Hotel Rwanda

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Hotel Rwanda
Hоtel Rwanda.png
Don Cheadle in una scena del film
Titolo originale Hotel Rwanda
Paese di produzione Canada, Gran Bretagna, Italia, Sudafrica
Anno 2004
Durata 121 min
Colore colore
Audio sonoro
Genere drammatico, guerra, storico
Regia Terry George
Soggetto Keir Pearson, Terry George
Sceneggiatura Keir Pearson, Terry George
Fotografia Robert Fraisse
Montaggio Naomi Geraghty
Effetti speciali Val Wardlaw
Musiche Jerry Duplessis, Rupert Gregson-Williams, Andrea Guerra
Scenografia Johnny Breedt, Tony Burrough
Interpreti e personaggi
Doppiatori italiani
Genocidio del Ruanda
Nyamata Memorial Site 13.jpg
Ruanda · Genocidio
Storia
Origini di Hutu e Tutsi
Guerra civile ruandese
Accordi di Arusha
Massacro di Nyarubuye
Paul Rusesabagina
Fazioni
Interahamwe (Hutu)
Impuzamugambi (Hutu)
Fronte Patriottico (Tutsi)
UNAMIR (Nazioni Unite)
RTLM e Kangura
Conseguenze
Tribunale Internazionale
Corte Gacaca
Crisi dei Grandi Laghi
Prima Guerra del Congo
Seconda Guerra del Congo
Media
Hotel Rwanda
Shake Hands with the Devil
(EN)
« When the world closed its eyes, he opened his arms. »
(IT)
« Quando il mondo chiuse gli occhi, lui aprì le sue braccia. »
(Tagline del film[1])

Hotel Rwanda è un film del 2004, diretto da Terry George. Il film è ambientato nel 1994, in Ruanda, nell'epoca del genocidio che coinvolse Hutu e Tutsi. La vicenda è basata sulla storia vera di Paul Rusesabagina e il film fu girato dieci anni dopo gli avvenimenti narrati.

Trama[modifica | modifica sorgente]

Il racconto del film Hotel Rwanda si svolge nel contesto del genocidio ruandese nel quale gli Hutu sterminarono brutalmente una parte rilevante della popolazione Tutsi. L'Hôtel des Mille Collines di Kigali, capitale del Ruanda, fu trasformato dal direttore Paul Rusesabagina in un luogo di rifugio per oltre 1 200 Tutsi e Hutu delle rispettive fazioni moderate.

Il film vuole rendere lo spettatore partecipe del modello di vita di un paese africano, narrando la storia di Paul Rusesabagina, di etnia Hutu, e della moglie, di etnia Tutsi.

Inizio del dramma[modifica | modifica sorgente]

Durante la notte, delle strazianti urla provengono dal vicinato. Si vede un uomo per terra, bastonato dalla polizia. La moglie del protagonista vorrebbe aiutare l'uomo ma sarebbe troppo pericoloso. "È un poveraccio che ha denunciato un politico, cose frequenti di questi tempi" è l'unica giustificazione che il protagonista sembra voler dare all'accaduto.

Una sera arriva il cognato con la moglie, entrambi di etnia Tutsi. Inoltre il suo conoscente di etnia Hutu gli ha detto anche che il segnale per l'inizio dell'eccidio sarà trasmesso dalla radio con la frase "Tagliate gli alberi alti". A questo punto il protagonista riesce a tranquillizzare il cognato e a far sì che non cerchi rifugio in uno stato estero.

Dopo qualche giorno la radio incita alla rivolta scandendo ripetutamente la frase "Tagliate gli alberi alti". Il protagonista capisce che quello che gli aveva rivelato il cognato era vero.

L'Hotel come rifugio[modifica | modifica sorgente]

I primi segni dell'imminente dramma sono gli spari lontani, nella notte, che si odono dalla camera da letto del protagonista; poi, una sera, tornato dal suo lavoro, trova tutto il suo quartiere al buio. Entra preoccupato nella casa e trova le stanze vuote, inizia a disperarsi, quando, alla luce della torcia appaiono volti di persone nascoste all'interno della sua casa. Sono i suoi vicini che la moglie ha fatto riunire nella speranza di poterli rifugiare nell'albergo di cui il marito è direttore, unica salvezza possibile. Il protagonista è perplesso, all'inizio non vorrebbe fare un simile gesto, vorrebbe concentrare tutte le sue forze solo impero dei cardini sulla sua famiglia e chiede di aspettare il mattino successivo. Il mattino arriva insieme alla polizia che circonda la casa ed arresta la sua famiglia e tutti i rifugiati; il protagonista cerca immediatamente il comandante, capisce che lo deve corrompere, ci riesce e si fa scortare all'albergo con il suo pulmino stipato. Arrivato all'albergo, anche sede delle forze ONU, decide di accomodare nelle camere i rifugiati e la sua famiglia. In questo momento capisce, che essendoci gli occidentali e le forze ONU, l'hotel è una sorta di zona franca dove è possibile tentare la carta dell'attesa.

La consapevolezza della solitudine nel dramma[modifica | modifica sorgente]

Lentamente, dal cordone dei ribelli Hutu, filtrano profughi che cercano nell'hotel la speranza di salvezza. Il protagonista, oramai travolto dagli eventi e dalla sua coscienza, si ingegna per raccoglierli ed ospitarli all'interno della struttura, il suo compito si fa sempre più arduo: deve stabilire con le maestranze, in maggioranza Hutu, un rispetto quasi tribale della sua figura di capo; deve definire con l'ONU, rappresentata da un coraggioso colonnello Canadese, che sembra ricalcare la figura di Romeo Dallaire, un dialogo diplomatico che riesca a trovare la strada per la soluzione del dramma dei profughi sempre più numerosi; con la compagnia aerea belga Sabena, proprietaria dell'hotel, mantiene, anche grazie alle sue riconosciute doti personali, un drammatico rapporto di collaborazione per fare da ponte con il governo francese, che all'epoca, forniva le armi all'esercito dei ribelli Hutu.

Durante questi avvenimenti, due reporter, a cui era stato impedito di riprendere gli avvenimenti dal vivo, riescono ad uscire dall'hotel, e a sole poche centinaia di metri, a filmare la realtà della carneficina che si sta vivendo nel paese. Il servizio viene passato alle televisioni, ma il dramma del Ruanda non fa breccia; al mondo, come amaramente racconteranno i reporter al protagonista, non interessa prendere coscienza del genocidio, anzi all'ONU, gli USA pongono il veto sulla questione. I tragici fatti della battaglia di Mogadiscio di pochi mesi prima avevano paralizzato la volontà americana di intervenire sullo scacchiere africano. Oramai era chiaro che erano soli e per sopravvivere dovevano trattare con i ribelli.

Per non affondare nel sangue[modifica | modifica sorgente]

Quando tutti gli europei lasciano l'albergo, il protagonista capisce che la possibilità di sopravvivenza diviene, di giorno in giorno, sempre più piccola. Il tenue filo che lo legava agli interessi occidentali si è oramai spezzato, adesso è solo di fronte alla violenza. La mattina dopo l'uscita degli occidentali, arriva l'esercito dei ribelli con il fine di portare via tutte le persone di etnia Tutsi e gli Hutu "traditori". A questo punto il protagonista ottiene il ritiro dei ribelli, e quindi una pseudo protezione della polizia, solo attraverso una mobilitazione della compagnia belga proprietaria dell'hotel, che chiede un intervento di protezione direttamente al ministro degli esteri francese. Ad un tratto l'ONU riesce ad organizzare un aereo per portare via una parte selezionata dei rifugiati, tra cui il protagonista e la sua famiglia. Il convoglio parte, non prima che il protagonista, oramai moralmente troppo legato alla sua missione e consapevole che la sua fuga sarebbe la sicura morte per i più che rimangono, decide di non partire. Il distacco dalla moglie è breve, ovvero fino al tentativo di imboscata ai camion delle forze ONU. La radio, avvertita da un traditore, trasmette alla popolazione Hutu di attaccare i camion e sterminarne gli occupanti, anche in forza del fatto che l'ONU non è autorizzata ad usare le armi in favore dei civili. Con un altro giro di telefonate e l'appoggio di qualche influente generale ed una brigata dell'esercito, si riescono a fermare i ribelli che permettono ai camion dell'ONU di ritornare all'Hotel.

La speranza[modifica | modifica sorgente]

La situazione diventa sempre più grave in quanto il capo della polizia, che da settimane protegge i rifugiati, vuole altri soldi. Il protagonista decide di giocare l'ultima carta, si accorda con il capo della polizia di andare in un albergo dove vi è una cassaforte di cui lui sa il contenuto e la combinazione, gli promette denaro e whisky. Si recano sul luogo, sembra tutto a posto, ma il capo della polizia non vuole più tornare all'albergo, ma scappare con lui in un altro paese africano. Il protagonista sa di essere l'unica persona che può testimoniare sul fatto che il capo della polizia è stato il protettore dei rifugiati e che se Paul muore, il capo della polizia non potrà godere di questa testimonianza. Tornano all'hotel dove nel frattempo sono già entrati i ribelli; lì vi è un conflitto a fuoco e per l'ennesima volta gli oltre 1.200 profughi sono salvi.

La salvezza[modifica | modifica sorgente]

Il giorno seguente arriva la colonna dei camion dell'ONU per portare via tutti i profughi, la salvezza è oramai vicina. Al campo profughi i protagonisti cercano disperatamente le nipoti che finalmente vengono ritrovate e la famiglia, riunitasi, riprenderà il viaggio verso la definitiva salvezza.

Riconoscimenti[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Locandina originale e locandina italiana

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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