Battaglia del Golfo di Leyte

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Battaglia del Golfo di Leyte
24 ottobre 1944: la nave da battaglia giapponese Musashi sotto il fuoco degli aerei statunitensi della Task Force 38.
24 ottobre 1944: la nave da battaglia giapponese Musashi sotto il fuoco degli aerei statunitensi della Task Force 38.
Data 23 - 26 ottobre 1944
Luogo Golfo di Leyte, Isola di Leyte, Filippine
Esito Decisiva vittoria tattica e strategica Alleata
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
8 portaerei
8 portaerei leggere
18 portaerei di scorta
12 corazzate
24 incrociatori
141 cacciatorpediniere ed unità minori
Numerose motosiluranti, sommergibili e navi ausiliarie
1500 aerei circa
1 portaerei
3 portaerei leggere
9 corazzate
14 incrociatori pesanti
6 incrociatori leggeri
35 cacciatorpediniere circa
300 aerei circa (inclusi aerei con base a terra)
 
 
 
Perdite
1 portaerei leggera
2 portaerei di scorta
2 cacciatorpediniere
1 unità minore
circa 1.500 uomini
4 portaerei (3 leggere)
3 corazzate
10 incrociatori
9 cacciatorpediniere
circa 10.000 uomini
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La battaglia del Golfo di Leyte fu uno scontro aeronavale del teatro del Pacifico della seconda guerra mondiale che, fra il 23 e il 26 ottobre 1944, vide fronteggiarsi le forze alleate e quelle dell'Impero giapponese. Si svolse circa 200 miglia a largo dell'omonima isola filippina in quattro scontri principali (la battaglia per il Mar di Sibuyan e quelle dello Stretto di Surigao, dell'isola di Samar e di Capo Engaño) oltre a diversi scontri minori.

Citata talvolta come battaglia per il Golfo di Leyte e negli Stati Uniti anche come seconda battaglia del mare delle Filippine[1], è generalmente considerata la più grande battaglia navale della seconda guerra mondiale ed anche, secondo alcune stime, la più grande battaglia navale della storia moderna, in termini di stazza totale delle navi coinvolte.[2][3] La battaglia è inoltre la prima in cui aerei giapponesi attaccarono i nemici impiegando la tattica kamikaze.

Il 20 ottobre 1944 le truppe statunitensi invasero l'isola di Leyte con l'obiettivo strategico di isolare il Giappone dai territori del Sud-Est asiatico sottoposte al suo dominio, sottraendogli in tal modo essenziali rifornimenti industriali, in particolare la gomma e il petrolio provenienti dalle Indie orientali olandesi. In risposta all'invasione statunitense dell'isola, la Marina imperiale giapponese mobilitò la quasi totalità delle sue rimanenti unità navali maggiori, nel tentativo di ribaltare l'esito dello scontro, ma fu respinta dalla Terza e dalla Settima Flotta della Marina degli Stati Uniti. La marina imperiale giapponese fallì quindi il proprio obiettivo e subì perdite molto ingenti, precludendosi la possibilità di disporre nelle fasi successive della guerra di una flotta in grado di affrontare una nuova battaglia contro le forze aeronavali alleate. La maggior parte delle più grandi unità sopravvissute, a causa della scarsità di carburante disponibile e di equipaggi aerei, finì per rimanere inattiva presso le proprie basi fino al termine della guerra nel Pacifico.

Antefatti[modifica | modifica wikitesto]

La strategia Alleata[modifica | modifica wikitesto]

L'ammiraglio Chester Nimitz (in piedi) discute con (da sinistra) il generale MacArthur, il presidente Roosevelt e l'ammiraglio William D. Leahy

Le campagne alleate condotte dall'agosto 1942 al marzo del 1944 avevano respinto le forze giapponesi da molte delle loro posizioni insulari del Pacifico meridionale e centrale, isolando al contempo diverse basi (soprattutto quella aeronavale di Rabaul). Nel giugno 1944 una serie di sbarchi anfibi appoggiati dalla Fast Carrier Task Force della Quinta Flotta statunitense riuscì a occupare le Isole Marianne Settentrionali. In questo modo fu infranto il più interno degli anelli strategici di difesa del Giappone e gli Alleati conquistarono una base, da cui i bombardieri statunitensi a lungo raggio B-29 Superfortress avrebbero potuto operare contro il territorio metropolitano nipponico. I giapponesi contrattaccarono poco dopo la riuscita degli sbarchi, impegnando gran parte della loro flotta da combattimento ma nella battaglia del Mar delle Filippine la marina statunitense distrusse tre portaerei nipponiche e circa seicento aerei, lasciando la Marina imperiale giapponese (Dai-Nippon Teikoku Kaigun) con una forza aeronavale molto indebolita e priva di equipaggi esperti[4][5].

Per le operazioni successive il capo delle operazioni navali, ammiraglio Ernest J. King, e altri membri dello stato maggiore congiunto suggerirono l'isolamento delle forze giapponesi nelle Filippine ed un attacco principale a Formosa, per dare agli alleati il controllo delle rotte marittime tra il Giappone e l'Asia meridionale. Il generale Douglas MacArthur preferiva tuttavia un'invasione delle Filippine, poiché anch'esse si trovavano lungo le rotte di rifornimento verso il Giappone, inoltre lasciarle in mano alle truppe d'occupazione sarebbe stato un colpo al prestigio statunitense, visto che l'arcipelago era stato sotto il dominio statunitense dal 1898 e l'invasione nipponica era avvenuta nonostante un accordo di difesa e assistenza militare che impegnava gli Stati Uniti con le Filippine[6]. Nel marzo 1942 poi lo stesso MacArthur era stato obbligato a lasciare il comando dell'arcipelago davanti all'avanzata giapponese, formulando però l'intenzione di ritornare: il generale riteneva perciò un punto d'onore adempiere il suo impegno e riconquistare le Filippine con una campagna terrestre[6].

Infine, la considerevole potenza aerea che i giapponesi avevano accumulato nelle Filippine, sia come aviazione basata a terra che come aviazione navale, era ritenuta un pericolo per i movimenti navali alleati da molti alti gradi esterni allo Stato maggiore congiunto (compreso il comandante in capo della Flotta del Pacifico ammiraglio Chester Nimitz) e impossibile da ignorare. Tuttavia, i piani iniziali di Nimitz e MacArthur erano contrastanti: l'ammiraglio propendeva per l'invasione di Formosa, dato che ciò poteva tagliare le linee di rifornimento verso il sud-est asiatico[6]; l'isola poteva anche servire da base per un'invasione della Cina, che MacArthur però reputava non necessaria. Un incontro tra i due alti ufficiali e il presidente Roosevelt servì a confermare le Filippine come obiettivo strategico, ma ebbe meno influenza di quanto si sia talvolta sostenuto nella decisione finale d'invadere l'arcipelago. Nimitz alla fine cambiò idea e concordò con il piano di MacArthur[7].

Forse la considerazione più decisiva contro il piano Cina-Formosa, come ipotizzato dall'ammiraglio Ernest King e da altri, fu che l'invasione di Formosa avrebbe richiesto una quantità di forze terrestri molto più grande di quelle disponibili nel Pacifico alla fine del 1944, e non sarebbe stata praticabile fin quando la sconfitta della Germania non avesse reso disponibili ulteriori divisioni alleate che potessero essere trasferite in Estremo Oriente[8].

In ogni caso, nell'area Formosa-Filippine-isole Ryūkyū-Giappone meridionale erano presenti oltre 1200 aerei da combattimento della marina e dell'esercito imperiale (l'aviazione nipponica non esisteva come forza armata indipendente) che costituivano una seria minaccia per le forze navali alleate; pertanto venne deciso dallo stato maggiore statunitense di eliminare o comunque ridimensionare questa minaccia, attuando dal 10 al 20 ottobre una serie di attacchi contro le basi aeree di Formosa e delle Filippine utilizzando le portaerei di squadra della Task Force 38 (il braccio operativo della Terza Flotta USA), in quella che prese il nome di battaglia aerea di Formosa[9].

Il piano operativo alleato[modifica | modifica wikitesto]

La flotta da sbarco statunitense muove verso Leyte

Come testa di ponte per la riconquista delle Filippine venne quindi scelta l'isola di Leyte, nella parte centrale dell'arcipelago: il trasporto della forza d'invasione e l'appoggio navale ravvicinato sarebbero stati forniti dalla Settima Flotta, comandata dal viceammiraglio Thomas C. Kinkaid e comprendente anche unità della Royal Australian Navy[10]. La Terza Flotta dell'ammiraglio William F. Halsey, con le portaerei della Task Force 38 (la "Fast Carrier Task Force" del viceammiraglio Marc Mitscher) come componente principale, avrebbe invece fornito una copertura a distanza alla Settima Flotta e appoggio all'invasione, attaccando le basi aeree nemiche e qualsiasi forza navale che avesse cercato di ostacolare gli sbarchi[11].

Nel quadro degli attacchi preventivi, e per sviare l'attenzione giapponese dalle Filippine, il 12 ottobre 1944 la Terza Flotta statunitense dell'ammiraglio Halsey iniziò una serie d'incursioni lanciate dalle portaerei contro Formosa e le isole Ryūkyū, con l'idea di assicurarsi che gli aerei di base in loco non potessero intervenire negli sbarchi a Leyte; il comando nipponico rispose lanciando ondate di attacchi aerei contro le portaerei della Terza Flotta, e in quella che Morison riporta come una «lotta dura ed estenuante tra aerei basati sulle portaerei e aerei di base a terra» i giapponesi furono sconfitti perdendo oltre 500 velivoli in tre giorni, quasi l'intera forza aerea della regione. Altre azioni diversive videro un bombardamento dell'isola Marcus il 9 ottobre ed incursioni delle portaerei britanniche contro le isole Nicobare tra il 17 ed il 21 ottobre[12].

Le quattro azioni principali della battaglia del Golfo di Leyte.
  1) battaglia del Mare di Sibuyan
  2) battaglia dello Stretto di Surigao
  3) battaglia di Capo Engaño
  4) battaglia al largo di Samar

Un grave e fondamentale difetto di questo piano fu che gli Alleati non avrebbero avuto un comandante navale in capo dell'operazione: la Settima Flotta era posta sotto l'autorità del generale MacArthur, mentre l'ammiraglio Halsey dipendeva da Nimitz[13]. Questa mancanza di un comando unificato, assieme a problemi di comunicazione, avrebbe prodotto una crisi e rischiato di provocare un disastro strategico per le forze alleate[14].

Il piano operativo giapponese[modifica | modifica wikitesto]

Le opzioni Alleate erano chiare anche alla Marina imperiale giapponese. Il comandante della Flotta combinata Soemu Toyoda preparò quattro "piani vittoriosi" (捷1号作戦, Shō ichigō sakusen): Shō-Gō 1 era un'importante operazione navale nelle Filippine, mentre Shō-Gō 2, Shō-Gō 3 e Shō-Gō 4 erano, rispettivamente, risposte agli attacchi aerei portati dagli statunitensi su Formosa, le isole Ryūkyū e le isole Kurili. L'alto comando nipponico riteneva più probabile un'invasione delle Filippine, con Leyte come primo obiettivo, ma senza averne la certezza non potevano essere prese misure preventive e quindi in ogni caso il contrattacco giapponese sarebbe arrivato a sbarchi ultimati[15]. La velocità di reazione giapponese era compromessa anche dalla dispersione delle sue risorse navali: gli attacchi dei sommergibili Alleati alle rotte commerciali nipponiche avevano pregiudicato a tal punto i rifornimenti di carburante diretti in Giappone, da obbligare il grosso della Flotta combinata a trasferirsi nella base di Singapore, più vicina ai pozzi petroliferi del Borneo; solo la squadra delle portaerei era rimasta nelle acque giapponesi, onde permettere l'addestramento dei piloti di rimpiazzo[16].

Con l'inizio dell'invasione statunitense delle Filippine, la marina giapponese passò al piano Shō-Gō 1[14]; le gravi perdite di velivoli patite negli scontri su Formosa obbligarono i giapponesi a rivedere il piano originario: sebbene si facesse comunque molto affidamento sugli aerei di base a terra per indebolire le forze statunitensi, la flotta d'invasione doveva essere attaccata e distrutta da una squadra navale di superficie, cosa difficile da realizzare finché le portaerei di Halsey incrociavano in zona[17]. Si decise quindi di attirare la Terza Flotta lontano da Leyte con uno stratagemma: la squadra portaerei del vice ammiraglio Jisaburō Ozawa (Forza settentrionale) avrebbe incrociato al largo di Luzon, facendo da esca per indurre Halsey a muovere verso nord[17]. Una volta che questi si fosse allontanato, la Flotta combinata proveniente da Singapore sarebbe piombata nell'area degli sbarchi con una manovra a tenaglia: la Forza centrale dell'ammiraglio Takeo Kurita, comprendente le unità principali della flotta, avrebbe percorso lo Stretto di San Bernardino arrivando da nord, mentre la più piccola Forza meridionale dell'ammiraglio Shōji Nishimura sarebbe arrivata da sud attraverso lo stretto di Surigao; poiché l'unità di Nishimura era piuttosto debole, prima dell'azione sarebbe stata rinforzata da una quarta squadra navale proveniente dal Giappone, guidata dall'ammiraglio Kiyohide Shima[17][18].

Gli adattamenti dell'ultimo minuto causarono diversi problemi: non c'era un comandante unico, ciascun ammiraglio giapponese aveva un'idea vaga dei movimenti degli altri gruppi, Nishimura e Shima non avevano istruzioni su come collaborare, e gli aerei di base a terra non erano in grado di fornire protezione alle navi nipponiche perché inviati ad attaccare quelle statunitensi[17]. Era altamente probabile che si arrivasse alla distruzione di una o più delle forze attaccanti, ma Toyoda spiegò in seguito la cosa nel seguente modo:[19]

« Se avessimo perso durante le operazioni nelle Filippine, anche se la flotta fosse rimasta, la linea di rifornimento a sud sarebbe stata completamente tagliata fuori, cosicché la flotta, anche se fosse tornata in acque giapponesi, non avrebbe potuto ottenere il suo rifornimento di carburante. Se fosse rimasta nelle acque meridionali, non avrebbe potuto ricevere rifornimenti di armi e munizioni. Non c'era motivo di salvare la flotta a spese della perdita delle Filippine. »

Mosse iniziali[modifica | modifica wikitesto]

La Musashi parte dal Brunei nell'ottobre 1944 per la battaglia del Golfo di Leyte.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Ordine di battaglia della battaglia del Golfo di Leyte.

All'alba del 17 ottobre 1944 unità speciali dei Ranger statunitensi iniziarono ad attaccare le postazioni di artiglieria costiera giapponese che presidiavano l'accesso al Golfo di Leyte: a Tokyo l'ammiraglio Toyoda interpretò queste azioni come il preludio agli sbarchi Alleati a Leyte ed alle 8:09 emanò l'allerta per il piano Shō-Gō 1 a tutte le unità giapponesi, anche se l'ordine esecutivo finale fu emesso alle 11:00 del 18 ottobre[20]; all'1:00 del 18 ottobre la Flotta combinata lasciò Singapore alla volta della baia del Brunei, dove si rifornì ed attese gli ordini definitivi. All'alba del 20 ottobre le forze statunitensi diedero il via agli sbarchi a Leyte, stabilendo rapidamente una solida testa di ponte; contemporaneamente, quello stesso pomeriggio, le portaerei di Ozawa lasciarono il Giappone alla volta di Luzon, passando inosservate attraverso la linea di rilevamento dei sommergibili Alleati[20]. Alle 8:00 del 22 ottobre Kurita e la sua Forza centrale salparono alla volta dello Stretto di san Bernardino, lasciandosi dietro l'unità di Nishimura che, dovendo percorrere una distanza minore, rimase in porto per altre 24 ore; la squadra di rinforzo di Shima salpò dal Giappone la mattina del 22, mantenendosi ad ovest delle Filippine durante il suo lungo viaggio per ricongiungersi con Nishimura[20].

L'azione sottomarina nel passaggio di Palawan (23 ottobre)[modifica | modifica wikitesto]

Salpata dalla sua base nel Brunei, la Forza centrale di Kurita disponeva delle due supercorazzate Yamato e Musashi, della più vecchia corazzata Nagato, delle due navi da battaglia veloci Kongō e Haruna, di dieci incrociatori pesanti (Atago, Maya, Takao, Chōkai, Myōkō, Haguro, Kumano, Suzuya, Tone e Chikuma), due incrociatori leggeri (Noshiro e Yahagi) e quindici cacciatorpediniere[21][22].

Lo USS Dace, a sinistra, all'ancora

Le navi di Kurita passarono l'isola Palawan attorno alla mezzanotte tra il 22 e il 23 ottobre, dove i sommergibili statunitensi USS Darter e USS Dace erano posizionati in superficie. Alle 00:16 del 23 ottobre il radar del Darter individuò la formazione giapponese a circa 27 km di distanza ed il capitano ottenne rapidamente un contatto visivo. I due sommergibili si mossero velocemente a caccia delle navi, mentre il Darter fece il primo di tre rapporti di contatto: almeno uno di questi venne captato da un operatore radio della Yamato, ma Kurita non prese le appropriate contromisure anti-sommergibile[21][23].

Il Darter e il Dace, viaggiando in superficie a pieno regime, dopo diverse ore ottennero una posizione di lancio davanti alla formazione di Kurita, con l'intenzione di compiere un attacco in immersione alle prime luci dell'alba. Alle 06:34 il Darter scaricò una salva di sei siluri, di cui almeno quattro centrarono l'ammiraglia di Kurita, l'incrociatore Atago[23][24]; dieci minuti dopo il Darter, con un'altra serie di ordigni, fece due centri sul gemello dell'Atago, il Takao, mentre alle 06:56 quattro siluri del Dace colpirono l'incrociatore Maya, appartenente alla stessa classe delle altre due unità[21][23].

L'Atago e il Maya affondarono rapidamente, tanto che Kurita fu costretto a nuotare per salvarsi prima di essere soccorso da uno dei cacciatorpediniere, il Kishinami, e trasferito sulla Yamato[25]; il danneggiato Takao tornò verso il Brunei, scortato da due cacciatorpediniere ed inseguito dai due sommergibili. Il 24 ottobre alle 01:05, mentre seguiva l'incrociatore danneggiato, il Darter s'incagliò sulla secca di Bombay, nello stretto di Palawan: tutti i tentativi di liberarlo fallirono e venne quindi abbandonato dopo un infruttuoso tentativo di sabotaggio alle 05:55, per essere poi affondato dal sommergibile USS Nautilus; l'intero equipaggio venne comunque messo in salvo dal Dace[25]. Il Takao fece ritorno a Singapore, dove rimase per il resto della guerra in riparazione[26][27].

Battaglia per il Mare di Sibuyan (24 ottobre)[modifica | modifica wikitesto]

La Terza Flotta aveva in quel momento nella Task Force 38 il suo braccio operativo, diviso in quattro Task Group di portaerei di forza diseguale. Il 22 ottobre Halsey ne aveva inviati due alla base della flotta a Ulithi per rifornirsi e riarmarsi: quando arrivò il rapporto sul contatto del Darter, Halsey richiamò il gruppo del retroammiraglio R. E. Davison (Task Group 38.4 – TG 38.4), composto da due portaerei di squadra (Franklin ed Enterprise) e una leggera[28], ma permise a quello del vice ammiraglio John S. McCain (TG 38.1), forte di tre portaerei di squadra (Wasp, Hornet ed Hancock) e due di scorta[28], di continuare verso Ulithi; Halsey richiamò infine McCain il 24 ottobre[29], ma il ritardo fece sì che il più potente gruppo di portaerei statunitensi avrebbe giocato un ruolo marginale nella battaglia che andava profilandosi e la Terza Flotta si trovò in effetti priva di quasi il 40% della sua forza aerea per gran parte dello scontro. Il mattino del 24 ottobre solo tre gruppi erano disponibili per colpire eventuali forze nemiche in avvicinamento a Leyte: davanti allo Stretto di san Bernardino era posizionato il TG 38.2 del retroammiraglio Gerald F. Bogan, che era però anche il più debole, disponendo di una sola grande portaerei (la Intrepid, visto che la Bunker Hill era stata distaccata per lavori di manutenzione il giorno prima) e di due portaerei leggere[21][28]; il TG 38.4 di Davison era a sud davanti al Golfo di Leyte mentre l'ultimo raggruppamento, il TG 38.3 del contrammiraglio Frederick Sherman, con due portaerei di squadra (la Essex e la Lexington) e due leggere, era a nord al largo di Luzon[28].

La corazzata giapponese Yamato colpita da una bomba vicino alla torretta di prua nel Mare di Sibuyan.

Durante la notte le navi dei Task Group della Terza Flotta si erano avvicinate alla costa, pronte a lanciare attacchi aerei sulla squadra di Kurita; la mattina del 24 tutti i Task Group lanciarono voli di ricognizione per rilevare la posizione delle unità avvistate dal Darter: alle 08:12 un velivolo dell'Intrepid localizzò quasi per caso le navi di Kurita intente a doppiare la punta meridionale di Mindoro ed entranti nel Mare di Sibuyan[30]; intuendo che l'obiettivo dei giapponesi era percorrere lo Stretto di san Bernardino per piombare sulla zona degli sbarchi a Leyte, Halsey ordinò ai TG di Sherman e Davison di avvicinarsi a quello di Bogan per attaccare il nemico[31]. Mentre erano in corso questi spostamenti, alle 9:05 uno dei ricognitori di Davison avvistò la Forza meridionale di Nishimura intenta ad attraversare il mare di Sulu: Halsey indovinò ancora una volta le intenzioni dei giapponesi, diretti verso lo stretto di Surigao, ma ritenne che la Settima Flotta di Kinkaid avesse forze sufficienti per far fronte a questa minaccia e tornò a concentrare la sua attenzione su Kurita[31].

Aerei dell'Intrepid e della Cabot, appartenenti al gruppo di Bogan, attaccarono attorno alle 10:30 la flotta nipponica, centrando le corazzate Nagato, Yamato, Musashi e danneggiando gravemente l'incrociatore pesante Myōkō. Una seconda ondata proveniente dalle portaerei Intrepid, Essex e Lexington attaccò in seguito: dei vari gruppi aerei, il 15º della Essex centrò altre dieci volte la Musashi; mentre quest'ultima si ritirava, virando a babordo, una terza ondata dalla Enterprise e dalla Franklin la colpì con undici bombe e otto siluri[21][32].

Kurita fece tornare indietro la sua flotta per uscire dal raggio d'azione degli aerei, superando la danneggiata Musashi, che aveva già rimandato indietro alle 14:52 verso le isole Pescadores sotto la scorta dei cacciatorpediniere Kiyoshimo e Hamakaze[32], ed attese fino alle 17:15 prima di invertire nuovamente la marcia e dirigersi verso lo Stretto di san Bernardino; la Musashi, gravemente danneggiata, si capovolse e affondò attorno alle 19:30, nonostante i tentativi del suo comandante di farla incagliare[21][32].

Nel frattempo, il vice-ammiraglio Takijiro Onishi aveva diretto tre ondate della 1ª Flotta Aerea di stanza a Luzon contro le portaerei del TG 38.3 del contrammiraglio Sherman (i cui velivoli erano impegnati a colpire i campi aerei filippini per impedire simili attacchi giapponesi ai danni delle navi nel Golfo di Leyte); ciascuna delle ondate di attacco di Ōnishi era composta da 50 o 60 aerei per 199 aerei complessivi[21][33]. Anche l'esercito imperiale lanciò la sua Seconda Divisione aerea contro la flotta statunitense con tre ondate di 80, 38 e 29 aerei, dalle 08:00 fino al tramonto, ma con scarsi risultati: una nave appoggio idrovolanti ed un mezzo da sbarco vennero ritenuti affondati, due incrociatori e cinque trasporti danneggiati[33].

L'incrociatore Birmingham affianca la Princeton in fiamme

Gran parte degli aerei nipponici decollati venne intercettata, abbattuta o messa in fuga dagli F6F Hellcat delle pattuglie aeree di Sherman, soprattutto dalle due sezioni di caccia della Essex, guidate dal capitano di fregata David McCampbell (cui venne accreditato l'abbattimento di nove aerei nemici in questa sola azione); le perdite dell'aviazione di marina nipponica furono di 67 aerei contro 32 statunitensi[33]. Comunque, un bombardiere Yokosuka D4Y "Judy" passò oltre le difese e alle 09:38 colpì la portaerei leggera Princeton con una bomba perforante da 250 kg, provocando un grave incendio nell'hangar della nave: il sistema antincendio di emergenza non funzionò e il fuoco si diffuse rapidamente, causando in poco tempo una serie di forti scoppi. Le fiamme vennero gradualmente portate sotto controllo e alcune navi della scorta vennero inviate a prestare assistenza: il cacciatorpediniere Irwin, non potendo affiancare la portaerei a causa delle alte ondate, stese lungo la fiancata delle reti per permettere ai marinai che si buttavano in mare di salire a bordo, mentre con raffiche di mitragliatrice si tenevano a bada gli squali[23]; il solo Irwin recuperò 646 marinai e l'episodio fruttò alla nave una Navy Unit Commendation[34]. Il cacciatorpediniere Morrison, che aveva tentato di avvicinarsi dopo aver recuperato 460 marinai, venne sbattuto contro la fiancata della Princeton perdendo l'albero militare e il fumaiolo anteriore[35]. Mentre proseguivano le operazioni di salvataggio arrivò una nuova incursione aerea nipponica: alle 15:23 ci fu un'enorme esplosione (probabilmente nel deposito delle bombe), provocando altre vittime sulla Princeton e perdite anche più pesanti (oltre 300) a bordo dell'incrociatore Birmingham, affiancatosi per aiutare a domare l'incendio e costretto a ritirarsi per i danni subiti; vennero danneggiati anche altri vascelli nelle vicinanze. Tutti i tentativi di salvare la Princeton fallirono ed essa venne alla fine affondata con i siluri dall'incrociatore leggero Reno alle 17:50[23][21], mentre i superstiti furono riportati dal Birmingham, dall'Irwin e dal Morrison ad Ulithi il 27 ottobre[35].

Il 24 ottobre, complessivamente, la Terza Flotta lanciò 259 sortite contro la Forza Centrale giapponese, in gran parte composte da cacciabombardieri F6F Hellcat, ma questa mole di attacchi non fu sufficiente a neutralizzare la minaccia portata da Kurita[36]: gran parte degli attacchi nel mare di Sibuyan vennero diretti contro una sola nave, la Musashi, colpita con un totale di 17 bombe e 19 siluri dagli aerei provenienti dalle portaerei Essex, Intrepid e Franklin, e ciò lasciò relativamente indenni le altre unità di Kurita[21][32], con solo l'incrociatore pesante Myōkō costretto ad abbandonare la formazione dopo essere stato danneggiato alle 10:29 da un siluro lanciato da un aereo dell'Intrepid[37]; altre navi furono danneggiate, compreso il Tone colpito da una bomba[38], ma poterono tutte continuare la missione.

In questa fase, le navi da battaglia statunitensi erano ancora inquadrate nei Task Group della TF 38, precisamente nei TG 38.2 e 38.3[28]. Come risultato dell'importante decisione che verrà presa in seguito dall'ammiraglio Halsey, Kurita fu in grado di procedere attraverso lo Stretto di san Bernardino nel corso della notte e di fare una comparsa inattesa al largo della costa di Samar il mattino seguente[39].

La decisione di Halsey (24-25 ottobre)[modifica | modifica wikitesto]

La Task Force 34[modifica | modifica wikitesto]

Dopo che le Forze centrale e meridionale dei giapponesi vennero individuate, ma prima che fossero localizzate anche le portaerei di Ozawa, Halsey e lo stato maggiore della Terza Flotta, a bordo della corazzata New Jersey, prepararono un piano di emergenza per affrontare la minaccia proveniente dalla squadra di Kurita: il loro intento era di coprire lo Stretto di san Bernardino con una potente task force di navi da guerra veloci appoggiate da due dei gruppi di portaerei della Terza Flotta; tale forza sarebbe stata designata Task Force 34 e doveva consistere in 4 corazzate, 5 incrociatori e 14 cacciatorpediniere, sotto il comando del vice ammiraglio Willis A. Lee[40]. Il contrammiraglio Davison, del Task Group 38.4, sarebbe stato al comando dei gruppi di portaerei di appoggio.

Alle 15:12 del 24 ottobre Halsey inviò un messaggio radio ai comandanti dei gruppi a lui subordinati[41][21], fornendo i dettagli del piano di emergenza: le due corazzate veloci da 31 nodi della 7ª Divisione, la New Jersey e la Iowa, assieme all'Alabama e alla Washington (entrambe da 27/28 nodi), coadiuvate da una robusta scorta, avrebbero formato il nerbo della TF 34 e combattuto materialmente lo scontro, mentre le portaerei dei due Task Group 38.2 e 38.4 dovevano tenersi "lontano dai combattimenti di superficie"; le istruzioni agli altri due Task Group 38.1 (forte di 5 incrociatori pesanti e 3 leggeri) e 38.3 (che comprendeva anche le altre due corazzate South Dakota e Massachusetts e i quattro incrociatori leggeri della 13ª Divisione incrociatori) sarebbero state fornite in seguito. Quindi, nonostante che il TG 38.1 si trovasse ancora ad Ulithi per il rifornimento, il TG 38.3, lasciato libero, avrebbe avuto comunque una potenza di fuoco paragonabile a quella delle navi di scorta alle portaerei di Ozawa.

Questo messaggio fu spedito in copia a Nimitz, al quartier generale della Flotta del Pacifico, ma non al comandante della Settima Flotta Thomas C. Kinkaid, che tuttavia lo apprese "origliando" le comunicazioni radio[40]; la Task Force 34 comunque, non venne immediatamente formata al largo dello Stretto di san Bernardino come previsto. Questo messaggio avrebbe portato poi ad una disastrosa incomprensione e avrebbe avuto una profonda influenza sul successivo corso della battaglia[41][21]. Lee aveva comunque chiesto ripetutamente ad Halsey di distaccare una forza di copertura e predisporre un piano di battaglia, ma si sentiva in grado di affrontare la squadra da battaglia giapponese facendo affidamento sull'artiglieria delle sue unità oltreché sulle due portaerei leggere con un totale di circa 60 velivoli[42].

"Verso nord con tre gruppi"[modifica | modifica wikitesto]

A dispetto del suo ruolo di esca per le forze Alleate, la Forza settentrionale di Ozawa aveva continuato a navigare incontrastata al largo di Luzon senza ancora essere stata avvistata dal nemico; per attirare l'attenzione su di sé, alle 8:20 del 24 ottobre l'ammiraglio lanciò 76 dei soli 100 aerei di cui disponeva contro le portaerei del TG 38.3 di Sherman: i velivoli arrivarono però in concomitanza con gli assalti delle forze giapponesi basate a terra e Sherman, impegnato anche con le complesse manovre di salvataggio della Princeton, non si avvide che il nuovo attacco proveniva dalle portaerei nemiche[43]. La mancanza d'interesse degli statunitensi per la sua formazione spinse Ozawa ad essere più deciso ed alle 14:30 distaccò le corazzate Ise e Hyūga inviandole a sud, più vicino alla Terza Flotta; la mossa diede il risultato sperato ed alle 15:40 due aerei del gruppo di Davison, in rientro verso le loro portaerei, avvistarono le corazzate giapponesi: la diminuzione degli attacchi nemici consentì a Sherman di dare seguito all'avvistamento ed alle 16:40 i suoi ricognitori individuarono il resto della forza di Ozawa[44][29]. Ottenuta l'attenzione degli statunitensi, Ozawa richiamò le corazzate, ma quella sera intercettò una (erronea) comunicazione statunitense che descriveva il ritiro di Kurita e decise quindi di ritirarsi anch'egli; la sua mossa fu però fermata da Toyoda alle 20:00, il quale ordinò a tutte le forze di attaccare "confidando nell'assistenza divina"[45]: Ozawa invertì la rotta e si diresse a sud verso Leyte.

Halsey si convinse che la Forza settentrionale costituisse la principale minaccia giapponese ed era determinato ad afferrare quella che sembrava un'occasione d'oro per distruggere le restanti portaerei giapponesi. Credendo agli erronei rapporti dei suoi piloti, i quali, esagerando, rivendicavano molti centri sulle navi giapponesi[40], l'ammiraglio si convinse che la Forza centrale fosse stata neutralizzata dagli attacchi aerei portati a inizio giornata nel Mare di Sibuyan e che il resto si stesse ritirando; Halsey comunicò quindi via radio a Nimitz e Kinkaid, le navi del quale doveva proteggere[41][21]:

(EN)

« CENTRAL FORCE HEAVILY DAMAGED ACCORDING TO STRIKE REPORTS. AM PROCEEDING NORTH WITH THREE GROUPS TO ATTACK CARRIER FORCES AT DAWN »

(IT)

« Forza Centrale molto danneggiata secondo i rapporti sull'attacco. Sto procedendo verso nord con tre gruppi per attaccare le portaerei all'alba »

Le parole with three groups ("con tre gruppi") si sarebbero rivelate fuorvianti. Alla luce del messaggio di Halsey del 24 ottobre alle 15:12, l'ammiraglio Kinkaid e il suo stato maggiore compresero, così come Nimitz al quartier generale del Pacifico, che la Task Force 34 comandata da Lee fosse già stata formata: supposero che Halsey stesse lasciando questa potente forza di superficie a guardia dello Stretto di san Bernardino (e a copertura del fianco settentrionale della Settima Flotta) e che stesse portando solo i tre gruppi di portaerei a sua disposizione verso nord, all'inseguimento delle navi di Ozawa[46]. Ma la Task Force 34, benché formata più tardi quella notte, non era realmente stata distaccata e le navi da guerra di Lee erano rimaste aggregate alle portaerei della Terza Flotta: Halsey lasciò consciamente e deliberatamente lo Stretto di san Bernardino senza la minima protezione. Come scrisse Woodward: «Tutto venne portato via dallo Stretto di san Bernardino. Non venne lasciato nemmeno un dragamine»[47].

Halsey e i suoi ufficiali di stato maggiore ignorarono le informazioni provenienti da un aereo per la ricognizione notturna che operava dalla portaerei leggera Independence, secondo cui la potente forza di superficie di Kurita stava tornando verso lo Stretto di san Bernardino, e che dopo un lungo oscuramento le luci di navigazione nello stretto erano state accese: quando il contrammiraglio Bogan, al comando del TG 38.2, inviò per radio questa informazione all'ammiraglia di Halsey, venne congedato da un ufficiale dello stato maggiore che replicò concisamente «Sì, sì, abbiamo quella informazione». Il viceammiraglio Lee aveva nel frattempo correttamente dedotto che la forza di Ozawa fungeva da esca, ma quando comunicò la cosa ad Halsey venne allo stesso modo ignorato. Il commodoro Arleigh Burke e il comandante James Flatley, dello stato maggiore del viceammiraglio Marc Mitscher (comandante della Task Force 38 e subordinato ad Halsey, che era il comandante della Terza Flotta), erano giunti alla stessa conclusione: essi erano così preoccupati per la situazione che svegliarono Mitscher, il quale chiese «L'ammiraglio Halsey ha questo rapporto?»; quando gli venne risposto che Halsey era informato, Mitscher, conoscendo fin troppo bene il temperamento di Halsey, commentò «Se vuole il mio consiglio me lo chiederà» e tornò a dormire[21][48].

L'intera forza della Terza Flotta continuò dunque a procedere in direzione nord, allontanandosi dallo Stretto di san Bernardino a 25 nodi[41].

Battaglia dello Stretto di Surigao (25 ottobre)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi battaglia dello Stretto di Surigao.
La battaglia dello Stretto di Surigao.

Le forze in campo[modifica | modifica wikitesto]

Dopo essere stata avvistata alle 9:05 del 24 ottobre, l'unità di Nishimura aveva subito un attacco degli aerei della Terza Flotta, riportando però solo danni minori: una volta che il TG di Davison fu richiamato a nord da Halsey, le navi giapponesi furono lasciate indisturbate a continuare la navigazione verso lo Stretto di Surigao[49]. La forza di Nishimura comprendeva le corazzate Yamashiro e Fusō, l'incrociatore pesante Mogami e quattro cacciatorpediniere. Circa 40 km più indietro si trovava l'unità di rinforzo di Shima: dopo aver distaccato molte unità per compiere missioni secondarie, la sua forza era ridotta ai due incrociatori pesanti Nachi e Ashigara, all'incrociatore leggero Abukuma ed a sette cacciatorpediniere; avvistata da un bombardiere dell'esercito statunitense intorno alle 12:00, era stata attaccata dagli aerei della Franklin, che avevano affondato il cacciatorpediniere Wakaba[50], ma per il resto era stata lasciata indisturbata[49]. Il silenzio radio ed il fatto che non esistessero istruzioni su come collaborare fecero sì che le due unità della Forza meridionale agissero di fatto in modo indipendente e non coordinato[49]; ma anche a Nishimura l'obbligo del silenzio radio impedì di venire a conoscenza dei ritardi patiti da Kurita a causa degli attacchi aerei subiti e quando la Forza meridionale si avvicinò allo Stretto di Surigao, la Forza centrale era molte ore indietro sulla tabella di marcia.

La Settima Flotta di Kinkaid stava nel frattempo preparando una trappola mortale per le navi giapponesi. Benché concepita come unità d'appoggio alle operazioni anfibie dell'esercito, la flotta di Kinkaid disponeva di un buon numero di unità da guerra, seppur piuttosto datate[51]: il contrammiraglio Jesse Oldendorf con il Task Group 77.2 disponeva delle sei corazzate West Virginia, Maryland, Mississippi, Tennessee, California e Pennsylvania, tutte eccetto la Mississippi affondate o danneggiate nell'attacco di Pearl Harbor e poi riparate; esse erano coadiuvate dai quattro incrociatori pesanti Louisville (nave ammiraglia), Portland, Minneapolis e HMAS Shropshire, dai quattro incrociatori leggeri Denver, Columbia, Phoenix e Boise e da 28 cacciatorpediniere, oltre a 39 motosiluranti (PT boat). Tre di questi incrociatori, la Boise, la Shropshire e la Phoenix, costituivano il Task Group 77.3 al comando dell'ammiraglio Berkey, insieme ai caccia del Destroyer Squadron 54 ed altri, ed erano stati inviati ad Oldendorf come rinforzo e costituivano il fianco destro[52][53].

Presupponendo che Halsey stesse continuando a presidiare il fianco nord della Settima Flotta, tutte le unità da guerra di questa furono concentrate a sud contro Nishimura: mancando di aerei da ricognizione, Oldendorf dispose le sue PT boat in sezioni di tre lungo tutta l'imboccatura dello stretto, perché segnalassero il passaggio delle navi giapponesi e lanciassero un primo attacco con i loro siluri; a seguire sarebbero stati i cacciatorpediniere ad attaccare, divisi in sezioni disposte sui due lati della parte centrale e terminale dello stretto, sempre facendo uso dei siluri[54]. Da ultimo le navi giapponesi sarebbero state bersagliate dalle corazzate e dagli incrociatori, disposti in linea di fila di traverso all'uscita dello stretto[54][21].

Lo scontro[modifica | modifica wikitesto]

La corazzata giapponese Yamashiro con, in secondo piano, la Fusō e la Haruna. Le prime due navi affondarono entrambe nello Stretto di Surigao

Alle 22:36 del 24 ottobre una delle motosiluranti, la PT-131, ottenne il primo contatto con le navi giapponesi in avvicinamento, dando il via alla battaglia; alle 00:25 del 25 ottobre Oldendorf iniziò a ricevere i rapporti sul contatto, le prime indicazioni accurate sulla posizione della Forza meridionale da oltre quattordici ore. Fino alle 2:13, sezione dopo sezione, le PT boat statunitensi si lanciarono contro le unità giapponesi solo per venire respinte dall'intenso fuoco di risposta del nemico; delle trenta motosiluranti impiegate nell'azione, nessuna riuscì a mettere a segno colpi sulle unità nemiche, mentre una (la PT-493) fu affondata e dieci danneggiate dai giapponesi[55][52][21].

Mano a mano che i rapporti delle PT raggiungevano Oldendorf, questi li girava ai comandanti dei distaccamenti di cacciatorpediniere dislocati più a nord; alle 2:40 la McGowan del 54º Squadrone cacciatorpediniere (DesRon 54) fu la prima ad avvistare le unità di Nishimura, ormai al centro dello stretto[56]. Alle 3:00 tre unità dello squadrone lanciarono i loro siluri contro le navi giapponesi dal lato di tribordo mentre nove minuti più tardi altre due facevano altrettanto dal lato di babordo: la Yamashiro incassò un siluro senza problemi, ma il cacciatorpediniere Yamagumo fu colpito in pieno ed affondò rapidamente entro le 3:19, il Michishio venne immobilizzato e lo Asagumo perse la prua, anche se, muovendo lentamente, fu in grado di ritirarsi[57]; colpita da uno o due siluri ed in preda alle fiamme, la corazzata Fusō uscì dalla formazione ed alle 3:38 esplose fragorosamente spezzandosi in due tronconi, che andarono alla deriva giù per lo stretto[57]. Oldendorf riportò nel suo rapporto preliminare che «...alle 03:20 il ComDesRon54 (comandante della 54ª squadriglia cacciatorpediniere) notificava un colpo a segno ed una grossa esplosione su una nave, visti dalla ammiraglia»[58][21]. Fu poi la volta del DesRon 24, che tra le 3:23 e le 3:26 riuscì a piazzare un secondo siluro sulla Yamashiro ed a finire il Michishio; l'ultimo attacco dei cacciatorpediniere si ebbe tra le 3:54 e le 4:14, ma non ottenne risultati, anche perché la linea da battaglia statunitense aveva iniziato a fare fuoco: il cacciatorpediniere Albert W. Grant finì preso in mezzo dal fuoco incrociato, incassando sette proiettili giapponesi ed undici statunitensi che provocarono un totale di 34 morti e 94 feriti[59].

Alle 3:16 i radar della West Virginia individuarono le navi sopravvissute della forza di Nishimura a una distanza di 38 km nel buio più fondo e ottennero una soluzione di tiro a 27 km. Alle 03:51 Oldendorf ordinò agli incrociatori di aprire il fuoco con i pezzi principali da 150 mm: le unità Alleate scatenarono un elevato volume di fuoco sul nemico, con il solo Columbia che sparò 1.147 colpi in diciotto minuti[59]. Due minuti dopo la West Virginia aprì il fuoco con gli otto cannoni da 406 mm delle sue batterie principali a una distanza di 21 km, colpendo la Yamashiro con la sua prima salva; proseguì quindi sparando in totale 93 proiettili. Alle 3:55 si unirono la California e la Tennessee, che spararono un totale di 69 e 63 proiettili da 355 mm: il sistema di tiro controllato dal radar permise a queste navi di colpire bersagli a una distanza tale da tenersi fuori dalla portata di tiro dei giapponesi, i cui sistemi di controllo del tiro erano meno avanzati[59]. Le altre tre navi statunitensi, equipaggiate con radar di controllo dell'artiglieria meno evoluti, ebbero difficoltà ad ottenere una soluzione di tiro: la Maryland alla fine riuscì a ottenere un contatto visivo grazie agli spruzzi prodotti dai proiettili delle altre navi e sparò un totale di 48 proiettili da 400 mm; la Pennsylvania non riuscì a trovare un bersaglio e i suoi cannoni rimasero muti, mentre la Mississippi ottenne una soluzione di tiro alla fine della battaglia e sparò solo una salva completa di dodici colpi da 360 mm[59]. Questa fu l'ultima salva mai sparata da una nave da battaglia contro un'altra nave della stessa categoria[60].

Le unità giapponesi incassarono un gran numero di colpi senza quasi avere la possibilità di rispondere: allagata oltre ogni controllo, la Yamashiro si capovolse lentamente ed affondò alle 4:19, portando con sé Nishimura e gran parte dell'equipaggio, mentre l'incrociatore Mogami, sebbene incendiato e con il ponte di comando distrutto, riuscì a virare ed a ritirarsi lentamente giù per lo stretto[61]; sopravvissuto alla tempesta di fuoco statunitense, il cacciatorpediniere Shigure, l'ultimo rimasto del gruppo di Nishimura, riuscì a virare, ma un colpo danneggiò il suo timone obbligandolo ad andare alla deriva verso sud[61].

Shima si ritira[modifica | modifica wikitesto]

La nave ammiraglia di Oldendorf, l'incrociatore Louisville

Circa 65 km dietro Nishimura, la forza dell'ammiraglio Shima stava in quel momento entrando nello Stretto di Surigao: il gruppo fu immediatamente preso di mira dalle motosiluranti statunitensi ed alle 3:25 la PT-137 riuscì a centrare con un siluro l'incrociatore leggero Abukuma, obbligandolo a lasciare la formazione[62]. Proseguendo su per lo stretto, alle 4:10 Shima avvistò le due metà della Fusō, da lui scambiate per i resti di entrambe le corazzate di Nishimura: convinto che l'avanguardia della Forza sud fosse stata spazzata via, alle 4:24 diede ordine di virare e ritirarsi[62]. Mentre era in corso questa manovra, il relitto alla deriva del Mogami comparve sulla scena e finì per entrare in collisione con l'incrociatore Nachi: per alcuni minuti le due navi rimasero incastrate finché il Nachi non riuscì a svincolarsi, continuando la ritirata verso sud a velocità ridotta[62]; al gruppo di Shima riuscì ad aggregarsi anche lo Shigure, che era riuscito a riparare i danni al timone[62].

Benché iniziato subito, l'inseguimento del nemico sconfitto da parte di Oldendorf si dimostrò poco convinto[63]: alle 5:20 i suoi incrociatori avvistarono ed aprirono il fuoco sul relitto del Mogami, ma temendo un contrattacco giapponese nell'incerta luce dell'alba Oldendorf ordinò loro di ritirarsi alle 5:37, richiedendo invece alle portaerei di Kinkaid di lanciare attacchi aerei sulle unità nemiche in fuga[63]; sopravvissuto ancora una volta, il Mogami continuò la sua lenta ritirata, riuscendo anche a respingere altri attacchi delle PT tra le 6:00 e le 6:45[63]. Alle 6:17 Oldendorf riconsiderò la sua decisione e riportò gli incrociatori a caccia dei giapponesi: il cacciatorpediniere Asagumo fu intercettato mentre cercava di proseguire verso sud senza la sua parte prodiera, finendo infine affondato dai cannoni del Denver e del Columbia alle 7:30; due minuti dopo arrivò la notizia dell'inizio della battaglia al largo di Samar ed Oldendorf si affrettò a riportare le sue navi in appoggio a Kinkaid[63][64]. Il relitto del Mogami fu infine intercettato da aerei della formazione Taffy 1 (Settima Flotta) e immobilizzato alle 9:10 al largo di Mindanao; alle 12:30 il cacciatorpediniere Akebono affondò la nave con un siluro dopo aver salvato i superstiti[65]. L'ultima perdita della Forza sud fu l'incrociatore leggero Abukuma: scortata dal cacciatorpediniere Kasumi, l'unità era giunta al porto di Dapitan, da dove ripartì la mattina del 27 ottobre provvisoriamente riparata; fu però individuata da bombardieri delle Air Force 5ª e 13ª che l'attaccarono alle 10:06 facendola infine affondare alle 12:42 al largo dell'isola di Negros[63][66][67].

La battaglia dello Stretto di Surigao fu l'ultimo scontro fra navi da battaglia della storia. Se la Yamashiro fu affondata solo dal fuoco delle corazzate statunitensi (il che è improbabile), si trattò di uno dei due casi in cui questo avvenne durante la seconda guerra mondiale, l'altro caso essendo quello della corazzata Kirishima, della classe Kongō, durante la battaglia navale di Guadalcanal. Tuttavia, la Yamashiro fu colpita da quattro siluri lanciati dai cacciatorpediniere statunitensi e la Kirishima fu affondata perché la corazzata Washington aveva distrutto il suo timone, lasciandola così senza possibilità di manovrare[68]. La battaglia fu anche l'ultimo scontro in cui a una delle due forze in campo (gli statunitensi) riuscì il taglio del T, tuttavia quando questo avvenne la formazione giapponese era già stata scompaginata e privata di alcune unità e la manovra quindi non ebbe effetti sul risultato della battaglia[60].

Battaglia a largo di Samar (25 ottobre)[modifica | modifica wikitesto]

La battaglia al largo di Samar.

Kurita supera lo Stretto di san Bernardino[modifica | modifica wikitesto]

Kinkaid non aveva esitato ad inviare tutte le sue unità da battaglia a sud a coprire lo stretto di Surigao, visto che era assolutamente convinto che la Terza Flotta stesse continuando a presidiare lo Stretto di san Bernardino a nord con le corazzate della Task Force 34: ma tutte le navi di Halsey erano in rotta per intercettare le portaerei di Ozawa al largo di Luzon, quindi niente sbarrava il cammino della Forza centrale di Kurita.

La TF 34 fu infine formata alle 2:40 del 25 ottobre: Halsey decise di distaccare le corazzate di Lee davanti ai suoi gruppi di portaerei, per paura di cozzare contro i giapponesi prima del sorgere del sole[69]. L'ammiraglio comunicò la sua decisione a Nimitz e a King, informando così indirettamente anche Kinkaid, che continuava a monitorare il traffico radio: la comunicazione di Halsey, che dopo aver confermato la formazione della TF 34 terminava con un "mia forza concentrata in tre gruppi", mise nell'incertezza Kinkaid, che alle 3:12 domandò esplicitamente alla Terza Flotta: «La TF 34 sta controllando lo Stretto di san Bernardino?»[69]; poiché le due flotte, ubbidendo a comandi diversi, non potevano comunicare direttamente tra loro, la risposta di Halsey arrivò solo alle 7:04: «Negativo. La TF 34 è con i gruppi portaerei che stanno ingaggiando ora le portaerei nemiche»[69]. Sei minuti prima, la Forza centrale aveva iniziato ad attaccare le unità della Settima Flotta.

Alle 23:20 del 24 ottobre l'ultimo ricognitore notturno statunitense aveva lasciato le navi di Kurita, ormai in vista dello Stretto di san Bernardino: alle 00:35 l'intera Forza centrale emerse dallo stretto senza che nessuno tentasse di ostacolarla; sorpreso per la mancanza di opposizione, Kurita si buttò a tutta velocità verso sud costeggiando l'isola di Samar, nel tentativo di recuperare il grave ritardo accumulato[69]. A mano a mano che le ore passavano, Kurita era sempre più preoccupato per la mancanza di opposizione da parte del nemico, arrivando a sospettare che la Terza Flotta stesse per tendergli un'imboscata da un momento all'altro[70]. Alle 6:27, mentre il sole stava sorgendo, i radar giapponesi segnalarono attività aerea davanti alle navi di Kurita: l'ammiraglio ordinò di passare dalla formazione per la navigazione notturna alla formazione contraerea, ma mentre era in corso questa manovra le vedette segnalarono la comparsa di alberi all'orizzonte, alberi identificati poi come quelli di navi portaerei; convinto di essere andato a cozzare contro il nucleo della Terza Flotta, Kurita diede ordine di "attacco generale" alle sue navi, che si lanciarono a tutta velocità verso il nemico abbandonando ogni formazione[70].

Contatto iniziale[modifica | modifica wikitesto]

Le unità avvistate da Kurita non erano le portaerei di linea della Terza Flotta, ma le più piccole portaerei di scorta (Carrier Vessel Escort o CVE) della Settima Flotta, sedici unità suddivise in tre formazioni (Taffy 1, Taffy 2 e Taffy 3, dai rispettivi identificativi radio): spesso ottenute dalla riconversione di mercantili, si trattava di unità lente, poco corazzate ed armate di un unico cannone da 127 mm, praticamente poco più di una base aerea galleggiante e del tutto inadatte a sostenere un combattimento navale di superficie[71][72]; gli aerei che imbarcavano (circa due dozzine a testa) erano destinati in gran parte all'appoggio dei reparti a terra o ai pattugliamenti antisommergibile e di conseguenza nelle stive delle CVE erano presenti soprattutto proiettili calibro .50 per mitragliatrici, bombe di profondità, razzi e piccole bombe a frammentazione, ma pochi siluri[71]. Ogni "Taffy" aveva come scorta tre cacciatorpediniere e quattro cacciatorpediniere di scorta, versione semplificata e meno potente dei precedenti e scherzosamente chiamati "bidoni di latta" (tin cans) nella marina USA[73][71]. Contro questa forza erano dirette le unità di Kurita, 4 corazzate, 6 incrociatori pesanti, 2 leggeri e una dozzina di cacciatorpediniere: la gigantesca Yamato da sola dislocava quanto tutte le navi della Taffy 3 messe insieme.

La Yamato e un incrociatore pesante, forse il Tone o il Chikuma, in azione a largo di Samar

La mattina del 25 le CVE erano impegnate nei loro normali compiti di routine: la Taffy 1 dell'ammiraglio Thomas L. Spargue era molto a sud, al largo della punta settentrionale di Mindanao, mentre la Taffy 2 di Felix C. Stump era esattamente ad est del Golfo di Leyte; piazzata al largo della costa di Samar, 80 km a nord della Taffy 2, la Taffy 3 dell'ammiraglio Clifton Sprague[74] si trovava esattamente sulla rotta della forza di Kurita[70]. La sorpresa fu assoluta: alle 6:30 un TBM Avenger, in perlustrazione verso nord e pilotato dal guardiamarina W. Brooks, avvistò «...forze nemiche di superficie composte da quattro corazzate, quattro incrociatori pesanti, due incrociatori leggeri e da dieci a dodici cacciatorpediniere» venti miglia a nord-ovest della Taffy 3, in avanzata alla velocità di 30 nodi[73]. Si pensò che il pilota avesse scambiato la Task Force 34 per il nemico e fu quindi chiesto al guardiamarina Brooks di controllare la sua identificazione; egli scese a una quota più bassa e alle 06:47 trasmise: «Riesco a vedere gli alberi a forma di pagoda»[73][75]. In pochi minuti anche gli equipaggi della Taffy 3 poterono osservare queste caratteristiche strutture delle grandi navi giapponesi stagliarsi all'orizzonte; subito dopo videro dei lampi provenienti dalle corazzate giapponesi che aprivano il fuoco al limite della loro portata di tiro.

Sprague fece subito virare le sue CVE e lanciare i loro aeroplani, poi fece rotta verso est per approfittare della copertura di una tempesta di pioggia; anche le altre Taffy si affrettarono a lanciare quanti più velivoli possibili contro i giapponesi, anche se ben pochi erano armati con i più efficaci siluri[76]. Sprague ordinò inoltre ai cacciatorpediniere ed ai cacciatorpediniere scorta di emettere cortine fumogene per nascondere la ritirata delle sue unità: ubbidendo agli ordini, le fragili navi di scorta furono oggetto delle bordate delle unità nipponiche[76].

I contrattacchi dei cacciatorpediniere[modifica | modifica wikitesto]

Preoccupato per il fuoco nemico, il capitano di corvetta Ernest E. Evans, comandante del cacciatorpediniere Johnston, la nave più vicina alla formazione giapponese, improvvisamente decise di attaccare le forze avversarie: il Johnston era armato con cinque cannoni da 127 mm e cannoncini antiaerei da 40 e 20 mm, ma solo con i dieci siluri Mark 15 che imbarcava aveva una qualche possibilità di infliggere seri danni alle navi da battaglia nipponiche. Muovendosi in continuazione per evitare le bordate nemiche, il Johnston fece rotta verso l'incrociatore pesante Kumano, nave ammiraglia della 7ª Divisione incrociatori del viceammiraglio Shiraishi, per colpirlo con i siluri: arrivata a una distanza di 17 km dal Kumano, la nave americana sparò i suoi proiettili da 127 mm in direzione dell'incrociatore ed avvicinatasi ulteriormente le lanciò contro tutti e dieci i suoi siluri sventrandone la prua. L'incrociatore Suzuya, gemello del Kumano, dovette ritirarsi dalla battaglia per prestare soccorso alla nave colpita[77].

Dalla distanza di 11 km, la nave da battaglia veloce Kongō colpì con una salva da 356 mm il ponte del Johnston e la sala macchine; la velocità di questa dovette essere ridotta di più della metà e le torri non furono più in grado di sparare. Poco dopo tre proiettili da 155 mm, forse provenienti dalle batterie secondarie della Yamato, colpirono nuovamente il Johnston, uccidendo molti membri dell'equipaggio e ferendo lo stesso comandante. Il ponte dovette essere abbandonato ed Evans dovette manovrare la nave con il timone di poppa[77].

L'incrociatore giapponese Chikuma manovra dopo essere stato danneggiato da un siluro. La nave affonderà entro le 9:35 del 25 ottobre

Incoraggiati dall'attacco del Johnston, gli altri cacciatorpediniere della Taffy 3 si lanciarono all'assalto. I cacciatorpediniere Hoel ed Heermann attaccarono con determinazione la formazione giapponese, che fu costretta a rompersi per evitare i siluri lanciatile contro; la stessa Yamato evitò di stretta misura due raffiche di siluri lanciati probabilmente dall'Heermann: invece di far virare la nave e di metterla parallela alle tracce dei siluri in modo da cercare di passarci in mezzo, essa fu fatta allontanare dalla battaglia per dieci minuti su ordine impartito da Kurita al suo comandante, contrammiraglio Ugaki. L'Heermann, nel frattempo, si era talmente avvicinato alle altre corazzate giapponesi che esse non poterono fare fuoco, sia per l'impossibilità di puntare così in basso i loro cannoni, sia per la possibilità di colpire le navi amiche[78].

Frattanto l'Hoel si era diretto verso la più vicina nave da battaglia nemica, la Kongō, e lanciò una raffica di siluri dalla distanza di 8,2 km; la Kongō, come la Yamato, fu costretta ad allontanarsi dal campo di battaglia per parecchi minuti. L'Hoel fu però presto colpito e messo fuori uso, ma esso riuscì ugualmente a dare battaglia a un gruppo di incrociatori pesanti, lanciando i rimanenti siluri contro l'unità di testa, l'Haguro[79]: probabilmente uno di questi andò a segno prima che il cacciatorpediniere fosse circondato e sopraffatto dal fuoco della Kongō, di nuovo sopraggiunta, e degli incrociatori pesanti, affondando alle 08:55 con la perdita di 253 uomini[77].

Alle 07:35 il cacciatorpediniere scorta Samuel B. Roberts virò e fece rotta verso le navi giapponesi: disponeva solo di due cannoni da 127 mm e di tre siluri, al posto dei cinque cannoni e dei dieci siluri dei normali cacciatorpediniere, ma ciononostante attaccò con determinazione l'incrociatore pesante Chōkai. Protetto dal fumo, il Roberts riuscì ad arrivare a 4 km dall'incrociatore, quindi lanciò i suoi tre siluri di cui uno andò a segno. Allontanatosi dal bersaglio iniziale, combatté con le navi giapponesi per un'ora, sparando 600 proiettili da 127 mm e sventagliando con le proprie batterie antiaeree l'opera morta delle navi nemiche[80]. Alle 08:51 il Roberts fu colpito due volte e uno dei suoi cannoni fu messo fuori uso, ma con l'altro tuttavia riuscì a colpire il ponte dell'incrociatore Chikuma, che andò in fiamme, prima di essere ulteriormente colpito con tre proiettili da 356 mm del Kongō. Alle 09:35 fu dato l'ordine di abbandonare la nave e il Roberts affondò mezz'ora dopo con la perdita di 89 membri dell'equipaggio[80].

Attacco alle CVE statunitensi[modifica | modifica wikitesto]

La portaerei statunitense Kitkun Bay si prepara a lanciare i propri caccia Wildcat mentre la White Plains è attaccata da proiettili di 356 mm

Nel frattempo le tre Taffy avevano continuato a lanciare i propri apparecchi equipaggiandoli con tutte le armi disponibili, fossero anche mitragliatrici o bombe di profondità; dopo avere esaurito le munizioni, molti aerei fecero ugualmente dei passaggi intorno alle navi per distrarre i giapponesi. Benché disordinati, i contrattacchi aerei furono incessanti e alcuni, specialmente quelli lanciati dall'unità di Stump, furono abbastanza pesanti[81]. Molte navi giapponesi furono danneggiate in modo serio e gl'incrociatori pesanti Chikuma e Suzuya furono affondati dai siluri caricati sui TBM Avengers entro le 9:35; i superstiti del Chikuma furono raccolti dal cacciatorpediniere Nowaki, che verrà affondato in seguito[82]. Bombe da 500 libbre sganciate dagli aerei dettero un importante contributo nella distruzione di un terzo incrociatore pesante, il Chōkai, intorno alle 9:05[81].

Le portaerei del Taffy 3 continuarono a far rotta verso sud-ovest per sottrarsi al nemico; l'alzarsi del vento, oltre ad ostacolare i decolli e gli atterraggi dei velivoli, disperse parte della cortina fumogena protettiva e le CVE si trovarono a far fuoco con il loro unico cannone di 127 mm montato a poppa contro le unità giapponesi[81]. Le navi di Kurita stavano sparando proiettili perforanti anti-corazza, che in molti casi trapassarono i fragili scafi delle CVE senza esplodere: la Kalinin Bay sopravvisse ad un colpo da 350 mm e non meno di tredici da 200 mm, mentre l'ammiraglia di Sprague, la Fanshaw Bay, fu centrata da tre da 200 mm; procedendo a zig-zag la Gambier Bay evitò diversi colpi, ma quando la distanza dal nemico scese a 9 km fu colpita più volte ed affondò intorno alle 9:05[81].

A due ore dall'inizio dello scontro il comandante Evans, a bordo del Johnston, notando una formazione di quattro incrociatori leggeri guidati dallo Yahagi che attaccavano con siluri le CVE, fece rotta per intercettarli: il fuoco continuo del Johnston costrinse gl'incrociatori giapponesi a lanciare i loro siluri prematuramente, mancando così i loro obiettivi. Essi si rivolsero allora contro il Johnston: alle 09:10 i giapponesi colpirono le torri di prua, facendo saltare molti dei proiettili da 127 mm. I motori, danneggiati, si fermarono, cosicché la nave diventò un facile bersaglio delle unità nemiche che la colpirono così tante volte che, come ricordò un sopravvissuto, «...non era possibile cercare di tappare le falle in modo di tenerla a galla». Alle 09:45 il comandante Evans diede l'ordine di abbandonare la nave: il Johnston affondò 25 minuti più tardi con la perdita di 186 membri dell'equipaggio. Il comandante Evans abbandonò la nave con il suo equipaggio, ma non fu più rivisto: ricevette postuma una Medal of Honor alla memoria.

La ritirata di Kurita[modifica | modifica wikitesto]

Alle 9:20 Kurita interruppe improvvisamente l'attacco ordinando a tutte le unità di piegare a nord per raggrupparsi. La confusa azione aveva notevolmente sparpagliato le navi della Forza centrale e le perdite causate dagli attacchi aerei e dei cacciatorpediniere andavano aumentando: tre incrociatori (Chikuma, Suzuya e Chōkai) erano affondati e degli altri il Kumano aveva perso la prua a causa del siluro del Johnston, il Tone era stato danneggiato dagli aerei della Taffy 2 e l'Haguro aveva incassato un siluro dall'Heermann; anche le corazzate stavano iniziando ad accumulare danni da parte delle bombe sganciate dagli aerei, anche se tutte erano ancora efficienti.

Kurita manovrò per tre ore le sue navi su una rotta priva di senso al largo di Samar, mentre meditava sul da farsi: le sue vedette avevano avvistato all'orizzonte gli scafi della Taffy 2, ma poco avvezze a riconoscere le sagome delle CVE le avevano scambiate per "portaerei di squadra della classe Ranger"[83]; ancora convinto di stare affrontando la Terza Flotta, l'ammiraglio ritenne che portare avanti l'azione sarebbe servito a poco: anche se fosse riuscito a superare la resistenza nemica, gli Alleati avrebbero avuto tutto il tempo per sgomberare il Golfo di Leyte dai trasporti della forza d'invasione, il vero obiettivo dell'azione, mentre l'accumularsi di navi "azzoppate" avrebbe impedito un rapido ripiegamento della Forza centrale[83]. Convinto dell'inutilità di ogni altro attacco, alle 13:10 Kurita diede ordine alle sue navi di ritirarsi passando per lo Stretto di san Bernardino.

La St. Lo esplode dopo essere stata colpita da un kamikaze. La nave fu la prima unità ad essere affondata da un attacco suicida

Mentre Kurita incrociava incerto sul da farsi, le CVE della Settima Flotta si trovarono a sperimentare una nuova tattica militare. Mentre era impegnata ad inviare i suoi apparecchi in supporto alle unità di Clifton Sprague, alle 7:40 la Taffy 1 fu avvicinata al largo di Mindanao da sei aerei giapponesi: uno si buttò in picchiata verso la CVE Santee, schiantandosi deliberatamente contro il suo ponte di volo ed innescando vasti incendi; la CVE fu colpita alle 7:56 anche da un siluro lanciato da un sommergibile giapponese, ma sopravvisse grazie alla sua eccellente compartimentazione interna[84]. Un'altra CVE, la Suwannee, abbatté due aerei giapponesi prima che un terzo si schiantasse deliberatamente verso la parte poppiera dello scafo: la nave non affondò ma i danni riportati la resero inutilizzabile[84]. La Taffy 1 fu la prima vittima della "Forza speciale d'attacco" del viceammiraglio Takijiro Onishi, la prima unità giapponese addestrata a mettere in atto tattiche d'attacco di tipo kamikaze[84].

Anche la Taffy 3 fu vittima dei kamikaze di Onishi. Alle 10:40, mentre ancora erano intente a riprendersi dall'attacco di Kurita, cinque aerei nemici si avventarono contro le CVE: uno mancò di poco la Kitkun Bay, schiantandosi in acqua a poca distanza e provocando danni all'opera morta, mentre altri due furono abbattuti mentre si lanciavano sulla Fanshaw Bay[85]. L'ultima coppia cercò di attaccare la White Plains, ma l'intenso fuoco antiaereo ne abbatté uno e convinse l'altro a virare e schiantarsi sulla vicina St. Lo alle 10:51: penetrato fino al livello degli hangar l'aereo diede inizio ad una serie di detonazioni, provocando infine l'affondamento della nave alle 11:25, la prima unità ad essere affondata da un attacco suicida[85][86].

Battaglia di Capo Engaño (25-26 ottobre)[modifica | modifica wikitesto]

Ozawa è attaccato[modifica | modifica wikitesto]

La portaerei Zuikaku, a sinistra, e (probabilmente) la portaerei Zuihō sotto l'attacco di bombardieri in picchiata al largo di Capo Engaño

Preceduti dalle navi da battaglia della TF 34, i gruppi portaerei della Terza Flotta avevano continuato a navigare verso nord a caccia dei giapponesi: Halsey aveva ai suoi ordini 5 grandi portaerei (Intrepid, Franklin, Lexington, Enterprise, Essex), 5 portaerei leggere (Independence, Belleau Wood, Langley, Cabot, San Jacinto), 6 corazzate (Alabama, Iowa, Massachusetts, New Jersey, South Dakota, Washington), 8 incrociatori (due pesanti e sei leggeri) e più di 40 cacciatorpediniere, appoggiati dagli oltre 600 velivoli imbarcati[21][87]. A questo schieramento di forze Ozawa poteva opporre la portaerei Zuikaku (ultima sopravvissuta delle sei che avevano attaccato Pearl Harbor nel 1941) e 3 portaerei leggere (Zuihō, Chitose, Chiyoda), che in totale imbarcavano solo 108 apparecchi; la scorta comprendeva 3 incrociatori leggeri (Ōyodo, Tama, Isuzu), 9 cacciatorpediniere e 2 navi da battaglia della prima guerra mondiale parzialmente convertite in portaerei (Hyūga e Ise, le cui torri di poppa erano state infatti sostituite da un hangar, da un piccolo ponte di volo e da due catapulte) che tuttavia non trasportavano velivoli[21][88].

La prima ondata di aerei statunitensi[89] si levò in volo alle 5:40 del 25 ottobre, mentre i ricognitori andavano a caccia della posizione dei giapponesi; alle prime luci dell'alba Ozawa lanciò 75 apparecchi contro la Terza Flotta, ma molti di essi furono abbattuti dalle pattuglie aeree statunitensi senza riuscire ad infliggere alcun danno e la manciata di velivoli giapponesi superstiti atterrò a Luzon. Ozawa fu infine localizzato dai ricognitori statunitensi alle 7:10, 320 km ad est di Capo Engaño e 240 km a nord di Halsey[90]; la prima ondata d'attacco arrivò alle 8:00: i circa 30 caccia giapponesi rimasti ad Ozawa erano semplicemente troppo pochi per poter ostacolare l'attacco nemico ed i velivoli statunitensi ebbero l'opportunità di scegliere con cura i bersagli[91]. La portaerei Chitose fu centrata in pieno da un certo numero di bombe, uscì dalla formazione ed affondò lentamente alle 9:37, mentre la più grande Zuikaku fu colpita da un siluro verso la fine dell'attacco e dovette procedere fortemente inclinata, obbligando Ozawa ad abbandonarla per trasferirsi sull'incrociatore Ōyodo[91][92]; l'incrociatore Tama fu colpito da un siluro ma riuscì a continuare a procedere, mentre il cacciatorpediniere Akizuki fu silurato ed affondò poco prima delle 9:00[92][93].

Il cacciatorpediniere Akizuki esplode nella battaglia di Capo Engaño

Alle 9:45 arrivò un secondo gruppo aereo statunitense composto da 14 Hellcat, 6 Helldiver e 16 Avenger, che si concentrò sulla Chiyoda: colpita da diverse bombe e da un siluro nella sala macchine, la nave s'inclinò notevolmente ed Ozawa distaccò la Hyūga ed il cacciatorpediniere Maki per portarle assistenza[91][94]. Un terzo attacco arrivò alle 11:10: la già colpita Zuikaku fu centrata quasi simultaneamente da tre siluri, lasciò la formazione ed affondò alle 14:15, mentre la Zuihō riportò gravi danni a causa di tre bombe giunte a segno, pur riuscendo a rimanere ancora a galla. Una quarta formazione d'attacco fu lanciata alle 11:45: verso le 13 gli aerei statunitensi raggiunsero la dispersa flotta nipponica e riuscirono a finire la Zuihō, che affondò infine alle 15:26, ed a prendere di mira la Hyūga e la Ise, che tuttavia non riportarono danni[95]; l'attacco impedì alla Hyūga di recuperare i superstiti della Chiyoda, ed Ozawa le ordinò di ritirarsi e di lasciare la portaerei al suo destino[96]. Un quinto attacco aereo arrivò alle 16:10, seguito da un sesto alle 18:00: le due corazzate furono ancora una volta prese di mira, ma subirono solo dei colpi di striscio[97].

La Settima Flotta chiede aiuto[modifica | modifica wikitesto]

Poco dopo le 8:00, mentre gli aerei della Terza Flotta avevano iniziato a martellare Ozawa, Halsey ricevette un messaggio diretto dalla Settima Flotta: da più di un'ora e mezzo la Taffy 3 stava affrontando le unità di Kurita e Kinkaid richiese in maniera pressante l'invio di aiuti sotto forma di "navi da battaglia veloci"[97]. Halsey rimase sorpreso dall'attacco giapponese e dal fatto che Kinkaid e Sprague si fossero lasciati cogliere impreparati, ma ritenne che tra le CVE e le corazzate di Oldendorf, la Settima Flotta avesse la sufficiente potenza di fuoco per far fronte al nemico: questo nonostante il fatto che Kinkaid lo avesse aggiornato sul coinvolgimento di Oldendorf nella zona di Surigao, molto più a sud[97]; l'ammiraglio continuava a ritenere che compito della sua Terza Flotta fosse quello di neutralizzare la minaccia delle portaerei nemiche e non di limitarsi a guardare le spalle a Kinkaid[97]. Tra i due ammiragli continuò fitto lo scambio di messaggi in chiaro: se Kinkaid continuava a chiedere l'aiuto di Halsey, questi si limitò ad ordinare al TG 38.1 di McCain, sulla via del rientro da Ulithi, di dirigere a tutta forza verso la posizione di Taffy 3, ben sapendo che avrebbe impiegato molte ore per arrivare; per il momento, la TF 34 di Lee fu mantenuta con la Terza Flotta[97].

Le richieste d'aiuto di Kinkaid furono captate anche da Nimitz, nel suo quartier generale di Pearl Harbor a 5.000 km di distanza; alle 10:00 egli mandò un conciso messaggio ad Halsey[98]:

(EN)

« TURKEY TROTS TO WATER GG FROM CINCPAC ACTION COM THIRD FLEET INFO COMINCH CTF SEVENTY-SEVEN X WHERE IS RPT WHERE IS TASK FORCE THIRTY FOUR RR THE WORLD WONDERS »

(IT)

« Il tacchino trotterella verso l'acqua gg da CINCPAC [Comandante in Capo per il Pacifico] azione al Comandante Terza Flotta info [inoltra per informazione] al Comandante in capo e al Comandante Task Force 77 x [punto] Dov'è ripeto dov'è la Task Force 34 rr Il mondo se lo chiede »

Le prime quattro parole e le ultime tre erano un "riempitivo" per confondere gli operatori radio nemici; l'inizio e la fine del vero messaggio erano segnalati da due doppie consonanti. Gli addetti alle comunicazioni di Halsey cancellarono le prime parole del messaggio, ma mantennero le ultime tre parole: queste, probabilmente, erano state selezionate dagli ufficiali addetti alle comunicazioni del quartier generale di Nimitz come una libera citazione del poema di Tennyson La carica della brigata leggera[99], ma non dovevano intendersi come un commento alla crisi in corso a Leyte[98]. Tuttavia Halsey, leggendo il messaggio, pensò che le ultime tre parole -the world wonders- fossero una severa critica da parte di Nimitz; pare che l'ammiraglio allora avesse scagliato il suo berretto sul ponte prorompendo in "singhiozzi di rabbia"[98].

L'equipaggio della portaerei Zuikaku portaerei (2) saluta l'ammaina bandiera mentre la nave, affondando, cessa di essere l'ammiraglia della Marina imperiale giapponese

Alle 10:55, quando ormai i resti sparpagliati della squadra di Ozawa si trovavano ad appena 65 km dai cannoni della Terza Flotta, Halsey divise le sue forze: la TF 34 di Lee (con la nave ammiraglia dello stesso Halsey) ed il gruppo portaerei di Bogan virarono a sud procedendo a tutta forza verso lo Stretto di san Bernardino, mentre i TG di Sherman e Davison furono incaricati di completare l'eliminazione dell'unità di Ozawa[98]; Halsey era fermamente convinto che correre in aiuto di Kinkaid fosse uno spreco di risorse, visto che le sue forze non sarebbero arrivate allo Stretto di san Bernardino prima dell'1:00 del 26 ottobre, anche perché la sua scorta di cacciatorpediniere era a corto di carburante e non poteva procedere alla massima velocità possibile[98]. In un estremo tentativo di intervenire nella battaglia al largo di Samar, Halsey ordinò a McCain di lanciare un attacco aereo dalla massima distanza possibile: dopo aver percorso 530 km (uno dei più distanti attacchi lanciati da una portaerei della guerra) gli aerei del TG 38.1 arrivarono sulle navi di Kurita alle 13:15, ma non riuscirono ad infliggere danni significativi[85].

Alle 16:22, nel tentativo di affrettarsi alla volta di Samar, Halsey formò un nuovo Task Group (il 34.5) al comando del contrammiraglio Badger, costituito dalle due corazzate più veloci (la Iowa e la New Jersey), da 3 incrociatori e 8 cacciatorpediniere distaccati dalla Task Force 34; questo gruppo si diresse a tutta velocità verso sud seguito dalle altre forze di Lee e Bogan. Le unità di Badger arrivarono all'imboccatura dello Stretto di san Bernardino intorno alle 00:40, troppo tardi: tre ore prima Kurita era riuscito a transitare per l'imboccatura dello stretto, lasciando incontrastato la zona dello scontro[100]; l'unica vittima del TG 34.5 fu il cacciatorpediniere Nowaki, lasciato indietro da Kurita per recuperare i naufraghi giapponesi e rapidamente colato a picco con la perdita di tutto l'equipaggio.

Ultimi avvenimenti[modifica | modifica wikitesto]

Quando alle 11:15 Halsey fece virare verso sud la Task Force 34, distaccò da essa un gruppo di 4 incrociatori e 9 cacciatorpediniere agli ordini del contrammiraglio Laurance T. DuBose (Task Group 30.3), inviandolo a finire i relitti delle unità di Ozawa già colpite: le navi di DuBose trovarono lo scafo immobile della portaerei Chiyoda e lo colarono a picco alle 16:25 con la perdita di tutto l'equipaggio[101]; intorno alle 19:00 le unità statunitensi agganciarono un gruppo di tre cacciatorpediniere giapponesi, ma dopo una lunga lotta riuscirono ad affondarne solo uno, lo Hatsuzuki, alle 20:59. Queste azioni ritardarono a sufficienza le forze statunitensi da permettere ad Ozawa di ritirarsi verso nord, anche se l'ammiraglio valutò per un certo tempo la possibilità di affrontare DuBose con le sue due corazzate[102]; l'ultima perdita della Forza settentrionale fu l'incrociatore giapponese Tama: già danneggiato e rimasto isolato, fu individuato ed affondato dal sommergibile Jallao alle 23:10 del 25 ottobre[103]. A parte alcuni attacchi aerei senza danni il 27 ottobre, l'unità di Ozawa rientrò indisturbata in Giappone[104].

La mattina del 26 ottobre i ricognitori di Halsey furono in grado di localizzare la squadra di Kurita intenta a ritirarsi verso ovest ed a partire dalle 8:10 le navi giapponesi furono sottoposte a nuovi raid aerei: l'incrociatore leggero Noshiro fu colpito più volte ed infine affondò al largo di Panay alle 11:13, mentre il cacciatorpediniere Hayashimo, danneggiato da attacchi aerei il 25 ottobre e rimasto indietro, fu colpito nuovamente e fatto arenare al largo di Caluya[102]. L'incrociatore pesante Kumano, privo della prua, fu colpito da una bomba ma riuscì a rifugiarsi nel porto di Manila; gravemente danneggiato, non fu in grado di lasciare le Filippine e fu infine affondato in un attacco aereo il 25 novembre 1944[105].

Perdite[modifica | modifica wikitesto]

A causa delle notevoli dimensioni dello scontro e della sua lunga durata esistono varie stime sul numero delle unità perdute nella battaglia vera e propria, distinte da quelle affondate in azioni diverse immediatamente prima o immediatamente dopo la stessa. La lista seguente è tratta da varie fonti[106][107]:

La USS Princeton in fiamme dopo essere stata colpita da aerei giapponesi

Perdite statunitensi[modifica | modifica wikitesto]

Gli Stati Uniti persero 7 navi da guerra:

  • 1 portaerei leggera: Princeton
  • 2 portaerei di scorta: Gambier Bay e St. Lo
  • 2 cacciatorpediniere: Hoel e Johnston
  • 1 cacciatorpediniere di scorta: Samuel B. Roberts
  • 1 motosilurante: PT-493
  • 19 altre navi furono danneggiate: le CVE Kalinin Bay, Fanshaw Bay, White Plains, Santee e Suwannee, i cacciatorpediniere Albert W. Grant e Heerman, i cacciatorpediniere scorta Raymond e Dennis e 10 motosiluranti.

Il tonnellaggio totale delle navi affondate ammontava a circa 37.000 t.

Perdite giapponesi[modifica | modifica wikitesto]

I giapponesi persero 24 navi da guerra:

Il tonnellaggio totale delle navi affondate ammontava a circa 303.000 t.

Critiche a Halsey[modifica | modifica wikitesto]

L'ammiraglio William Frederick "Bull" Halsey, comandante della Terza Flotta statunitense nel Golfo di Leyte

Halsey subì delle critiche a causa della sua decisione di lanciarsi verso nord con l'intera Terza Flotta all'inseguimento di Ozawa piuttosto che rimanere a presidiare il fianco della Settima Flotta, come pure per essere corso in soccorso di Kinkaid con grave ritardo, dopo che costui aveva chiesto aiuto[109]; nella marina statunitense fu coniato il nomignolo "la corsa del toro" (in inglese Bull's Run) per le azioni di Halsey, alludendo al soprannome "Bull" con il quale era noto negli ambienti della US Navy.

Halsey rispose alle critiche sostenendo la priorità della distruzione della forza di portaerei della flotta giapponese, indirettamente riconosciuta anche nelle istruzioni che aveva ricevuto prima della battaglia: dopo aver ordinato alla Terza Flotta di coprire e dare sostegno alla Settima, Nimitz aggiungeva: «...nel caso in cui si offra o si possa determinare la possibilità di distruggere grandi porzioni della flotta nemica, tale distruzione diventa la missione prioritaria»[13]. Le gravi perdite di velivoli patite nei mesi precedenti diminuivano il potenziale bellico delle navi di Ozawa, ma gli statunitensi non potevano saperlo: le portaerei erano unanimemente riconosciute come il principale strumento bellico per la guerra nel Pacifico e la loro distruzione era un obiettivo primario[90]; già il 15 ottobre Halsey aveva informato MacArthur della possibilità di spostare la Terza Flotta a nord delle Filippine a caccia delle unità giapponesi e che di conseguenza nessun appoggio alle operazioni di sbarco a Leyte doveva essere atteso fino al "chiarificarsi della situazione"[39].

Halsey attribuiva alla sua Terza Flotta un ruolo preminentemente offensivo e, come lui stesso ammise nel suo rapporto dopo la battaglia, trovava «puerile rimanere staticamente a sorvegliare lo Stretto di san Bernardino»[29]: quando i ricognitori avvistarono Ozawa, l'ammiraglio non esitò ad inviare tutte le sue forze a nord per distruggerle; Halsey preferì credere ai rapporti dei suoi piloti che riferivano, esagerando notevolmente, di aver semidistrutto la Forza centrale giapponese, e quindi ritenne che nessuna seria minaccia gravasse più sul fianco della Settima Flotta[40]. Col senno di poi si sostenne che Halsey avrebbe potuto distaccare le navi da battaglia della TF 34 ed un gruppo di portaerei a presidio dello Stretto di san Bernardino e procedere verso nord solo con gli altri due gruppi di portaerei, una forza più che sufficiente per avere ragione di Ozawa[44]: Halsey scartò questa possibilità perché ritenne che due gruppi di portaerei sarebbero stati insufficienti per avere ragione di una forza nemica le cui dimensioni non erano ancora certe, mentre lasciare la TF 34 senza supporto aereo l'avrebbe esposta agli attacchi dei velivoli giapponesi di base a terra[44]. La decisione di trattenere la TF 34 presso la Terza Flotta non fece altro che escludere questo raggruppamento da qualsiasi azione importante della battaglia: la potenza di fuoco della navi da battaglia della Terza Flotta non entrò mai in azione se non per finire una o due navi leggere già danneggiate[110]; come Lee commentò laconicamente, "i vascelli operanti nella TF 34 non hanno subito né hanno inflitto alcun danno"[111].

Fu avanzato il sospetto che nella decisione sia di muovere a nord sia di trattenere la TF 34 con le portaerei vi fossero delle motivazioni personali di Halsey: l'ammiraglio aveva avuto una carriera esemplare nella US Navy ma ancora non aveva ottenuto personalmente una vittoria in un importante scontro navale e la distruzione delle portaerei di Ozawa avrebbe potuto rappresentare il successo da lui cercato[90]; se la TF 34 fosse rimasta a guardia dello Stretto di san Bernardino, la nave su cui era imbarcato Halsey (la corazzata New Jersey) sarebbe stata lasciata indietro piuttosto che ingaggiare lo scontro "definitivo" con le portaerei nemiche, come Halsey desiderava[102].

Halsey criticò i seri problemi che affliggevano la catena di comando statunitense[102], primo fra tutti la mancanza di un comandante superiore in mare, dato che i comandanti della Terza e della Settima Flotta non erano in alcun modo gerarchicamente subordinati l'uno all'altro: Kinkaid, comandante della Settima, era subordinato a MacArthur in quanto comandante dell'area del sud-est Pacifico, pur essendo amministrativamente subordinato a Nimitz in quanto CINCPAC (Commander IN Chief PACific), mentre Halsey riferiva direttamente a Nimitz, che però si trovava ad Honolulu; le comunicazioni disorganizzate tra le due flotte non favorirono uno svolgimento ordinato e tanto meno coordinato delle azioni statunitensi[112]: fu a causa della loro frammentarietà che Kinkaid si convinse, che il fianco nord della Settima Flotta era saldamente presidiato da Halsey, anche se non fece nulla per accertarlo se non quando era troppo tardi[102].

Conseguenze[modifica | modifica wikitesto]

La battaglia del Golfo di Leyte mise al sicuro le teste di ponte della 6ª Armata statunitense a Leyte da attacchi marittimi. In ogni caso, sarebbero occorsi ancora aspri combattimenti perché l'isola cadesse completamente nelle mani degli Alleati alla fine di dicembre del 1944: la battaglia di Leyte fu combattuta in parallelo a una serie di azioni aeree e marine durante le quali i giapponesi cercavano di rinforzare e rifornire le loro truppe; gli Alleati risposero sia intensificando le incursioni aeree per tagliare tali aiuti esterni, sia operando una serie di sbarchi nella Baia di Ormoc, protetti dall'aviazione imbarcata, in una serie di azioni passate alla storia come battaglia della Baia di Ormoc[21].

La Marina Imperiale giapponese aveva subito le perdite più pesanti fino ad allora sofferte. Il non essere riuscita a scacciare le truppe sbarcate a Leyte significò l'inevitabile perdita delle Filippine, che a sua volta provocò un disastro per il Giappone, che venne tagliato fuori dai territori del sud-est asiatico: essi procuravano risorse vitali alla macchina bellica nipponica, in particolare erano ricchi di petrolio, di cui abbisognavano le forze aeronavali; il problema era che serviva una vera e propria arteria marittima per portare le risorse necessarie alla guerra in Giappone, dove si trovavano i cantieri navali e le fabbriche d'armi. Perdute le Filippine, le petroliere e le navi mercantili furono ancor più falcidiate dai sommergibili e dai velivoli statunitensi. Infine la perdita di Leyte aprì la strada all'invasione delle isole Ryūkyū nel 1945[14].

Le maggiori unità navali giapponesi sarebbero ritornate alle loro basi, languendovi quasi inutilizzate per il resto del conflitto. L'unica operazione di superficie di una qualche rilevanza, che la marina imperiale condusse in seguito, fu la disastrosa sortita dell'aprile 1945 (parte dell'operazione Ten-Go), in cui la nave da battaglia Yamato fu affondata dalle forze aeree statunitensi imbarcate, insieme a metà della sua scorta.

L'ex presidente della Filippine Gloria Macapagal-Arroyo (vestita in rosa) a Tacloban nelle Filippine, il 20 ottobre 2004, in occasione del 60º anniversario della battaglia.

J.F.C. Fuller, nel suo libro Le battaglie decisive del mondo occidentale, scrive a proposito delle conseguenze della battaglia del Golfo di Leyte:

« La flotta giapponese aveva cessato di esistere e i loro nemici, se si escludono gli attacchi lanciati da aerei basati a terra, avevano conquistato un incontrastato dominio dei mari.

Quando l'ammiraglio Ozawa fu interrogato dagli americani, dopo la guerra, affermò: 'dopo questa battaglia le forze di superficie diventarono del tutto ausiliarie e facemmo affidamento solo sulle forze di terra, su attacchi speciali [kamikaze] e sugli aerei... non furono più assegnati compiti alle navi, se si escludono quelli affidati a qualche nave speciale'. E l'ammiraglio Yonai, ministro della Marina, affermò che aveva capito che la sconfitta di Leyte 'equivaleva alla perdita delle Filippine'. 'Per quanto riguarda il significato più generale della battaglia', disse, 'sentii che era la fine'[4] »

Commemorazioni[modifica | modifica wikitesto]

La US Navy ha dedicato alla battaglia la portaerei della classe Essex USS Leyte (CV-32) e l'incrociatore lanciamissili USS Leyte Gulf (CG-55), della classe Ticonderoga. Anche il diciannovesimo episodio della serie statunitense Victory At Sea del 1952 è stato dedicato alla battaglia[113]. Nel corso del sessantesimo anniversario dello scontro, il presidente delle Filippine Gloria Macapagal-Arroyo ha commemorato lo scontro presso il memoriale che celebra lo sbarco del generale MacArthur sulle coste dell'isola.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ (EN) Battle of the Philippine Sea su olive-drab.com. URL consultato il 5 marzo 2012.
  2. ^ Eddy Bauer, Storia controversa della seconda guerra mondiale, vol. VII, Novara, De Agostini Grandi Opere, 1976, p. 176. Bauer definisce la battaglia del Golfo di Leyte la "più grande battaglia navale della storia" in termini di tonnellaggio delle navi presenti: 244 navi per 2.014.890 tonnellate di stazza contro le 254 navi (per 1.616.836 tonnellate di stazza) della battaglia dello Jutland.
  3. ^ Woodward.
  4. ^ a b Fuller.
  5. ^ Millot 1967, pp. 665-690.
  6. ^ a b c Ireland, p. 9.
  7. ^ Robert Ross Smith, Chapter 21: Luzon Versus Formosa in Ch. 21 of Reports of General MacArthur, United States Army. URL consultato l'8 dicembre 2007.; Morison, pp. 3-12).
  8. ^ Morison, pp. 3-12.
  9. ^ Douglas MacArthur, XIII. Struggle For Leyte in Reports of General MacArthur, Japanese Demobilization Bureaux Records, 1994, p. 371. URL consultato il 7 marzo 2012.
  10. ^ Gli incrociatori pesanti della classe County Shropshire e Australia, e il cacciatorpediniere Arunta.
  11. ^ Ireland, pp. 25-26.
  12. ^ Ireland, p. 29.
  13. ^ a b Ireland, p. 28.
  14. ^ a b c Fuller, Morison.
  15. ^ Ireland, p. 33.
  16. ^ Ireland, p. 19.
  17. ^ a b c d Ireland, p. 32.
  18. ^ Douglas MacArthur, XIII. Struggle For Leyte in Reports of General MacArthur, Japanese Demobilization Bureaux Records, 1994, pp. 383-384. URL consultato il 7 marzo 2012.
  19. ^ Japanese War Plans And Peace Moves in Interrogations of Japanese Officials, United States Strategic Bombing Survey (Pacific) - Naval Analysis Division. URL consultato il 7 marzo 2012.
  20. ^ a b c Ireland, pp. 33-37.
  21. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s Morison.
  22. ^ MacArthur, p. 383.
  23. ^ a b c d e Bertin, p. 34.
  24. ^ MacArthur, p. 387.
  25. ^ a b Bertin, p. 35.
  26. ^ Heavy cruiser Takao. URL consultato il 23 maggio 2011.
  27. ^ Poolman, pp. 124-127, riguardo l'azione dei due sommergibili statunitensi, indica orari diversi: il Darter lanciò i primi siluri alle 05:32 facendo cinque centri, seguito dalle quattro esplosioni provocate dal Dace, che alle 05:54 lanciò sei siluri. In seguito il Darter s'incagliò durante l'inseguimento del Takao alle 00:05 del 24 ottobre.
  28. ^ a b c d e Eugene Cammeron, Order of Battle - Battle of Sibuyan Sea - 24 October 1944. URL consultato l'8 marzo 2012.
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  36. ^ In confronto, il giorno seguente vennero eseguite 527 sortite dalla Terza Flotta contro la più debole Forza Settentrionale di Ozawa.
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  72. ^ Millot 1967, p. 775 riporta che disponevano anche di 16 cannoni Bofors da 40 mm.
  73. ^ a b c Hornfischer.
  74. ^ Non imparentato con Thomas Sprague.
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  86. ^ Il primo attacco kamikaze in assoluto si verificò il 21 ottobre 1944 ai danni dell'incrociatore pesante australiano HMAS Australia, solamente danneggiato. In Gill, p. 511.
  87. ^ Millot 1967, p. 730 dove indica sette incrociatori leggeri.
  88. ^ Millot 1967, pp. 723 e 726-727 con dati lievemente differenti: 116 apparecchi disponibili e 10 cacciatorpediniere (Shimotsuki, Fuyutsuki, Hatsuzuki, Suzutsuki, Wakatsuki, Kuwa, Maki, Sugi, Kiri, Akizuki)
  89. ^ Millot 1967, p. 795. Comprendeva 60 caccia Hellcat, 65 bombardieri Helldiver e 55 aerosiluranti Avenger.
  90. ^ a b c Ireland, p. 66.
  91. ^ a b c Ireland, p. 67.
  92. ^ a b Millot 1967, p. 797.
  93. ^ L'affondamento è rivendicato sia dagli aerosiluranti della TF 38 che dal sommergibile USS Halibut; vedi Anthony Tully, The Sinking of Akizuki - A Sudden but Obscure Fate Unveiled in combinedfleet.com. URL consultato il 19 aprile 2012.
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  99. ^ Il 25 ottobre ricorreva il 90º anniversario della battaglia di Balaclava.
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  109. ^ Ireland, p. 92.
  110. ^ Morison, pp. 336-7; in effetti il TG 34.5 finì solo il cacciatorpediniere Nowaki, che era attardato rispetto alla formazione di Kurita (US Naval Historical Center).
  111. ^ Task Force 34 Action Report: 6 October 1944 - 3 November 1944 in HyperWar. U.S. Navy in World War II, Patrick W. Clancey. URL consultato l'8 marzo 2012.
  112. ^ Halsey at Leyte Gulf: command decision and disunity of effort in Master of military art and science, Scribd. URL consultato il 22 aprile 2012.; questo documento, una tesi di master alla Faculty of the US Army Command and General Staff College, vuole essere un riferimento di come venga vista al giorno d'oggi, nello Stato maggiore statunitense, l'attribuzione per l'occasione delle responsabilità personali e delle carenze nella catena di comando, e significativamente non fa riferimento a Morison tra le fonti storiche.
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Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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  • (EN) Samuel Eliot Morison, The Naval Battle of Guadalcanal, 12–15 November 1942 in The Struggle for Guadalcanal, August 1942 – February 1943, vol. 5 of History of United States Naval Operations in World War II, Boston, Little, Brown and Company, 1958, ISBN 0-316-58305-7.
  • Bernard Millot, La Guerra del Pacifico, Mondadori, 1967, ISBN 88-17-12881-3.
  • (EN) Samuel Eliot Morison, Leyte, June 1944-January 1945, vol. 12 of History of United States Naval Operations in World War II, Champaign, Illinois, U.S.A., University of Illinois Press; Reprint edition, 1956 (reissue 2004), ISBN 0-252-07063-1.
  • Kenneth Poolman, Sottomarini Alleati della seconda guerra mondiale, La Spezia, Fratelli Melita Editori, 1993, ISBN 88-403-7387-X.
  • (EN) Howard Sauer, The Last Big-Gun Naval Battle: The Battle of Surigao Strait, Glencannon Press, 1999, ISBN 1-889901-08-3.
  • (EN) C. Vann Woodward, The Battle for Leyte Gulf, Skyhorse Publishing, 1947 (reissue 2007), ISBN 1-60239-194-7.
    Tradotto da Antonangelo Pinna per Arnoldo Mondadori Editore: La battaglia del golfo di Leyte, I edizione italiana, aprile 1967
  • (EN) U.S. Army Center of Military History, Japanese Operations in the Southwest Pacific Area, Volume II - Part II, Reports of General MacArthur. URL consultato il 9 novembre 2011. - Translation of the official record by the Japanese Demobilization Bureaux detailing the Imperial Japanese Army and Navy's participation in the Southwest Pacific area of the Pacific War

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Supporti audiovisivi[modifica | modifica wikitesto]

  • (EN) Lost Evidence of the Pacific: The Battle of Leyte Gulf. History Channel TV
  • (EN) Dogfights: Death of the Japanese Navy. History Channel. TV
  • (EN) Battle 360: Battle of Leyte Gulf. History Channel. TV
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