Ribellione dei Boxer

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Ribellione dei Boxer
Forze Boxer in Tianjin.
Forze Boxer in Tianjin.
Data 2 novembre 1899 - 7 settembre 1901
Luogo Cina
Causa Trattati ineguali, ingerenze occidentali e giapponesi in Cina
Esito Vittoria dell'alleanza delle otto nazioni
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
(20.000 iniziali)
50.255 totali (corpo di spedizione)
Russia 100.000 russi per l'occupazione della Manciuria
China Qing Dynasty Flag 1889.svg 70.000 truppe imperiali
Yihetuan flag.png 100.000 - 300.000 Boxer
Perdite
1.003 soldati stranieri (soprattutto giapponesi e russi)[1]
526 stranieri e cristiani cinesi
2.000 truppe imperiali[1]
"tutti" i Boxer (numero sconosciuto)

32.000 cristiani cinesi e 200 missionari uccisi dai Boxer (nel nord della Cina)[2]
100.000 civili uccisi dai Boxer in totale[3]
5.000 civili uccisi dai soldati stranieri in totale[3]
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La Ribellione dei Boxer, Rivolta dei Boxer o Guerra dei Boxer, fu una ribellione sollevata in Cina da un grande numero di organizzazioni cinesi popolari, contro l'influenza straniera colonialista, riunite sotto il nome di Yihetuan (cioè Gruppi di Autodifesa dei Villaggi della Giustizia e della Concordia).

La rivolta ebbe come base sociale molte Scuole di Kung fu (identificate come scuole di pugilato) che inizialmente utilizzarono il nome di Pugili della Giustizia e della Concordia, che i missionari nei loro resoconti resero solamente come Boxer.

La rivolta e le sue cause[modifica | modifica sorgente]

La Cina nel XIX secolo[modifica | modifica sorgente]

In seguito alla guerra dell'oppio e alla rivolta dei Taiping, la Cina era stata ulteriormente indebolita dall'aggressione nipponica del 1894-1895, cosicché le grandi potenze l'avevano suddivisa in zone d'influenza. Alla fine del XIX secolo, il risentimento nei confronti degli occidentali giunse al suo apice a causa della continua ingerenza straniera negli affari interni della Cina, con la connivenza passiva dell'Imperatrice vedova Cixi.

Erano gli anni del grande assalto all'impero di mezzo, in piena decadenza con la dinastia dei Manciù, per strappare concessioni territoriali, zone di influenza, miniere e appalti per la costruzione delle ferrovie. Erano in corsa, per la spartizione, inglesi, russi, giapponesi, tedeschi. Sembrava che la Cina stesse per fare la stessa fine dell'Africa: a fine Ottocento erano già 62 i settlements stranieri presenti in Cina.[4] La rabbia derivava non tanto dall'invasione di una nazione sovrana, quanto dalla sistematica violazione delle tradizioni e regole di comportamento cinesi, che non venivano perseguite perché di fatto gli Occidentali erano immuni da qualsiasi procedimento.

Questo risentimento crebbe fino al punto di portare alla distruzione e alla violenza contro aziende straniere, loro dipendenti, e persino oggetti quali violini, automobili, linee telefoniche, ecc. Anche se il governo Qing condannò formalmente le azioni violente, non ne perseguì i responsabili. I disordini antioccidentali iniziarono nel 1899, la guerra vera e propria contro le truppe occidentali cominciò nel giugno 1900 e durò fino al 7 settembre 1901, durante gli anni finali dell'impero Manciù in Cina sotto la guida della dinastia Qing.

La rivolta dei Boxer[modifica | modifica sorgente]

Ribelli Boxer.
Un Boxer durante la rivolta.

A scatenare una nuova e furiosa corsa alla spartizione fu, nel giugno 1900, l'assedio posto dai Boxer al quartiere delle legazioni a Pechino, assedio sostenuto anche da reparti dell'esercito regolare con il tacito consenso dell'imperatrice Cixi. I membri dei Gruppi di Giustizia e Concordia erano chiamati semplicemente "Boxer" dagli occidentali, per via della loro pratica di arti marziali. Il nome stesso dei Boxer viene dalla corretta traduzione del nome dell'organizzazione a capo della rivolta, che erroneamente è qui stato reso come "Società di giustizia e concordia" seguendo un trafiletto preso dalla Settimana Enigmistica.[5].

Infatti inizialmente i rivoltosi presero il nome di Pugili della Giustizia e della concordia (Yihequan) ed in seguito quello di Gruppi di Autodifesa della Giustizia e della Concordia (Yihetuan), o di Pugni della concordia e della giustizia, o ancora dei Pugni Chiusi Giusti, quindi con nulla a che vedere con il termine Società[6]. I Boxer raggruppavano contadini senza terre, carrettieri, artigiani, portatori di sedie, piccoli funzionari, ex soldati. Essi vedevano con autentico terrore l'ampliamento della rete ferroviaria, la costruzione delle linee telegrafiche, la comparsa sulle vie fluviali di navi a vapore, l'apparizione di tessuti e filati fabbricati a macchina. Tutte novità che, nell'immediato, toglievano loro posti di lavoro. Portatori di queste novità erano gli stranieri, in modo particolare gli ingegneri delle ferrovie e delle miniere. Essi erano ferocemente odiati assieme a un'altra categoria, quella dei missionari, cattolici e protestanti. Un testo cinese redatto all'epoca di Mao Zedong spiega che:

« questi missionari stranieri, i cattolici soprattutto, mentre facevano costruire chiese si impadronivano di terre, minacciavano i funzionari locali, s'ingerivano nell'amministrazione, intervenivano nello svolgimento dei processi, raccoglievano vagabondi e ne facevano dei "convertiti", di cui si servivano per opprimere le masse. Un tal modo di agire non poteva che provocare l'indignazione del popolo cinese.[7] »

Una fonte meno sospetta, quella dello storico britannico Peter Fleming, giungeva però alle stesse conclusioni e precisava che le pretese secolari dei missionari cattolici erano senza limiti. In una istanza al trono, presentata il 15 marzo 1899, essi chiedevano che si riconoscessero loro, incondizionatamente e interamente, i diritti politici e i privilegi concessi ai cinesi di altissimo rango: per esempio l'equiparazione dei vescovi ai governatori generali. Fleming commentava così:

« L'effetto di questo provvedimento sull'opinione pubblica cinese può essere valutato approssimativamente immaginando quale sarebbe stata la reazione britannica se nel XIX secolo fosse stato annunciato nel bollettino di Corte che gli stregoni più anziani dovevano essere considerati pari ai governatori nell'ordine delle precedenze.[8] »

I Boxer si batterono da principio, oltre che per la salvaguardia delle tradizioni nazionali contro l'"inquinamento" straniero, anche in difesa dei contadini contro le soperchierie dell'amministrazione imperiali e dei grandi signori cinesi, ma i governanti di Pechino riuscirono poi a incanalare solo contro gli stranieri tutto l'odio dei Boxer.[9] La rivolta iniziò nel Nord della Cina come movimento contadino, anti-imperialista e antistraniero. Gli attacchi erano rivolti verso gli stranieri che stavano costruendo le ferrovie e violando il Feng shui, e verso i cristiani, considerati responsabili della dominazione straniera in Cina. Nel complesso chi pagò il prezzo più alto furono i cinesi cristiani, molte migliaia dei quali furono uccisi, e in grandissima maggioranza, 18.000, erano cattolici. Iniziata nello Shandong, diffusasi poi nello Shanxi e nell’Hunan, la Rivolta dei Boxers raggiunse anche lo Tcheli Orientale Meridionale, allora Vicariato Apostolico di Xianxian, affidato ai gesuiti, ove i cristiani uccisi si contarono a migliaia. Secondo alcuni storici, in tale Vicariato circa 5.000 Cattolici furono uccisi, di 3.069 di loro è stata accertata l'identità,[10] soprattutto nelle province di Shandong e Shanxi.

Nel maggio del 1898 una parte dei Boxers – i quali, sostituendo il secondo carattere nella scrittura del proprio nome, ora si facevano chiamare "I Ho Tuan", cioè Bande della Giusta Armonia - era diventata un'organizzazione volontaria di confine tra lo Shantung e il Chi li – la provincia intorno a Pechino - e il governatore dello Shantung, Chang Ju-mei, aveva comunicato al governo che intendeva incorporarli nella milizia locale. Ma i primi accenni di parte occidentale all'attività dei Boxer paiono risalire solo al maggio 1899, in seguito ai primi moti anticristiani. Da allora gli attacchi vibrati contro le missioni, i convertiti cinesi e i bianchi andarono aumentando e, quando il 31 dicembre 1899 venne ucciso un missionario protestante inglese, il corpo diplomatico cominciò a preoccuparsi. Vennero fatti passi congiunti presso lo Tsung-li Yamen - il ministero degli Esteri cinese - il 27 gennaio 1900, il 27 febbraio, il 5 e il 16 marzo e infine il 3 aprile chiedendo la messa fuori legge dei Boxers.

Man mano che le violenze e gli eccidi di convertiti aumentavano, i dispacci inviati in Europa si infittivano e, già il 7 marzo, i ministri plenipotenziari occidentali avevano suggerito ai rispettivi governi una dimostrazione navale congiunta per premere sul Governo cinese. Washington, Berlino e Roma accettarono e stabilirono l'invio di navi a Ta ku, il porto più vicino alla capitale; Parigi mise le proprie in preallarme e, davanti a questi movimenti, anche Londra stabilì di mandare un paio di unità. A questo si aggiunse la spaventata e molto soggettiva interpretazione dei fatti fornita ai diplomatici occidentali il 19 maggio dal vescovo cattolico francese Favier, il quale aveva concluso il suo rapporto chiedendo 50 uomini per proteggere il Pei T’ang, la Cattedrale. L’indomani erano stati trovati affissi per le vie dei manifesti in cui i Boxer annunciavano l’inizio del massacro degli stranieri il primo giorno della quinta luna; ma a ben vedere, se negli ultimi cinque mesi erano piovute minacce contro i “diavoli occidentali”, dopo la morte del missionario inglese c’era stato solo il ferimento leggero d’un impiegato francese e null'altro.

Allarmati da questi segnali di pericolo, il 28 maggio i diplomatici avevano però stabilito di chiamare truppe e ne avevano informato lo Tsung li Yamen. Questo, molto a malincuore, aveva dato il permesso formale; ma il ministro francese Pichon aveva già mandato ordini in tal senso a Ta ku. In realtà c’era nell'aria una forte tensione, ma non si parlava ancora di sollevazione e forse non sarebbe neanche scoppiata senza il richiamo dei reparti adibiti alla guardia alle Legazioni. La notizia di esso inasprì gli animi. Il 31 un gruppo di ingegneri ferroviari francesi e belgi venne aggredito a cinquanta chilometri da Tien tsin: quattro furono uccisi alcuni altri feriti e si ritenne il fatto – non a torto – un'ulteriore conferma del pericolo in cui versavano gli Occidentali.

L'intervento internazionale[modifica | modifica sorgente]

Militari delle Potenze durante la Ribellione dei Boxer, con le proprie bandiere navali, da sinistra a destra: (Naval ensign of Italy in 1900) Italia, (Flag of the United States in 1900) Stati Uniti, (Naval ensign of France) Francia, (Naval flag of Austria Hungary in 1900) Impero Austro-ungarico, (Naval flag of Japan) Impero Giapponese, Naval flag of the German Empire Impero tedesco, (White Ensign of the United Kingdom) Impero Britannico, (Naval jack of Russia) Impero russo. Stampa giapponese, 1900.

Il 1º giugno cominciarono ad arrivare i distaccamenti: le navi europee, giapponesi e americane a largo di Ta Ku fecero arrivare un contingente di 436 marinai (75 russi, 75 inglesi, 75 francesi, 60 statunitensi, 50 tedeschi, 41 italiani, 30 giapponesi e 30 austriaci) a Pechino per proteggere le rispettive delegazioni. Il 10 giugno l'ammiraglio britannico Seymour comunicò a Londra da Ta Ku che sarebbe partito quella mattina stessa per Pechino con i 2.000 marinai del secondo contingente occidentale – tra cui un altro contingente di marinai italiani. Come forze erano più dimostrative che altro; ma il loro movimento verso Pechino aveva preoccupato il popolo, esacerbato i Boxer e intimorito il Governo, il quale, già xenofobo di per sé, come era logico non gradiva certo la presenza di militari stranieri armati nella propria capitale.

Il ruolo del Governo[modifica | modifica sorgente]

Il governo dell'Imperatrice vedova Cixi, detta in patria "il vecchio Budda", si rivelò di fatto impotente. L'Imperatrice viveva in un continuo clima di sospetto, che la portava a temere tutti, compresi i cinesi nazionalisti (per i quali, in effetti, i sovrani mancesi erano una dinastia di usurpatori stranieri); Ci Xi odiava però di più gli europei e le loro "diavolerie moderne": non per caso, all'interno della Città Proibita erano vietati il telefono e l'uso delle biciclette. Anche se il governo Qing condannò formalmente le azioni violente, non ne perseguì dunque i responsabili e, anzi, dopo l'inizio dell'assedio alle Legazioni, il 20 giugno 1900 dichiarò guerra alle otto Potenze. La situazione infatti, fattasi sempre più tesa, giunse infine al punto di rottura proprio in quella giornata, quando la stessa imperatrice cinese Cixi spinse i Boxer ad attaccare e assediare il quartiere di Pechino dov'erano insediate le delegazioni straniere. Chi salvò la situazione dal disastro totale furono i viceré cinesi, che riuscirono a impedire l’estensione delle ostilità al di fuori delle regioni settentrionali. Li Hung-chang, uno dei tre viceré delle provincie meridionali, di propria iniziativa all'inizio delle ostilità aveva telegrafato ai diplomatici cinesi all'estero che i combattimenti a Ta ku non erano scoppiati per ordine del trono e che di questo bisognava informare i governi occidentali e domandare loro una tregua per una soluzione negoziata del conflitto.

Quando poi da Pechino venne la dichiarazione di guerra, Li e i suoi due colleghi Chang Chih-tung e Liu K’un-i, decisero di ignorarla, interpretando la frase che nel decreto del 20 giugno ordinava ai viceré di "unirsi per proteggere i loro territori" nel senso di scegliere la via migliore per salvaguardare le provincie a cui erano preposti. E quale modo migliore del restare inattivi e in pace? La stessa strada fu seguita dal viceré dello Shantung - Yüan Shih-k’ai - e in questo modo tutti e quattro riuscirono a tener lontana la guerra dai loro territori e a dare consistenza alla tesi, successivamente sostenuta dal Governo cinese, che l’assedio delle Legazioni era stata un'iniziativa dei Boxer in rivolta contro la dinastia, alla quale oltretutto erano sfuggite di mano pure gran parte delle forze regolari stanziate fra Ta ku e Pechino.

Stabilito questo atteggiamento e allacciate relazioni più o meno formali colle Potenze, ben liete dal canto loro di poter circoscrivere i combattimenti alla zona fra il mare e Pechino, i viceré cominciarono a farsi sentire nella capitale; ma non ottennero nulla. L'entrata a Pechino del corpo di spedizione internazionale indusse il 14 agosto 1900 l'imperatrice vedova Cixi, l'Imperatore, e i più alti ufficiali a fuggire dal Palazzo Imperiale per Xi'an, da dove inviarono Li Hongzhang per le trattative di pace. Il governo cinese fu costretto a dare un indennizzo alle vittime e a fare altre concessioni. Altre riforme successive alla crisi del 1900 causarono, almeno in parte, la fine della Dinastia Qing e la nascita della Repubblica Cinese che durò poi fino al 1949. Anche il Regno d'Italia inviò un Corpo di spedizione italiano in Cina e alla fine delle ostilità ottenne la concessione di Tientsin.

Eventi[modifica | modifica sorgente]

L'assedio delle legazioni[modifica | modifica sorgente]

Ubicazione delle legazioni diplomatiche straniere e delle prime linee durante l'assedio di Pechino.
Scena del delitto del barone von Ketteler, che ha segnato l'inizio dei "55 giorni di Pechino".
Fotografia scattata intorno al 1902.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Assedio delle legazioni.

Le legazioni di Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Austria-Ungheria, Spagna, Belgio, Paesi Bassi, Stati Uniti, Russia e Giappone si trovavano nel quartiere delle legazioni di Pechino a sud della Città Proibita. Ricevuta la notizia dell'attacco ai Forti di Taku il 19 giugno, l'imperatrice ordinò immediatamente alle legazioni che i diplomatici e tutti gli altri stranieri avrebbero dovuto abbandonare Pechino sotto la scorta dell'esercito cinese entro 24 ore.[11]

La mattina successiva fu trucidato il plenipotenziario tedesco barone Klemens Freiherr von Ketteler, ucciso per le strade di Pechino da un capitano Manciù.[12] Gli altri diplomatici temevano che sarebbero stati uccisi anch'essi se avessero lasciato il quartiere delle legazioni, e così non rispettarono l'ordine cinese di abbandonare Pechino. Il 21 giugno l'imperatrice Cixi dichiarò guerra a tutte e otto le potenze straniere.

L'esercito regolare cinese e i Boxer assediarono il quartiere delle legazioni per 55 giorni, dal giugno al 14 agosto 1900; in esso trovarono rifugio 473 civili stranieri (di cui 149 donne e 79 bambini), 451 soldati di otto Paesi diversi[13] (il gruppo proveniente da Tianjin era riuscito ad arrivare poco prima) e oltre 3.000 cinesi convertiti al cristianesimo con i loro servitori.[14] Dall'altra parte della Città Proibita, nella cattedrale cattolica di Beitang, Monsignore Alphonse Favier, vicario apostolico di Pechino, assieme a 3.500 membri della comunità cristiana cinese, riuscì a resistere grazie all'aiuto di soli 43 marinai francesi e italiani.

La spedizione punitiva[modifica | modifica sorgente]

Soldati inglesi e giapponesi combattono contro le forze cinesi nella battaglia di Tientsin.

A questa dichiarazione di guerra Germania, Austria, Francia, Italia, Gran Bretagna, Russia, Stati Uniti e Giappone risposero inviando un corpo di spedizione di circa 20.000 uomini, che occupò Tianjin (Tientsin, secondo la vecchia traslitterazione) e, raggiunta Pechino, riuscì senza incontrare particolari difficoltà a liberare gli assediati.

Il Kaiser e Attila[modifica | modifica sorgente]

Il Kaiser Guglielmo II pronunciò un esplicito invito a radere al suolo Pechino per vendicare il barone von Ketteler e, nel salutare a Brema, il 27 luglio 1900, il contingente tedesco in partenza per la spedizione punitiva internazionale, così l'arringava:

« Quando vi troverete faccia a faccia con il nemico, sappiate batterlo. Nessuna grazia! Nessun prigioniero! Tenete in pugno chi vi capita sotto le mani. Mille anni fa, gli Unni di Attila si sono fatti un nome che con potenza è entrato nella storia e nella leggenda. Allo stesso modo voi dovete imporre in Cina, per mille anni, il nome «tedesco», di modo che mai più in avvenire un cinese osi anche solo guardare di traverso un tedesco.[15] »
(Guglielmo II di Germania)

Pechino non fu rasa al suolo, ma le efferatezze auspicate dal Kaiser non mancarono, benché non fossero commesse solo o principalmente dai tedeschi. Un numero sconosciuto, ma sicuramente elevatissimo tra Boxer, soldati imperiali e civili cinesi furono uccisi dalle truppe occidentali durante la guerra, nella quale, con soddisfazione del Kaiser, i soldati tedeschi si distinsero per brutalità, assieme ai russi e alle truppe indiane dell'Impero britannico.

La conquista di Pechino[modifica | modifica sorgente]

Mentre parte del corpo di spedizione cercava di ripulire le sacche di resistenza intorno a Tianjin, massacrando i civili quando i Boxer riuscivano a eclissarsi, il "corpo di liberazione", al comando del generale inglese Gaselee, lasciava Tianjin e marciava su Pechino incontrando una debole resistenza.[16] Il 13 agosto le truppe delle otto nazioni si trovavano sotto le mura della capitale e l'indomani giapponesi, americani, francesi, russi e inglesi, suddivisi in quattro colonne, lanciarono l'attacco finale, preceduto dal fuoco di tutte le artiglierie.[17]

Vinta l'ultima resistenza, entrarono in città lo stesso 14 agosto 1900, liberando le legazioni e la cattedrale di Beitang. L'imperatrice vedova Cixi, travestita da contadina, fuggì con l'Imperatore e i più alti ufficiali dal Palazzo Imperiale per Xi'an, e inviarono Li Hongzhang per le trattative di pace. Nell'assedio persero la vita 76 combattenti (altri 150 avevano riportato ferite) e 6 bambini stranieri e qualche centinaio di cristiani cinesi; le perdite furono ben più gravi per gli assedianti.

Saccheggi e violenze[modifica | modifica sorgente]

I giapponesi decapitano un presunto Boxer.
Decapitazioni di Boxer a Hsi-Kou nel 1901 da parte dell'esercito cinese.
Esecuzione di Boxer dopo la ribellione.

Subito dopo la liberazione degli assediati, le forze internazionali procedettero alla spartizione della capitale. I partecipanti all'Alleanza delle Otto Nazioni furono responsabili del saccheggio di molti manufatti storici di origine cinese, come quelli che si trovavano nel Palazzo d'Estate, e istigarono l'incendio di molti importanti edifici cinesi nel tentativo di sbaragliare i ribelli Boxer:

« A seguito della presa di Pechino, truppe della forza internazionale, eccetto italiani e austriaci, saccheggiarono la capitale e persino la Città Proibita, così che molti tesori cinesi trovarono la loro via per l'Europa.[18] »

In questa fase, secondo tutte le fonti, il comportamento dei vincitori toccò il culmine della crudeltà. Così riferiscono Marianne Bastide, Marie-Claire Bergère e Jean Chesneaux:

« Ha allora inizio una carneficina e un saccheggio sistematici che superano di gran lunga tutti gli eccessi compiuti dai boxer. A Pechino migliaia di uomini vengono massacrati in un'orgia selvaggia: le donne e intere famiglie si suicidano per non sopravvivere al disonore; tutta la città è messa al sacco, il Palazzo imperiale, occupato dalle truppe straniere, viene spogliato della maggior parte dei suoi tesori.[19] »

Inviato di Le Figaro in Cina, il celebre scrittore Pierre Loti confermava nei suoi articoli "la smania di distruzione e la furia omicida" contro l'infelice «Città della Purezza»:

« Ci sono venuti i giapponesi, eroici piccoli soldati di cui non vorrei parlar male, ma che distruggono e uccidono come in altri tempi le orde barbare. Ancora meno vorrei sparlare dei nostri amici russi, ma hanno spedito qui cosacchi provenienti dalla vicina regione tartara, siberiani mezzo mongoli, tutta gente abilissima a sparare, ma che concepisce ancora la battaglia alla maniera asiatica. Poi sono arrivati qui gli spietati cavalieri d'India, delegati dalla Gran Bretagna. L'America ha inviato i suoi mercenari. Non c'era più nulla di intatto quando sono arrivati, nella prima eccitazione della vendetta contro le atrocità cinesi, gli italiani, i tedeschi, gli austriaci, i francesi.[20] »

Il generale Chaffee, dal canto suo, riferiva ai giornalisti che si poteva seriamente affermare

« che dopo la presa di Pechino, per ogni boxer che è stato ucciso sono stati trucidati quindici innocenti portatori o braccianti di campagna, compresi non poche donne e bambini.[21] »

Il saccheggio di Pechino, con il suo codazzo di assurde uccisioni, durò ancora per molti mesi, mentre ciascun contingente accusava gli altri di rapacità e sosteneva, per proprio conto, di avere le mani nette. A questo ignobile gioco dello scaricabarile poneva drasticamente fine il feldmaresciallo Alfred von Waldersee, comandante del contingente tedesco, con una battuta bruciante:

« Ogni nazionalità dà la palma all'altra nell'arte del saccheggio, ma in realtà ognuna e tutte vi s'immersero a fondo.[22] »

Il Protocollo dei Boxer[modifica | modifica sorgente]

Nel settembre 1901 l'imperatrice Cixi fu costretta a firmare il Protocollo dei Boxer, che impose alla Cina una pesante indennità di guerra: 450 milioni di tael (un tael per ciascuno dei 450 milioni di cinesi), pari a 67,5 milioni di sterline dell'epoca, garanzia per il ripristino delle dogane, che del resto erano già in mano agli occidentali dal 1859. Le riparazioni di guerra sarebbero state pagate in oro in trentanove annualità e con gli interessi, e sarebbero state pari a 982.238.150 tael, interessi (4% all'anno) inclusi. La Cina pagò 668.661.220 tael d'argento dal 1901 al 1939, equivalenti a circa 61 miliardi di dollari americani a parità di potere d'acquisto.[23]

Le somme venivano prelevate alle dogane, direttamente dagli occidentali; la dipendenza della Cina nei riguardi degli occidentali era completa. Il quartiere delle legazioni, al centro della capitale, viene ingrandito e vietato ai residenti cinesi; esso venne posto sotto il controllo permanente delle truppe straniere, al pari di dodici punti sulle vie di accesso da Pechino al mare. Inoltre il principe Duan fu mandato in esilio nel più profondo della Cina, a 4.000 chilometri dalla capitale, nella zona di Kashgar. Vari responsabili del massacro di Pechino furono autorizzati dall'imperatrice a suicidarsi.

Le forze internazionali[modifica | modifica sorgente]

Truppe dell'Alleanza delle otto nazioni nel 1900.
Da sinistra: Gran Bretagna, Stati Uniti, Australia, India britannica, Germania, Francia, Austria-Ungheria, Italia, Giappone.

Le navi straniere cominciarono a presidiare le coste settentrionali della Cina a partire dall'aprile del 1900. Diverse forze internazionali furono spedite a Pechino, con vari successi, e la ribellione fu definitivamente sedata dall'Alleanza delle otto nazioni di Austria-Ungheria, Francia, Germania, Italia, Giappone, Russia, Regno Unito e Stati Uniti d'America.

Contributo italiano[modifica | modifica sorgente]

Fanteria montata italiana a Tientsin nel 1900.

Il 1º giugno cominciarono ad arrivare i distaccamenti: le navi europee, giapponesi e americane a largo di Ta Ku fecero arrivare un contingente di 436 marinai (75 russi, 75 inglesi, 75 francesi, 60 statunitensi, 50 tedeschi, 41 italiani, 30 giapponesi e 30 austriaci) a Pechino per proteggere le rispettive delegazioni. Il 10 giugno l'ammiraglio britannico Seymour comunicò a Londra da Ta Ku che sarebbe partito quella mattina stessa per Pechino con i 2.000 marinai del secondo contingente occidentale – tra cui un altro contingente di marinai italiani.

I marinai della Divisione Navale italiana in quel momento avevano quindi un'aliquota già a Pechino, che partecipò alla difesa del quartiere delle Legazioni e a quella della Cattedrale Cattolica, il Pe Tang, facendo meritare la medaglia d’oro al valor militare ai due comandanti, Federico Paolini e Angelo Olivieri; un plotone sbarcato dalla Regia Nave Calabria e al comando del tenente di vascello Sirianni che proseguì con la colonna Seymour, mentre un altro, più piccolo, di 20 marinai e comandato dal sottotenente di vascello Ermanno Carlotto – medaglia d'oro alla memoria – prese parte alla difesa di Tientsin, che permise di tener aperta la strada di Pechino alle forze occidentali in via di concentrazione. Infine un plotone di sbarco, al comando del tenente di vascello Giambattista Tanca, fu all'attacco e presa dei forti di Ta Ku sulla costa. A largo restava la Forza Navale Oceanica italiana, affidata al contrammiraglio Camillo Candiani da cui si attinsero uomini per costituire un Battaglione Marinai.

Arrivarono poi le forze di terra, definite ufficialmente Regie Truppe Italiane nell'Estremo Oriente (il I battaglione di fanteria, il I Bersaglieri, una batteria d'artiglieria da montagna, un plotone cavalleggeri esplorante, una batteria mitragliatrici, un distaccamento misto del Genio, un Ospedaletto da Campo, un drappello di Sussistenza e una sezione Carabinieri Reali, per un complesso di 1.965 uomini (83 ufficiali e 1.882 soldati) e 178 quadrupedi,[24] al comando del colonnello Garioni e gli effettivi italiani in Cina salirono da 578 a 2.543, su 65.610 delle forze internazionali ed operarono per un anno, sia nell'entroterra, sia nell'allargamento dell'occupazione sulla costa, prendendo il 2 ottobre i forti di Shan hai kwan, Pei Ta Ho e Shu Kwan Tao, località costiere per le quali passava la linea ferroviaria da Tientsin alla Manciuria, rientrando rapidamente dopo aver lasciato a Shan hai kwan un distaccamento della Regia Marina. È doveroso ricordare il contributo dell'allora Capitano dell'8° bersaglieri Eugenio Di Maria che, nel combattimento di Kun an Sien del 1 e 2 novembre 1900, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare.

Agli italiani vennero affidate diverse missioni per smorzare le ultime resistenze all'interno della Cina. Si ricorda quella del 2 settembre, consistente nell'espugnare i forti di Chan-hai-tuan: un incarico particolarmente gravoso, se si considera che già altri reparti vi si erano cimentati invano, e che nel frattempo agli assediati erano giunti due squadroni di cavalleria di rinforzo. Gli italiani annoveravano 470 uomini su tre compagnie, due di bersaglieri e una di marinai, e malgrado l'inferiorità numerica degli attaccanti il nemico fu costretto dopo tre assalti a ritirarsi, abbandonando persino le armi per correre più velocemente. In un'altra circostanza i francesi, in segno di spregio agli ordini del feldmaresciallo tedesco Alfred Graf von Waldersee, avevano occupato il villaggio di Paoting-fu, che era stato affidato al controllo degli italiani e dei tedeschi, prima ancora che questi potessero giungervi. Il colonnello Garioni però, per nulla disposto a subire l'affronto senza reagire, una notte, alla testa di 330 uomini, riuscì ad introdursi a Cunansien, una cittadina in quel momento assediata dai francesi, e ad issare il tricolore nella sua piazza principale. Al termine delle operazioni l'Italia ottenne in perpetuo, a decorrere dal 7 giugno 1902, 457.800 m² che costituirono la Concessione italiana di Tientsin.

Rapine ed eccidi compiuti[modifica | modifica sorgente]

Il contingente italiano prese parte, con gli altri contingenti, a stragi, a saccheggi, a incendi di interi abitati, alla decapitazione pubblica di Boxer o presunti tali.[25] La stessa relazione ufficiale del Ministero per la Guerra non nascondeva, per esempio, che dalla spedizione su Pao-ting («una delle più gravi rappresaglie compiute dagli alleati sulla popolazione cinese»)[26] e dalla conseguente occupazione della banca e la confisca del suo intero deposito, agli italiani toccò, come quota del bottino, la cifra di 26.000 dollari.[27] Il tenente medico Messerotti Benvenuti scattò delle fotografie il 22 dicembre 1900 a Pechino sulla decapitazione di un cinese sospettato di aver preso parte all'assassinio di un soldato italiano.

Cinque immagini che così il medico commentava: «Sarò d'animo cattivo, ma ti assicuro che il triste spettacolo, sebbene condotto in modo barbaro dal boia cinese e dai suoi aiutanti, non mi ha fatto quell'impressione che temevo di riportarne. Forse perché ero convinto della colpevolezza dell'individuo e della giustezza della punizione».[28] Tra i suoi ricordi anche questa modesta poesiola che la dice lunga sulla pratica più diffusa dal corpo di spedizione:

« Se vogliamo confessarci
andiam dal bonzo nella pagoda.
Se non troviamo nulla da razziare
noi gli rubiamo i cristi sull'altare.
Ciascuno è convinto di far la sua parte
seguendo un istinto: l'amore per l'arte.[29] »

L'ultima rapina ai danni della Cina, compiuta dalle potenze alleate che avevano partecipato alla spedizione, fu l'imposizione di un indennizzo per le spese di guerra sostenute. Si trattava di una cifra assolutamente gravosa: 450 milioni di Haikvan taels d'argento, pari a 1.687.500.000 lire dell'epoca. Di questa somma spettavano all'Italia 26.617.000 taels, pari a circa 99.813.768 lire.[30]

Contributo austro-ungarico[modifica | modifica sorgente]

Come membro delle nazioni Alleate, la marina austro-ungarica inviò due navi scuola e gli incrociatori Kaiserin und Königin Maria Theresia, Kaiserin Elisabeth, Aspern, e Zenta e una compagnia di marine verso la costa settentrionale cinese nell'aprile 1900, con base nella concessione russa di Port Arthur. In giugno aiutarono a tenere la ferrovia del Tianjin contro le forze dei Boxer, e aprirono il fuoco contro diverse giunche sul fiume Hai nei presi di Tong-Tcheou.

Presero inoltre parte alla presa dei Forti di Taku, che dominano i dintorni di Tianjin, e all'arrembaggio e cattura di quattro cacciatorpediniere cinesi da parte del capitano Roger Keyes del Fame. Dopo la ribellione un incrociatore venne mantenuto permanentemente in Cina e un distaccamento di fanti di marina venne dispiegato all'ambasciata di Pechino. Il tenente Georg Ritter von Trapp venne decorato per il coraggio mostrato a bordo della Kaiserin und Königin Maria Theresa durante la Ribellione.

La percezione da parte dei moderni cinesi[modifica | modifica sorgente]

Questo evento è stato ampiamente associato dai cinesi nel mondo con l'odio e l'aggressione straniera. I fatti sono stati trasposti diverse volte al cinema. Sebbene la reazione dei Boxer contro l'imperialismo straniero in Cina sia considerata da alcuni come patriottica, la violenza che essi causarono commettendo atti di omicidio, rapina, vandalismo e incendio non può essere considerata molto diversa dagli eventi di altre ribellioni in Cina, se non peggiore. Tuttavia, le azioni dei soldati dell'Alleanza delle otto nazioni, che commisero atti similari di saccheggio, omicidio e stupro dopo aver occupato la capitale, sono considerate anche più deprecabili moralmente.

Nel gennaio 2006, Freezing Point, un supplemento settimanale al giornale China Youth Daily, fu chiuso in parte a causa della pubblicazione di un saggio di Yuan Weishi, un professore di storia alla Università dello Zhongshan, che criticava il modo in cui la Rivolta dei Boxer e la storia del XIX secolo riguardo l'interazione straniera con la Cina è ora ritratta nei libri di testo cinesi e insegnata a scuola.[31]

Curiosità[modifica | modifica sorgente]

  • Liberamente ispirato alla vicenda è il film 55 giorni a Pechino, girato nel 1963 da Nicholas Ray ed interpretato tra gli altri da David Niven, Charlton Heston, Ava Gardner. Le ambientazioni della Pechino imperiale sono state ricostruite in Spagna, mentre i nomi di alcuni personaggi (come l'ambasciatore tedesco, la cui uccisione darà il via all'assedio delle delegazioni straniere, e il comandante delle forze della coalizione) sono stati cambiati rispetto ai reali.
  • Nel videogioco BioShock Infinite, viene citato questo evento a cui il protagonista ha preso parte.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b Singer, Joel David, The Wages of War. 1816–1965 (1972)
  2. ^ Hammond Atlas of the 20th century (1996)
  3. ^ a b Rummel, Rudolph J.: China's Bloody Century : Genocide and Mass Murder Since 1900 (1991); Lethal Politics : Soviet Genocide and Mass Murder Since 1917 (1990); Democide : Nazi Genocide and Mass Murder (1992); Death By Government (1994), http://www2.hawaii.edu/~rummel/welcome.html.
  4. ^ Angelo Del Boca, Italiani, brava gente?, Neri Pozza, Vicenza 2005, pagina 89
  5. ^ La settimana enigmistica n.3566
  6. ^ Cohen, Paul A. (1997). History in Three Keys: The Boxers as Event, Experience, and Myth Columbia University Press, solo per citare un serio libro di ricerca storica
  7. ^ C. Po-tsan, S. Hsun-cheng e H. Hua, Storia della Cina antica e moderna, Editori Riuniti, Roma 1960, pagina 117
  8. ^ Peter Fleming, La rivolta dei boxers, Dall'Oglio, Varese 1965, pagine 53-54.
  9. ^ Augusto Camera e Renato Fabietti, Elementi di storia, Vol. III, Zanichelli, pagina 1.178
  10. ^ San Remigio Isoré
  11. ^ Tan, p. 75
  12. ^ Robert B. Edgerton, Warriors of the rising sun: a history of the Japanese military, W. W. Norton & Companypage=82, 1997, ISBN 0-393-04085-2.
  13. ^ Angelo Del Boca, Italiani, brava gente?, Neri Pozza, Vicenza 2005, pagina 92
  14. ^ Thompson, 84–85
  15. ^ Citato in J. Osterhammel, Storia della Cina moderna. Secoli XVIII-XX, Einaudi, Torino 1992, pagina 321.
  16. ^ Ben diversa sarebbe stata la resistenza cinese se fossero scese in campo le due divisioni, addestrate ed equipaggiate all'europea, comandate dal governatore dello Shandong (Shantung), generale Yuan Shikai. Egli era nettamente contrario al movimento dei boxer e anzi ne aveva uccisi parecchi per dimostrare quanto fosse infondata la leggenda della loro invulnerabilità. Si veda il suo ritratto in
    J. Ch'ên, Yuan Shih-K'ai, 1859-1916. Brutus Assumes the Purple, George Allen and Unwin, Londra 1961.
  17. ^ Sull'attacco a Pechino si veda
    Colonel de Pélacot, Expédition de Chine de 1900, Charles-Lavanzelle, Parigi. Una copia è stata dedicata dall'autore «à sa Majesté Victor Emmanuel III, Roi d'Italie. Hommage de profond respect en souvenir de la collaboration des détachements Italien et Francais pour la defense du Pe-tang (1900), Tananarive, le 16 février 1904». Il libro reca l'ex libris del re con questa dicitura: «Proprietà privata di Sua Maestà il re Vittorio Emanuele III».
  18. ^ Kenneth G. Clark THE BOXER UPRISING 1899 - 1900. Russo-Japanese War Research Society
  19. ^ Marianne Bastide, Marie-Claire Bergère e Jean Chesneaux, La Cina, vol. II, Dalla guerra franco-cinese alla fondazione del Partito comunista cinese, 1885-1921, Einaudi, Torino 1974, pagina 118.
  20. ^ Pierre Loti, Les Dernièrs jours de Pékin, Calmann-Lévy, Parigi 1901, pagine 75-76.
  21. ^ Peter Fleming, La rivolta dei boxers, Dall'Oglio, Varese 1965, pagina 359.
  22. ^ Citato in Peter Fleming, La rivolta dei boxers, Dall'Oglio, Varese 1965, pagine 344-345.
  23. ^ Hsu, The Rise of Modern China, pagina 481.
  24. ^ Angelo Del Boca, Italiani, brava gente?, Neri Pozza, Vicenza 2005, pagina 94
  25. ^ Angelo Del Boca, Italiani, brava gente?, Neri Pozza, Vicenza 2005, pagina 100
  26. ^ Ministero per la Guerra, La spedizione italiana in Cina, pagina 74.
  27. ^ Ministero per la Guerra, La spedizione italiana in Cina, pagina 75.
  28. ^ Messerotti Benvenuti, Un italiano nella Cina dei boxer. Lettere e fotografie, 1900-1901, a cura di N. Labanca, Associazione Giuseppe Panini Archivi Modenesi, Modena 2000, pagina 49. Si veda anche, sull'argomento, l'articolo di M. Smargiassi dal titolo L'italiano che fotografò l'orrore. Pechino 1901 sembra Bagdad, pubblicato su la Repubblica del 23 maggio 2004.
  29. ^ Messerotti Benvenuti, Un italiano nella Cina dei boxer. Lettere e fotografie, 1900-1901, a cura di N. Labanca, Associazione Giuseppe Panini Archivi Modenesi, Modena 2000, pagina 56
  30. ^ Si veda, per il protocollo finale di pace di Pechino, firmato da tredici plenipotenziari il 7 settembre 1901, il libro di
    Manfredi Gravina di Ramacca, La Cina dopo il millenovecento, Treves, Milano 1907, pagine 22-31.
  31. ^ Libri di testo di storia in Cina Traduzione. Pubblicato su Freezing Point (Bingdian) supplemento settimanale di China Youth Daily

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

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  • Marshall Broomhall, Martyred Missionaries of The China Inland Mission; With a Record of The Perils and Sufferings of Some Who Escaped, Londra, Morgan and Scott, 1901.
  • Chen, Shiwei. "Change and Mobility: the Political Mobilization of the Shanghai Elites in 1900." Papers on Chinese History 1994 3(spr): 95-115.
  • Cohen, Paul A. (1997). History in Three Keys: The Boxers as Event, Experience, and Myth Columbia University Press. online edition
  • Cohen, Paul A. "The Contested Past: the Boxers as History and Myth." Journal of Asian Studies 1992 51(1): 82-113. Issn: 0021-9118
  • Elliott, Jane. "Who Seeks the Truth Should Be of No Country: British and American Journalists Report the Boxer Rebellion, June 1900." American Journalism 1996 13(3): 255-285. Issn: 0882-1127
  • Esherick, Joseph W. (1987). The Origins of the Boxer Uprising University of California Press. ISBN 0-520-06459-3
  • Harrison, Henrietta. "Justice on Behalf of Heaven." History Today (2000) 50(9): 44-51. Issn: 0018-2753.
  • Jellicoe, George (1993). The Boxer Rebellion, The Fifth Wellington Lecture, University of Southampton, University of Southampton. ISBN 0-85432-516-6.
  • Hsu, Immanuel C.Y. (1999). The rise of modern China, 6 ed. Oxford University Press. ISBN 0-19-512504-5.
  • Hunt, Michael H. "The Forgotten Occupation: Peking, 1900–1901." Pacific Historical Review 48 (4) (Nov. 1979): 501–529.
  • Paoletti, Ciro (2000). La Marina italiana in Estremo Oriente. Roma, Ufficio Storico della Marina. ISBN -.
  • Preston, Diana (2000). The Boxer Rebellion. Berkley Books, New York. ISBN 0-425-18084-0. online edition
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  • Seagrave, Sterling (1992). Dragon Lady: The Life and Legend of the Last Empress of China Vintage Books, New York. ISBN 0-679-73369-8. Challenges the notion that the Empress-Dowager used the Boxers. She is portrayed sympathetically.
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  • Warner, Marina (1993). The Dragon Empress The Life and Times of Tz'u-hsi, 1835-1908, Empress Dowager of China. Vintage. ISBN 0-09-916591-0

Fonti primarie[modifica | modifica sorgente]

  • Eva Jane Price. China journal, 1889-1900: an American missionary family during the Boxer Rebellion, (1989). ISBN 0-684-18951-8; see Susanna Ashton, "Compound Walls: Eva Jane Price's Letters from a Chinese Mission, 1890-1900." Frontiers 1996 17(3): 80-94. ISSN: 0160-9009.
  • Rodolfo, Borghese. In Cina contro i Boxer, Roma, Ardita, 1935.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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