Takijirō Ōnishi

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Takijirō Ōnishi
Takijirō Ōnishi
Takijirō Ōnishi
2 giugno 1891 - 16 agosto 1945
Nato a Tokyo
Morto a Tokyo
Cause della morte Suicidio
Dati militari
Paese servito Giappone Impero giapponese
Arma Aviazione
Corpo Corpo speciale dei Kamikaze
Grado Ammiraglio
Guerre Seconda guerra mondiale
Guerra del Pacifico
Comandante di Corpo Kamikaze

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Takijirō Ōnishi (大西 瀧治郎 Ōnishi Takijirō?) (Tokyo, 2 giugno 1891Tokyo, 16 agosto 1945) è stato un ammiraglio giapponese della seconda guerra mondiale.

Carriera militare[modifica | modifica sorgente]

Entrato nella Marina imperiale giapponese, dette il suo contributo all'elaborazione dell'attacco di Pearl Harbor lavorando a fianco del capitano di fregata Minoru Genda. Promosso ammiraglio nel 1943, sostituì il comandante della 1a flotta aerea della Marina imperiale[1].

I Kamikaze[modifica | modifica sorgente]

Ispirato dall'azione suicida dell'ammiraglio Arima, gettatosi sulla portaerei americana Franklin il 15 ottobre 1944[1], il 17 dello stesso mese Onishi riunì i comandanti della 201a squadriglia, spiegando loro che ormai era impossibile fermare la marea statunitense con le armi convenzionali. L'ammiraglio propose di caricare con una bomba da 250 chili diversi aerei da caccia, che si sarebbero gettati sul ponte delle portaerei americane, per renderle inutilizzabili: vi furono non poche esitazioni, ma alla fine fu dato ordine alla 201a squadriglia di creare una particolare unità che assunse il nome di Corpo di assalto speciale mediante urto[2].

Il capo di stato maggiore di Onishi trovò però una denominazione molto più evocativa: Kamikaze, ovvero vento divino. Egli si ispirò alla fallita invasione mongola del Giappone, quando nel 1281 una violenta tempesta salvò l'arcipelago nipponico dalle orde di Kublai Khan[3].

Il principio dei Kamikaze, basato sull'idea che un solo uomo poteva affondare una grande nave da guerra, si generalizzò molto rapidamente tra le forze armate. È però interessante rilevare che tutti i piloti che parteciparono a questi attacchi furono sempre dei volontari: non mai fu esercitata nessuna pressione sui giovani aviatori[4].

La fine della guerra e il suicidio[modifica | modifica sorgente]

Nonostante l'apparizione dei primi Kamikaze nelle Filippine e i danni inflitti al naviglio americano, gli Stati Uniti non furono fermati né indotti a trattative di pace come si era ardentemente sperato tra gli ufficiali giapponesi. Onishi, coadiuvato dall'ammiraglio Matome Ugaki, lavorò per la creazione di altre unità Kamikaze, divenendo verso la fine della guerra Capo di stato maggiore della Flotta Combinata del Sud-Ovest.[5] Il 14 agosto 1945 fu tra coloro che scongiurarono l'Imperatore Hirohito di non capitolare, ma invano: il giorno dopo il Giappone si arrendeva senza condizioni agli Alleati. L'ammiraglio Onishi, disperato per la resa del suo paese e in ottemperanza alle norme del codice militare Bushidō, compì il seppuku il 16 agosto 1945 alle 02.45, morendo dopo dodici ore di atroce sofferenza.[5][6] Prima di uccidersi scrisse un peculiare testamento destinato alle famiglie dei piloti kamikaze che avevano dato la vita per la difesa del Giappone, dichiarando di non voler sopravvivere loro e di suicidarsi per onorare le loro anime.[6]

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Bernard Millot, La Guerra del Pacifico, Mondadori, 1967, ISBN 88-17-12881-3.
  • Arrigo Petacco, La seconda guerra mondiale, Armando Curcio editore

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b A. Petacco, La Seconda guerra mondiale, vol. VIII, pag. 258
  2. ^ B. Millot, La Guerra del Pacifico, pag. 833
  3. ^ B. Millot, La Guerra del Pacifico, pag. 834
  4. ^ B. Millot, La Guerra del Pacifico, pag. 831
  5. ^ a b A. Petacco, La Seconda guerra mondiale, vol. VIII, pag. 259
  6. ^ a b B. Millot, La Guerra del Pacifico, pag. 1001

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