Esperimento di Filadelfia

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La USS Eldridge fotografata nel 1944

L'Esperimento di Filadelfia è un presunto test condotto nel corso del Progetto Arcobaleno dalla United States Navy che sarebbe avvenuto il 28 ottobre del 1943 sotto la guida di un certo Franklin Reno (a volte indicato anche come "Dott. Rinehart") al quale avrebbero partecipato anche scienziati rinomati quali Albert Einstein e Nikola Tesla. Secondo la leggenda alle ore 17:15 il cacciatorpediniere USS Eldridge (DE-173) ormeggiato nei pressi del molo di Filadelfia sarebbe svanito nel nulla per diversi istanti, ricomparendo dopo pochi minuti a Norfolk in Virginia per poi rimaterializzarsi nuovamente presso lo stesso molo di Filadelfia. La storia è ampiamente ritenuta una bufala[1][2][3] e parte di diverse teorie del complotto.

Il Progetto Arcobaleno[modifica | modifica sorgente]

Il Progetto Arcobaleno (Rainbow Project) sarebbe stato un ipotetico esperimento scientifico che avrebbe visto il coinvolgimento di Albert Einstein, al fine di deformare tramite un campo elettromagnetico il flusso della luce in una determinata area e rendere invisibile un oggetto. Diversi sostenitori dell'esistenza del progetto (smentito dalle fonti ufficiali degli enti che lo avrebbero portato a termine) attribuiscono al progetto stesso anche numerosi altri scopi, spesso poco probabili o irrealistici dal punto di vista scientifico.

Secondo tale ipotesi, installando nello scafo cavi elettrici lungo tutto il perimetro si sarebbe creato un campo magnetico funzionante in maniera simile al processo di degauss. L'esperimento si sarebbe basato sulla non comprovata teoria del campo unificato di Einstein, che presuppone una relazione reciproca tra le forze di radiazione elettromagnetica e quelle della gravità, sfruttando per la generazione del campo magnetico delle bobine di Tesla. Sempre secondo i sostenitori di tale tesi, l'invisibilità sarebbe dovuta al campo magnetico, che avrebbe curvato la luce riflessa dall'oggetto, facendola passare oltre lo stesso.

Altre ipotesi attribuiscono all'ipotetico esperimento lo scopo di misurare le distorsioni magnetiche e gravitazionali: anche dando credito a tale ipotesi, anch'esse scientificamente infondate, rimarrebbe oscuro il fine di tale progetto. Infine un'ulteriore ipotesi che non ha nessun riscontro scientifico, ma che in passato è stata ampiamente divulgata, è quella secondo la quale il Progetto Arcobaleno sarebbe stato un programma di ricerca per mettere a punto una tecnologia con la quale teletrasportare oggetti a grandi distanze.

Il presunto esperimento[modifica | modifica sorgente]

Secondo i sostenitori delle teoria che vorrebbe che la USS Eldridge fosse stata coinvolta in un esperimento di teletrasporto, l'imbarcazione ormeggiata nel porto di Filadelfia sarebbe svanita nel nulla dopo aver emesso un lampo di colore verde, materializzandosi misteriosamente in Virginia per poi riapparire dopo qualche minuto nuovamente nel molo di Filadelfia.

Inoltre, sempre secondo i sostenitori di tale tesi, in accordo con alcune testimonianze da loro raccolte, al termine dell'esperimento alcuni marinai scomparvero, mentre cinque furono ritrovati fusi con il metallo della struttura della nave.[4]

Nonostante l'insistenza con la quale alcuni sostennero tale tesi, a tutt'oggi non è stato possibile trovare alcun documento che confermi l'evento e tanto meno è stato possibile rintracciare i presunti testimoni. Inoltre, sempre secondo coloro che sostengono l'ipotesi del teletrasporto, nel corso dell'esperimento sarebbero state anche teletrasportate ben 1900 tonnellate di acqua per colmare il vuoto lasciato dalla nave, con il risultato di creare un'onda di una certa rilevanza; ma anche di quest'ultima non esistono documentazioni attendibili.

Gli approfondimenti sull'origine di questa leggenda hanno portato a identificare l'origine della leggenda urbana in una serie di pubblicazioni su giornali sensazionalistici, unite alle esperienze di personale di marina che avrebbe assistito all'uso di bobine elettromagnetiche nei porti dove si stavano costruendo le installazioni necessarie alla nascente pratica della demagnetizzazione degli scafi navali.

La nascita della leggenda[modifica | modifica sorgente]

Carlos Miguel Allende/Allen[modifica | modifica sorgente]

Nel 1955, Morris K. Jessup, un astronomo dilettante, avanzò un'ipotesi sull'uso delle forze elettromagnetiche nella propulsione spaziale dei dischi volanti che egli stesso dichiarò aver osservato. Egli criticava pubblicamente l'uso dei razzi come propulsori per la conquista dello spazio, poiché il loro sviluppo avrebbe distolto risorse da altri campi di ricerca secondo lui più promettenti.

Nello stesso anno, Jessup affermò di aver ricevuto tre lettere firmate da un certo Carlos Miguel Allende, nelle quali l'autore avrebbe citato l'esperimento di Philadelphia, riferendosi ad una serie di articoli di giornali scandalistici che ne parlavano senza però riportare alcuna fonte o elemento verificabile.

Secondo quanto riferito da Jessup, Allende avrebbe raccontato nelle lettere di essere stato testimone oculare dell'esperimento mentre si trovava su una nave nelle vicinanze, la SS Andrew Furuseth. Inoltre Jessup riferì che Allende sarebbe stato a conoscenza della scomparsa e del destino di alcuni membri dell'equipaggio della Eldridge.

Sempre da quanto fu riferito da Jessup riguardo alla corrispondenza che aveva ricevuto all'epoca da Allende, a una richiesta di approfondimento da parte sua, Allende avrebbe risposto solo dopo mesi identificandosi questa volta col nome di Carl M. Allen, dichiarando di non poter fornire ulteriori prove, ma che le stesse sarebbero emerse tramite ipnosi di altre persone coinvolte se si fosse cercato a fondo. A questo punto ritenendo di non poter procedere nella sua indagine Jessup riferì di aver deciso di interrompere questa corrispondenza.

Contattato dall'Office of Naval Research[modifica | modifica sorgente]

Nonostante apparentemente la questione dell'Esperimento di Filadelfia fosse stata nel frattempo accantonata anche da parte di Jessup, nella primavera del 1957 egli riferì di essere stato contattato dall'Office of Naval Research di Washington D.C.[5]

Secondo quanto da lui affermato, l'ente aveva ricevuto una copia del suo libro: The Case for the UFO (1955), con numerose annotazioni da parte di tre persone che trattavano di due tipi di creature che avrebbero vissuto nello spazio.[6] Tra queste vi sarebbero state anche annotazioni che alludevano all'esperimento di Filadelfia, come se chi scrivesse ne fosse a conoscenza.

Tali affermazioni da parte di Jessup riportarono all'attenzione dell'opinione pubblica l'argomento dell'esperimento Filadelfia, facendo circolare diverse ipotesi alcune delle quali ipotizzavano persino che gli autori di queste annotazioni potessero essere stati degli extraterrestri.

Ad un confronto calligrafico, sembrò comunque che uno degli autori delle note risultasse essere senza dubbio Allende/Allen, e anche le altre sarebbero state scritte dalla stessa persona, ma con penne diverse. L'indirizzo del mittente corrispondeva ad una fattoria abbandonata.

In seguito venne pubblicata un'edizione limitata del libro di Jessup col testo annotato, e questi tentò di continuare a scrivere su altri misteri con poco successo.

La morte di Morris K. Jessup[modifica | modifica sorgente]

Jessup fu trovato morto nel 1959 nella sua macchina. La sera prima aveva organizzato un appuntamento, al quale in mattinata non arrivò mai. Nell'incontro si proponeva appunto di divulgare ulteriori prove e retroscena che aveva trovato del suddetto esperimento. Nonostante non siano mai state accertate con certezza le cause della morte, gli investigatori sostennero l'ipotesi del suicidio dovuto al crollo di notorietà, mentre per i sostenitori della teoria del complotto Jessup fu assassinato per metterlo a tacere.[7]

Pubblicazioni e diffusione[modifica | modifica sorgente]

Nel 1965, Vincent Gaddis pubblicò Invisible Horizons: True Mysteries of the Sea, dove citava alcune parti del testo annotato di Jessup.

Già attorno al 1977 l'intera faccenda era stata quasi dimenticata, ma venne ripresa in seguito da Charles Berlitz, che la incluse nel suo Without a Trace: New Information from the Triangle, il libro che creò il mito del triangolo delle Bermude.

Il testo di Berlitz conteneva numerose imprecisioni, manipolazioni volontarie di dati e divagazioni per dare un aspetto scientifico alla pubblicazione, e il recupero dell'esperimento di Filadelfia sarebbe stato tra questi. L'esperimento viene infatti incluso tra i misteri del Triangolo, nonostante Filadelfia si trovi a centinaia di chilometri da questo e non abbia nulla a che fare con le Bermude.

Il libro di Berlitz ebbe molto successo, grazie anche all'ascesa della moda della letteratura di misteri e del complottismo. Nel 1978 George E. Simpson e Neal R. Burger pubblicarono Thin Air, un romanzo basato vagamente sulla vicenda dell'esperimento di Filadelfia.

Berlitz, cavalcando il successo del libro del 1977, nel 1979 pubblicò insieme a William L. Moore The Philadelphia Experiment: Project Invisibility, che riprendeva alcuni spunti narrativi da Thin Air, raccontandoli come fatti reali o trascrizioni di interviste. Berlitz si ispirò talmente al romanzo, copiandone intere parti, da essere accusato di plagio.

Dal libro di Berlitz, ma soprattutto da Thin Air, furono tratti i due film di fantascienza: The Philadelphia Experiment del 1984, e il seguito Philadelphia Experiment 2 del 1993.

Le ricerche[modifica | modifica sorgente]

Nonostante diverse persone abbiano successivamente condotto delle ricerche, non furono mai pubblicate ricerche con fonti verificabili sulla vicenda. Tutti i racconti sono rimaneggiamenti delle pubblicazioni precedenti, originate da trafiletti comparsi su giornali d'epoca, a loro volta privi di documentazione.

I romanzi[modifica | modifica sorgente]

L'opera maggiore sul tema, quella di Charles Berlitz è ispirata l romanzo di fantascienza Thin Air, da cui ha tratto la maggior parte degli elementi significativi riproponendoli come reali.

Nel 1980 Robert Goerman scrisse un articolo per la rivista Fate Magazine identificando Allende/Allen come Carl Meredith Allen, uno studioso di New Kensington, Pennsylvania, brillante ma sofferente di un grave disturbo mentale che lo portava a costruirsi un proprio mondo di fatti inventati, in uno stato simile a quello allucinatorio.

La scienza[modifica | modifica sorgente]

L'apparato teorico citato nell'esperimento sarebbe pura pseudoscienza, e avrebbe solo vaghi collegamenti con la teoria dei campi unificati einsteiniana, o con gli studi di Nikola Tesla (che all'epoca dell'ipotetico esperimento era già morto). Solo nell'ottobre del 2006 alla Duke University si sarebbe riusciti ad ottenere un effetto simile a quello presupposto dall'esperimento, su scala molto ridotta e solo per quanto riguarda alcuni tipi di microonde elettromagnetiche.

Einstein effettivamente lavorò per la Marina negli anni quaranta, ma solo riguardo ad alcuni progetti relativi a ricerche teoriche sulle esplosioni.

Unico sopravvissuto?[modifica | modifica sorgente]

Nel 1990, durante una conferenza, Alfred Bielek confermò l'avvenimento dell'esperimento dichiarando di avervi partecipato, e di esserne uno dei pochi sopravvissuti. La sua storia ha dell'incredibile, visto che afferma di essersi trovato catapultato nel futuro, poi fatto tornare indietro nel passato esattamente come nell'omonimo film, per tentare di spegnere l'apparecchiatura a bordo della nave.

Ad una verifica da parte di fan e appassionati, emerse rapidamente che Bielek non si trovava nemmeno nelle vicinanze di Philadelphia, che aveva cambiato la propria versione dei fatti decine di volte, che i fatti riportati non coincidevano con altri dati verificabili e che aveva già in passato prodotto documentazione falsa per supportare i propri discorsi. Ciononostante, Bielek ottenne una discreta esposizione mediatica per quasi un decennio, intraprendendo una redditizia attività di conferenziere e creandosi un piccolo seguito.

Sostiene che le incoerenze del suo racconto siano dovute al processo di recupero della memoria a causa del lavaggio del cervello a cui fu sottoposto, che fu appunto il film a fargli tornare alla luce quei ricordi che proprio per questo sono così confusi.

L'equipaggio della Eldridge e la SS Andrew Furuseth[modifica | modifica sorgente]

Nel 1999, durante un incontro tra veterani, l'equipaggio della USS Eldridge venne intervistato dal giornale Philadelphia Inquirer. La nave, varata il 27 agosto 1943, era rimasta in porto a New York fino a metà settembre, e nell'ottobre dello stesso anno era partita per il suo viaggio inaugurale alle Bahamas rientrando a Long Island il 18 ottobre.

Secondo i dati del giornale di bordo del 1943[8] la Eldridge non è mai stata a Filadelfia. La nave inoltre, è documentata in servizio regolare sino al 1951 per la US Navy, ed in seguito risulta venduta alla marina greca per cui ha operato fino al 1977; in nessun momento della sua vita la nave avrebbe sofferto di sparizioni di componenti dell'equipaggio.

Sempre secondo i diari di bordo, la SS Andrew Furuseth, la nave da cui Allen avrebbe osservato l'esperimento, si trovava in crociera nel Mar Mediterraneo fino al gennaio dell'anno seguente.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Robert Todd Carroll, Philadelphia experiment in The Skeptic's Dictionary, 3 dicembre 2007. URL consultato il 5 febbraio 2008.
  2. ^ Mike Dash, Borderlands, Woodstock, New York, Overlook Press [1997], 2000. OCLC 41932447, ISBN 9780879517243.
  3. ^ Cecil Adams, Did the U.S. Navy teleport ships in the Philadelphia Experiment? in The Straight Dope, 23 ottobre 1987. URL consultato il 20 febbraio 2007.
  4. ^ History Channel : That's Impossible!.
  5. ^ Moseley, James W. & Karl T. Pflock (2002), Shockingly Close to the Truth!: Confessions of a Grave-Robbing Ufologist, Prometheus Books, ISBN 1-57392-991-3
  6. ^ Introduction to the Varo edition of M. K. Jessup's Case for the UFO
  7. ^ Ronald D. Story, The Encyclopedia of UFOs, (Garden City, NY: Doubleday/Dolphin, 1980), p. 277.
  8. ^ # NRS-1978-26, from the US Naval Historical Center, Washington Navy Yard, DC 20374-5060.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Joseph P. Farrell, Secrets of the Unified Field: The Philadelphia Experiment, The Nazi Bell, and the Discarded Theory, Adventures Unlimited Press, 2008. ISBN 1931882843.
  • Charles Berlitz, William L. Moore: The Philadelphia Experiment. Grosset & Dunlap, New York 1979, ISBN 0-448-15777-2
  • Oliver Gerschitz: Verschlußsache Philadelphia-Experiment. Kopp, Rottenburg 2004, ISBN 3-930219-78-6 (Verschwörungstheorie).
  • George E. Simpson, Neil R. Burger: Thin Air. Dell, New York 1978, ISBN 0-440-18709-5 (Roman, basierend auf der Geschichte des Philadelphia-Experiments).

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]