia di vittime e furono seguiti da un governo parlamentare a maggioranza Hutu; ma l'esercito controllato dai Tutsi scatenò la guerra civile ruandese e portò un milione di profughi nei paesi vicini. Nel 1990, il Fronte Patriottico Ruandese (RPF), gruppo politico-militare nato nella comunità Tutsi rifugiatasi in Uganda, tentò il colpo di stato in Ruanda ed alimentò una guerra civile, cui seguì il genocidio del 1994 e la presa del potere da parte dell'RPF. Profughi Hutu si rifugiarono in Congo, dove furono massacrati a migliaia dai Tutsi nel 1996. La Tanzania è accusata di ospitare ribelli Hutu.

Cronistoria[modifica | modifica sorgente]

I teschi delle vittime mostrano sfregi e segni di violenze
Vittime di Genocidio del Ruanda

I Tutsi erano stati estromessi dal potere dagli Hutu, che costituivano l'85% della popolazione e dalla rivoluzione del 1959 detenevano completamente il potere. Il 6 aprile del 1994 l'aereo presidenziale dell'allora presidente Juvénal Habyarimana, al potere con un governo dittatoriale dal 1973, fu abbattuto da un missile terra-aria, mentre il presidente era di ritorno insieme al collega del Burundi Cyprien Ntaryamira da un colloquio di pace.

Ancora oggi è ignoto chi fece partire quel missile: le ipotesi più accreditate portano alle frange estremiste del partito presidenziale, le quali non accettavano la ratificazione dell'accordo di Arusha (1993) che concedeva al Fronte Patriottico Ruandese (RPF), composto in prevalenza da esiliati Tutsi, un ruolo politico e militare importante all'interno della società ruandese; un'altra ipotesi sostiene che fu proprio l'RPF a compiere l'attentato, convinto che il suo ruolo negli eventi sarebbe stato marginale e che i patti non sarebbero stati rispettati; qualche anno più tardi è stata incriminata la moglie del presidente, che proprio quel giorno, contrariamente alle sue abitudini, decise di prendere un mezzo alternativo all'aereo, forse perché conosceva in anticipo la sorte del marito o forse perché lei stessa ne aveva tessuto le trame.

Subito dopo lo schianto dell'aereo, ma anche nella stessa mattinata del giorno 6 di aprile[4], con il pretesto di una vendetta trasversale, cominciarono i massacri, che si intensificarono dal 7 aprile a Kigali e nelle zone controllate dalle forze governative (FAR, Forze Armate Ruandesi), della popolazione Tutsi e di quella parte Hutu imparentata con questi o schierata su posizioni più moderate, ad opera della Guardia Presidenziale e dei gruppi paramilitari Interahamwe e Impuzamugambi, con il supporto dell'esercito governativo. Il segnale dell'inizio delle ostilità fu dato dall'unica radio non sabotata, l'estremista "RTLM" che invitava, per mezzo dello speaker Kantano, a seviziare e ad uccidere gli "scarafaggi" tutsi.

Per 100 giorni si susseguirono massacri e barbarie di ogni tipo; vennero massacrate più di un milione di persone in maniera pianificata e capillare. Uno dei massacri più efferati fu compiuto a Gikongoro, l'allora sede dell'istituto tecnico di Murambi: oltre 27.000 persone vennero massacrate senza pietà e la notte dalle fosse comuni il sangue uscì andando ad inumidire il terreno. Per dare un'idea sommaria di quello che avvenne, basti pensare che in un giorno vennero uccise circa ottomila persone, circa 333 all'ora, ovvero 5 vite al minuto.

Il massacro non avvenne per mezzo di bombe o mitragliatrici, ma principalmente con il più rudimentale ma altrettanto efficace machete. Il genocidio ruandese ebbe termine nel luglio 1994 con la vittoria dell'RPF nel suo scontro con le forze governative. Giunto a controllare l'intero paese l'RPF attuò una risposta al genocidio che aggravò ulteriormente la situazione umanitaria in quanto comportò la fuga di circa un milione di profughi Hutu verso i paesi confinanti Burundi, Zaire, Tanzania e Uganda.

Un genocidio preparato[modifica | modifica sorgente]

L'uccisione era stata ben organizzata dal governo ruandese[1]. Quando il massacro è iniziato, i miliziani ruandesi erano circa 30.000, o un membro della milizia per ogni dieci famiglie. Venne organizzato a livello nazionale, con rappresentanti in ogni quartiere. Alcuni membri della milizia erano in grado di acquisire i fucili d'assalto AK-47 compilando il modulo di richiesta. Altre armi, come le granate, non venivano richieste tramite alcun lavoro d'ufficio e sono state quindi ampiamente distribuite dal governo. Molti membri dell'Interahamwe e Impuzamugambi erano muniti solo di machete.

Anche dopo l'accordo di pace firmato ad Arusha nel 1993, alcuni uomini d'affari vicini al generale Habyarimana si fecero importare 581'000 machete dalla Cina[5] per aiutare gli Hutu nell'uccidere i Tutsi, perché erano più economici delle pistole[6]. Durante un notiziario del 2000 il The Guardian rivelò che "l'ex Segretario generale dell'ONU, Boutros Boutros-Ghali, giocò un ruolo importante nella fornitura di armi al regime Hutu, il quale ha realizzato una campagna di genocidio contro i Tutsi in Ruanda nel 1994. Come ministro degli esteri in Egitto, Boutros-Ghali ha facilitato un affare di armi nel 1990, che era di $26 milioni (18 milioni di sterline) di bombe di mortaio, lanciarazzi, granate e munizioni, trasferite dal Cairo al Ruanda. Le armi furono utilizzate dagli Hutu in attacchi che hanno portato fino a 1.000.000 di morti"[7].

Il Primo Ministro del Ruanda, Jean Kambanda, rivelò durante la sua testimonianza davanti al Tribunale penale internazionale per il Ruanda che all'interno del governo ci furono apertamente delle discussioni riguardanti il genocidio e che "...uno dei ministri del governo disse che era personalmente in favore di sbarazzarsi di tutti i Tutsi; senza i Tutsi, disse il ministro, tutti i problemi del Ruanda sarebbero risolti"[5]. Oltre a Kambanda, gli organizzatori del genocidio includono il colonnello Théoneste Bagosora, un ufficiale dell'esercito in pensione e molti funzionari governativi di alto livello e membri dell'esercito, come il generale Augustin Bizimungu.

A livello locale, i pianificatori del genocidio includono sindaci e poliziotti. Gli Hutu e i Tutsi furono costretti a utilizzare carte d'identità che specificano la loro etnia d'appartenenza. Queste carte venivano utilizzate come simboli che l'Interahamwe poteva controllare tramite la minaccia della forza[8]. Il colore della pelle era un tratto fisico generale che veniva in genere utilizzato nella identificazione "etnica". I ruandesi dal colore più chiaro erano tipicamente Tutsi, il gruppo di minoranza, mentre i ruandesi dalla pelle più scura in genere erano Hutu, il gruppo di maggioranza in Ruanda. In molti casi, gli individui Tutsi erano separati dalla popolazione generale e talvolta costretti ad essere schiavi degli Hutu. Le donne Tutsi sono state spesso indicate come "zingare" e sono state frequentemente vittime di violenza sessuale.

L'atteggiamento del mondo[modifica | modifica sorgente]

La storia del genocidio ruandese è anche la storia dell'indifferenza dell'Occidente di fronte ad eventi percepiti come distanti dai propri interessi. Emblematico fu l'atteggiamento dell'ONU che si disinteressò del tutto delle tempestive richieste di intervento inviategli dal maggiore generale canadese Roméo Dallaire,[senza fonte] comandante delle forze armate (2.500 uomini, ridotti a 500 un mese dopo l'inizio del genocidio) dell'ONU. Un passo tratto dal fax inviato all'ONU da Dallaire denuncia il rischio dell'imminente genocidio: Dal momento dell'arrivo della MINUAR, (l'informatore) ha ricevuto l'ordine di compilare l'elenco di tutti i tutsi di Kigali. Egli sospetta che sia in vista della loro eliminazione. Dice che, per fare un esempio, le sue truppe in venti minuti potrebbero ammazzare fino a mille tutsi. (...) l'informatore è disposto a fornire l'indicazione di un grande deposito che ospita almeno centotrentacinque armi... Era pronto a condurci sul posto questa notte - se gli avessimo dato le seguenti garanzie: chiede che lui e la sua famiglia siano posti sotto la nostra protezione.

Il Dipartimento per le Missioni di Pace con sede a New York non inviò la richiesta d'intervento alla Segreteria Generale né al Consiglio di Sicurezza. Il 20 aprile 1994 il Segretario Generale delle Nazioni Unite presentò al Consiglio di Sicurezza il rapporto speciale S/1994/470 nel quale, descrivendo la situazione degli scontri etnici sottolineava l'impossibilità per la forza dell'UNAMIR, composta da 1705 uomini dopo il ritiro del contingente belga e del personale non essenziale, di perseguire gli obiettivi del suo mandato (di pace). Il rapporto conteneva quindi tre alternative di intervento:

  1. Rinforzo immediato e consistente delle forze dell'UNAMIR e modifica del mandato in modo da imporre alle forze combattenti un cessate il fuoco, ristabilire l'ordine, fermare i massacri e permettere l'assistenza umanitaria in tutto il paese;
  2. Riduzione del contingente UNAMIR ad un piccolo gruppo guidato dal comandante militare e dal suo staff, con il compito di intermediazione tra le forze combattenti per raggiungere il cessate il fuoco. Per garantire la sicurezza del team era prevista la presenza di circa 270 uomini;
  3. Ritiro completo delle forze UNAMIR.

Il 21 aprile 1994 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite votò all'unanimità la risoluzione 912 (1994) che adotta tra le tre alternative presentate dal Segretario Generale, la seconda. Nonostante i diversi rapporti presentati alla Commissione per i Diritti Umani dell'ONU, il Consiglio di Sicurezza, a causa del veto degli Stati Uniti d'America, non riconosce il genocidio in Ruanda. Inoltre, diversi paesi occidentali mandarono dei contingenti con l'unico scopo di salvare i propri cittadini. Fra questi spiccano il Belgio e la Francia; quest'ultima non solo non volle fermare i massacri (negli anni precedenti aveva armato e addestrato le FAR), ma anzi fiancheggiò le milizie Hutu in ritirata dopo l'arrivo del FPR (tutsi).

Gli USA parlarono di "atti di genocidio" il 10 giugno 1994, dopo 2 mesi: tale atteggiamento attendista è da mettere in relazione con la memoria ancora viva dei soldati americani massacrati nella Battaglia di Mogadiscio appena cinque mesi prima (3 ottobre 1993). Fatto da non trascurare, e che spesso viene tralasciato, è la posizione di Mitterrand e della Francia, che prima appoggiò i Tutsi per poi spingere gli Hutu alla rivolta (il comando più violento del genocidio ruandese, gli Interahamwe, voluto dal clan Habyarimana, era addestrato dall'esercito ruandese e anche da soldati francesi). Nel Regina Coeli del 15 maggio 1994, Papa Giovanni Paolo II chiese ai ruandesi la fine del massacro, affermando che essi stanno portando il paese verso l’abisso. Tutti dovranno rispondere dei loro crimini davanti alla storia e, anzitutto, davanti a Dio. Basta col sangue![9].

Conseguenze[modifica | modifica sorgente]

Numerosi autori delle stragi rimasero impuniti o indirettamente protetti da paesi occidentali, come la Gran Bretagna, a causa dell'assenza di trattati di estradizione con il Ruanda. L'UNAMIR restò in Ruanda fino all'8 marzo 1996, con l'incarico di assistere e proteggere le popolazioni oggetto del massacro. L'ufficio dell'ONU fu capace di lavorare a pieni ranghi solo dopo il termine del genocidio, e questo ritardo costò alle Nazioni Unite una quantità di accuse che le portarono, nel marzo 1996 appunto, a ritirare i propri contingenti.

Nel corso del mandato, avevano perso la vita 27 membri dell'UNAMIR, 22 caschi blu, 3 osservatori militari, un membro civile della polizia in collaborazione con l'ONU e un interprete. Gran parte dei responsabili trovarono rifugio nel confinante Zaire (poi Repubblica Democratica del Congo). Gli odi razziali passarono così alle nazioni vicine: si suppone infatti che essi abbiano alimentato la Prima e la Seconda guerra del Congo (rispettivamente, 1996-1997 e 1998-2003), e che siano stati uno dei principali fattori della Guerra civile del Burundi (1993-2005).

Nel marzo 2008, un processo di appello ha condannato il sacerdote cattolico Athanase Seromba all'ergastolo, accusandolo di aver partecipato attivamente ai massacri senza mostrare segni di pentimento.[10] Il 18 dicembre 2008, il tribunale internazionale speciale istituito ad Arusha, in Tanzania, ha condannato all'ergastolo per genocidio il colonnello Théoneste Bagosora, nel 1994 a capo del Ministero della Difesa ruandese e ritenuto l'ideatore del massacro, il maggiore Aloys Ntabakuze e il colonnello Anatole Nsengiyumva. La vicenda è stata ricostruita in film come Hotel Rwanda (2004), Accadde in aprile (2005) , Shooting Dogs (2005) e Shake Hands with the Devil (2007).

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b Des Forges, Alison (1999). Leave None to Tell the Story: Genocide in Rwanda, New York, NY: Human Rights Watch.
  2. ^ Rwanda: How the genocide happened, BBC.
  3. ^ Lemarchand, René (2002). Disconnecting the Threads: Rwanda and the Holocaust Reconsidered. Idea Journal 7 (1).
  4. ^ Cfr. Codeluppi, Valentina, Le cicatrici del Ruanda, EMI, Bologna 2012, p. 42.
  5. ^ a b Ex-Rwandan PM reveals genocide planning, BBC.
  6. ^ Diamond, Jared. Collapse, Penguin Books, New York, NY, 2005, pp. 316
  7. ^ UN chief helped Rwanda killers arm themselves, The Guardian, 3 settembre 2000
  8. ^ Jim Fussel, Indangamuntu 1994: Ten years ago in Rwanda this Identity Card cost a woman her life, Prevent Genocide International.
  9. ^ Regina Coeli, 15 maggio 1994
  10. ^ Massimo Alberizzi, Fu genocidio, ergastolo a padre Seromba, Il Corriere della Sera. URL consultato il 2008-03-13.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Saggi[modifica | modifica sorgente]

  • Fonju Ndemesah Fausta, La radio e il machete. Il ruolo dei media nel genocidio in Rwanda, ed.Infinito, 2009, ISBN 978-88-89602-52-2
  • Daniele Scaglione, Istruzioni per un genocidio. Rwanda: cronache di un massacro evitabile, ed. EGA, 2003, ISBN 88-7670-447-7
  • Michela Fusaschi, Hutu-Tutsi. Alle radici del genocidio rwandese, ed. Bollati Boringhieri, 2000, ISBN 88-339-1286-8

Inchieste[modifica | modifica sorgente]

Testimonianze[modifica | modifica sorgente]

  • André Sibomana, J'accuse per il Rwanda. Ultima intervista a un testimone scomodo, ed. EGA, 2004, ISBN 88-7670-526-0
  • Yolande Mukagasana, La morte non mi ha voluta, ed. la Meridiana, 1998, ISBN 88-85221-97-1
  • Hanna Jansen, Ti seguirò oltre mille colline. Un'infanzia africana, ed. TEA, 2005, ISBN 88-502-0729-8
  • Pierantonio Costa e Luciano Scalettari, La lista del console: cento giorni un milione di morti, ed. Paoline, 2004, ISBN 88-315-2641-3
  • Augusto D'Angelo, Il sangue del Ruanda. Processo per genocidio al vescovo Misago, ed. EMI, 2001, ISBN 88-307-1084-9
  • Ivana Trevisani, Lo sguardo oltre le mille colline, ed. Baldini Castoldi Dalai, 2004, ISBN 88-8490-495-1

Narrazioni[modifica | modifica sorgente]

In francese[modifica | modifica sorgente]

In inglese[modifica | modifica sorgente]

  • Carol Rittner, John K. Roth, Wendy Whitworth, Genocide in Rwanda: Complicity of the Churches?, ed. Paragon House, 2004, ISBN 1-55778-837-5
  • Alan J. Kuperman, The Limits of Humanitarian Intervention: Genocide in Rwanda, ed. Brookings Institution Press, 2001, ISBN 0-8157-0085-7
  • Alison Liebhafsky Des Forges, Alison Des Forges, Leave None to Tell the Story: Genocide in Rwanda, ed. Human Rights Watch, 1999, ISBN 1-56432-171-1
  • Linda Melvern, Conspiracy to Murder: The Rwanda Genocide and the International Community, ed. Verso, 2004, ISBN 1-85984-588-6
  • Gérard Prunier, The Rwanda Crisis. History of a genocide, ed. Columbia University Press, 1997, ISBN 0-231-10409-X
  • Shaharyan M. Khan, Mary Robinson, The Shallow Graves of Rwanda, ed. I. B. Tauris, 2001, ISBN 1-86064-616-6
  • Linda Melvern, A People Betrayed: The Role of the West in Rwanda's Genocide , ed. Zed Books, 2000, ISBN 1-85649-831-X
  • Andrew Wallis, Silent Accomplice: The Untold Story of France's Role in the Rwandan Genocide, ed. I. B. Tauris, 2007, ISBN 1-84511-247-4
  • Roméo Dallaire, Samantha Power, Shake Hands with the Devil: The Failure of Humanity in Rwanda, ed. Carroll & Graf, 2004, ISBN 0-7867-1510-3
  • Michael Barnett, Eyewitness to a Genocide: The United Nations and Rwanda, ed. Cornell University Press, 2002, ISBN 0-8014-3883-7
  • Immaculee Ilibagiza, Left to Tell: Discovering God Amidst the Rwandan Holocaust, ed. Hay House, 2007, ISBN 1-4019-0897-7
  • Mahmood Mamdani, When Victims Become Killers: Colonialism, nativism and the Genocide in Rwanda, Princeton University Press, 2001 ISBN 0-691-10280-5

Film[modifica | modifica sorgente]

  • 100 Days, film di Nick Hughes. Produzione Regno Unito / Ruanda 2001
  • Accadde in aprile, film di Raoul Peck con Idris Elba e Debra Winger. Produzione USA / FRANCIA / RUANDA 2005
  • Frontline: Ghosts of Rwanda, documentario. Produzione 2004
  • Hotel Rwanda, Un film di Terry George. Con Don Cheadle, Sophie Okonedo, Nick Nolte, Joaquin Phoenix, Roberto Citran. Genere Drammatico, colore, 121 minuti. Produzione Canada, Gran Bretagna, Italia, Sudafrica 2004
  • Rwanda: Living Forgiveness, cortometraggio. Produzione 2005
  • Shooting Dogs, film di Michael Caton-Jones. Produzione Regno Unito / Germania 2005
  • The Diary of Immaculee, cortometraggio documentario di Peter LeDonne. Produzione USA 2006
  • The consul's list - La lista del console, documentario di Alessandro Rocca - Produzione Italia 2010 - Rai Cinema - Media UE - Doc Film Fund Piemonte - Sgi

Teatro[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]