Società di giustizia e concordia

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Boxers, dipinto di Johannes Koekkoek circa 1900.

L'Associazione pugilistica di giustizia e concordia, conosciuta anche come Boxer (denominazione tratta dall'inglese), era una società segreta fondata nella provincia dello Shandong da persone che erano state portate alla rovina dall'imperialismo e da disastri naturali.

Il nome, tradotto letteralmente come pugile, è dovuto al fatto che inizialmente questo movimento si chiamava Yihequan (义和拳) traducibile come Pugni di giustizia e concordia ed i mezzi di informazione occidentale utilizzarono semplicemente la traduzione del termine Quan (Pugno). In un secondo momento, quando vi fu un riconoscimento da parte del governo imperiale, questa società segreta cinese assunse il nome Yihetuan (义和团).

Il movimento era eterogeneo e comprendeva altre associazioni quali Hongquan, Meihuaquan, Dadaohui e Shenquan.

Yihequan[modifica | modifica sorgente]

La "Scuola di Pugilato della Giustizia e della Pace" (Yihequan) è il nome di un'associazione illegale che viene utilizzato nel corso di varie rivolte a partire dal 1700. Esso assume un ruolo di rilievo nella Storia Mondiale quando viene coinvolto nella cosiddetta "Rivolta dei Boxer".

La traduzione del nome[modifica | modifica sorgente]

"Yihequan"' (in pinyin) 义和拳, I Ho Ch'uan (in Wade-Giles)

  • Yi 义 significa "giustizia", "rettitudine"
  • He 和 significa "armonia", "amicizia", "pace", ecc.
  • Quan 拳 significa "pugno", ma in questo contesto può essere reso come "pugile" o come "scuola di pugilato".

Il ruolo storico[modifica | modifica sorgente]

Questo nome si è legato indissolubilmente a quella che è conosciuta in occidente come Rivolta dei Boxer[1] ed in questo ambito il nome sarebbe stato utilizzato per la prima volta da un maestro di Meihuaquan: Zhao Sanduo. In realtà il nome ha un'origine più antica ed è stato associato alla rivolta di Wang Lun nel 1774 e a quella Baguajiao del 1813 in particolare a Feng Keshan. Questo nome è spesso usato da alcune Sette ed alcune Scuole di Pugilato come Liguajiao, Hongquan, Liutangquan, ma specialmente come tratto comune dal Meihuaquan, tanto che alcuni storici sono propensi a ipotizzare che sia un nome che il Meihuaquan assume quando entrava in collaborazione con altre sette o scuole, oppure quando veniva coinvolto in attività illecite.

In un secondo momento, quando gli Yihequan ricevettero l'appoggio Imperiale mutarono il loro nome in Yihetuan. Per alcuni storici questo cambiamento di nome sottolinea un'evoluzione della rivolta stessa ed un cambiamento significativo del movimento, che, se in precedenza era anti-dinastico, si trasforma in gruppi filo imperiali condotti dai signorotti locali e dai funzionari governativi. In questa fase il governo imperiale reccomanda di distinguere tra Yihetuan buoni e cattivi, favorendo i primi e reprimendo i secondi.

Gli Yihequan avevano infatti il motto «Rovesciare i Ch'ing, spazzare via gli stranieri»[2]

« In un primo momento la componente anti cristiana ed antioccidentale del movimento coincide con la componente rivoluzionaria rurale: gradualmente prese piede nelle campagne una agitazione contadina armata, nata dalle società segrete. In essa erano presenti vive esigenze di trasformare il regime di proprietà e rigidi atteggiamenti di "chiusura" nei confronti della penetrazione occidentale e del cristianesimo in particolare »
(Enrica Collotti Pischel[3])

Yihetuan[modifica | modifica sorgente]

Yihetuan (in Pinyin) 义和团 è tradotto con Società di giustizia e concordia, più conosciuto come Boxer. Il nome Yihetuan 义和团 in realtà ha un altro significato. Infatti "tuan" 团 sta per gruppo, ed è il nome che solitamente si utilizzava per i gruppi di autodifesa dei villaggi, quindi la traduzione più attendibile sarebbe "Gruppo o Gruppi della giustizia e dell'armonia" e deriva dalla modificazione del termine Yihequan utilizzato in precedenza. È da questa prima denominazione che fu coniato dai cronisti e dai missionari occidentali il termine impreciso di "Boxer".

« Il movimento dei Boxer era una diretta figliazione dell'antica Cina: derivata dalla rivolta della setta degli Otto Trigrammi, come se da allora non ci fosse stata storia. Esso si diffuse nella Cina del Nord sul finire degli anni'90, esprimendo la violenta disperazione delle masse contadine; i suoi seguaci si chiamavano I-ho ch'uan, dal nome dell'antica arte calistenica della lotta o del pugilato (ch'uan), che mirava a far trionfare la giustizia e l'armonia (i-ho). »
(John King Fairbank[4])

Il termine Yihetuan va quindi ad indicare una nuova fase della rivolta, fase in cui intervengono i notabili ed i latifondisti cinesi ed il movimento ne riconosce la guida, segnatamente al fatto di proteggere la dinastia regnante.

I primi ad ipotizzare questa transizione per gli Yihequan sono gli amministratori della regione di Dongchang e del distretto di Guanxian in un rapporto del giugno 1898 inviato a Zhang Rumei (张汝梅), allora governatore dello Shandong.

Proprio grazie all'opera di Zhang Rumei e Yu Xian (毓贤) si favorirà l'integrazione degli Yihequan negli Xiangtuan (乡团) accettata dalla corte imperiale.

Questo movimento nella storia tradizionale occidentale è considerato come il prodotto di inciviltà, irrazionalità, superstizione che culminarono in un sentimento xenofobo di rifiuto dello straniero presso la gente comune. È in questo ambito che nasce lìespressione pericolo giallo

« ... all'inizio del nostro secolo si diffuse lo slogan "pericolo giallo"... s'intendeva, insomma, quella quasi inesauribile massa di aggressori dai connotati individuali a stento riconoscibili, che i soldati tedeschi, britannici e di altre potenze europee si erano trovata di fronte nella rivolta cinese dei Boxers dell'anno 1900 »
(Hermann Shreiber[5])

D'altro canto oggi si riconosce l'importanza di questo movimento per l'avvento negli anni successivi (1911) della Repubblica Cinese, ed il governo della Repubblica Popolare Cinese ne esalta il ruolo patriottico e anti-imperialista; inoltre a livello storiografico si tende a vederlo come reazione all'aggressività imperialistica giapponese e occidentale.

« i missionari tedeschi... ebbero la mano molto pesante soprattutto nelle transazioni economiche e nell'acquisto di beni per le missioni »
(Enrica Collotti Pischel[3])
Manoscritto distribuito dagli Yihetuan

Il sentimento anticristiano[modifica | modifica sorgente]

Originari dello Shandong (Shantung in Wade-Giles), i Boxers si opposero fermamente alle missioni cattoliche, al tempo in declino, e alle missioni protestanti in fervida attività, alle legazioni e ai consolati stranieri. La loro reazione fu particolarmente influenzata dalle attività missionarie praticate dai cristiani, che furono interpretare come forme di proselitismo aggressivo e violento. «I cristiani insidiano l'universo», era il loro slogan, «e con l'appoggio degli europei si comportano arrogantemente, insultano la povera gente, opprimono la dinastia Ching, offendono le consuetudini sacre sopprimendo il culto dei santi. I loro capi costruiscono grandi templi sulle rovine delle nostre venerate pagode; ingannano la gente incolta, rovinano la gioventù, strappano cuori e occhi per ricavarne filtri magici»[6].

La repressione contro i cristiani fu molto violenta: sono centinaia i martiri (tra sacerdoti, religiosi, suore e laici) venerati come santi e beati dalla Chiesa Cattolica.

Nel maggio del 1900 provocarono una grande e generale sollevazione della popolazione cinese contro gli stranieri, che rappresentò l'antefatto della cosiddetta guerra dei Boxer che le potenze occidentali unitamente al Giappone ed alla Russia dichiararono ufficialmente alla Cina, come reazione al movimento xenofobo.

I tre principali episodi dell'insurrezione furono:

  1. Il blocco della ferrovia Pechino-Tientsin;
  2. L'assedio del quartiere delle ambasciate di Pechino;
  3. L'uccisione nelle province di stranieri e cinesi cristiani.
Un yihequan.

Le otto potenze straniere che occupavano tredici delle diciotto regioni cinesi erano:

L'azione degli occidentali sboccò prima nell'occupazione di Tientsin e quindi in quella di Pechino, da cui era fuggita la corte. I rivoltosi furono giustiziati e ciascun settore di Pechino venne affidato ad una potenza straniera, i soldati della quale furono autorizzati ad agire come volessero tanto che un funzionario confessò: «Si provava vergogna di essere europei»[7]. La conseguenza di questa guerra, negativa per la Cina, fu il pagamento da parte cinese di una notevole indennità, la concessione agli stati stranieri del diritto di far risiedere delle proprie truppe nel quartiere delle legazioni di Pechino eretto a questo scopo, nonché la punizione dei principali esponenti dei boxer.

La missione gesuita bicentenaria[modifica | modifica sorgente]

L'operato missionario in Cina iniziò trecento anni prima condotta dalla Compagnia di Gesù con padre Matteo Ricci già dal 1582 con un'impronta opposta però. In questa occasione i gesuiti condussero un operato intelligente, tollerante nei riguardi della tradizione confuciana e assimilando gli usi tradizionali a quelli cristiani: il culto degli antenati ivi comprese le offerte votive all'imperatore nel quale entourage i gesuiti furono accolti in ragione di scambi culturali di carattere tecnico scientifico utile all'impero cinese. Duecento anni dopo la Chiesa di Roma tolse la missione ai gesuiti in ragione di questo comportamento e la consegnò ai domenicani contro i quali nel giro di un secolo insorsero i boxer.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ ,«Le carestie e le inondazioni che infieriscono nello Shandong dal 1898 vi fanno rifiorire uno dei rami del Loto Bianco. Si tratta del movimento degli Yihequan, che praticano la boxe cinese come metodo di formazione fisica e morale e che per tale motivo, hanno ricevuto dagli Occidentali il nome di Boxer», in Gernet 1978
  2. ^ Fairbank 1988, p. 178
  3. ^ a b Collotti 1982, p. 81
  4. ^ Fairbank 1988, pp. 177-178
  5. ^ Shreiber 1984
  6. ^ Grimberg 1966
  7. ^ Grimberg 1966, p. 108

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Nat Brandt, Massacre in Shansi, Syracuse University Press, 1994, ISBN 978-0-8156-0282-8.
  • Marshall Broomhall, Martyred Missionaries of The China Inland Mission; With a Record of The Perils and Sufferings of Some Who Escaped, Londra, Morgan and Scott, 1901.
  • Shiwei Chen, Change and Mobility: the Political Mobilization of the Shanghai Elites in 1900 in Papers on Chinese History, 3 (primavera, 1993, pp. 95-115..
  • Paul A. Cohen, History in Three Keys: The Boxers as Event, Experience, and Myth, Columbia University Press, 1997, ISBN 978-0-231-10650-4.
  • Paul A. Cohen, The Contested Past: the Boxers as History and Myth in Journal of Asian Studies, vol. 51, nº 1, 1992, pp. 82-113, ISSN: 0021-9118 .
  • Enrica Collotti Pischel, Storia della rivoluzione cinese, Editori Riuniti, 2005, ISBN 978-88-359-5704-1.
  • John King Fairbank, Storia della Cina contemporanea, 1800-1985, Milano, Rizzoli, 1988, ISBN 88-17-33340-9.
  • Gernet Jaques, Il Mondo Cinese, dalle prime civiltà alla Repubblica popolare, Torino, Einaudi, 1978, ISBN 978-88-06-01974-7.
  • Jane Elliott, Who Seeks the Truth Should Be of No Country: British and American Journalists Report the Boxer Rebellion in rivista, vol. 13, nº 13, 1996, pp. 225-285, ISSN: 0882-1127.
  • Joseph W. Esherick, The Origins of the Boxer Uprising, città, University of California Press, 1987, ISBN 0-520-06459-3.
  • Carl Grimberg, Dalla guerra di secessione alla prima guerra mondiale in Storia Universale, XI, Milano, Dall'Oglio, 1966, Grimberg.
  • Henrietta Harrison, Justice on Behalf of Heaven in History Today, vol. 50, nº 9, 2000, pp. 44-51, ISSN: 0018-2753 0018-2753.
  • George Jellicoe, II conte Jellicoe, The Boxer Rebellion in Wellington Lecture Series, vol. 5, University of Southampton, 1993, ISBN 978-0-85432-516-0.
  • Diana Preston, The Boxer Ribellion, New York, Berkley Books, 2000, ISBN 0-425-18084-0.
  • Diana Preston, The Boxer Rising in Asian Affairs, vol. 31, nº 1, 2000, pp. 26-36, ISSN: 0306-8374.
  • Victor Purcell, The Boxer Uprising, Cambridge University Press, 1963, ISBN non esistente.
  • Shreiber Hermann, La Cina, tremila anni di civiltà, Milano, Garzanti, 1984.
  • Sterling Seagrave, Dragon Lady: The Life and Legend of the Last Empress of China, New York, Vintage Books, 1992, ISBN 0-679-73369-8.
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Voci correlate[modifica | modifica sorgente]