Battaglia del Golfo di Leyte
| Battaglia del Golfo di Leyte Parte della campagna delle Filippine della seconda guerra mondiale
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La USS Princeton in fiamme ad est di Luzon, 24 ottobre 1944
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| Data | 23 ottobre - 26 ottobre 1944 | ||
| Luogo | Golfo di Leyte, Isola di Leyte, Filippine | ||
| Esito | Decisiva vittoria tattica e strategica alleata | ||
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La battaglia del Golfo di Leyte, chiamata anche "battaglia per il Golfo di Leyte" e negli Stati Uniti anche "seconda battaglia del Mare delle Filippine"[1], è generalmente considerata la più grande battaglia navale della seconda guerra mondiale ed anche, secondo alcune stime, la più grande battaglia navale della storia moderna in termini di stazza totale delle navi coinvolte.[2][3]
È stata combattuta nelle acque del golfo di Leyte, a largo dell'omonima isola filippina, dal 23 al 26 ottobre 1944 tra le forze aeronavali Alleate e le forze aeronavali dell'Impero Giapponese.
Il 20 ottobre 1944 le truppe statunitensi invasero l'isola di Leyte, come parte di una strategia atta ad isolare il Giappone dalle nazioni che aveva occupato nel sud-est asiatico e in particolare per sottrarre al nemico preziosi rifornimenti industriali e di carburante. In risposta all'invasione americana dell'isola, la Marina imperiale giapponese mobilitò la quasi totalità delle sue rimanenti unità navali maggiori, nel tentativo di ribaltare l’esito della battaglia, ma fu respinta dalla Terza e dalla Settima flotta della Marina degli Stati Uniti. La Marina Imperiale Giapponese fallì il proprio obiettivo e subì perdite ingentissime, precludendosi quindi l'opportunità di disporre nelle fasi successive della guerra di una flotta di dimensioni paragonabili a quelle precedenti la battaglia. La maggior parte delle più grandi unità sopravvissute, a causa della scarsità di carburante disponibile, finì per rimanere inattiva presso le proprie basi fino al termine della battaglia del Pacifico.
Lo scontro nel golfo di Leyte comprende quattro battaglie navali principali (la battaglia per il Mar di Sibuyan, la battaglia dello Stretto di Surigao, la battaglia di Capo Engaño e la battaglia presso Samar) oltre a diverse battaglie minori.
La battaglia del Golfo di Leyte è inoltre la prima in cui aerei giapponesi attaccarono i nemici impiegando la tecnica kamikaze.
[modifica] Antefatti
[modifica] La strategia Alleata
Le campagne dall'agosto 1942 agli inizi del 1944 avevano respinto le forze giapponesi da molte delle loro basi isolane del Pacifico Meridionale e Centrale, isolando al contempo molte loro altre basi (soprattutto il bastione di Rabaul), e nel giugno 1944 una serie di sbarchi anfibi alleati, supportati dalla Fast Carrier Task Force della Quinta Flotta statunitense, riuscì a catturare le Isole Marianne Settentrionali. Ciò infranse il più interno degli anelli strategici di difesa del Giappone e diede agli Alleati una base da cui i bombardieri statunitensi a lungo raggio B-29 Superfortress potessero operare contro il Giappone. I giapponesi contrattaccarono nella Battaglia del Mar delle Filippine, nella quale la marina statunitense distrusse tre portaerei nipponiche e circa 600 aerei, lasciando la Marina Imperiale Giapponese virtualmente senza apparecchi trasportati da portaerei[4].
Per le operazioni successive, l'Ammiraglio Ernest J. King e altri membri dello Stato Maggiore congiunto, suggerivano il blocco delle forze giapponesi nelle Filippine e l'attacco a Formosa, per dare agli Alleati il controllo delle rotte marittime tra il Giappone e l'Asia Meridionale. Il Generale Douglas MacArthur preferiva un'invasione delle Filippine, che giaceva anch'essa lungo le linee di rifornimento verso il Giappone. Lasciare le Filippine in mano ai Giapponesi sarebbe stato un colpo al prestigio statunitense e un affronto all'onore personale di MacArthur, che nel 1942 aveva pronunciato la famosa frase 'Ritornerò'. Inoltre, la considerevole potenza aerea che i giapponesi avevano ammassato nelle Filippine, era ritenuta troppo pericolosa da tagliar fuori da molti alti gradi esterni allo Stato Maggiore congiunto, compreso l'Ammiraglio Chester Nimitz. Tuttavia, i piani iniziali di Nimitz e MacArthur erano contrastanti. Quello di Nimitz era incentrato sull'invasione di Formosa, dato che questa poteva anche tagliare le linee di rifornimento verso il Sud-Est Asiatico. Formosa poteva anche servire da base per una invasione della Cina, che MacArthur reputava non necessaria. Un incontro tra MacArthur, Nimitz, e il Presidente Franklin Roosevelt servì a confermare le Filippine come obiettivo strategico, ma ebbe meno influenza di quanto si sia talvolta sostenuto, nella decisione finale di invadere le Filippine. Nimitz alla fine cambiò idea e concordò con il piano di MacArthur[5].
Forse la considerazione più decisiva contro il piano Cina-Formosa, come ipotizzato dall'Ammiraglio King e da altri, fu che l'invasione di Formosa avrebbe richiesto una quantità di forze terrestri molto più grande di quelle disponibili nel Pacifico alla fine del 1944, e non sarebbe stata praticabile fin quando la sconfitta della Germania non avesse reso disponibili ulteriori divisioni Alleate per prestare servizio a oriente[6].
In ogni caso, nell'area Formosa - Filippine - isole Ryukyu - Giappone meridionale erano presenti oltre 1200 aerei da combattimento della Marina e dell'Esercito Imperiale (l'aviazione nipponica non esisteva come forza armata indipendente) che costituivano una seria minaccia per le forze navali Alleate; pertanto venne deciso dallo stato maggiore statunitense di elimnare o comunque ridimensionare questa minaccia, attuando dal 10 al 20 ottobre, a partire dalle portaerei di squadra della Task Force 38 (il braccio operativo della Terza flotta USA), una serie di attacchi contro le basi aeree di Formosa e delle Filippine in quella che venne chiamata Battaglia aerea di Formosa[7].
[modifica] Il piano operativo Alleato
Alla fine venne deciso che le truppe di MacArthur avrebbero invaso l'isola di Leyte nelle Filippine Centrali. Le truppe anfibie e il supporto navale ravvicinato sarebbero stati forniti dalla Settima Flotta, comandata dal Vice Ammiraglio Thomas C. Kinkaid. La Settima Flotta all'epoca comprendeva unità della Marina Australiana, tra cui gli incrociatori pesanti della Classe County Shropshire e Australia, e il cacciatorpediniere Arunta.
La Terza Flotta, comandata dall'Ammiraglio William F. Halsey, con la Task Force 38 (la Fast Carrier Task Force, comandata dal Vice Ammiraglio Marc Mitscher) come componente principale, avrebbe fornito una copertura più distante e supporto all'invasione.
Un grave e fondamentale difetto di questo piano fu che non ci sarebbe stato un comandante navale in capo all'operazione per gli Alleati. Questa mancanza di un comando unificato, assieme a problemi di comunicazione, stava per produrre una crisi, e quasi un vero e proprio disastro strategico, per le forze alleate[8]. Per coincidenza, il piano giapponese di usare tre flotte separate, non prevedeva anch'esso un unico comandante.
[modifica] Il piano operativo giapponese
Le opzioni alleate erano chiare anche alla Marina imperiale giapponese. Il comandante della flotta unificata Toyoda Soemu preparò quattro piani "vittoriosi": Shō-Gō 1 (捷1号作戦 Shō ichigō sakusen) era un'importante operazione navale nelle Filippine, mentre Shō-Gō 2, Shō-Gō 3 e Shō-Gō 4 erano risposte ad attacchi su Formosa, le Ryukyu e Isole Kurili rispettivamente. I piani prevedevano complesse operazioni offensive che impegnavano quasi tutte le forze disponibili in una battaglia decisiva, e quindi per necessità richiedevano di dar fondo alle scarne riserve di carburante dei giapponesi. In particolare per Shō-Gō 1 le forze navali partivano dal Giappone (le portaerei di Ozawa), da Formosa (la squadra di Shoji), da Brunei (la forza di Nishimura) e sempre da Brunei ma come tappa intermedia la forza principale di Kurita[9].
Nel quadro degli attacchi preventivi, il 12 ottobre 1944 la Terza Flotta statunitense dell'Ammiraglio Halsey iniziò una serie di incursioni lanciate dalle portaerei contro Formosa e le Isole Ryukyu, con l'idea di assicurarsi che gli aerei di base in loco non potessero intervenire negli sbarchi a Leyte. Il comando giapponese mise quindi in azione Shō-Gō 2, lanciando ondate di attacchi aerei contro le portaerei della Terza Flotta. In quella che Morison riporta come una "lotta dura ed estenuante tra aerei di stanza su portaerei e aerei di stanza a terra" i giapponesi furono messi in rotta, perdendo oltre 500 aerei in tre giorni, quasi l'intera forza aerea della regione. A seguito dell'invasione statunitense delle Filippine, la marina giapponese passò al piano Shō-Gō 1[8]. Nonostante le gravi perdite subite che avevano praticamente svuotato la forza dell'aviazione imbarcata nipponica, il comando giapponese ritenne che le perdite subite dagli statunitensi fossero talmente gravi da non permettere alla forza aerea imbarcata sulle portaerei della Task Force 38 di costituire più una minaccia grave per la flotta imperiale. Pertanto una spinta decisa e coordinata dell'intera flotta, appoggiata da quello che restava delle forze aeree, avrebbe potuto eliminare quella che era una gravissima minaccia all'operatività delle forze navali nipponiche.
Shō-Gō 1 richiedeva alle navi del Vice Ammiraglio Jisaburō Ozawa, note come Forza Settentrionale, di indurre le principali forze di copertura statunitensi lontano da Leyte. La Forza Settentrionale sarebbe stata costruita attorno a diverse portaerei, ma queste avrebbero trasportato molto pochi aerei ed equipaggi male addestrati. Le portaerei sarebbero servite come esca principale. Mentre le forze di copertura statunitensi venivano attirate lontano dalla Forza Settentrionale, due forze di superficie sarebbero avanzate su Leyte da ovest. La Forza meridionale degli Ammiragli Nishimura e Shima sarebbe penetrata nell'area di sbarco attraverso lo Stretto di Surigao. La Forza Centrale dell'Ammiraglio Kurita, di gran lunga la più potente tra le forze attaccanti, sarebbe passata attraverso lo Stretto di San Bernardino nel mare delle Filippine, avrebbe virato verso sud e quindi attaccato l'area degli sbarchi[8].
Questo piano avrebbe avuto come conseguenza la distruzione di una o più delle forze attaccanti, ma Toyoda spiegò in seguito la cosa ai suoi interrogatori statunitensi nel seguente modo:
Se avessimo perso durante le operazioni nelle Filippine, anche se la flotta fosse rimasta, la linea di rifornimento a sud sarebbe stata completamente tagliata fuori, cosicché la flotta, anche se fosse tornata in acque giapponesi, non avrebbe potuto ottenere il suo rifornimento di carburante. Se fosse rimasta nelle acque meridionali, non avrebbe potuto ricevere rifornimenti di armi e munizioni. Non c'era motivo di salvare la flotta a spese della perdita delle Filippine[10][11].
[modifica] L'azione sottomarina nel Passaggio di Palawan (23 ottobre)
Questa azione, che non vide coinvolte forze di superficie statunitensi, viene indicata da Morison come "Lo scontro nel Passaggio di Palawan" nel suo libro del 1956, e viene altrove occasionalmente indicata come "la battaglia nel Passaggio di Palawan".
Salpata dalla sua base nel Brunei, la potente Forza Centrale di Kurita consisteva di tre corazzate (Yamato e Musashi dotate di cannoni da 457 mm, Nagato dotata di cannoni da 406 mm) , due navi da battaglia veloci (Kongō, Haruna dotate di cannoni da 356 mm), dieci incrociatori pesanti (Atago, Maya, Takao, Chōkai, Myōkō, Haguro, Kumano, Suzuya, Tone e Chikuma), due incrociatori leggeri (Noshiro e Yahagi) e quindici cacciatorpediniere[12].
Le navi di Kurita passarono l'Isola Palawan attorno alla mezzanotte del 22-23 ottobre. I sottomarini statunitensi USS Darter e USS Dace erano entrambi posizionati in superficie nelle vicinanze. Alle 00:16 del 23 ottobre il radar del Darter individuò la formazione giapponese a circa 27 km di distanza. Il capitano ottenne rapidamente un contatto visivo. I due sottomarini si mossero velocemente a caccia delle navi, mentre il Darter fece il primo di tre rapporti di contatto. Almeno uno di questi venne captato da un operatore radio della Yamato, ma Kurita non prese le appropriate contromisure anti-sommergibile[12].
Il Darter e il Dace - viaggiando in superficie a pieni motori - dopo diverse ore ottennero una posizione davanti alla formazione di Kurita, con l'intenzione di compiere un attacco in immersione alle prime luci dell'alba. Questo attacco ebbe un insolito successo. Alle 05:24 il Darter sparò una raffica di sei siluri, di cui almeno quattro centrarono l'ammiraglia di Kurita, l'incrociatore pesante Atago. Dieci minuti dopo il Darter, con un'altra serie di siluri, fece due centri sul gemello dell'Atago, il Takao. Alle 05:56 quattro siluri del Dace colpirono l'incrociatore pesante Maya (gemello dell'Atago e del Takao)[12].
L'Atago e il Maya affondarono rapidamente. Il Takao tornò verso il Brunei scortato da due cacciatorpediniere - e seguito dai due sottomarini. Il 24 ottobre, mentre i sottomarini seguivano come ombre l'incrociatore danneggiato, il Darter si incagliò nella secca di Bombay. Tutti i tentativi di liberarlo fallirono, e venne abbandonato. L'intero equipaggio venne comunque messo in salvo dal Dace.
Il Takao fece ritorno a Singapore, dove rimase per il resto della guerra. L'Atago era affondato così rapidamente che Kurita fu costretto a nuotare per salvarsi. Venne soccorso da uno dei cacciatorpediniere giapponesi e trasferito sulla Yamato[13].
[modifica] La battaglia per il mare di Sibuyan (24 ottobre)
La Terza Flotta aveva in quel momento nella Task Force 38 il suo braccio operativo, diviso in quattro Task Group di portaerei di forza diseguale. Il 22 ottobre Halsey aveva inviato due dei suoi quattro gruppi di portaerei alla base della flotta a Ulithi per rifornimento e riarmo. Quando arrivò il rapporto sul contatto del Darter, Halsey richiamò il gruppo di Davison (TG 38.4) con sole due portaerei di squadra (Franklin ed Enterprise) e una leggera[14], ma permise a McCain, con il grosso del gruppo di portaerei della Task Force 38, il TG 38.1 con tre portaerei di squadra (Wasp, Hornet ed Hancock) e due di scorta[14], di continuare verso Ulithi. Halsey richiamò infine McCain il 24 ottobre - ma il ritardò fece si che il più potente gruppo di portaerei statunitensi giocasse un ruolo marginale nella battaglia che andava profilandosi, e la Terza Flotta si trovò in effetti priva di quasi il 40% della sua forza aerea per gran parte della battaglia. Il mattino del 24 ottobre solo tre gruppi erano disponibili per colpire la forza di Kurita, e il meglio posizionato per questo compito - Task Group 38.2 di Bogan - era sfortunatamente il più debole tra questi, disponendo di una sola grande portaerei - la Intrepid, visto che la Bunker Hill era stata distaccata per lavori il giorno prima[14] - e di due portaerei leggere. La mancanza del richiamo di McCain il 23 ottobre privò la Terza Flotta, per tutta la battaglia, di tre delle sue otto portaerei più grandi[12][14]. L'ultimo, il Task Group 38.3 era comandato dal contrammiraglio Frederick Sherman, marinaio con grande esperienza di portaerei essendo stato anche il comandante della Lexington poi affondata nella battaglia del Mar dei Coralli, e comprendeva due portaerei di squadra, la Essex e la Lexington (la nuova unità della classe Essex) e due leggere[14].
Aerei della Intrepid e della USS Cabot, appartenenti al gruppo di Bogan, attaccarono attorno alle 10:30, centrando le corazzate Nagato, Yamato, Musashi e danneggiando gravemente l'incrociatore pesante Myōkō. Una seconda ondata proveniente da Intrepid, Essex e Lexington attaccò in seguito, con SB2C Helldiver e F6F Hellcats dell'Air Group 15 della USS Essex, che centrarono altre 10 volte la Musashi. Mentre quest'ultima si ritirava, virando a babordo, una terza ondata dalla Enterprise e dalla USS Franklin la colpì con undici bombe e otto siluri[12].
Kurita fece tornare indietro la sua flotta per uscire dal raggio d'azione degli aerei, superando la danneggiata Musashi. Attese fino alle 17:15 prima di invertire la marcia nuovamente e dirigersi verso lo Stretto di San Bernardino; la Musashi si capovolse e affondò attorno alle 19:30[12].
Nel frattempo, il Vice-Ammiraglio Takijirō Ōnishi aveva diretto tre ondate di aerei della sua I Flotta Aerea di stanza a Luzon contro le portaerei del Task Group 38.3 del contrammiraglio Sherman (i cui aerei erano a loro volta impegnati nel colpire i campi aerei di Luzon allo scopo di impedire attacchi aerei giapponesi dalla terraferma contro le navi Alleate nel Golfo di Leyte). Ciascuna delle ondate di attacco di Ōnishi era composta da 50 o 60 aerei[12].
Gran parte degli aerei giapponesi attaccanti venne intercettata e abbattuta - o messa in fuga - dagli F6F Hellcat delle pattuglie aeree di Sherman, soprattutto dalle due sezioni di caccia della Essex guidate dal comandante David McCampbell (cui viene accreditato l'abbattimento di nove aerei nemici in questa sola azione). Comunque, un aereo giapponese (uno Yokosuka D4Y "Judy") passò oltre le difese e alle 09:38 colpì la portaerei leggera Princeton con una bomba perforante da 250 kg. Ciò provocò un grave incendio nell'hangar della Princeton. Il sistema antincendio di emergenza non funzionò e il fuoco si diffuse rapidamente. Ne seguì una serie di esplosioni. Le fiamme vennero gradualmente portate sotto controllo, e alcune navi della scorta vennero inviate a prestare assistenza; il cacciatorpediniere USS Irwin, non potendo affiancare la portaerei a causa delle alte ondate, stese lungo la fiancata delle reti per permettere ai marinai che si buttavano in mare di salire a bordo, mentre con raffiche di mitragliatrice si tenevano a bada gli squali[15]; il solo Irwin recuperò 646 marinai e l'episodio fruttò alla nave una Navy Unit Commendation[16]. Il cacciatorpediniere USS Morrison che aveva tentato di avvicinarsi dopo aver recuperato 460 marinai venne sbattuto contro la fiancata della Princeton perdendo l'albero militare e il fumaiolo anteriore[17], e arrivò una nuova incursione aerea nipponica; alle 15:23 ci fu una enorme esplosione (probabilmente nel deposito delle bombe), provocando altre vittime sulla Princeton, e perdite anche più pesanti - più di 300 - a bordo dell'incrociatore USS Birmingham che si stava affiancando per aiutare a domare l'incendio. Il Birmingham fu danneggiato così gravemente che fu costretto a ritirarsi. Vennero danneggiati anche altri vascelli nelle vicinanze. Tutti i tentativi di salvare la Princeton fallirono, ed essa venne alla fine affondata - silurata dall'incrociatore leggero Reno - alle 17:50[12], mentre i superstiti vennero riportati dal Birmingham ,dall'Irwin e dal Morrison ad Ulithi il 27 ottobre[17].
Il 24 ottobre, complessivamente, la Terza Flotta lanciò 259 sortite contro la Forza Centrale, in gran parte composte da caccia-bombardieri F6F Hellcat. Questa mole di attacchi non fu neanche lontanamente sufficiente a neutralizzare la minaccia portata da Kurita. In confronto, il giorno seguente vennero eseguite 527 sortite dalla terza Flotta contro la più debole Forza Settentrionale di Ozawa. Inoltre gran parte dell'attacco nel Mare di Sibuyan venne diretta contro una sola nave, la Musashi. Questa grande corazzata venne attaccata e duramente colpita con un totale di 17 bombe e 19 siluri dagli aerei imbarcati statunitensi provenienti dalle portaerei Essex, Intrepid e Franklin[18] , affondando nonostante i tentativi di arenarla da parte del suo comandante, contrammiraglio Inoguchi Toshihira, con 1023 morti tra l'equipaggio[19]. Anche l'incrociatore Myōkō venne gravemente danneggiato, colpito alle 10:29 da un siluro lanciato da un aerosilurante Avenger della USS Intrepid che mise fuori uso entrambe le eliche di destra, costringendolo alla velocità di 15 nodi[20]; la nave uscì di formazione, ma tutte le altre navi della forza di Kurita rimasero in grado di combattere e di avanzare[12], compreso il Tone colpito da una bomba[21].
In questa fase, le navi da battaglia statunitensi erano ancora inquadrate nei Task Group della TF 38, precisamente nei TG 38.2 e 38.3[14]. Come risultato dell'importante decisione che verrà presa in seguito dall'Ammiraglio Halsey, Kurita fu in grado di procedere attraverso lo Stretto di San Bernardino nel corso della notte, e di fare una comparsa inattesa e drammatica al largo della costa di Samar il mattino seguente[11].
[modifica] Task Force 34 / Stretto di San Bernardino
Dopo che le forze Centrale e meridionale dei giapponesi vennero individuate, ma prima che lo fossero anche le portaerei di Ozawa, Halsey e lo stato maggiore della Terza Flotta, a bordo della corazzata New Jersey, prepararono un piano di emergenza per affrontare la minaccia proveniente dalla Forza Centrale di Kurita. Il loro intento era di coprire lo Stretto di San Bernardino con una potente task force di navi da guerra veloci appoggiate da due dei gruppi di portaerei veloci della Terza Flotta. La forza di navi da guerra sarebbe stata designata come Task Force 34 e doveva consistere di 4 corazzate, 5 incrociatori e 14 cacciatorpediniere, sotto il comando del Vice Ammiraglio Willis A. Lee. Il Contrammiraglio Ralph E. Davison del Task Group 38.4 sarebbe stato al comando dei gruppi di portaerei a supporto.
Alle 15:12 del 24 ottobre Halsey inviò un messaggio radio ai comandanti dei gruppi a lui subordinati, dando i dettagli del piano di emergenza[22]:
| « BATDIV 7 MIAMI, VINCENNES, BILOXI, DESRON 52 LESS STEVEN POTTER, FROM TG 38.2 AND WASHINGTON, ALABAMA, WICHITA, NEW ORLEANS, DESDIV 100, PATTERSON, BAGLEY FROM TG 38.4 WILL BE FORMED AS TASK FORCE 34 UNDER VICE ADMIRAL LEE, COMMANDER BATTLE LINE. TF 34 TO ENGAGE DECISIVELY AT LONG RANGES. CTG 38.4 CONDUCT CARRIERS OF TG 38.2 AND TG 38.4 CLEAR OF SURFACE FIGHTING. INSTRUCTIONS FOR TG 38.3 AND TG 38.1 LATER. HALSEY, OTC IN NEW JERSEY. » |
Questo significava che le due corazzate veloci da 31 nodi della Divisione 7, la New Jersey e la Iowa, più due corazzate da 27/28 nodi, la Alabama e la Washington, con una robusta scorta avrebbero dovuto "ingaggiare decisivamente il nemico a lunga distanza" mentre le portaerei dei due Task Group 38.2 e 38.4 dovevano tenersi "lontano dai combattimenti di superficie"; le istruzioni agli altri due Task Group 38.1 che comprendeva anche 5 incrociatori pesanti e 3 leggeri, e 38.3, che comprendeva anche le altre due corazzate South Dakota e Massachusets e i quattro incrociatori leggeri della 13a Divisione Incrociatori sarebbero state fornite in seguito. Quindi nonostante il TG 38.1 fosse ancora ad Ulithi per il rifornimento, il TG 38.3 lasciato libero avrebbe avuto comunque una potenza di fuoco comparabile con quella delle navi di scorta alle portaerei di Ozawa. Questo messaggio venne raccolto anche dalla Settima Flotta e dal quartier generale della Flotta del Pacifico dell'Ammiraglio Nimitz. La Task Force 34 comunque, non venne formata al largo dello Stretto di San Bernardino come previsto. Il messaggio intercettato avrebbe portato a una disastrosa incomprensione, e avrebbe avuto una profonda influenza sul successivo corso della battaglia[12].
[modifica] La decisione di Halsey (24 ottobre)
Gli aerei della Terza Flotta non riuscirono ad individuare la forza Settentrionale di Ozawa (usata come esca) fino alle 16:40 del 24 ottobre. Ciò avvenne principalmente perché la Terza Flotta si era preoccupata di attaccare Kurita e di difendersi dagli attacchi aerei giapponesi lanciati da Luzon. La sera del 24 ottobre Ozawa intercettò una (erronea) comunicazione statunitense che descriveva il ritiro di Kurita, e decise quindi di ritirarsi anch'egli. Comunque alle 20:00 Toyoda Soemu ordinò a tutte le sue forze di attaccare "confidando nell'assistenza divina". Ozawa invertì la rotta e si diresse a sud verso Leyte.
Halsey si convinse che la Forza Settentrionale costituisse la principale minaccia giapponese, ed era così determinato ad afferrare quella che sembrava un'occasione d'oro per distruggere le restanti portaerei giapponesi. Credendo che la Forza Centrale fosse stata neutralizzata (heavily damaged, cioé fortemente danneggiata) dagli attacchi aerei portati dalla Terza Flotta a inizio giornata nel Mare di Sibuyan, e che il resto si stesse ritirando, Halsey comunicò via radio (a Nimitz e Kinkaid):[23]
| (EN)
« CENTRAL FORCE HEAVILY DAMAGED ACCORDING TO STRIKE REPORTS.AM PROCEEDING NORTH WITH THREE GROUPS TO ATTACK CARRIER FORCES AT DAWN »
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(IT)
« Forza Centrale molto danneggiata secondo i rapporti sull'attacco. Sto procendendo verso nord con tre gruppi per attaccare le portaerei all'alba »
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Le parole "with three groups" ("con tre gruppi") si sarebbero rivelate pericolosamente fuorvianti. Alla luce del messaggio intercettato del 24 ottobre alle 15:12 "...verrà costituita come Task Force 34" da parte di Halsey, l'Ammiraglio Kinkaid e il suo stato maggiore compresero, così come l'Ammiraglio Nimitz al quartier generale del Pacifico, che la Task Force 34, comandata da Lee, fosse già stata formata. Supposero che Halsey stesse lasciando questa potente forza di superficie a guardia dello Stretto di San Bernardino (e a copertura del fianco settentrionale della Settima Flotta), mentre egli portò i tre gruppi di portaerei a sua disposizione verso nord, all'inseguimento delle portaerei giapponesi. Ma la Task Force 34 non era ancora stata formata, e le navi da guerra di Lee erano dirette verso nord con le portaerei della Terza Flotta. Halsey aveva lasciato consciamente e deliberatamente lo Stretto di San Bernardino assolutamente sguarnito. Come scrisse Woodward "Tutto venne portato via dallo Stretto di San Bernardino. Non venne lasciato nemmeno un dragamine"[3].
Halsey e i suoi ufficiali di stato maggiore ignorarono risolutamente le informazioni provenienti da un aereo per la ricognizione notturna che operava sulla portaerei leggera USS Independence, secondo cui la potente forza di superficie di Kurita stava tornando verso lo Stretto di San Bernardino, e che dopo un lungo blackout le luci di navigazione nello stretto erano state accese. Quando il contrammiraglio Gerald F. Bogan, a comando del TG 38.2, inviò per radio questa informazione all'ammiraglia di Halsey, venne congedato da un ufficiale dello stato maggiore che replicò concisamente "Sì, sì, abbiamo quella informazione". Il vice ammiraglio Lee, che aveva correttamente dedotto che la forza di Ozawa fungeva da esca, e comunicò la cosa con un messaggio luminoso all'ammiraglia di Halsey, venne similarmente ignorato. Il commodoro Arleigh Burke e il comandante James Flatley, dello stato maggiore del Vice Ammiraglio Marc Mitscher, erano giunti alla stessa conclusione. Essi erano sufficientemente preoccupati della situazione da svegliare Mitscher, che chiese "L'Ammiraglio Halsey ha questo rapporto?" Quando gli venne risposto che Halsey era informato, Mitscher, conoscendo fin troppo bene il temperamento di Halsey, commentò "Se vuole il mio consiglio me lo chiederà" e tornò a dormire[12].
L'intera forza disponibile della Terza Flotta - circa 65 navi, che costituivano la più potente forza navale del pianeta - continuò a procedere in direzione nord, allontanandosi dallo Stretto di San Bernardino[24].
[modifica] La battaglia dello Stretto di Surigao (25 ottobre)
La "Forza Meridionale" di Nishimura consisteva delle corazzate Yamashiro e Fusō, dall'incrociatore pesante Mogami, e da quattro cacciatorpediniere. Vennero attaccate da bombardieri il 24 ottobre ma subirono solo danni minori.
A causa del rigido silenzio radio imposto alle forze Centrale e Meridionale, Nishimura non fu in grado di sincronizzare i suoi movimenti con quelli di Shima e Kurita. Quando entrò nello Stretto di Surigao attorno alle 02:00 Shima era 40 km più indietro, e Kurita si trovava ancora nel Mare di Sibuyan, a diverse ore dalle spiagge di Leyte.
Mentre la Forza Meridionale si avvicinava allo Stretto di Surigao, si imbatté in una trappola mortale tesa dalla forza di supporto della Settima Flotta. Il contrammiraglio Jesse Oldendorf disponeva di sei corazzate (West Virginia, Maryland, Mississippi, Tennessee, California, e Pennsylvania, tutte eccetto la Mississippi erano state affondate o danneggiate nell'attacco a Pearl Harbor e poi riparate), otto incrociatori (gli incrociatori pesanti Louisville (nave ammiraglia), Portland, Minneapolis e HMAS Shropshire, gli incrociatori leggeri Denver, Columbia, Phoenix, Boise), 28 cacciatorpediniere e 39 motosiluranti (PT boat). Per passare attraverso lo stretto e raggiungere il convoglio di invasione, Nishimura avrebbe dovuto superare l'ostacolo posto dai siluri delle PT boat, coadiuvate da una grossa flottiglia di cacciatorpediniere e quindi avanzare sotto il fuoco concentrato delle sei corazzate e degli otto incrociatori che le affiancavano, disposte lungo l'estremità più lontana dello Stretto[12].
Alle 22:36 una delle motosiluranti, la PT-131, ottenne il primo contatto con le navi giapponesi in avvicinamento. Per oltre tre ore e mezza le motosiluranti portarono ripetuti attacchi alla forza di Nishimura, ma senza riuscire a mandare a bersaglio i siluri. Comunque i loro rapporti di contatto sarebbero stati usati da Oldendorf e dalla sua forza[12].
Mentre le navi di Nishimura facevano il loro ingresso nello Stretto di Surigao ricevettero dei devastanti attacchi da parte dei cacciatorpediniere statunitensi disposti su ambo i lati della loro linea di avanzamento. Attorno alle 03:00 entrambe le corazzate giapponesi vennero colpite da siluri. La Yamashiro fu in grado di proseguire, ma la Fusō esplose e si spezzò in due. Vennero colpiti anche tre dei quattro cacciatorpediniere di Nishimura, e due di essi affondarono. Il terzo, la Asagumo, fu in grado di ritirarsi ma in seguito affondò[12].
Alle 03:16 i radar della USS West Virginia individuarono le navi sopravvissute della forza di Nishimura una distanza di 38 km, e ottennero una soluzione di tiro a 27 km. La West Virginia le tenne d'occhio mentre avanzavano nel buio più fondo. Alle 03:53 sparò con gli otto cannoni da 406 mm delle sue batterie principali a una distanza di 21 km, colpendo la Yamashiro con la sua prima salva. Proseguì quindi sparando in totale 93 proiettili. Alle 03:55 si unirono la California e la Tennessee, che spararono un totale di 69 e 63 proiettili da 355 mm. Il sistema di tiro controllato dal radar permise a queste navi statunitensi di colpire bersagli a una distanza tale da tenersi fuori dalla portata delle navi giapponesi, con i loro sistemi di controllo del tiro meno avanzati[12][25].
Le altre tre navi statunitensi, equipaggiate con radar di controllo dell'artiglieria meno evoluti, ebbero difficoltà ad ottenere una soluzione di tiro. La Maryland alla fine riuscì a ottenere un contatto visivo grazie agli spruzzi prodotti dai proiettili delle altre navi, e sparò un totale di 48 proiettili da 16 pollici. La Pennsylvania non riuscì a trovare un bersaglio e i suoi cannoni rimasero muti[12].
La Mississippi ottenne solo una soluzione di tiro alla fine della battaglia e sparò solo una salva (completa) di dodici colpi da 14 pollici. Questa fu l'ultima salva sparata da navi statunitensi in questo scontro, e l'ultima mai sparata da una nave da battaglia contro un'altra nave pesante. Questo segnò, quindi, la fine di un'era nella storia navale[12].
La Yamashiro e la Mogami vennero danneggiate da una combinazione di proiettili perforanti da 16 pollici (406 mm) e da 14 pollici (356 mm), oltre che dal fuoco degli incrociatori di fiancheggiamento di Oldendorf. Il cacciatorpediniere Shigure, l'ultimo rimasto dei quattro appartenenti all'unità di Nishimura, virò e si diede alla fuga ma perse il timone e si fermò. La Yamashiro affondò attorno alle 04:20, con Nishimura a bordo. La Mogami e la Shigure si ritirarono verso sud attraverso lo stretto.
La retroguardia della Forza Meridionale, la "Forza per il Secondo Colpo", comandata dal viceammiraglio Shima, si era avvicinata allo Stretto di Surigao a circa 40 miglia a est dell'unità di Nishimura. Anch'essa venne attaccata dalle motosiluranti. Una di queste colpì l'incrociatore leggero Abukuma con un siluro; danneggiata, la nave dovette abbandonare la formazione. I due incrociatori pesanti di Shima (il Nachi e l'Ashigara) e gli otto cacciatorpediniere di scorta incontrarono le residue forze di Nishimura. Vedendo ciò che credeva essere i relitti delle due corazzate di Nishimura (in realtà si trattava delle due metà della Fusō), Shima ordinò la ritirata. La sua nave ammiraglia, l'incrociatore Nachi, si scontrò con la Mogami, allagando la sala di comando di quest'ultima. La Mogami, danneggiata, rimase indietro nella ritirata e fu affondata dagli aerei la mattina dopo. Una metà della Fusō, la parte di prua, fu distrutta dalla Louisville, mentre l'altra metà affondò a largo dell'Isola di Kanihaan. Delle sette navi di Nishimura, solo la Shigure sopravvisse[26].
La battaglia dello Stretto di Surigao fu l'ultimo scontro fra navi da battaglia della storia. Se la Yamashiro fu affondata solo dal fuoco delle navi corazzate americane (il che è improbabile), si trattò di uno dei due casi in cui questo avvenne durante la Seconda Guerra Mondiale, l'altro caso essendo quello della corazzata Kirishima, della classe Kongō, durante la battaglia di Guadalcanal. Tuttavia, la Yamashiro fu colpita da quattro siluri lanciati dai cacciatorpediere americani e la Kirishima fu affondata perché la corazzata Washington aveva distrutto il suo timone, lasciandola così senza possibilità di manovrare[27].
La battaglia dello Stretto di Surigao fu anche l'ultima battaglia in cui a una delle due forze in campo (gli americani) riuscì il taglio del T. Tuttavia quando questo avvenne, la formazione giapponese era già molto malconcia e poteva contare solo su una corazzata (la Yamashiro), su un incrociatore pesante e su un cacciatorpediniere. Il taglio del T fu quindi in questo caso più che altro un esercizio accademico ed ebbe poche conseguenze sul risultato della battaglia[26][28].
[modifica] La battaglia a largo di Samar (25 ottobre)
[modifica] La Forza Centrale di Kurita esce dallo stretto di San Bernardino - senza opposizione
La decisione di Halsey di far rotta a nord con tutte le forze disponibili della Terza Flotta per attaccare le portaerei della forza giapponese nell'area aveva lasciato lo stretto di San Bernardino completamente non sorvegliato.
Gli ufficiali anziani della Settima Flotta (compreso Kinkaid e il suo stato maggiore) avevano in linea di massima presunto che Halsey stesse facendo rotta a nord con i suoi tre gruppi da battaglia di portaerei (quello di McCain, il più consistente della Terza Flotta, stava facendo ancora rotta di rientro da Ulithi), ma lasciando le navi da battaglia della Task Force 34 a copertura dello stretto di San Bernardino contro la Forza Centrale giapponese, comandata dall'ammiraglio Kurita. In effetti, Halsey non aveva ancora formato la Task Force 34, e tutte le 6 corazzate dell'ammiraglio Willis Lee erano su rotta a nord insieme alle portaerei, così come ogni incrociatore e cacciatorpediniere disponibile della Terza Flotta.
La Forza Centrale di Kurita fu perciò in grado di sbucare senza opposizione dallo stretto di San Bernardino alle 0300 del 25 ottobre e navigare verso sud lungo la costa dell'isola di Samar, sperando che Halsey avesse preso il largo con la sua flotta - speranza che si rivelò concretizzata già in partenza[29].
[modifica] Le forze contrapposte
Sulla rotta della Forza Centrale che avanzava verso il Golfo di Leyte c'erano tre formazioni che potevano contare su un totale di 16 piccole portaerei di scorta difese da cacciatorpediniere e da più piccoli e lenti cacciatorpediniere di scorta, tutti poco armati e scarsamente corazzati rispetto agli incrociatori e alle navi da battaglia di Kurita.
Ogni portaerei di scorta trasportava una media di 28 aeroplani e le 16 portaerei avevano una disponibilità totale di circa 450 aeroplani. La grande maggioranza di essi erano caccia FM-2 Wildcat o aerosiluranti TBM Avenger. Secondo gli ordini ricevuti, questi aeroplani dovevano innanzitutto servire come difesa contro attacchi aerei o sottomarini oppure come supporto alle forze di terra presenti su Leyte.
Nelle stive delle portaerei erano di conseguenza soprattutto presenti proiettili calibro.50 per mitragliatrici, cariche di profondità, razzi e piccole bombe a frammentazione. C'erano però pochi siluri.
Le portaerei di scorta erano per loro natura lente e poco corazzate, armate di un unico cannone da 127 mm (5 pollici) e quindi non potevano opporsi a corazzate o a incrociatori pesanti. Erano comunque difese dallo schermo dei cacciatorpediniere e dei cacciatorpediniere di scorta, che erano scherzosamente e affettuosamente chiamati bidoni di latta (tin cans) nella marina USA[30].
Nonostante le perdite subite durante il Passaggio di Palawan e la battaglia del mare di Sibuyan, compresa la corazzata Musashi che era stata affondata da aerei imbarcati statunitensi con 1023 morti tra l'equipaggio[19], la Forza Centrale era ancora molto potente, potendo contare su 4 corazzate (tra cui la gigantesca Yamato), 6 incrociatori pesanti, 2 leggeri e una dozzina di cacciatorpediniere. Ad eccezione della Task Force 34, si trattava probabilmente della forza navale più potente al mondo, anche se forse la Forza di supporto della Settima Flotta di Oldendford poteva esserle comparata[29].
[modifica] Contatto iniziale e inizio dell'azione
La forza di Kurita ingaggiò per prima la Task Unit 77.4.3 di Clifton Sprague, che aveva identificativo radio 'Taffy 3'. La sorpresa fu assoluta. La prima indicazione della minaccia venne da un TBM Avenger in perlustrazione verso nord, pilotato dal guardiamarina W. Brooks, il quale alle 06:43 mandò il seguente messaggio radio:[30]
| (EN)
« ENEMY SURFACE FORCE OF FOUR BATTLESHIPS, FOUR HEAVY CRUISERS, TWO LIGHT CRUISERS, AND TEN TO TWELVE DESTROYERS SIGHTED TWENTY MILES NORTHWEST OF YOUR TASK GROUP AND CLOSING IN ON YOU AT THIRTY KNOTS »
|
(IT)
« Forze nemiche di superficie composte da quattro corazzate, quattro incrociatori pesanti, due incrociatori leggeri e da dieci-dodici cacciatorpediniere avvistate a venti miglia a nord ovest della vostra posizione avanzano verso di voi a trenta nodi »
|
Si pensò che il pilota avesse scambiato la Task Force 34 per il nemico. Fu quindi chiesto al guardiamarina Brooks di controllare la sua identificazione. Egli scese a una quota più bassa e alle 06:47 trasmise:[30]
| (EN)
« I CAN SEE THE PAGODA MASTS »
|
(IT)
« Riesco a vedere gli alberi a forma di pagoda »
|
In pochi minuti anche gli equipaggi della Taffy 3 poterono osservare questi alberi a forma di pagoda, caratteristici delle navi maggiori giapponesi, che salivano dall'orizzonte. Poco dopo videro dei lampi provenienti dalle corazzate giapponesi che aprivano il fuoco al limite della loro portata di tiro.
Kurita scambiò le portaerei davanti a lui per quelle della classe Essex e perciò credette di avere il grosso della Terza Flotta USA sotto tiro. Probabilmente gli sembrò che gli fosse data una ghiotta opportunità senza precedenti.
Quando la sua formazione fu attaccata, il contrammiraglio Clifton Sprague fece virare le sue portaerei e lanciare i loro aeroplani, poi fece fare rotta verso est per infilarsi nella copertura di una tempesta di pioggia. Inoltre ordinò ai cacciatorpediniere di squadra e ai cacciatorpediniere di scorta di emettere fumo in modo da nascondere la ritirata delle portaerei. Facendo ciò, esse si attirarono le bordate nemiche.
Per dare una idea della disparità di forze in campo basta citare il fatto che la Yamato - la più grande e potente nave da battaglia mai costruita - da sola dislocava quanto tutte le navi della Taffy 3 messe insieme[31].
[modifica] Il contrattacco del Johnston
Preoccupato per il fuoco nemico, il capitano di corvetta Ernest E. Evans, comandante del cacciatorpediniere USS Johnston, la nave più vicina alla formazione giapponese, improvvisamente decise di attaccare le forze nemiche. Il Johnston era una nave di 2100 tonnellate della classe Fletcher, armato con cinque cannoni da 127 mm, cannoncini antiaerei da 40 e 20 mm e dieci siluri Mark 15. Era solo con questi ultimi che la nave aveva una qualche possibilità di infliggere seri danni alle navi da battaglia nemiche.
Muovendosi in continuazione per evitare le bordate nemiche, il Johnston fece rotta verso l'incrociatore pesante Kumano, nave ammiraglia della settima divisione incrociatori del vice ammiraglio Shiraishi, con l'intenzione di lanciare verso di essa i siluri. Arrivata a una distanza di 17 km dal Kumano la nave americana sparò i suoi proiettili da 127 mm in direzione dell'incrociatore. Essi potevano fare qualche danno, ma non avrebbero potuto penetrare la corazza dello scafo avversario. Avvicinatosi ulteriormente il Johnston lanciò tutti e dieci i suoi siluri che sventrarono la prua del Kumano; anche l'incrociatore Suzuya, gemello del Kumano, dovette ritirarsi dalla battaglia per dare soccorso alla nave colpita.
Dalla distanza di 11 km, la nave da battaglia veloce Kongō colpì con una salva 356 mm il ponte del Johnston e la sala macchine. La velocità dovette essere ridotta di più della metà e le torrette non furono più in grado di sparare. Poco dopo tre proiettili da 155 mm, forse provenienti dalle batterie secondarie della Yamato colpirono nuovamente il Johnston, uccidendo molti membri dell'equipaggio e ferendo lo stesso comandante Evans. Il ponte dovette essere abbandonato ed Evans dovette manovrare la nave con il timone di poppa.
Incoraggiato dall'attacco del Johnston, Sprague diede l'ordine "ragazzi, all'attacco" e gli altri cacciatorpediniere della Taffy 3 si lanciarono all'assalto. Nel frattempo l'equipaggio del Johnston era riuscito a riparare i danni a due delle tre torrette della nave, permettendo al vascello di rientrare nella battaglia[32].
[modifica] I contrattacchi dell'Hoel e dell'Heermann
Gli altri due cacciatorpediniere della Taffy 3 - l'Hoel e l'Heeremann - attaccarono con una determinazione suicida la formazione giapponese, che fu costretta a rompersi per evitare i siluri lanciati contro di essa. La stessa Yamato fu minacciata da due raffiche di siluri lanciati probabilmente dall'Heermann. Invece di far virare la nave e di metterla parallela alle tracce dei siluri in modo da cercare di passarci in mezzo, essa fu fatta allontanare dalla battaglia per dieci minuti su ordine impartito da Kurita al suo comandante (il contrammiraglio Ugaki). L'Heermann, nel frattempo, si avvicinò talmente alle altre corazzate giapponesi che esse non poterono fare fuoco, vuoi per l'impossibilità di abbassare così tanto i loro cannoni, vuoi per la paura di colpire le navi amiche.
L'Hoel si avvicinò alla più vicina nave da battaglia nemica, la Kongō, e lanciò una raffica di siluri dalla distanza di 8,2 km. La Kongō, come la Yamato, fu costretta ad abbandonare il campo di battaglia per parecchi minuti. L'Hoel fu presto colpito e messo fuori uso. Tuttavia esso riuscì ugualmente a dare battaglia a un gruppo di incrociatori pesanti, lanciando i suoi siluri rimanenti contro la nave che li guidava, l'Haguro. Probabilmente uno di questi andò a segno prima che il cacciatorpediere fosse circondato e soppraffatto dal fuoco della Kongō e degli incrociatori pesanti. Affondò alle 08:55.
253 uomini dell'equipaggio morirono nell'affondamento. Il comandante Kinterberger ha osservato: "Pienamente consapevoli del risultato inevitabile che sarebbe sortito nell'affrontate forze molto superiori, questi uomini eseguirono i compiti a loro assegnati in modo freddo ed efficiente finché la loro nave non affondò con loro"[32].
[modifica] Il contrattacco del Samuel B. Roberts
Alle 07:35, il cacciatorpediniere scorta USS Samuel E. Roberts virò e fece rotta verso le navi giapponesi. Disponeva solo di due cannoni da 127 mm e di tre siluri, al posto dei cinque cannoni e dei dieci siluri dei normali cacciatorpediniere. Ciononostante attaccò con la massima determinazione l'incrociatore pesante Chōkai. Protetto dal fumo, il Roberts riuscì ad arrivare a 4 km dall'incrociatore; quindi lanciò i suoi tre siluri, di cui uno andò a segno. Poi combatté con le navi giapponesi per un'ora, sparando 600 proiettili da 127 mm e sventagliando con le proprie batterie antiaeree l'opera morta delle navi nemiche. Alle 08:51 il Roberts fu colpito due volte e uno dei suoi cannoni fu messo fuori uso. Con l'altro tuttavia riuscì a colpire il ponte dell'incrociatore Chikuma, che andò in fiamme, prima di essere ulteriormente colpito con tre proiettili da 356 mm dal Kongō. Alle 09:35 fu dato l'ordine di abbandonare la nave e il Roberts affondò mezz'ora dopo; 89 membri dell'equipaggio perirono[32].
[modifica] Contrattacchi aerei, le portaerei sotto il fuoco nemico - la Gambier Bay affonda
Nel frattempo Thomas Sprague aveva ordinato alle sue tre formazioni di portaeri di lanciare i propri apparecchi con tutte le armi disponibili, fossero anche mitragliatrici o bombe di profondità. Dopo avere esaurito le munizioni, molti aerei fecero ugualmente dei passaggi intorno alle navi per distrarre i giapponesi.
I contrattacchi aerei furono incessanti e alcuni, specialmente gli attacchi lanciati dall'unità 77.4.2 di Stump, furono abbastanza pesanti. Molte navi giapponesi furono danneggiate in modo serio. Due degli incrociatori di Kurita - Chikuma e Suzuya - furono affondati dai siluri caricati sugli TBM Avengers; i superstiti del Chikuma vennero raccolti dal cacciatorpediniere Nowaki che però verrà affondato in seguito[33]. Invece le bombe da 500 libbre sganciate dagli aerei dettero un importante contributo nella distruzione di un terzo incrociatore pesante, il Chōkai.
Le portaerei del Taffy 3 avevano virato a sud per portarsi fuori dal tiro dei cannoni delle navi giapponesi. Per la maggior parte dell'azione le navi di Kurita avevano usato proiettili perforanti che passavano attraverso le leggere corazze delle portaerei di scorta senza esplodere. L'uso nella parte finale dell'azione di proiettili altamente esplosivi provocarono prima il rallentamento e poi l'affondamento della Gambier Bay, l'ultima della formazione americana, e il danneggiamento della maggior parte delle altre. Esse risposero comunque al fuoco con il loro unico cannone di 127 mm, montato a poppa, provocando qualche danno[32].
[modifica] La fine del Johnston
Alla fine l'attacco si concentrò nuovamente sulle cacciatorpediniere della Taffy 3. A due ore dell'inizio dell'azione il comandante Evans, a bordo del Johnston, notando una formazione di quattro incrociatori leggeri guidati dal Yahagi che attaccavano con siluri le portaerei, fece rotta per intercettarli. Il fuoco continuo del Johnston costrinse gli incrociatori a lanciare i loro siluri prematuramente, mancando così le portaerei. Essi si rivolsero allora al Johnston: alle 09:10 i giapponesi colpirono le sue torrette di prua, facendo saltare molti dei suoi proiettili da 127 mm. I motori, danneggiati, si fermarono, così che la nave diventò un facile bersaglio delle unità nemiche che la bersagliarano così tante volte che, come si espresse un sopravvissuto, "non era possibile cercare di tappare le falle in modo di tenerla a galla". Alle 09:45 il comandante Evans diede l'ordine di abbandonare la nave. Il Johnston affondò 25 minuti più tardi con la perdita di 186 membri dell'equipaggio. Il comandante Evans abbandonò la nave con il suo equipaggio, ma non fu più visto di nuovo. Fu decorato alla memoria con una Medal of Honor[32].
[modifica] L'azione termina, Kurita si ritira e fugge
Alle 09:20 - proprio quando sembrava che fosse prossima la fine per la Taffy 3 e le portaerei di scorta - Kurita improvvisamente interruppe l'attacco, dando l'ordine: "tutte le navi, dirgersi verso nord, velocità 20". Egli si ritirò verso lo stretto di S. Bernardino. Alcune delle sue navi non erano danneggiate seriamente, ma gli attacchi aerei e navali avevano rotto la sua formazione, e tre dei suoi sei incrociatori pesanti (Chikuma, Suzuya e Chōkai) erano affondati; degli altri tre, il Kumano aveva perso la prua ad opera di un siluro del cacciatorpediniere Johnston, il Tone era stato danneggiato dagli aerei di Taffy 2 e (sebbene i giapponesi non confermarono) probabilmente lo Haguro aveva incassato un siluro dal Heermann; inoltre la determinazione con cui gli americani combattevano lo aveva convinto che se avesse persistito nel suo attacco avrebbe subito ulteriori perdite. Quasi tutte le forze giapponesi sopravvissute riuscirono a fuggire attraverso lo stretto di S. Bernardino. Halsey e le corazzate della Terza Flotta arrivarono troppo tardi per tagliare loro la ritirata. La Nagato, la Haruna e la Kongō erano seriamente danneggiate a causa dei siluri lanciati dai cacciatorpediniere della Taffy 3. Kurita aveva iniziato la battaglia con quattro navi da battaglia. Al suo ritorno alla base solo la Yamato era pienamente operativa[32].
[modifica] Attacco kamikaze
Mentre la disperata azione della Taffy 3 stava giungendo al termine, il vice ammiraglio Takijirō Ōnishi aveva dato il via alle operazioni della sua 'Forza di attacco speciale', lanciando attacchi kamikaze contro le navi alleate nel golfo di Leyte e contro le portaerei di scorta a largo di Samar. Alle 10:51 la USS St. Lo della Taffy 3 fu colpita da un attacco kamikaze. La bomba a bordo dell'aereo esplose, causando incendi di carburante e una serie di esplosioni. La St. Lo affondò alle 11:20 circa[32].
[modifica] Perdite statunitensi
Due portaerei di scorta, i cacciatorpediniere Hoel e Johnston e il cacciatorpediniere di scorta Samuel B. Roberts erano affondati; quattro altre navi americane erano danneggiate. Il cacciatorpediniere Heermann, nonostante avesse combattuto contro unità nettamente superiori, terminò la battaglia con solo sei morti.
A causa di diversi errori di comunicazione, un alto numero di sopravvissuti della Taffy 3 non fu soccorso per molti giorni. Ci furono molte vittime a causa di questo ritardo.
In totale le perdite ammontarono a un migliaio di persone[32].
[modifica] La battaglia di Capo Engaño (25-26 ottobre)
La "Forza Settentrionale" di Ozawa poteva contare su quattro portaerei (la Zuikaku – l'ultima sopravvissuta delle sei portaerei che avevano attaccato Pearl Harbor nel 1941 – e le portaerei leggere Zuihō, Chitose e Chiyoda), su due navi da battaglia della Prima guerra mondiale, parzialmente convertite in portaerei (la Hyūga e la Ise, le cui due torrette di poppa erano state sostituite da un hangar, da un ponte capace di portare gli aerei e da due catapulte; tuttavia nessuna delle due navi trasportava aerei in questa battaglia), tre incrociatori leggeri (il Ōyodo, il Tama e l'Isuzu) e nove cacciatorpediniere. Poteva disporre di 108 aerei in tutto[12].
L'unità di Ozawa fu localizzata solo alle 16:40 del 24 ottobre, soprattutto perché il Task Group 38.3 di Sherman, che, essendo il più settentrionale di quelli di Halsey era responsabile delle ricognizioni in questo settore, era stato coinvolto nell'attacco a Kurita e nella difesa dagli attacchi aerei provenienti da Luzon.
Nella sera del 24 ottobre Ozawa intercettò una comunicazione americana che parlava del ritiro di Kurita. Egli cominciò quindi a ritirarsi a sua volta, ma alle 20:00 Toyoda Soemu ordinò a tutte le forze di attaccare, 'contando sull'assistenza divina'. Ozawa perciò si diresse nuovamente verso sud, incontro alla Terza Flotta.
Halsey era convinto che la Forza Settentrionale rappresentava la minaccia principale ed era determinato a cogliere l'opportunità di distruggere le portaerei giapponesi superstiti. Credendo che la Forza Centrale giapponese fosse stata neutralizzata dagli attacchi aerei della Terza Flotta nella battaglia del mare di Sibuyan il 24 ottobre e che le forze superstiti si stessero ritirando verso il Brunei, Halsey comunicò via radio: "Forza Centrale molto danneggiata. Procedo verso nord con tre gruppi per attaccare le portaerei all'alba"[12].
Le forze che Halsey stava conducendo verso nord - i tre gruppi della Task Force 38 di Mitscher - erano di gran lunga superiori alla Forza Settentrionale giapponese. Infatti esse contavano su cinque grandi portaerei (Intrepid, Franklin, Lexington, Enterprise e Essex), cinque portaerei leggere (Independence, Belleau Wood, Langley, Cabot e San Jacinto), sei corazzate (Alabama, Iowa, Massachusetts, New Jersey, South Dakota e Washington), otto incrociatori (due pesanti e sei leggeri) e più di 40 cacciatorpediniere. Gli aerei presenti sulle dieci portaerei ammontavano a più di 600[12].
Alle 2:40 del 25 ottobre Halsey formò la Task Force 34, formata dalle navi da battaglia della Terza Flotta e comandata dal vice ammiraglio Lee. Mentre l'alba si approssimava le navi della Task Force 34 si posero davanti alle portaerei. Le intenzioni di Halsey erano quelle di far seguire agli attacchi aerei delle forze di Mitscher il fuoco delle navi da battaglia di Lee[12].
All'alba del 25 ottobre Ozawa lanciò 75 dei suoi aerei contro la Terza Flotta. Molti di essi furono abbattuti dalle pattuglie aeree americane e le navi americane non subirono alcun danno. Una manciata di aerei giapponesi supersistiti si rifugiarono nelle basi aeree di Luzon.
Durante la notte Halsey aveva passato il comando tattico della Task Force 38 all'ammiraglio Marc Mitscher, che ordinò di attaccare all'alba con una prima ondata di 180 aerei. Le forze nemiche furono individuate alle 7:10 e alle 08:00 l'attacco cominciò. Furono prima distrutti i 30 aerei che Ozawa aveva ancora a disposizione, poi gli attacchi si concentrarono sulle navi e continuarono fino a sera. In tutto furono compiute 527 missioni. In questi attacchi furono affondate la nave ammiraglia Zuikaku, le portaerei leggere Chitose e Zuihō e il cacciatorpediniere Akitsuki. Inoltre la portaerei leggera Chiyoda e l'incrociatore Tama furono danneggiati. Ozawa fu costretto a trasferirsi sull'incrociatore leggero Ōyodo[11].
[modifica] La crisi - La Settima flotta chiede aiuto
Poco dopo le 08:00 disperati messaggi di aiuto cominciarono a giungere dalla Settima Flotta. Uno, da parte di Kinkaid, in linguaggio non criptico, diceva:
| (EN)
« MY SITUATION IS CRITICAL. FAST BATTLESHIPS AND SUPPORT BY AIR STRIKES MAY BE ABLE TO KEEP ENEMY FROM DESTROYING CVES AND ENTERING LEYTE »
|
(IT)
« Mia situazione critica. Navi da battaglia veloci e supporto di incursioni aeree potrebbero essere in grado di impedire al nemico di distruggere le portaerei di scorta (CVE, Carrier Vessel Escort) ed entrare a Leyte (sottinteso la baia) »
|
Halsey ricorda nelle sue memorie di essere stato scioccato da questo messaggio, sostenendo che le comunicazioni radio provenienti dalla Settima Flotta arrivavano in ritardo a causa di difficoltà di comunicazione. Sembra che egli non abbia ricevuto questo messaggio da parte di Kinkaid fino alle 10:00. Halsey poi affermò di avere saputo che Kinkaid era in difficoltà, ma di non avere immaginato che la situazione fosse così seria.
Uno dei messaggi più allarmanti di Kinkaid affermava che, dopo i fatti avvenuti nello Stretto di Surigao, la Settima Flotta era a corto di munizioni. Ma anche questo non persuase Halsey a soccorrere immediatamente la Settima Flotta[24]. In realtà la Settima Flotta non era così a corto di munizioni come il messaggio di Kinkaid sembrava dire[12], ma Halsey non poteva saperlo.
A 5.000 km di distanza, a Pearl Harbor, l'ammiraglio Nimitz aveva ricevuto anch'egli i disperati messaggi di aiuto della Taffy 3 e mandò a Halsey un messaggio molto conciso:
| (EN)
« TURKEY TROTS TO WATER GG FROM CINCPAC ACTION COM THIRD FLEET INFO COMINCH CTF SEVENTY-SEVEN X WHERE IS RPT WHERE IS TASK FORCE THIRTY FOUR RR THE WORLD WONDERS »
|
(IT)
« Il tacchino trotterella verso l'acqua gg da CINCPAC (Comandante in Capo per il Pacifico) azione al Comandante Terza Flotta info (inoltra per informazione) al Comandante in capo e al Comandante Task Force 77 x (punto) Dov'è ripeto dov'è la Task Force 34 rr Il mondo si chiede »
|
Le prime quattro parole e le ultime tre erano un "riempitivo" per confondere gli operatori radio nemici; l'inizio e la fine del vero messaggio erano segnalati da due doppie consonanti. Gli addetti alle comunicazioni di Halsey cancellarono le prime parole del messaggio, ma mantennero le ultime tre parole. Quest'ultime, probabilmente selezionate dagli ufficiali addetti alle comunicazioni del quartier generale di Nimitz, erano forse intese come una libera citazione del poema di Tennyson La carica della brigata leggera, suggerite dal fatto che quel giorno, il 25 ottobre, era il 90º anniversario della battaglia di Balaclava, ma non dovevano intendersi come un commento alla crisi in corso a Leyte. Tuttavia, Halsey, leggendo il messaggio, pensò che le ultime tre parole -the world wonders- fossero una severa critica da parte di Nimitz; pare che Halsey allora avrebbe scagliato il suo berretto sul ponte e prorompendo in "singhiozzi di rabbia". Il contrammiraglio Carney, suo capo di Stato Maggiore, lo avrebbe affrontato intimandogli: "Smettila! Cosa diavolo ti succede? Controllati."
Alla fine, alle 11:15, più di due ore dopo il primo disperato messaggio della Settima Flotta, Halsey ordinò alla Task Force 34 di virare a sud e di dirigersi verso Samar. Questo accadeva proprio quando le forze di Ozawa erano quasi a tiro delle corazzate di Lee. Il rifornimento dei cacciatorpediniere di appoggio alla Task Force 34 richiese più di due ore e mezza[12].
Dopo questa assurda successione di ritardi, l'unico aiuto che la Task Force 34 poteva dare alla Settima Flotta era quello di soccorrere i sopravvissuti della Taffy 3; era infatti troppo tardi anche per intercettare le forze di Kurita prima che riuscissero a fuggire attraverso lo Stretto di San Bernardino.
Tuttavia, alle 16:22, in un disperato e tardivo tentativo di intervenire nella battaglia di Samar, Halsey formò un nuovo Task Group (il 34.5) ai comandi del contrammiraglio Badger, costituito dalle due corazzate più veloci (la Iowa (BB-61) e la New Jersey (BB-62)), capaci di una velocità di 32 nodi, e da tre incrociatori e otto cacciatorpediniere della Task Force 34. Questo gruppo si diresse a tutta velocità verso sud, seguito dalle altre forze di Lee, comprese le altre quattro corazzate. Morison osserva che se l'unità di Badger fosse riuscita a intercettare la Forza Centrale giapponese, sarebbe stata in seria difficoltà contro quest'ultima a causa della disparità fra le loro forze[12].
Gli incrociatori e i cacciatorpediniere del Task Group 34.5, tuttavia, intercettorono e affondarono, a largo dello Stretto di San Bernardino, il cacciatorpediniere Nowaki, che chiudeva il gruppo della Forza Centrale[11].
[modifica] La battaglia di Capo Engaño - Ultimi avvenimenti
Mentre alle 11:15 Halsey faceva virare verso sud la Task Force 34, distaccò da essa un gruppo di quattro incrociatori e nove cacciatorpediniere agli ordini del contrammiraglio DuBose e lo riassegnò alla Task Force 38. Alle 14:15 Mitscher ordinò a DuBose di inseguire ciò che rimaneva della Forza Settentrionale giapponese. Gli incrociatori alle 16:24 attaccarono a cannonate la portaerei leggera Chiyoda colpita da quattro bombe, senza propulsione e sbandata di 13°, che dapprima la corazzata Hyuga aveva tentato di prendere a rimorchio senza esito per gli attacchi aerei; anche l'incrociatore Isuzu aveva tentato di evacuare l'equipaggio ma dovette desistere per l'arrivo della squadra statunitense che affondò la nave con l'intero equipaggio di 1.470 uomini ai posti di combattimento alle 16:55[34]. Alle 20:59 le navi di DuBose affondarono anche il cacciatorpediniere Hatsuzuki dopo una furiosa battaglia[12].
Quando l'ammiraglio Ozawa si rese conto che il gruppo di DuBose era relativamente debole, ordinò alle corazzate Ise e Hyūga di invertire la rotta e di attaccare le unità nemiche. Tuttavia le navi da battaglia giapponesi non riuscirono a individuare le navi americane. Se ci fossero riuscite, avrebbero messo sicuramente in difficoltà gli americani perché molto superiori. Il ritiro da parte di Halsey di tutte e sei le corazzate di Lee nel vano e tardivo tentativo di assistere la Settima flotta aveva paradossalmente reso la Task Force 38 vulnerabile rispetto ai possibili contrattacchi della Forza Settentrionale.
Alle 23:10 il sottomarino americano Jallao silurò e affondò l'incrocatore leggero Tama, appartenente alle forze di Ozawa. Fu l'ultimo atto della battaglia di Capo Engaño e - se si escludono alcuni attacchi aerei sulle forze giapponesi in ritirata compiuti il 27 ottobre - la conclusione della battaglia del Golfo di Leyte[11]
[modifica] Perdite
A causa delle notevoli dimensioni della battaglia del Golfo di Leyte e della sua lunga durata ci sono vari resoconti delle perdite della battaglia vera e propria nonché di quelle che occorsero immediatamente prima o immediatamente dopo la stessa. Uno dei resoconti riporta le perdite dei seguenti vascelli[35]:
[modifica] Perdite alleate
Gli Stati Uniti persero 6 navi da guerra:
- 1 Portaerei leggera: USS Princeton
- 2 Portaerei di scorta: USS Gambier Bay e St. Lo (la prima unità maggiore affondata da un attacco kamikaze)
- 2 Cacciatorpediere: Hoel e Johnston
- 1 Cacciatorpediniere di scorta: USS Samuel B. Roberts
- 4 altre navi americane furono danneggiate.
Il tonnellaggio totale delle navi affondate ammontava a 37 000 t[35].
[modifica] Perdite giapponesi
I giapponesi persero 26 navi da guerra:
- 1 Portaerei: Zuikaku, ammiraglia della Forza settentrionale
- 3 Portaerei leggere: Zuihō, Chiyoda e Chitose
- 3 corazzate: Musashi (ex ammiraglia della Flotta combinata nipponica), Yamashiro e Fusō
- 6 incrociatori pesanti: Atago, Maya, Suzuya, Chōkai, Chikuma e Mogami
- 4 incrociatori leggeri: Noshiro, Abukuma, Tama e Kinu
- 9 cacciatorpediniere: Nowaki, Hayashimo, Yamagumo, Asagumo, Michishio, Akizuki, Hatsuyuki, Wakaba e Uranami
- Gravi danni riportarono anche tre corazzate (Nagato, Haruna e Kongō) e sei incrociatori pesanti (Kumano, Haguro, Myōkō, Nachi, Takao e Tone). Anche l'incrociatore leggero Ōyodo venne colpito da due razzi lanciati da un caccia F6F Hellcat, ma rientrò alla base con a bordo l'ammiraglio Ozawa[36].
Il tonnellaggio totale delle navi affondate ammontava a 306 000 t[35].
[modifica] Critiche a Halsey
Halsey fu criticato per la sua decisione di inseguire verso nord Ozawa con la Task Force 34 e per non essere andato subito in soccorso di Kinkaid quando costui chiese aiuto. Nella marina statunitense fu coniato il nomignolo "la corsa del toro" (in inglese Bull's Run) per le azioni di Hasley; esso impiegava il soprannome "Bull" dato a Halsey (che nella marina USA era conosciuto come 'Bill'Halsey) da un giornale alludendo alla prima battaglia di Bull Run durante la guerra di secessione americana.
Nel suo rapporto dopo la battaglia, Halsey si giustificò così:[37]
| « Le ricerche compiute dagli aeroplani basati sulle portaerei rivelarono la presenza della Forza Settentrionale nel pomeriggio del 24 ottobre; ciò completava il quadro di tutte le forze navali nemiche. Poiché mi sembrava puerile stare staticamente a sorvegliare lo Stretto di San Bernardino, concentrai la TF 38 durante la notte e feci rotta verso nord in modo da attaccare la Forza Settentrionale all'alba. Credetti che la Forza Centrale era stata danneggiata così seriamente nel Mare di Sibuyan da non costituire più una minaccia credibile per la Settima Flotta » |
Halsey affermò di avere avuto paura di lasciare la Task Force 34 a difendere lo stretto senza il supporto delle portaerei perché ciò l'avrebbe resa vulnerabile agli attacchi degli aerei basati a terra, mentre lasciare uno dei gruppi di portaerei veloci a coprire le navi da battaglia avrebbe significativamente ridotto la concentrazione di potenza con la quale si proponeva di colpire Ozawa.
Tuttavia, Morison afferma che l'ammiraglio Lee gli disse che sarebbe stato del tutto preparato a difendere lo Stretto di San Bernardino senza alcuna copertura aerea[12].
Inoltre, se Halsey fosse stato in normale comunicazione con la Settima Flotta, le portaerei di scorta della Task Force 77 avrebbe potuto fornire adeguato supporto aereo alla Task Force 34: infatti questo compito sarebbe stato molto più facile di quello di difendere se stesse contro l'attacco delle navi pesanti di Kurita.
Si potrebbe pensare che il fatto che Halsey era a bordo di una delle corazzate e che "sarebbe rimasto indietro" con la Task Force 34, mentre il grosso della sua flotta navigava verso nord per attaccare le portaerei giapponesi, possa avere contribuito a questa decisione. Tuttavia sarebbe stato del tutto possibile (e logico) distaccare una o due delle corazzate più veloci della Terza Flotta (Iowa e/o New Jersey) con le portaerei all'inseguimento di Ozawa e lasciare il resto delle navi da battaglia a largo dello Stretto di S. Bernardino. E in effetti il piano originario di Halsey prevedeva che la Task Force 34 disponesse di solo quattro, e non di tutte e sei, delle corazzate della Terza Flotta. Perciò, la sorveglianza dello Stretto di S. Bernardino con un potente dispiegamento di navi da battaglia non sarebbe stata incompatible con l'inseguimento da parte dei Halsey in persona a bordo della New Jersey delle forze di Ozawa.
Sembra probabile che Halsey fu influenzato dal suo Capo di Stato Maggiore, contrammiraglio Robert "Mick" Carney, che era del tutto favorevole ad attaccare le portaerei giapponesi con tutte le unità della Terza Flotta.
Clifton Sprague, comandante della Task Unit 77.4.3, criticò poi duramente la decisione di Halsey e il fatto che egli mancò di informare in modo chiaro Kinkaid e la Settima Flotta che il fianco nord non era più protetto:
In assenza di ogni informazione circa il fatto che lo stretto (di San Bernardino) non era più bloccato, fu logico assumere che il nostro fianco nord non fosse esposto, fino ad avviso contrario.
Circa il mancato immediato soccorso della Task Force 34 alla Settima Flotta quando questa chiese aiuto, Morison scrive:
Se la TF 34 fosse stata distaccata poche ore prima, dopo la prima richiesta di aiuto da parte di Kinkaid, e se essa avesse lasciato indietro le cacciatorpediniere, il cui rifornimento causò un ritardo di due ore e mezza, una potente linea di battaglia di sei moderne corazzate sotto il comando dell'ammiraglio Lee, il più esperto comandante di squadroni da battaglia della marina USA, sarebbe arrivata a largo dello Stretto di San Bernardino in tempo per scontrarsi con la Forza Centrale di Kurita... Se si escludono le causalità proprie delle battaglie navali, ci sono ragioni per supporre che Lee avrebbe affrontato con il taglio del T la Forza Centrale e ne avrebbe completato la distruzione.
Invece, come lo stesso Morison osserva:
- La potenza di fuoco della linea di battaglia della Terza Flotta, superiore a quella dell'intera flotta giapponese, non entrò mai in azione se non per finire una o due navi leggere già danneggiate[38][39].
Forse il commento più significativo fu quello, laconico, del vice ammiraglio Lee nel suo rapporto in qualità di comandante della Task Force 34:
I vascelli operanti nella Task Force Trentaquattro non hanno subito né hanno inflitto alcun danno[40][29].
[modifica] Conseguenze
La battaglia del Golfo di Leyte mise al sicuro le teste di ponte della VI Armata americana a Leyte da attacchi dal mare. In ogni caso, ci sarebbero voluti ancora aspri combattimenti perché l'isola cadesse completamente nelle mani degli Alleati alla fine di dicembre del 1944: la battaglia di Leyte fu combattuta in parallelo a una serie di azioni aeree e marine nelle quali i giapponesi cercavano di rinforzare e rifornire le loro truppe mentre gli Alleati cercavano di imperglielo tentando di stabilire una superiorità aerea che proteggesse una serie di sbarchi nella Baia di Ormoc. Queste azioni da parte dei due eserciti contrapposti furono chiamate la battaglia della Baia di Ormoc[12].
La Marina Imperiale giapponese aveva subito le perdite più pesanti di sempre. Il non essere riuscita a scacciare le truppe sbarcate a Leyte significò l'inevitabile perdita delle Filippine, che a sua volta significava per il Giappone venire tagliato fuori dai territori da esso occupati nel sud-est asiatico. Questi territori procuravano risorse vitali al Giappone, in particolare il petrolio di cui abbisognavano le navi e gli aerei giapponesi; il problema era aggravato dal fatto che i cantieri navali e le fabbriche d'armi si trovavano in Giappone. Infine la perdita di Leyte aprì la strada all'invasione delle isole Ryūkyū nel 1945[8].
Le maggiori unità navali giapponesi sarebbero ritornate alle loro basi per languire inutilizzate, o quasi, per il resto della guerra. L'unica operazione di superficie di una qualche rilevanza fu la disastrosa sortita dell'aprile 1945 (parte dell'operazione Ten-Go), in cui la nave da battaglia Yamato e la sua scorta furono distrutte dagli aerei americani partiti dalle portaerei.
Il primo attacco kamikaze giapponese si verificò subito dopo lo sbarco di Leyte. Un kamikaze colpì l'incrociatore pesante australiano HMAS Australia. Gli attacchi suicidi organizzati da parte della Forza Speciale di Attacco cominciarono il 25 ottobre, durante la fase finale della battaglia al largo di Samar, causando la distruzione della portaerei di scorta St. Lo.
J.F.C. Fuller, nel suo libro 'Le battaglie decisive del mondo occidentale', scrive a proposito delle conseguenze della Battaglia del Golfo di Leyte:
La flotta giapponese aveva cessato di esistere e i loro nemici, se si escludono gli attacchi lanciati da aerei basati a terra, avevano conquistato un incontrastato dominio dei mari. Quando l'ammiraglio Ozawa fu interrogato dagli americani, dopo la guerra, affermò: 'dopo questa battaglia le forze di superficie diventarono del tutto ausiliarie e facemmo affidamento solo sulle forze di terra, su attacchi speciali [kamikaze] e sugli aerei... non furono più assegnati compiti alle navi, se si escludono quelli affidati a qualche nave speciale'. E l'ammiraglio Yonai, ministro della Marina, affermò che aveva capito che la sconfitta di Leyte 'equivaleva alla perdita delle Filippine'. 'Per quanto riguarda il significato più generale della battaglia', disse, 'sentii che era la fine'[4]
[modifica] Memoriali
La US Navy ha dedicato alla battaglia prima la USS Leyte (CV-32), una portaerei della classe Essex, e poi l'incrociatore lanciamissili USS Leyte Gulf (CG-55), della classe Ticonderoga. Anche un episodio della serie statunitense Victory At Sea del 1952, il diciannovesimo, è stato dedicato alla battaglia[41].
[modifica] Note
- ^ Battle of the Philippine Sea . Olive Drab.com . URL consultato il 5 marzo 2012.
- ^ Eddy Bauer, Storia controversa della seconda guerra mondiale, Novara, De Agostini Grandi Opere, 1976, vol. VII, pp. 176. Bauer definisce la battaglia del Golfo di Leyte la "più grande battaglia navale della storia" in termini di tonnellaggio delle navi presenti: 244 navi per 2.014.890 tonnellate di stazza contro le 254 navi (per 1.616.836 tonnelate di stazza) della battaglia dello Jutland.
- ^ a b Woodward, op. cit.
- ^ a b Fuller, op. cit.
- ^ Robert Ross Smith. Chapter 21: Luzon Versus Formosa in Ch. 21 of what?. United States Army. URL consultato il 8 dicembre 2007.(Morison, op. cit., pp. 3-12)
- ^ Morison, op. cit., pp. 3-12
- ^ Douglas MacArthur, XIII. Struggle For Leyte in Reports of General MacArthur, Japanese Demobilization Bureaux Records, 1994, pp. 371. URL consultato il 7 marzo 2012.
- ^ a b c d Fuller, op. cit., Morison, op. cit.
- ^ Douglas MacArthur, XIII. Struggle For Leyte in Reports of General MacArthur, Japanese Demobilization Bureaux Records, 1994, pp. 383-384. URL consultato il 7 marzo 2012.
- ^ Japanese War Plans And Peace Moves in Interrogations of Japanese Officials. United States Strategic Bombing Survey (Pacific) - Naval Analysis Division. URL consultato il 7 marzo 2012.
- ^ a b c d e Fonti principali di questa sezione: Woodward, op. cit., Fuller, op. cit., Morison, op. cit., Cutler, op. cit.
- ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z aa Morison, op. cit.
- ^ Fonti di questa sezione: Morison, op. cit., Cutler, op. cit., Hornfischer, op. cit..
- ^ a b c d e f Eugene Cammeron. Order of Battle - Battle of Sibuyan Sea - 24 October 1944. URL consultato il 8 marzo 2012.
- ^ La lotta per il Pacifico
- ^ USS Irwin in Dictionary of American Naval Fighting Ships. US Naval Historical Center. URL consultato il 7 marzo 2012.
- ^ a b USS Morrison DD-560 in The Dictionary of American Naval Fighting Ships. US Naval Historical Center. URL consultato il 7 marzo 2012.
- ^ Steinberg (1980), p. 51
- ^ a b Bob Hackett; Sander Kingsepp, Allyn Nevitt. Combined Fleet – tabular history of Musashi in Stories and Battle Histories of the IJN's Battleships. URL consultato il 8 marzo 2012.
- ^ Bob Hackett; Sander Kingsepp. HIJMS Myoko: Tabular Record of Movement in Stories and Battle Histories of the IJN's Cruiser Force. URL consultato il 7 marzo 2012.
- ^ Bob Hackett; Sander Kingsepp. HIJMS Tone: Tabular Record of Movement in Stories and Battle Histories of the IJN's Cruiser Force. URL consultato il 7 marzo 2012.
- ^ Morison 1956. Corsivo nel messaggio aggiunto dal contributore.
- ^ Morison, op. cit. Corsivo nel messaggio aggiunto dal contributore
- ^ a b Woodward, op. cit., Fuller , op. cit., Morison , op. cit.
- ^ Howard, op. cit.
- ^ a b Morison, op. cit., Howard, op. cit.
- ^ Samuel Eliot Morison, History of US Naval Operations in World War II, Boston, Little Brown & Co, 1949, Vol. 5, The Struggle for Guadalcanal, August 1942 – February 1943.
- ^ Fonti per questa sezione: Woodward , op. cit., Fuller , op. cit., Morison, op. cit., Howard , op. cit., Cutler , op. cit., Hornfischer , op. cit..
- ^ a b c Fonti di questa sottosezione: Woodward, op. cit., Fuller, op. cit., Morison, op. cit., Cutler , op. cit., Hornfischer , op. cit..
- ^ a b c Hornfischer, op. cit.
- ^ Fonti di questa sottosezione: Morison, op. cit., Cutler, op. cit., Hornfischer, op. cit..
- ^ a b c d e f g h Fonti di questa sottosezione: Morison, op. cit., Hornfischer, op. cit..
- ^ Allyn D. Nevitt. IJN Nowaki: Tabular Record of Movement in Long Lancers. URL consultato il 8 marzo 2012.
- ^ Anthony Tully. IJN Chiyoda: Tabular Record of Movement in Stories and Battle Histories of the IJN's Carrier Fleet. URL consultato il 9 marzo 2012.
- ^ a b c Robert Jon Cox. The Battle of Leyte Gulf – Casualty List. 14 luglio 2008. URL consultato il 8 marzo 2012.
- ^ Bob Hackett. IJN Oyodo: Tabular Record of Movement in Stories and Battle Histories of the IJN's Cruiser Force. URL consultato il 8 marzo 2012.
- ^ Morison, op. cit., corsivo aggiunto
- ^ Morison , op. cit., pp. 336-7, corsivo aggiunto
- ^ In effetti, il Task Group 34.5 finì solo il cacciatorpediniere Nowaki, che era attardato rispetto alla formazione di Kurita. L'affondamento non fu compiuto dalle navi da battaglia, bensì dagli incrociatori e dalle cacciatorpediniere che le accompagnavano (fonte: US Naval Historical Center).
- ^ Task Force 34 Action Report: 6 October 1944 - 3 November 1944 in HyperWar. U.S. Navy in World War II. Patrick W. Clancey. URL consultato il 8 marzo 2012.
- ^ Victory At Sea: The Battle For Leyte Gulf. URL consultato il 8 marzo 2012.
[modifica] Bibliografia
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- (EN) Andrieu D'Albas, Death of a Navy: Japanese Naval Action in World War II, Devin-Adair Pub, 1965. ISBN 0-8159-5302-X
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- U.S. Army Center of Military History. (EN) Japanese Operations in the Southwest Pacific Area, Volume II - Part II in Reports of General MacArthur. URL consultato il 9 novembre 2011.- Translation of the official record by the Japanese Demobilization Bureaux detailing the Imperial Japanese Army and Navy's participation in the Southwest Pacific area of the Pacific War
[modifica] Altri progetti
Commons contiene file multimediali su Battaglia del Golfo di Leyte
[modifica] Collegamenti esterni
- United States Strategic Bombing Survey (Pacific) - Interrogations of Japanese Officials
- Animated History of The Battle of Leyte Gulf
- Battle Experience: Battle for Leyte Gulf [Cominch Secret Information Bulletin No. 22]
- Task Force 34 Action Report: 6 October 1944 - 3 November 1944 (VAdm Lee)
- Task Force 77 Action Report: Battle of Leyte Gulf (VAdm Kinkaid)
- "Turkey Trots to Water" — detailed description of the battle from battleship.org
- Orders of battle: Sibuyan Sea, Surigao Strait, Cape Engaño, Samar.
- The Australian contingent / sixtieth anniversary of the battle
- 'Glorious Death: The Battle of Leyte Gulf' by Tim Lanzendörfer
- battle-of-leyte-gulf.com
- The Battle Off Samar — Taffy III at Leyte Gulf by Robert Jon Cox
- Return to the Philippines: public domain documents from ibiblio.org
- The Battle for Leyte Gulf Revisited by Irwin J. Kappes
- Japan's TA-Operation: A Blueprint for Disaster by Irwin J. Kappes
- 'Loss of the USS Princeton (CVL-23), 24 October 1944' - United States' Naval Historical Center
[modifica] Supporti audiovisivi
- Lost Evidence of the Pacific: The Battle of Leyte Gulf. History Channel TV
- Dogfights: Death of the Japanese Navy. History Channel. TV
- Battle 360: Battle of Leyte Gulf. History Channel. TV