Camiti

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Schematica rappresentazione del mondo indicante i discendenti di Noè

Secondo la mitologia biblica, i Camiti, ortografati anche come Chamiti o Kamiti, chiamati anche Hamiti, sono l'insieme di popolazioni discendenti da Cam, figlio di Noè, che popolano l'Africa e di cui fanno parte i Berberi, gli Etiopi, gli Egizi e i Cananei e tutte le popolazioni nere. Dagli altri figli di Noè sarebbero discesi altre importanti popolazioni: i Semiti da Sem e gli Europei da Jafet.

La razza maledetta[modifica | modifica sorgente]

Secondo la mitologia biblica tutti i popoli della terra discendono da Noè e dai suoi figli, gli unici sopravvissuti al diluvio universale. Mentre da Sem discesero i Semiti e da Jafet gli Europei (o Jafesiti o Giapetiti), da Cam discesero gli uomini dalla pelle scura, i Camiti, che popolarono l'Africa.

« Ora Noè, coltivatore della terra, cominciò a piantare una vigna. Avendo bevuto il vino, si ubriacò e giacque scoperto all'interno della sua tenda. Cam, padre di Canaan, vide il padre scoperto e raccontò la cosa ai due fratelli che stavano fuori. Allora Sem e Jafet presero il mantello, se lo misero tutti e due sulle spalle e, camminando a ritroso, coprirono il padre scoperto; avendo rivolto la faccia indietro, non videro il padre scoperto. Quando Noè si fu svegliato dall'ebbrezza, seppe quanto aveva fatto il figlio minore; allora gli disse: "Sia maledetto Canaan! Schiavo degli schiavi sarà per i suoi fratelli!" E aggiunse: "Benedetto il Signore, Dio di Sem, Canaan sia tuo schiavo! Dio dilati Iafet e questi dimori nelle tende di Sem, Canaan sia tuo schiavo! »
(Gen.9,20-27)

Siccome Cam vide il proprio padre nudo, ricevette una maledizione e per questo i suoi discendenti erano considerati degenerati, impuri e maledetti.

La nozione della "razza maledetta dei figli di Cam" venne comunemente accetta fino al XVII secolo, tanto da giustificare persino la schiavitù. I "negri" erano visti alla stregua di animali, privi di intelligenza e di pudore. Talvolta vi venivano compresi tutti i popoli pagani che vivevano alla periferia del mondo cristiano[1].

Sempre secondo la leggenda, Cam ebbe quattro figli: Mizraim, da cui discesero gli Egizi, Cus, da cuoi disceseri i Cusciti o Nubi, Put da cui discesero gli Etiopi e Canaan da cui disceseri i Cananei. Nella raccolta dei Midrashim Midrash Rabbah, nel Talmud ed in altri testi si afferma che, oltre agli Africani, come discendenti di Cam tra gli abitanti di Canaan vi sono le sette Nazioni dei Cananèi, Gherghesèi, Chittèi, Emorrèi, Chivvèi, Ghevussèi e Perizzèi.

L'ipotesi hamitica[modifica | modifica sorgente]

Napoleone Bonaparte davanti alla Sfinge di Giza di Jean-Léon Gérôme

Con la Campagna d'Egitto del 1798 di Napoleone Bonaparte ci si trova di fronte ad un paradosso: anche i "maledetti" Camiti potevano raggiungere un elevato grado di civiltà. Fu così che il conte De Volney arrivò a sostenere che gli Egizi non erano "negri", ma negroidi, cioè camiti imparentatesi con i Greci e con i Romani[2].

Nel XIX secolo, come applicazione del razzismo scientifico, la "razza camitica" è diventata un sottogruppo della razza caucasica, a fianco della razza semitica, raggruppando le popolazioni originarie del Nord Africa non-semitiche, del Corno d'Africa e Sud Arabia, tra cui gli antichi Egizi. La teoria hamitica ha suggerito che questa "razza camita" era superiore o più avanzata rispetto alle popolazioni negroidi dell'Africa sub-sahariana. Nella sua forma più estrema, negli scritti di Charles Gabriel Seligman, affermava che tutti i risultati significativi nella storia africana erano opera di "Camiti" che migrarono in Africa centrale, come pastori, portando con loro tecnologie ed abilità civilizzatrici.

A metà ottocento, Joseph Arthur de Gobineau nel suo Essai sur l'inégalitéde des races humaines sostiene l'idea di una diffusione antica della razza bianca nel continente africano che avrebbe dato vita ad importanti civiltà e che si sarebbe poi mischiata con i neri.

L'esploratore John Hanning Speke nel suo diario del viaggio nella terra centrafricana del 1864, di fronte alla sofisticata organizzazione politica del Regno del Burundi sostenne e divulgò l'idea di una certa parentela razziale tra gli europei ed alcune popolazioni africane[3].

Prende così via l'ipotesi di una razza hamitica[4], ramo camita della razza bianca, cui i Berberi, gli Abissini, i Tutsi facevano parte. La parola hamita sostituisce il camita per designare un africano "superiore"[5], talvolta definito "nilota" o galla, di origine caucasica o semitica. Si constata quindi una opposizione tra "hamita" e "negro": il primo sarebbe il discendente di una più recente ondata migratoria di genti semitiche camitizzate, originaria dal l'Egitto o dell'Etiopia. Questa sarà la teoria dei missionari Van der Burgt nel 1903 e del vescovo Gorju nel 1920 per spiegare l'origine dei Tutsi del Burundi e del Ruanda.

Nel 1948 un medico di ritorno dal Ruanda scriveva[6]: "...li si chiama batutsi. In realtà sono degli hamiti, probabilmente di origine semitica o, seguendo talune ipotesi, hamiti o meglio adamiti. Rappresentano circa un decimo della popolazione e formano nella realtà una razza di signori", ed ancora: "Gli hamiti sono alti 1,90 metri. Sono slanciati. Possiedono un naso diritto, la fronte alta e le labbra sottili. Si intravede in loro una sorta di furbizia, celata da una certa raffinatezza. Le donne giovani sono davvero molto belle e di una tinta talvolta leggermente più chiara di quella degli uomini".

Dal punto di vista linguistico, così come in altri campi, è stata ormai dimostrata la completa ascientificità di questo raggruppamento: "non si parla più ormai di lingue camitiche (le lingue africane, in senso proprio) in giustapposizione alle lingue semitiche come l'ebraico, l'arabo e le lingue etiopiche derivate dal geez": la vecchia famiglia camito-semitica viene modernamente riconsiderata nella famiglia delle lingue afro-asiatiche.[7]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Mirella Zecchini, Oltre lo stereotipo nei media e nelle società, Armando editore, 2005, pag. 113.
  2. ^ Mirella Zecchini, Oltre lo stereotipo nei media e nelle società, cit., pag. 114.
  3. ^ Ugo Fabietti, Elementi di antropologia culturale, Mondadori, 2004, pag. 154.
  4. ^ J. P. Chrétien, Le deux visage de Chan Paris, 1977, pag. 191.
  5. ^ J. L. Amselle e E. M'Bokolo, L'invenzione dell'etnia, Paris, 1985, pag. 167.
  6. ^ J. L. Amselle e E. M'Bokolo, L'invenzione dell'etnia, cit., pag. 169.
  7. ^ Giampaolo Calchi Novati e Pierluigi Valsecchi, Africa: la storia ritrovata, ed. Carocci, Roma, 2010, ISBN 978-88-430-3324-9, pp. 14-15.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]