Marina imperiale giapponese

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Marina imperiale giapponese
大日本帝國海軍
(Dai-Nippon Teikoku Kaigun)
Bandiera della Marina imperiale giapponese.
Bandiera della Marina imperiale giapponese.
Descrizione generale
Attiva 1869—1947
Nazione Impero giapponese
Tipo Marina militare
Battaglie/guerre prima guerra sino-giapponese
guerra russo-giapponese
prima guerra mondiale
seconda guerra mondiale
Comandanti
Comandanti degni di nota Isoroku Yamamoto, Togo Heihachiro, Hiroyasu Fushimi.
Simboli
Sigillo della Marina Imperiale Giapponese Sigillo giallo nella roma di un fiore con sedici petali.

vedi bibliografia

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La Marina imperiale giapponese (kyūjitai: 大日本帝國海軍 shinjitai: 大日本帝国海軍 Dai-Nippon Teikoku Kaigun[?·info] o 日本海軍 Nippon Kaigun, letteralmente "Marina dell'impero del Grande Giappone") fu l'apparato militare navale dell'Impero giapponese dal 1869 fino al 1947, quando venne disciolta in seguito alla rinuncia del Giappone all'uso della forza come mezzo per la risoluzione di dispute internazionali[1]. Negli anni venti fu la terza più grande marina militare del mondo dopo la statunitense U.S. Navy e la britannica Royal Navy. A causa della natura insulare del Giappone fu anche la più importante e significativa arma delle sue forze militari, visto che ogni offesa al territorio nazionale doveva provenire dal mare, così come ogni materia prima per l'industria considerato che il territorio stesso ne è privo[2].

Le origini della Marina imperiale giapponese risalgono alle prime interazioni con le nazioni del continente asiatico a partire dall'inizio del periodo feudale fino a raggiungere un picco di attività tra il XVI e il XVII secolo in un'epoca di scambi culturali con le potenze Europee. Nel 1854, dopo due secoli di stagnazione in seguito al periodo di isolazionismo imposto dagli shogun del periodo Edo, la marina giapponese era relativamente arretrata quando il paese venne forzatamente aperto al commercio dall'intervento statunitense. Questo condusse infine alla restaurazione Meiji, un periodo di modernizzazione e industrializzazione frenetico, accompagnata dalla reintegrazione del potere dell'imperatore del Giappone. Dopo un storia di successi, in alcuni casi contro nemici molto più potenti, come nella prima guerra sino-giapponese (1894-1895) e nella guerra russo-giapponese (1904-1905), la Marina imperiale giapponese fu quasi completamente annientata al termine della seconda guerra mondiale.

Dal termine della guerra le sue funzioni sono assolte dalla Forza marittima di autodifesa giapponese (JMSDF).

Origini[modifica | modifica sorgente]

Battaglia navale di Dan-no-Ura, 1185.

La marina come mezzo di trasporto e rifornimento[modifica | modifica sorgente]

Il Giappone ha alle spalle una lunga storia di rapporti navali col continente asiatico, che iniziano dai primi trasporti di truppe tra Corea e Giappone, all'inizio del Periodo Kofun, nel III secolo. Un episodio saliente dei rapporti tra Giappone e Corea fu la battaglia di Baekgang del 663, nel periodo Yamato, durante la quale il regno coreano Silla alleato della dinastia cinese Tang sconfisse pesantemente l'altro regno Baekje e i suoi alleati giapponesi, ponendo fine all'influenza nipponica sulla Corea fino al XVI secolo[3]. La marina fu vista dalla casta militare nipponica come un mezzo di trasporto o di combattimento individuale alla ricerca di gloria piuttosto che come uno strumento di potere e controllo del mare; nessuna strategia o tattica di combattimento venne sviluppata, al contrario che per la guerra terrestre, vista come l'unico mezzo per affrontare una guerra offensiva o difensiva. La sconfitta di Baekgang, costata alla marina nipponica 400 navi sulle 1000 impegnate, fu causata prevalentemente dal fuoco appiccato dagli arcieri coreani e dalle tattiche di combattimento di gruppo, con manovre a tenaglia e l'uso di formazioni serrate contro le spesso isolate navi nipponiche; per l'occasione la flotta coreana contava circa 170 navi, anche se più robuste e meglio armate[4].

Successivamente ai tentativi di Kubilai Khan di invadere il Giappone del 1281, lungo le coste dell'impero cinese divennero molto attivi i pirati giapponesi Wakō. Durante i tentativi di invasione mongola comunque l'opzione di attaccare in mare gli invasori non venne presa in considerazione, lasciando alle forze di terra coadiuvate da opere fortificate il compito di respingere la minaccia; gli attacchi in mare furono piuttosto iniziative individuali e le stesse unità navali operavano sotto il comando indipendente delle provincie e non sotto un comando unificato[4].

Samurai giapponesi mentre abbordano delle navi mongole nel 1281.

Il Giappone intraprese un grande sforzo costruttivo navale nel XVI secolo, durante l'Epoca Sengoku, quando i signori feudali in lotta per la supremazia organizzarono vaste marine militari costiere composte da centinaia di navi. Pare che in questo periodo, nel 1576, potrebbero essere state costruite le prime navi da guerra "corazzate" della storia, quando il daimyo Oda Nobunaga fece costruire sei Atakebune, grosse navi descritte come tessen ("navi di ferro")[5]: queste navi, chiamate anche Tekkōsen ((鉄甲船? letteralmente «navi corazzate in ferro»), erano chiatte armate con cannoni e fucili di grande calibro per sconfiggere i più grandi, ma non corazzati, vascelli usati dal nemico; nelle fonti occidentali le prime navi corazzate giapponesi sono descritte in The Christian Century in Japan 1549–1650[6], che cita il resoconto del viaggio in Giappone dal padre gesuita italiano Gnecchi Soldi Organtino nel 1578, o anche in A History of Japan, 1334–1615[7]. Queste navi erano considerate come fortezze galleggianti, piuttosto che come delle vere navi da guerra e furono usate solo in azioni costiere; con esse nel 1578 Nobunaga sconfisse la marina del Clan Mori alla bocca del fiume Kizu ad Osaka, durante un'operazione di blocco navale. Le navi corazzate di Nobunaga precedettero di qualche anno la costruzione delle navi tartaruga (o Geobukson) coreane, inventate dall'ammiraglio Yi Sun-sin e documentate per la prima volta nel 1592: le placche in ferro delle navi coreane ricoprivano solo il tetto per impedire intrusioni e non anche i fianchi delle navi; le prime navi corazzate occidentali risalgono solo al 1859 con la francese La Gloire[8]:

Durante tutta questa fase, i compiti della marina furono comunque il trasporto, il pattugliamento costiero e la raccolta di informazioni, quest'ultimo compito poco enfatizzato ma ben presente e perfettamente assolvibile con il naviglio leggero a disposizione[9]; il compito di combattere in modo organizzato altre forze navali o di proteggere le rotte di comunicazione non fu mai in questa fase una priorità o oggetto di interesse.

Durante l'invasione giapponese della Corea articolata in diverse successive campagne (1592-1598), Toyotomi Hideyoshi organizzò una flotta di circa 700 navi e 9.200 marinai[10] per il trasporto e il supporto di una forza terrestre di circa 160.000 uomini. Anche in questo caso però la marina venne vista solo come un supporto alla guerra terrestre e non come uno strumento di controllo del mare, tuttavia lo sbarco iniziale riuscì per la mancanza di opposizione a terra; questo però servì solo a utilizzare le navi ancora di più come un supporto alle operazioni terrestri, fino a che le navi da trasporto furono attaccate dalla potente marina della dinastia Joseon: i combattimenti navali venivano gestiti con tattiche mutuate dalle operazioni terrestri, con fuoco concentrato delle armi negli scontri individuali ma senza cooperazione tra le navi[11]. L'ammiraglio coreano Yi Sun-sin sconfisse più volte la marina giapponese, utilizzando le navi tartaruga, fino alla sua morte avvenuta nella vittoriosa battaglia di No Ryang[12]. L'unica parentesi di successo fu nella seconda campagna che vide la marina nipponica distruggere circa 160 navi coreane negli scontri di Geojedo e Chilcheollyang, in un momento nel quale Yi era caduto in disgrazia[13]. Dopo aver riorganizzato la marina, il Giappone vinse una battaglia contro l'ammiraglio Won Kyun della marina della dinastia Joseon e diversi scontri minori contro gli ammiragli Yi Eok Ki e Choi Ho della marina della dinastia Ming cinese. La rotta marina tra il Giappone e la costa meridionale della Corea venne protetta dall'attività della marina per tutta la campagna, permettendo la circolazione di uomini e rifornimenti.

Una Nave shuinsen del 1634, che combina tecnologie navali orientali ed occidentali.

Il Giappone costruì le sue prime grandi navi oceaniche all'inizio del XVII secolo in seguito alle relazioni con l'Occidente. Nel 1613 il daimyo di Sendai, d'accordo con il Bakufu Tokugawa costruì la Date Maru, una nave simile ad un galeone da 500 tonn, che trasportò prima l'ambasciata giapponese di Hasekura Tsunenaga alle Americhe e successivamente in Europa. A partire dal 1604 il Bakufu commissionò circa 350 navi shuinsen, solitamente armate e dotate anche di tecnologie occidentali, principalmente per il commercio con il sud est asiatico. La marina dello shogunato aveva già inflitto una sconfitta alle forze di Toyotomi nella battaglia di Osaka del 1614. Sebbene lo Shogunato nel periodo Edo avesse imposto ai daimyō di non costruire navi oltre una certa dimensione, riservando questa prerogativa alla sola marina imperiale, questa non ebbe mai dimensioni imponenti, ed anche la Atakemaru, orgoglio della flotta e costruita nel 1630, venne superata ed infine rottamata nel 1682; da allora quindi rimasero a disposizione solo le navi di minore tonnellaggio, sekibune (unità di dimensione pari a 500 koku, con un koku pari a circa 180 litri) e kobaya (piccole imbarcazioni)[14].

L'isolazionismo[modifica | modifica sorgente]

A partire dal 1640 il governo giapponese decise di seguire la politica di isolazionismo (Sakoku) vietando ogni contatto con gli occidentali[15], sradicando il Cristianesimo e punendo con la morte la costruzione di navi oceaniche. Nel 1639 lo Shogunato proibì le visite alle navi portoghesi, ed i daimyō della costa vennero incaricati della sorveglianza costiera, particolarmente nell'isola di Kyushu, e due diversi tipi di stazioni costiere, urabansho e tōmibansho, vennero ideati e realizzati rispettivamente nel luglio 1639 e giugno 1640; nel maggio 1640 una missione portoghese inviata per chiedere la riapertura dei contatti e dei commerci venne trattata con estrema durezza: circa 60 rappresentanti vennero messi a morte e solo i non cristiani vennero risparmiati; temendo una conseguente rappresaglia portoghese le difese di Nagasaki, porto deputato agli scambi, vennero rafforzate e la loro efficacia venne provata nel 1647 quando due galeoni portoghesi vennero respinti durante una visita al porto; sebbene fosse poi stato notificato che la loro visita era tesa solo al ristabilimento delle relazioni commerciali, circa 1000 navi giapponesi saturarono la baia di Nagasaki circondando i galeoni ed obbligandoli a ritirarsi, dimostrando una effettiva capacità di controllo del mare attraverso una marina di tipo costiero[15]. Questa capacità però decadde rapidamente e nel 1808 (durante le guerre napoleoniche) una nave inglese, la HMS Phaeton, entrò sotto falsa bandiera olandese nella baia di Nagasaki, catturando tutti gli olandesi che si erano avvicinati per festeggiare i compatrioti e poi imponendo un rifornimento coattivo alla nave senza che le difese locali potessero impedirlo[15].

Lo studio delle tecniche occidentali di ingegneria navale riprese negli anni quaranta del XIX secolo e si intensificò insieme all'aumento di spedizioni occidentali lungo la costa del Giappone, dovuto al commercio con la Cina ed allo sviluppo della caccia alle balene. Nel 1852 il Bakufu, temendo ulteriori incursioni straniere ed avendo avuto notizia della prossima visita di una forza navale statunitense, iniziò a costruire la prima nave da guerra giapponese in stile occidentale dall'epoca dell'isolazionismo, la Shōhei Maru[16].

Nel 1853 e nel 1854 con una prova di forza delle nuove navi da guerra a vapore statunitensi il commodoro Matthew Perry ottenne l'apertura del paese al commercio internazionale con la convenzione di Kanagawa. Nella prima visita, Perry si presentò con quattro fregate delle quali due a vapore, che impressionarono molto per il loro colore nero e per l'impossibilità di controbatterle, ancorandosi nella baia di Edo (l'attuale baia di Tokyo) ed imponendo ai rappresentanti nipponici che tentarono di dirottarlo verso Nagasaki di accettare una lettera di richieste da parte dell'allora presidente Millard Fillmore con la promessa che sarebbe tornato l'anno seguente per la risposta. In effetti esistevano anche molte spinte interne verso la fine dell'isolazionismo, e comunque non era obiettivo dello Shogunato l'interdizione dei commerci ma solo la limitazione delle influenze esterne sulla società giapponese[17]. Pertanto il 31 marzo 1854 venne firmata la convenzione di Kanagawa cui a breve seguì il Trattato di amicizia e commercio nippo-americano del 1858 che permise l'insediamento di concessioni straniere, concesse l'extra-territorialità agli stranieri e impose tasse di importazioni minime sui beni importati dall'estero.

Il tentativo di costruire una forza navale d'altura[modifica | modifica sorgente]

La Kanrin Maru, la prima nave giapponese da guerra a vapore con propulsione a elica 1855

Non appena il Giappone fu costretto aprirsi alle influenze estere il governo Tokugawa iniziò una politica attiva di assimilazione delle tecniche navali occidentali. A quel punto venne iniziata una politica di creazione di infrastrutture che permettessero la costruzione di una forza navale, come dei centri di addestramento degli equipaggi a Nagasaki nel 1855 (chiuso nel 1859), Tsukiji (Edo) nel 1857, e Kobe nel 1863 (chiuso nel 1865). Nel 1855, con l'assistenza olandese[18], la Marina Giapponese acquisì la sua prima nave da guerra a vapore, la Kankō Maru, che venne usata come nave scuola presso il nuovo centro di addestramento navale di Nagasaki. Nel 1857 acquisì la sua prima nave da guerra a vapore con propulsione ad elica, la Kanrin Maru. Nel 1865 l'ingegnere navale francese Léonce Verny venne assunto per costruire i primi cantieri navali moderni giapponesi a Yokosuka e Nagasaki (nel 1861), ed acciaerie a Yokosuka e Yokohama nel 1865. A Nagasaki veniva impostata nel 1860 la nave da guerra a vapore con scafo in legno Chiyogadata[19]. L'addestramento degli equipaggi rimaneva comunque affidato ad istruttori stranieri ed anche la produzione di navi di grosso tonnellaggio veniva affidata a cantieri occidentali[16]. Negli anni 1867-68, una missione navale britannica, guidata dal capitano Richard E. Tracey, collaborò alla formazione della marina Imperiale e all'avviamento della Scuola Navale di Tsukiji.[20] Per diversi anni vennero inviati studenti presso scuole navali occidentali, iniziando una tradizione di dirigenti con un'educazione straniera, come gli ammiragli Tōgō e più tardi Yamamoto.

Prima della fine dello shogunato Tokugawa, nel 1867, la marina Tokugawa possedeva già otto navi da guerra a vapore in stile occidentale al comando dell'ammiraglia Kaiyō Maru, che furono usate contro forze pro-imperatore durante la guerra Boshin, al comando dell'ammiraglio Enomoto. Il conflitto culminò con la battaglia navale di Hakodate nel 1869, la prima battaglia navale moderna su larga scala giapponese e terminò con la sconfitta delle ultime forze fedeli ai Tokugawa e la restaurazione del governo imperiale.

Nel 1867 lo Shogunato acquistò la prima nave corazzata capace di affrontare l'oceano, la Kōtetsu, costruita come CSS Stonewall ma mai entrata in azione a causa della fine della guerra di secessione americana[21] e acquisita dalla US Navy. La nave arrivò in porto giapponese sotto bandiera nipponica nell'aprile 1868 ma essendo in corso la guerra Boshin tra lo shogunato e le forze imperiali, all'equipaggio statunitense venne dato ordine dal residente Van Valkenburgh di issare di nuovo la bandiera USA fino al termine delle ostilità[22]. Nel 1869 venne ceduta alle forze che sostenevano la restaurazione dell'imperatore Meiji e giocò un ruolo importante nella battaglia di Hakodate.

Creazione della Marina imperiale giapponese (1869)[modifica | modifica sorgente]

Kōtetsu (la ex CSS Stonewall), la prima moderna nave corazzata giapponese, 1869

A partire dal 1868, il reintegrato imperatore Meiji emanò riforme per industrializzare e militarizzare il Giappone, allo scopo di impedire che potesse essere sopraffatto dagli Stati Uniti e dalle potenze europee. Il 17 gennaio 1868 venne creato il Ministero degli Affari Militari (conosciuto anche come Ministero Esercito-Marina) con Iwakura Tomomi, Shimazu Tadayoshi e il principe Komatsu Yoshiakira come primi segretari. Il 26 marzo 1868 venne tenuta la prima rivista navale in Giappone (nella baia di Osaka), a cui parteciparono sei navi dalle marine private dei domini di Chōshū, Saga, Satsuma, Kurume, Kumamoto e Hiroshima, per un tonnellaggio complessivo di 2.252 ton, inferiore a quello dell'unico vascello straniero partecipante (una nave della Marina francese).

Nel giugno 1869, alla fine della guerra Boshin, le marine private dei domini vennero abolite e le loro 11 navi aggiunte ai sette vascelli sopravvissuti della defunta marina del bakufu Tokugawa per formare il nucleo della nuova marina imperiale giapponese[23], creata formalmente nel luglio 1869[24]. Inizialmente marina ed esercito furono controllate da un unico ministero, il Ministero degli affari militari (hyōbushō), che nel 1872 venne rimpiazzato da un Ministero dell'esercito (陸軍省) e uno della marina (海軍省 Kaigunshō?)[25]. Dall'ottobre 1873 fino al 1878 Katsu Kaishu fu ministro della marina.[26]

Inizialmente il nuovo governo considerò fondamentale la potenza marittima e il 4 maggio 1870 il Ministero degli affari militari sottopose al Consiglio di stato (dajōkan) una serie di pareri, strutturati in tre parti, nelle quali si poteva riscontrare la base per la creazione di una forza navale di altura avente come compito primario la difesa marittima del paese da attacchi esterni[25], e che avrebbe richiesto la creazione di una marina di 200 navi organizzate in dieci flotte.[27]. All'epoca però la marina giapponese poteva contare solo su 7 navi da guerra e 8 da trasporto[25] ed il piano venne abbandonato.[27] La nuova marina era sostanzialmente una collezione eterogenea di vascelli non in grado di operare insieme come una flotta, con equipaggi inesperti e, a causa del lungo periodo di isolamento internazionale del Giappone, privi di una forte tradizione marinara e della preparazione tecnica per gestire le navi moderne[28]. Per creare un moderno corpo di ufficiali venne creata nel 1869 un'accademia navale sul modello di quelle occidentali, nel quartiere di Tsukiji a Tokyo, che fin dal 1871 accettò studenti da tutto il Giappone, promossi sulla base del merito[29]. A differenza dell'esercito la marina non utilizzò l'atto di coscrizione del 1873 e cercò invece di reclutare volontari. Il risultato di queste politiche furono secondo lo storico Arthur Marder «ufficiali di competenza professionale indiscutibile, coraggio fanatico e straordinario élan»[30]

La necessità di concentrarsi sulle ribellioni domestiche, specialmente la ribellione di Satsuma del 1877 e la realizzazione della debolezza militare del Giappone rispetto alle potenze occidentali, forzarono il governo a concentrarsi sulla guerra terrestre[25][31]. La politica navale espressa dallo slogan Shusei Kokubō (守勢国防? "difesa statica") si concentrò sulla difesa delle coste, un esercito permanente, una marina costiera e condusse a un'organizzazione militare che dava la prevalenza all'esercito secondo il principio Rikushu Kaijū (陸主海従? "prima l'Esercito, poi la Marina")[32]. A quel punto, i possibili nemici del Giappone erano la Cina della dinastia Qing e ancora una volta la Corea[25].

I compiti della marina divennero a questo punto più ampi, quando in occasione della guerra franco-prussiana venne effettuata per la prima volta la suddivisione della flotta in squadre (shōkantai) con compiti istituzionali distinti come il pattugliameno di specifiche zone costiere e porti[33]. Nel 1893, in occasione dei tumulti che nelle isole Hawaii portarono alla caduta della monarchia ed all'aumento dell'influenza statunitense, le navi da guerra Kongō da Yokosuka e Naniwa in visita a San Francisco vennero inviate ad Honolulu per proteggere cittadini ed interessi giapponesi[33].

Sostegno britannico[modifica | modifica sorgente]

Allievi artiglieri sulla Jho Sho Maru, insieme al loro istruttore inglese, il tenente Horse, all'inizio del 1871

Durante gli anni settanta e ottanta del XIX secolo la Marina imperiale giapponese rimase essenzialmente una forza di difesa costiera, sebbene il governo Meiji continuasse il processo di modernizzazione. La Jho Sho Maru (ben presto ribattezzata Ryūjō Maru) progettata da Thomas Glover venne varata a Aberdeen in Scozia il 27 marzo 1869. Nel 1870 un decreto imperiale stabilì che la Royal Navy britannica e non la Marina olandese sarebbe stato il modello per lo sviluppo[34].

Dal settembre 1870 il tenente inglese Horse, in precedenza un istruttore di tiro per la Prefettura di Saga durante il periodo Bakumatsu, fu incaricato di addestrare gli artiglieri a bordo del Ryūjō.[34] Nel 1871 il ministero decise di inviare 16 cadetti all'estero per studiare le scienze nautiche (14 in Gran Bretagna, 2 negli Stati Uniti) e tra questi vi era Heihachiro Togo.[34] A sua volta, una delegazione navale britannica composta da 34 membri e diretta dal capitano Archibald Douglas si recò in visita in Giappone nel 1873 e vi rimase per due anni.[34] In seguito, il capitano L.P. Willan fu chiamato nel 1879 come istruttore per i cadetti navali.

Nei cantieri navali britannici furono costruite specificatamente per la Marina imperiale giapponese navi come la Fuso[35], la Kongo e la Hiei. In questo stesso periodo, emersero anche aziende private giapponesi di costruzioni navali come la Ishikawajima e la Kawasaki.

Nel 1883, furono ordinate due grandi incrociatori protetti ai cantieri navali britannici, la Naniwa e la Takachiho da 3.709 t di dislocamento: potevano raggiungere una velocità di 18,5 nodi (34 km/h), il ponte era protetto da una corazza spessa da 51 a 76 mm ed erano armate con due cannoni Krupp da 10,2 pollici (260 mm). L'ingegnere navale Sasō Sachū le progettò basandosi sulla classe Elswick di incrociatori protetti, ma con prestazioni migliorate. Si creò una corsa agli armamenti con la Cina che a sua volta si equipaggiò con due navi da battaglia tedesche da 7 453 t (la (Ting Yuen e la Chen-Yüan) ed un notevole numero di cannoniere[36]. Il Giappone, non essendo in grado di tenere testa alla flotta cinese con due soli moderni incrociatori, ricorse quindi all'assistenza francese per costruire una flotta moderna che potesse prevalere nel conflitto che si stava annunciando.

Influenza della "Jeune École" francese (anni 1880)[modifica | modifica sorgente]

Negli anni ottanta del XIX secolo la Francia divenne la nazione più influente sulla marina giapponese grazie alla dottrina militare della Jeune École ("Giovane scuola") che sosteneva l'uso di piccole, veloci navi da guerra, specialmente incrociatori e torpediniere contro unità navali più grandi[37]. Nel 1882 il governo Meiji emise il primo piano di espansione navale che prevedeva la costruzione di 48 navi da guerra, tra cui 22 torpediniere, nel corso di 8 anni, per una spesa di 26.670.000 yen. Inoltre erano previsti fondi per la costruzione di cantieri e industrie associate alla costruzioni di navi da guerra e per l'addestramento di tecnici e ufficiali.

La Matsushima di costruzione francese, ammiraglia della Flotta Imperiale Giapponese alla battaglia del fiume Yalu (1894)

I successi navali della marina francese contro la Cina nella guerra franco-cinese del 1883-85 parvero validare il potenziale delle torpediniere, un approccio attraente per una nazione dalle risorse limitate come il Giappone. Nel 1885 il nuovo slogan della Marina divenne Kaikoku Nippon (海国日本? letteralmente "Giappone Marittimo").

Nel 1886 il principale ingegnere navale francese Emile Bertin venne assunto per un periodo di quattro anni per rinforzare la marina giapponese e dirigere la costruzione degli arsenali di Kure e Sasebo. Sviluppò la classe di incrociatori Matsushima composta da tre unità, armate con un singolo, ma potente cannone principale, il Canet da 12,6"/38 (380 mm). Complessivamente Bertin supervisionò la costruzione di più di venti unità, che aiutarono la costituzione della prima vera forza navale moderna giapponese e permisero al Giappone di padroneggiare la costruzione di grosse unità, alcune importate dall'estero, altre costruite nell'arsenale di Yokosuka:

I cannoni da 320 mm (13 pollici) sull'incrociatore Matsushima

Questo periodo permise al Giappone di "acquisire le rivoluzionarie nuove tecnologie presenti nei siluri, nelle torpediniere e nelle mine, delle quali i francesi erano probabilmente all'epoca i migliori esponenti al mondo"[38]. Il Giappone acquisì i suoi primi siluri nel 1884 e istituì un "Centro di addestramento siluri" a Yokosuka nel 1886.

Queste navi ordinate durante gli esercizi finanziari del 1885 e 1886, furono l'ultimo grande ordine verso la Francia. L'inspiegato affondamento dell'incrociatore protetto Unebi, in rotta dalla Francia al Giappone, avvenuto nel dicembre del 1886, creò frizioni diplomatiche e dubbi circa la bontà dei progetti francesi.

Contratti con i Britannici[modifica | modifica sorgente]

La torpediniera Kotaka (1887)

Il Giappone si rivolse nuovamente al Regno Unito, ordinando una rivoluzionaria torpediniera, la Kotaka del 1887, considerata il primo vero esempio di cacciatorpediniere,[39] e l'incrociatore Yoshino, costruito dai cantieri Armstrong Whitworth di Elswick, Newcastle upon Tyne, che all'epoca del suo varo nel 1892, era il più veloce incrociatore del mondo.[40] Nel 1889, venne ordinato l'incrociatore protetto Chiyoda, costruito nei cantieri scozzesi lungo il fiume Clyde, una unità che contribuì a definire nel mondo la tipologia degli incrociatori corazzati.[41]

Dopo il 1882 e fino al 1918, anno della visita di una delegazione militare francese, la Marina imperiale cessò del tutto di affidarsi a istruttori stranieri. Nel 1886 produsse in autonomia una propria innovativa polvere da sparo migliorata (la cosiddetta "polvere marrone" o "prismatica") e, nel 1892, uno dei suoi ufficiali inventò un potente esplosivo del tipo polvere infume, che prese il nome dal suo inventore ("polvere Shimose").[20]

Prima guerra sino-giapponese (1894-1895)[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Prima guerra sino-giapponese.
I cinesi, insieme con i loro consiglieri russi, si arrendono all'ammiraglio Itoh Sukeyuki dopo la battaglia di Weihaiwei.

Il Giappone continuò la modernizzazione della sua marina, specialmente perché anche la Cina, con cui era in concorrenza per il controllo della Corea, stava potenziando la propria, con l'assistenza della Germania. All'epoca, venne creata la definizione di Flotta combinata, che riuniva temporaneamente per occasionali esigenze operative le componenti normalmente separata della flotta permanente o flotta in prontezza che era la componente con le unità più moderne ed efficienti, e della flotta occidentale, costituita dalle unità obsolete o di riserva; questa definizione durò fino allo scioglimento dovuto alla mancanza di unità da battaglia in condizioni operative e alla formale dissoluzione del 10 ottobre 1945. La prima guerra sino-giapponese venne dichiarata ufficialmente il 1º agosto 1894, sebbene si fossero già svolti alcuni combattimenti navali.

Il 1º settembre 1894 nella battaglia del fiume Yalu, la marina giapponese inflisse una dura sconfitta alla Marina Beiyang al largo della foce del fiume Yalu[42]. Nel corso della battaglia la Cina perse 8 navi da guerra su 12. Sebbene il Giappone emerse vittorioso, le due grandi navi da battaglia cinesi di produzione tedesca rimasero praticamente invulnerabili ai cannoni giapponesi, evidenziando il bisogno per navi da battaglia più grosse per la marina giapponese (la Ting Yuan fu infine affondata da siluri, mentre la Chen-Yuan venne catturata praticamente illesa). Il passo successivo dell'espansione della Marina imperiale giapponese fu di dotarsi di una combinazione di grandi navi da guerra pesantemente armate, affiancate da più piccole innovative unità offensive per mettere in atto tattiche aggressive. Dopo questo prima vittoria la Marina imperiale partecipò alla conquista della base navale di Port Arthur e infine ottenne un ultimo successo sul mare a Weihaiwei nel febbraio 1895[42].

Il conflitto terminò vittoriosamente con il trattato di Shimonoseki (17 aprile 1895) che assegnò al Giappone Taiwan e le isole Pescadores. La Marina imperiale giapponese prese possesso delle isole, tacitando ogni movimento di opposizione tra il marzo e l'ottobre 1895, e queste rimasero una colonia giapponese fino al 1945. Il Giappone ottenne inizialmente anche la penisola di Liaodong, con l'importantissima e strategica base navale di Port Arthur, ma venne poi forzato dalla Russia a restituirla alla Cina, e solo per vedere la Russia prenderne possesso poco dopo. Questo sarà il motivo determinante per lo scoppio della guerra con la Russia del 1904-1905.

Soppressione della ribellione dei Boxer (1900)[modifica | modifica sorgente]

Forze speciali navali giapponesi, comandate dall'ammiraglio sir Edward Hobart Seymour durante la ribellione dei Boxer.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Ribellione dei Boxer.

La Marina imperiale giapponese intervenne di nuovo in Cina nel 1900 partecipando insieme alle potenze occidentali alla soppressione della ribellione dei Boxer. Alcune decine di marinai delle forze speciali navali imbarcati sulla nave Kasagi presero parte, guidati dal comandante Gitaro Mori, alla prima missione di salvataggio organizzata in fretta con forze deboli dall'ammiraglio britannico Edward Seymour per liberare le legazioni occidentali assediate a Pechino. Il tentativo si concluse con un fallimento e le truppe di Seymour furono costrette a ripiegare[43].

Il successivo intervento fu condotto con forze molto più consistenti e la marina imperiale fornì il numero di navi da guerra maggiore (18 su un totale di 50) e sbarcò il contingente maggiore di truppe dell'esercito e della marina tra quello delle nazioni partecipanti (20 840 soldati su un totale di 54 000) alla spedizione. Il contingente internazionale attaccò e conquistò i forti di Taku ed in questi scontri si distinse la cannoniera Atago[44], mentre 9.000 soldati giapponesi (guidati dal generale Yamaguchi) presero parte alla forza di spedizione del generale britannico Alfred Gaselee (costituita da circa 18.000 uomini) che marciò direttamente su Pechino[45].

Il conflitto consentì al Giappone di combattere al fianco delle nazioni occidentali, acquisendo conoscenze delle loro tattiche belliche.

Guerra russo-giapponese (1904-1905)[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerra russo-giapponese.
La Mikasa, nel 1905, una delle più potenti navi da guerra della sua epoca

In seguito alla prima guerra sino-giapponese ad all'umiliazione della restituzione forzata della Penisola di Liaodong alla Cina a causa delle pressioni russe (il "Triplice Intervento")[46], il Giappone continuò a potenziare la sua forza militare in preparazione di futuri scontri. Venne approvato un programma decennale di costruzioni navali con lo slogan "Perseveranza e determinazione" (臥薪嘗胆 Gashinshōtan?), con il quale furono commissionate 109 navi da guerra, per un totale di 200.000 t ed aumentato il personale della marina da 15.100 a 40.800 uomini. La nuova flotta consistette di[47]:

  • 6 corazzate: Mikasa, Asahi, Shikishima, Hatsuse, Fuji e Yashima tutte di costruzione britannica
  • 6 (poi portati ad 8) incrociatori corazzati: 4 di costruzione britannica, 2 italiana (Kasuga e Nisshin), 1 tedesca e 1 francese; quelli di costruzione britannica, tedesca e francese si basavano sul medesimo progetto, i 2 di fabbricazione italiana, più pesanti e paragonabili, per l'epoca, a corazzate di seconda classe, furono acquistati quando erano sugli scali per conto della Marina Argentina quando la guerra era imminente come rafforzamento della flotta per il Conflitto;
  • 9 incrociatori: 5 di costruzione giapponese, 2 britannica e 2 statunitense
  • 24 cacciatorpediniere: 16 britannici e 8 giapponesi
  • 63 torpediniere: 26 tedesche, 10 britanniche, 17 francesi e 10 giapponesi

Una di queste navi, la Mikasa, una delle più avanzate della sua epoca[48] fu ordinata dai cantieri navali della Vickers nel Regno Unito alla fine del 1898 e consegnata in Giappone nel 1902, ed è tuttora esistente, nave-museo e monumento alla battaglia di Tsushima, nel Porto di Yokohama, unica sopravvissuta del tipo pre-dreadnought.

Questi preparativi culminarono nella guerra russo-giapponese (1904-1905). Nella battaglia di Tsushima, l'ammiraglio Tōgō Heihachirō a bordo della Mikasa condusse la flotta combinata giapponese in quella che venne definita «la più decisiva battaglia navale nella storia»[49]. La flotta russa fu praticamente annientata: su 38 navi, 21 furono affondate, 7 catturate e 6 disarmate. Le perdite russe ammontarono a 4.830 morti e 5.917 prigionieri, quelle giapponesi a 110 morti, 3 torpediniere affondate[50].

La notizia della vittoria giapponese scatenò ondate di ammutinamenti nelle basi della Marina Russa a Sebastopoli, Vladivostok e Kronštadt[51]. Sconfitta ripetutamente sia in mare che per terra, la Russia ancora in grado di combattere, ma minacciata da una rivoluzione interna accettò di trattare la pace con il Giappone[52]. Il trattato di pace venne firmato il 5 settembre 1905, il Giappone acquisì dalla Russia il prestito della penisola del Liaotung inclusi Dalian e Port Arthur, la parte meridionale della Manchurian Railway, la parte meridionale dell'isola di Sachalin, la Russia rinunciò a tutti i suoi interessi in Corea (trasferiti al Giappone) e ottenne la parte settentrionale di Sachalin.[53]

La prima flotta di sommergibili giapponesi (dal No1 al No5, tutti progettati da Holland), alla rivista navale dell'ottobre 1905.

Prima della guerra russo-giapponese il Giappone si era anche interessato ai sommergibili e nel 1902 inviò una missione negli Stati Uniti, Francia e Regno Unito per esaminare vari modelli, ordinando quindi segretamente cinque sommergibili dello stesso modello dell'USS Holland alla Fore River Co., il primo sommergibile della United States Navy.[54] I sottomergibili arrivarono smontati a Yokosuka nel dicembre 1904 e il primo fu operativo solo nel giugno 1905, troppo tardi per prendere parte alla guerra.[54]

Verso una marina nazionale autonoma[modifica | modifica sorgente]

Satsuma, la prima nave nel mondo ad essere stata impostata come corazzata monocalibro

Dopo il conflitto con la Russia, il Giappone continuò nei suoi sforzi di realizzare una forte industria navale nazionale. Seguendo la strategia «Copia, migliora, innova»[55], navi straniere di diversi tipi furono analizzate in profondità, migliorandone spesso i requisiti tecnici e acquistate in coppie così da poter effettuare test e miglioramenti comparativi. Nel corso del tempo l'importazione di navi straniere venne progressivamente sostituita prima dall'assemblaggio e poi dalla costruzione completa nei cantieri giapponesi, partendo dalle navi più piccole, come le torpediniere e gli incrociatori nel 1880 fino alle navi da battaglia all'inizio del XX secolo. L'ultimo importante acquisto straniero fu quello dell'incrociatore da battaglia Kongō dai cantieri della Vickers nel 1913. Per il 1918 nessun aspetto della tecnologia navale giapponese era significativamente al di sotto degli standard mondiali.[56] Per il 1920 la Marina imperiale giapponese era diventata la terza marina militare mondiale ed era leader in diversi aspetti della tecnologia navale:

  • fu la prima marina militare (assieme a quella russa) a utilizzare il telegrafo senza fili in combattimento (nel 1905 alla battaglia di Tsushima);[57]
  • nel 1906 varò la nave da battaglia Satsuma, all'epoca per dislocamento la più grande nave da battaglia del mondo e la prima a essere stata progettata, ordinata e impostata come corazzata monocalibro;[58]
  • fu una delle prime marine ad intuire le grandi potenzialità dell'aeroplano, e nel 1914 era l'unica ad avere una primitiva dottrina operativa per questi mezzi.

Tra il 1905 e il 1910 il Giappone iniziò la costruzione nazionale di navi da battaglia. La Satsuma fu costruita in Giappone con circa l'80% di pezzi importati dal Regno Unito, ma la successiva classe Kawachi venne costruita con solo il 20% di pezzi di importazione.

Prima guerra mondiale[modifica | modifica sorgente]

In prosecuzione naturale dell'alleanza anglo-giapponese del 1902 il Giappone entrò nella prima guerra mondiale al fianco degli Alleati. Nel novembre 1914, dopo l'assedio anglo-giapponese di Tsingtao, la Marina imperiale giapponese occupò la base navale tedesca di Tsingtao nella penisola cinese di Shandong. Quello stesso anno, in agosto e settembre, un gruppo da battaglia venne inviato nel Pacifico centrale per inseguire lo squadrone tedesco dell'Asia orientale, che si spostò nell'Atlantico meridionale, dove venne intercettato da forze navali britanniche e distrutto nella battaglia delle isole Falkland. Il Giappone occupò gli ex-possedimenti coloniali della Germania in Micronesia, le isole Marianne (esclusa Guam), le isole Caroline e le isole Marshall, che rimasero colonie giapponesi fino alla fine della seconda guerra mondiale, con il Mandato del Sud Pacifico della Lega delle Nazioni.

Durante la prima fase del conflitto la Royal Navy chiede il supporto della Marina Imperiale in varie occasioni: l'inseguimento dello squadrone tedesco dell'Asia orientale, azioni di scorta ai convogli delle truppe ANZAC e la richiesta, rifiutata dal governo giapponese, di avere in affitto i quattro incrociatori della classe Kongo (navi di costruzione inglese e le prime navi giapponesi a montare pezzi da 356 mm). In seguito a ulteriori richieste di contribuire al conflitto e con lo sviluppo da parte della Germania, dal 1917, della guerra sottomarina indiscriminata, la Marina imperiale giapponese inviò nel marzo 1917 una forza speciale di cacciatorpediniere nel mare Mediterraneo. La flotta, comandata dall'ammiraglio Satō Kōzō e consistente nell'incrociatore corazzato Nisshin e di otto dei più nuovi cacciatorpediniere della Marina Giapponese fece base a Malta, proteggendo efficacemente il traffico navale alleato da Marsiglia e Taranto ai porti egiziani fino alla fine della guerra. Il cacciatorpediniere Sakaki venne silurato da un sommergibile della k.u.k. Kriegsmarine, e perirono con esso 59 fra ufficiali e marinai[59].

Al termine del conflitto la Marina imperiale giapponese ricevette come compensazione di guerra sette sommergibili tedeschi, che furono portati in Giappone per essere analizzati, contribuendo in maniera decisiva allo sviluppo dell'industria sottomarina giapponese.[60]

Periodo tra le due guerre[modifica | modifica sorgente]

Negli anni precedenti alla seconda guerra mondiale la Marina imperiale giapponese iniziò a strutturarsi specificatamente per combattere gli Stati Uniti d'America. Una lunga serie di espansioni militaristiche e l'inizio della seconda guerra sino-giapponese nel 1937 inimicarono gli Stati Uniti e questi vennero considerati sempre di più come nemici del Giappone.

La Hōshō, la prima portaerei specificatamente progettata per questo ruolo al mondo, 1922.

La Marina imperiale giapponese dovette affrontare prima e durante la seconda guerra mondiale considerevoli sfide, probabilmente più di ogni altra marina nel mondo[61]. Il Giappone, come la Gran Bretagna, dipendeva quasi completamente da risorse straniere per rifornire la sua economia, quindi la Marina imperiale giapponese doveva assicurarsi e proteggere le fonti di materie prime (specialmente le materie prime e il petrolio del sud-est asiatico), che erano lontane e controllate da paesi stranieri (Regno Unito, Stati Uniti e Paesi Bassi). Per assolvere a questo compito, erano necessarie grandi navi da guerra, dotate di estesa autonomia.

Questi requisiti, però, non erano nello stesso tempo compatibili con la dottrina militare navale giapponese della "battaglia decisiva". Gli strateghi nipponici non consideravano importante il raggio di azione delle navi nel caso di un conflitto,[62], ma teorizzavano di condurre la guerra, consentendo alla marina militare statunitense di muoversi nel Pacifico, utilizzando i sommergibili per indebolirla, per poi impegnarla dopo averla sottoposta a questo tipo di attrito in una "area per la battaglia decisiva", da scegliere vicino al Giappone.[63] Questa impostazione era in accordo con le teorie dello stratega navale Alfred Thayer Mahan, che tutte le marine mondiali condividevano prima della seconda guerra mondiale: secondo questo pensatore, le guerre si sarebbero decise mediante scontri tra le flotte di navi da battaglia, come era stato per oltre trecento anni.[64]

Alla luce di questa impostazione dottrinale, il Giappone affrontò la conferenza navale di Washington del 1922 per il disarmo. Le maggiori potenze navali si riunirono per limitare la corsa agli armamenti, negoziando un congelamento dei rapporti di forze, espressi come rapporti tra i tonnellaggi di tutte le unità. Il Giappone, seguendo le direttive di Satō, che senza dubbio era stato influenzato da Mahan,[62] chiese gli venisse consentito di mantenere una flotta con un tonnellaggio complessivo pari al 70% di quello degli avversari principali: la U.S. Navy statunitense e la Royal Navy britannica. In termini tecnici, i coefficienti richiesti erano Royal Navy:U.S. Navy:Marina imperiale, 10:10:7, e ciò avrebbe dato al Giappone la superiorità nella "area per la battaglia decisiva". L'esito dei negoziati fu però differente per l'insistenza degli Stati Uniti che chiesero un rapporto del 60%, ritenendolo più equilibrato, e perciò il trattato navale di Washington fu firmato con un rapporto 10:10:6 (o 5:5:3 come effettivamente riportato).[65] Il Giappone, a differenza di quanto fecero altre nazioni che firmarono il trattato, rispettò i suoi impegni, anche quando con il tempo il trattato venne considerato superato dagli altri firmatari.

La situazione era in conflitto anche la sua passata esperienza di guerre navali. L'inferiorità numerica e industriale nipponica avrebbe portato negli anni successivi a delineare un politica di ricerca della superiorità tecnica (meno navi, ma più veloci e più potenti), superiorità nell'addestramento del personale, sviluppo di tattiche aggressive (attacchi audaci e veloci per sopraffare il nemico, la ricetta dei successi ottenuti nei conflitti precedenti). Come poi si sarebbe dimostrato, le scelte furono sbagliate, perché non si tenne conto del fatto che i nemici nella successiva guerra del Pacifico non avrebbero dovuto seguire le limitazioni di tipo politico e geografico delle guerre precedenti, né avrebbero tolleraro alte perdite in navi ed equipaggi.[62][66]

Pertanto, durante il periodo fra le due guerre mondiali, il Giappone prese la guida in numerose aree di sviluppo degli armamento navali:

  • Nel 1921 varò la Hōshō, la prima portaerei specificatamente progettata come tale a essere completata, e successivamente sviluppò una flotta di portaerei seconda a nessuna.
  • La Marina imperiale giapponese fu la prima marina a installare cannoni da 14 pollici (356 mm) (sulla Kongō) e 16 pollici (406 mm) (sulla Nagato) e l'unica a installare cannoni da 18,1 pollici (460 mm) (sulla Yamato).
  • Nel 1928, varò l'innovativa classe Fubuki di cacciatorpediniere, che introdusse torrette chiuse per i suoi cannoni da 127mm/50, dal 1930 col suo decimo esemplare capaci anche di fuoco contraereo poiché l'elevazione fu portata da 40° a 70°[67]; le navi avevano anche tre lanciatori tripli per siluri "Long Lance" con propulsione a ossigeno da 24" (610 mm) e 9 siluri di scorta. Fu un progetto successivamente imitato da altre marine.
  • Il Giappone sviluppò il siluro Type 93 ("Long Lance") con propulsione a ossigeno, generalmente riconosciuto come il miglior siluro del mondo, fino alla fine della seconda guerra mondiale[68]
Il capitano Sempill illustra un Gloster Sparrowhawk all'ammiraglio Tōgō Heihachirō, 1921.

Il Giappone continuò a ricercare l'esperienza di esperti stranieri in aree in cui era arretrato rispetto all'Occidente: nel 1921 ricevette per un anno e mezzo la missione Sempill, un gruppo di istruttori aeronavali britannici che addestrarono la Marina imperiale giapponese su diversi nuovi aerei, come il Gloster Sparrowhawk, e su vari aspetti tecnici, come le tattiche di attacco con aerosiluranti e il controllo di volo.

Negli anni precedenti alla guerra due scuole di pensiero si affrontarono sul fatto se la marina avrebbe dovuto essere incentrata su potenti navi da battaglia che avrebbero potuto vincere su quelle statunitense nelle acque giapponesi, o su una flotta aggressiva di portaerei. Nessuna delle due prevalse ed entrambi i tipi di navi vennero sviluppate, con il risultato che nessuna delle due soluzioni riuscì a diventare una forza predominante contro l'avversario statunitense. Una debolezza consistente delle navi da guerra giapponesi fu la tendenza ad incorporare armamenti e motori troppo potenti in confronto alle dimensioni delle navi (una conseguenza del trattato di Washington) portando a mancanze in stabilità, protezione e forza strutturale.[69]

Seconda guerra mondiale[modifica | modifica sorgente]

All'epoca della seconda guerra mondiale la Marina imperiale giapponese era amministrata dal Ministero della Marina del Giappone e controllata dal Capo dello Stato Maggiore della Marina imperiale giapponese basato del Quartier Generale Imperiale. Per poter combattere la numericamente superiore marina statunitense, dedicò molte risorse alla creazione di una forza superiore in qualità e quantità a ogni altra marina dell'epoca. In conseguenza di ciò probabilmente il Giappone disponeva, allo scoppio della seconda guerra mondiale della più sofisticata marina militare del mondo.[70]. La marina imperiale, infatti, rappresentava un formidabile strumento bellico, e sebbene inferiore alle marine britannica e statunitense, disponeva ugualmente di un poderoso contingente navale.

La marina imperiale era infatti allo scoppio della guerra la terza forza nella graduatoria mondiale: essa schierava un imponente forza comprendente 11 navi da battaglia (che diventeranno 12 nel 1941)[71], tra queste vi era la corazzata Yamato, che con le sue 64.170 tonnellate e i 9 cannoni da 460 millimetri, era la più moderna e potente nave da battaglia dell'intero conflitto. Alla squadra da battaglia si aggiungevano 6 portaerei di squadra e 4 leggere[71], che allo scoppio della guerra schieravano la più moderna e addestrata forza aereo-navale del mondo. Anche il naviglio secondario era gigantesco: 18 incrociatori pesanti e 19 leggeri[71] a cui si aggiungevano 108 cacciatorpediniere (117 nel 1941)[71] e 87 sommergibili (dei quali 11 di tipi obsoleti)[71]; complessivamente in termini di tonnellaggio la marina imperiale stazzava 1.150.000 tonnellate, secondo solo alla marina britannica (2.100.000) e americana (1.700.000).

Tuttavia malgrado l'impressionante potenziale la marina imperiale presentava alcune lacune che alla lunga si sarebbero rivelate estremamente deleterie per il proseguimento della guerra. Scommettendo sul successo di una tattica aggressiva il Giappone non investì in modo significativo in strutture difensive: avrebbe dovuto essere capace di proteggere le sue lunghe linee di rifornimento contro i sommergibili nemici, cosa che non riuscì mai a fare, particolarmente non investì sufficientemente in navi scorta antisommergibile e antiaeree, e inoltre non disponeva di un'efficace strumentazione radar. D'altronde, il vertice della Marina Imperiale, nella persona dell'ammiraglio Yamamoto, stimava in sei mesi il tempo che il Giappone aveva a disposizione per vincere la guerra prima di venire sovrastato dalla macchina da guerra statunitense

L'attacco a Pearl Harbor, che ebbe come risultato apparentemente eclatante l'affondamento di cinque navi da battaglia e la distruzione di alcune centinaia di aerei statunitensi, in realtà non fu così efficace come avrebbe dovuto, perché le tre portaerei statunitensi allora in servizio nella Flotta del Pacifico non erano in rada il giorno dell'attacco. Fu proprio l'assenza di queste unità che vanificò in parte l'attacco e che determinò l'annullamento dell'ultima ondata programmata, che avrebbe dovuto distruggere i depositi di carburante e i bacini di carenaggio di Pearl Harbor. Quattro delle moderne portaerei di squadra impegnate nell'operazione verranno poi affondate durante la battaglia delle Midway proprio dagli aerei di una delle portaerei scampate all'attacco.[72][73]

Anche se la battaglia delle Midway segnò l'arresto della espansione militare giapponese, fu solo durante la campagna di Guadalcanal, contrassegnata da numerose battaglie aeronavali oltre che da cruenti episodi a terra, che si ebbe una decisiva inversione di tendenza. Durante questa fase, iniziata durante la precedente battaglia del mar dei Coralli, nella quale le forze giapponesi e le due portaerei della classe Shōkaku persero 92 aerei[74], la flotta combinata perse una gran parte della componente aerea assegnata alle sue portaerei, rendendole così uno strumento privo di efficacia reale. Il colpo finale venne però inferto dagli statunitensi durante la battaglia del Mare delle Filippine: più che le perdite in termini di velivoli, furono irrecuperabili le perdite degli addestrati piloti, rimpiazzati da nuovi equipaggi con poca esperienza e facili prede dei caccia statunitensi nelle successive operazioni.[75]

Anche il resto del naviglio di superficie subì pesanti perdite durante queste fasi: in particolare durante la campagna di Guadalcanal le navi perdute furono 38, e da 60 ad 880 aerei distrutti.[76] Conseguenza diretta delle gravi perdite subite fu che durante l'ultima fase della guerra la Marina imperiale giapponese ricorse ad una serie di misure disperate, incluso l'uso di attacchi suicidi aerei (vedi kamikaze) e navali, come i Kaiten o siluri umani.

Navi da battaglia[modifica | modifica sorgente]

Yamato, la più grande nave da battaglia della storia, nel 1941

Il Giappone continuò ad attribuire un considerevole prestigio alle navi da battaglia e si impegnò a costruire le più grandi e potenti navi del periodo. La Yamato, la più grande e pesantemente armata nave da battaglia della storia venne varata nel 1941.

Nella seconda parte della seconda guerra mondiale furono combattute le ultime battaglie fra grandi navi da battaglia. Durante la battaglia navale di Guadalcanal, il 15 novembre 1942, le corazzate USS South Dakota e USS Washington ingaggiarono, affondandola, la nave da battaglia giapponese Kirishima al prezzo di gravi danni per la South Dakota che incassò numerosi colpi dalla stessa Kirishima e dalle altre navi della formazione nipponica[77]. Nella battaglia del Golfo di Leyte, il 25 ottobre 1944, sei corazzate guidate dal contrammiraglio Jesse B. Oldendorf aprirono il fuoco contro le corazzate giapponesi Yamashiro e Fusō, reclamandone l'affondamento. In realtà le due navi erano già state danneggiate gravemente dagli attacchi delle siluranti e la Fusō era stata spezzata in due[78].

La maturità raggiunta dall'arma aerea, nel conflitto del pacifico, mostrò tutti i limiti delle grandi navi da battaglia che furono relegate ai ruoli di bombardamento costiero e scorta alle portaerei. La Yamato e la sua gemella Musashi furono affondate dai bombardieri molto prima di poter raggiungere a distanza di tiro la flotta statunitense.

Il rapido progresso della tecnologia portò alla cancellazione dei progetti delle corazzate della classe successiva alla Yamato: il progetto A-150 detto anche Super Yamato, iniziato nel 1938, fu poi accantonato in favore di altri tipi di nave quali le portaerei.[79]

Portaerei[modifica | modifica sorgente]

Numerosi Mitsubishi A6M Zero sul ponte della portaerei giapponese Shōkaku si preparano ad un attacco a Pearl Harbor

Il Giappone enfatizzò particolarmente le portaerei. La Marina imperiale giapponese iniziò la guerra del Pacifico con 10 porteerei, all'epoca la più grande e moderna flotta del mondo di questo tipo.[80] Comunque diverse portaerei giapponesi erano di piccole dimensioni in accordo alle limitazioni imposte alla marina dalle Conferenze Navali di Londra e Washington. All'inizio delle ostilità gli Stati Uniti possedevano 6 portaerei, di cui solo 3 operavano nel Pacifico, mentre il Regno Unito ne possedeva 3, di cui solo 1 operante nell'oceano Indiano.[80] Le portaerei giapponesi come la Shōkaku e la Zuikaku avevano ottime caratteristiche se confrontate con ogni altra portaerei contemporanea fino allo sviluppo statunitense a guerra in corso della classe Essex. Per un confronto con le portaerei statunitensi della classe Yorktown, superiori per numero di aerei trasportati (90 contro 72), le Zuikaku avevano una stazza superiore, di 32.000 t a pieno carico contro le 25.000 t delle statunitensi ed una velocità superiore (34 nodi contro 32) che permetteva operazioni di volo agli aerei a pieno carico con un minore vento di prora.

Comunque in seguito alla battaglia delle Midway nella quale furono affondate quattro portaerei giapponesi, la Marina imperiale giapponese si trovò improvvisamente a corto di questo tipo di navi, e iniziò una serie di progetti ambiziosi per convertire vascelli militari e commerciali in portaerei di scorta come la Hiyo e Shinano, che divennero le più grandi portaerei della seconda guerra mondiale. La Marina tentò anche di costruire delle portaerei di squadra, ma la maggior parte di questi progetti non venne completata prima della fine della guerra.

Navi mercantili armate (Tokusetsu Junyokan)[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Navi mercantili armate giapponesi.

Il successo delle navi corsare tedesche nella prima guerra mondiale attirarono l'attenzione della Marina imperiale giapponese. Nel 1941, la Aikoku Maru e la Hokoku Maru, due navi passeggeri e da carico della Osaka Shipping Line che gestiva i viaggi marittimi con il Sud-America, furono requisiti per essere convertiti in incrociatori ausiliari o (Armed Merchant Cruisers - AMC).

Prima e durante la guerra del Pacifico, il Giappone convertì in totale 13 navi mercantili in AMC.

Questo fu dovuto al successo iniziale delle due navi classe Aikoku Maru, (la Aikoku Maru e la Hokoku Maru), anche se alla fine del 1943, 5 di queste navi risulteranno affondate, tanto che lo Stato Maggiore della Marina imperiale giapponese convertì 6 delle rimanenti corsare in trasporti e navi appoggio, mentre le ultime due verranno perse in azione nel 1944.

Navi ausiliarie[modifica | modifica sorgente]

Alla fine del 1941, la Marina imperiale giapponese requisì cinque navi mercantili per convertirle in navi trasporto sottomarini (Sensui-Bokan): esse erano la Heian Maru, la Yasunuki Maru, la Nagoya Maru, la Rio de Janeiro Maru e la Santos Maru. Nel 1942 le navi erano pronte come trasporti sommergibili, poi nel 1942 si aggiunse la Hie Maru e nel 1943 la Tsukushi Maru. La Nagoya Maru fu ritirata e riutilizzata come trasporto nel 1942, stessa sorte la subirono la Hie Maru e la Santos Maru che furono riutilizzate come trasporto nel 1943. Nel 1945 subì la stessa fine la Tsukushi Maru.

Ben 19 navi ausiliarie furono trasformati in navi trasporto aerei (Tokusetsu Suijoki-Bokan); di queste una era della classe Tsurumi, quattro erano della classe Kamikawa Maru, una della classe Sanyo Maru, una della classe Notoro, due della classe Kashii Maru, una della classe Kamoi e due erano della classe Sakito Maru. Trasportavano ognuna tra i 12 ai 18 aerei. Le rimanenti sette navi della classe Chitose furono trasformate in vere e proprie portaerei, ognuna con una forza aerea comprendente tra i 20 e i 30 aerei.

Aviazione navale[modifica | modifica sorgente]

Un kamikaze, in questo caso un Mitsubishi Zero in procinto di colpire la USS Missouri.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Dai-Nippon Teikoku Kaigun Kōkū Hombu.

Il Giappone iniziò la guerra con una forza aeronavale ottimamente addestrata e impostata su di alcuni dei migliori aeroplani da combattimento dell'epoca: il Mitsubishi A6M (famoso come "Zero") era considerato il miglior caccia imbarcato al mondo all'inizio della guerra, il bombardiere Mitsubishi G3M aveva una raggio d'azione e una velocità di tutto rispetto e il Kawanishi H8K era uno dei migliori idrovolanti del mondo.[81] Il corpo aereo della Marina imperiale, all'inizio della guerra era di altissimo livello, paragonandolo ai suoi omologhi contemporanei nel mondo, grazie all'addestramento e all'esperienza bellica maturata durante la seconda guerra sino-giapponese.[82] La marina aveva anche alle sue dipendenze una valida forza di bombardamento tattico basata sui bombardieri G3M e G4M, che stupirono il mondo riuscendo ad affondare per la prima volta nella storia una corazzata nemica in mare in movimento e in grado di difendersi, colpendo la HMS Prince of Wales e la HMS Repulse.[83]

Con il proseguire della guerra gli Alleati scoprirono rapidamente le debolezze dell'Aviazione Navale Giapponese. Sebbene la maggior parte degli aerei fosse caratterizzata da una grande autonomia, erano molto limitati in corazzatura ed armamento difensivo. In conseguenza di ciò i più numerosi e pesantemente armati e corazzati aerei statunitensi furono in grado di sviluppare tecniche che annullavano rapidamente il vantaggio degli aerei giapponesi. Inoltre, a causa di ritardi nello sviluppo dei motori, la Marina Giapponese incontrò grandi difficoltà nello sviluppare nuovi e competitivi progetti con il proseguire della guerra, da ciò ne conseguì la produzione in massa di aerei con debolezze note. In seguito alla battaglia del golfo di Leyte la Marina Giapponese optò sempre di più per l'uso di aerei in ruolo di kamikaze.

Sommergibili e sottomarini[modifica | modifica sorgente]

Sommergibile della Marina imperiale giapponese classe I-400, il più grande tipo di sommergibili della seconda guerra mondiale

Il Giappone possedette di gran lunga la più diversificata flotta di sommergibli della seconda guerra mondiale, incluse torpedini guidate (Kaiten), sottomarini tascabili (Ko-hyoteki, Kairyu), sommergibili costruiti per missioni specifiche (soprattutto per rifornire le guarnigioni isolate dell'esercito, che ne gestiva anche il comando), sommergibili a lungo raggio d'azione (molti dei quali trasportavano un aereo), sottomarini (distinti dai sommergibili per avere maggiore velocità in immersione) già all'inizio del conflitto (Sentaka I-200) e sommergibili in grado di portare diversi bombardieri (il più grande della seconda guerra mondiale, il Sentoku I-400). Questi sottomarini furono anche equipaggiati con i siluri più avanzati del conflitto, i Long Lance con propulsione ad ossigeno.

Un aereo partito da uno di questi grandi sommergibili a lungo raggio, l'I-25, riuscì a compiere quello che è stato l'unico bombardamento del territorio continentale degli Stati Uniti. Il 9 settembre 1942, l'idrovolante Yokosuka E14Y in dotazione, venne assemblato a fianco del sommergibile, emerso con il favore del mare calmo, e raggiunse il territorio dell'Oregon, dove tentò di causare grandi incendi forestali lanciando due bombe incendiarie da 70 chili. L'azione non sortì alcun effetto, in quanto il clima di settembre non era favorevole per la propagazione degli incendi boschivi.[84]

Altre unità portarono a termine missioni transoceaniche, arrivando a operare fino all'Europa. Un idrovolante partito da sommergibile sorvolò la Francia in un raid a fini propagandistici.[85]

Il sommergibile I-8 a Brest in Francia nel 1943

Globalmente, nonostante le loro capacità tecniche, i sommergibili giapponesi non ebbero un gran successo. Vennero spesso usati in ruoli offensivi contro navi da guerra, che erano veloci, manovrabili e ben difese a confronto delle navi della marina mercantile. Nel 1942 i sommergibili giapponesi riuscirono ad affondare due portaerei di squadra, un incrociatore e alcuni cacciatorpediniere e altre navi, e a danneggiarne diverse altre, ma man mano che le flotte Alleate venivano rinforzate e riorganizzate non furono in grado di mantenere buoni risultati e verso la fine della guerra vennero invece usati per trasportare rifornimenti alle guarnigioni sulle isole. Durante la guerra il Giappone riuscì ad affondare circa 1 milione di tonnellate di navi mercantili (184 navi), in confronto al 1,5 milione di tonnellate della Gran Bretagna (493 navi), 4,65 milioni di tonnellate degli USA (1.079 navi) e 14,3 milioni di tonnellate della Germania (2.840 navi).

I primi modelli non furono molto manovrabili in immersione, non potevano raggiungere grandi profondità e mancavano di radar. Durante la guerra anche unità che erano state equipaggiate con un radar furono in alcuni casi affondate grazie alla capacità dei rilevatori di emissioni radar statunitensi. Per esempio il sommergibile Batfish affondò tre sommergibili equipaggiati con radar nel corso di quattro giorni, nel febbraio 1945[86]. Al termine del conflitto molti dei più originali sommergibili e sottomarini giapponesi (I-400, I-401, I-201 e I-203) vennero inviati alle Hawaii nell'ambito della "operazione Road's End ("Fine della Strada") prima di essere affondati dalla United States Navy nel 1946 quando i sovietici chiesero di poterli visionare.

Forza di Autodifesa[modifica | modifica sorgente]

In seguito alla resa agli Stati Uniti al termine della seconda guerra mondiale ed alla successiva occupazione del suolo patrio, l'intera Marina imperiale giapponese venne dissolta con la nuova costituzione che afferma: «Il popolo giapponese rinuncia per sempre alla guerra come diritto sovrano della nazione ed alla minaccia dell'uso della forza come mezzo per risolvere le dispute internazionali».

L'attuale marina giapponese è subordinata al comando della Jieitai, la Forza di Autodifesa Giapponese (o anche JSDF - Japan Self Defense Forces), sotto la designazione di Forza Marittima Giapponese di Auto-Difesa (JMSDF - Japan Maritime Self-Defense Force)

Azioni principali[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Principali battaglie della Marina imperiale giapponese.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ come sancito dall'articolo 9 della Costituzione del Giappone
  2. ^ Sajima, p. 1.
  3. ^ Sajima, pp. 3-4.
  4. ^ a b Sajima, pp. 16-18.
  5. ^ (EN) Stephen Turnbull, Fighting Ships of the Far East (2): Japan and Korea AD 612-1639, Osprey Publishing, 2003, p. 34, ISBN 1-84176-478-7. URL consultato il 25 agosto 2013.
  6. ^ C.R. Boxer The Christian Century in Japan 1549–1650, pag. 122
  7. ^ A History of Japan, 1334–1615 di Georges Samson, pag. 309 ISBN 0-8047-0525-9
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