Operazione Compass

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Operazione Compass
Teatro della battaglia
Teatro della battaglia
Data 8 dicembre 1940 - 9 febbraio 1941
Luogo Da Sidi Barrani (Egitto) ad El Agheila (Libia)
Esito Vittoria britannica
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
150.000 uomini;
600 mezzi blindati;
1.600 bocche da fuoco
331 aerei[1]
36.000 uomini;[2]
275 carri armati;
60 autoblindo;
120 pezzi d'artiglieria
142 aerei[3]
Perdite
3.000 morti
115.000 catturati
400 mezzi blindati distrutti o catturati
1.292 pezzi d'artiglieria
208 aerei distrutti o catturati[4]
500 morti[5]
55 dispersi[5]
1.373 feriti[5]
15 aerei abbattuti[6]
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Operazione Compass (in inglese Operation Compass) era il nome in codice assegnato dai britannici alla offensiva sferrata durante la seconda guerra mondiale in Africa Settentrionale dalla Western Desert Force contro le forze italiane che erano penetrate in Egitto. La controffensiva ebbe inizio nel dicembre 1940 (con solo 30.000 soldati ma completamente motorizzati e dotati di circa 275 carri armati tra cui i carri pesanti Matilda) per sconfiggere la 10ª Armata del maresciallo Graziani che si era posizionata a Sidi El Barrani (a circa 100 chilometri dal confine libico).

La campagna, iniziata come un attacco locale alle forze italiane a Sidi El Barrani, si trasformò a causa della facile vittoria britannica e della inefficace e disordinata difesa italiana, in una offensiva generale che, dopo due mesi e dopo quattro battaglie campali (Sidi El Barrani, Bardia, Tobruch e Beda Fomm), si concluse con la totale disfatta delle forze del maresciallo Graziani, la vittoria delle moderne forze motocorazzate britanniche e la conquista della Cirenaica. Mussolini fu quindi costretto, per il rischio concreto di perdere anche la Tripolitania e per la netta inferiorità tecnico-operativa delle residue forze italiane in Africa, a chiedere in aiuto a Hitler il rapido intervento di reparti corazzati tedeschi moderni.

Situazione strategica nel dicembre 1940[modifica | modifica wikitesto]

Incertezze italiane[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Invasione italiana dell'Egitto.

Il 16 settembre 1940, le lente e mediocremente motorizzate colonne italiane del maresciallo Graziani avevano raggiunto Sidi El Barrani, circa 100 km all'interno dell'Egitto, scarsamente contrastate dalle forze britanniche disponibili (molto più mobili ma in grande inferiorità numerica). Nonostante le ripetute ingiunzioni di Mussolini a favore di un immediato proseguimento offensivo in profondità almeno fino al centro di Marsa Matruh, Graziani aveva deciso, già il 17 settembre, di sospendere ogni ulteriore avanzata verso Marsa Matruh dove era prevista la battaglia decisiva con il concentramento principale inglese, in attesa di una ulteriore potenziamento degli elementi motorizzati a disposizione e anche di un miglioramento delle condizioni logistiche e dell'approvvigionamento idrico disponibile.

A differenza delle sue pubbliche dichiarazioni trionfalistiche (nel suo telegramma del 18 settembre), Graziani era evidentemente cosciente delle difficoltà e invitava alla prudenza giungendo fino a scontrarsi duramente con il Duce e a sollecitare (nel suo messaggio del 29 ottobre) una sua eventuale sostituzione con un altro generale in cui il Comando Supremo riponesse maggiore fiducia. Lo stesso Mussolini, dopo una fase di grave disappunto e di pesanti critiche rivolte a Graziani, aveva infine deciso di soprassedere da ogni nuova avanzata (comunicazione a Graziani del 1º novembre 1940); aveva inoltre rifiutato, per motivi propagandistici e di prestigio, l'aiuto tedesco sollecitato da Adolf Hitler e pianificato fin dal viaggio del generale von Thoma in Libia (rinviandone il concorso a dopo la sperata conquista di Marsa Matruh), e aveva invece dirottato la sua attenzione verso un nuovo teatro bellico, indirizzando le sue mire imperialistiche-espansionistiche verso la Grecia, la cui fallimentare invasione era iniziata già il 28 ottobre 1940.

Dopo la decisione di arrestare le operazioni offensive, quindi, le forze italiane si erano schierate intorno a Sidi Barrani organizzando una serie di grandi campi trincerati, dotati di numerosa artiglieria ma scarsamente forniti di riserve corazzate (con l'esclusione di un centinaio di carri leggeri L3 e di un battaglione di mediocri carri medi M11) e soprattutto non collegati tra loro e quindi incapaci di sostenersi reciprocamente e vulnerabili a eventuali penetrazioni meccanizzate delle forze mobili britanniche.

Rafforzamento britannico in Medio Oriente[modifica | modifica wikitesto]

Durante l'estate 1940, la situazione politico-strategica della Gran Bretagna sembrava drammaticamente compromessa, di fronte alla minacciosa presenza tedesca sulle coste della Manica e agli incessanti attacchi aerei della Luftwaffe; nonostante la indubbia gravità del momento il Primo Ministro Winston Churchill tuttavia sbandierava un aggressivo ottimismo e una notevole combattività, in primo lungo organizzando le difese aeree sull'isola, e poi organizzando operazioni, scarsamente efficaci dal punto di vista strategico, ma utili sul piano della propaganda di guerra (Mers-el Kebir, Dakar); e infine premendo sui comandi subordinati sul posto per una condotta offensiva nel Mediterraneo e in Africa contro la potenza italiana, giustamente considerata il punto più debole dell'Asse.

Non mancarono quindi contrasti anche nel campo britannico tra Churchill, impaziente e desideroso di una condotta aggressiva delle forze imperiali schierate in Medio Oriente e il generale Archibald Wavell, l'esperto e capace comandante in capo inglese di quel teatro bellico; di fronte alla prudenza del generale (dovuta anche alla limitatezza delle sue forze e alla vastità dei suoi impegni strategici estesi dall'Egitto alla Penisola Arabica, dalla Siria al Golfo Persico e fin'anche all'Africa Orientale) Churchill ipotizzò anche una sua sostituzione, finendo poi per convenire sulla necessità di importanti rinforzi per difendere efficacemente l'Egitto.

La pianificazione operativa di Archibald Wavell e del generale Henry Maitland Wilson, posto al comando di una fittizia "Armata del Nilo" in realtà inesistente, prevedeva fino alla metà di settembre la costituzione di un raggruppamento operativo (cioè la Western Desert Force comandata dall'abile generale Richard O'Connor) posto a difesa dell'importante piazzaforte di Marsa Matruh, dove si prevedeva di attendere le colonne di Graziani per respingerne l'attacco e passare eventualmente alla controffensiva.

Di fronte alle incertezze operative e alle debolezze tattiche evidenziate dagli italiani, il generale O'Connor fu il primo ufficiale inglese a ipotizzare fin dalla fine di settembre, una offensiva preventiva britannica di sorpresa direttamente a Sidi Barrani senza attendere il nemico a Marsa Matruh; e il generale Wavell ne parlò il 15 ottobre direttamente al Ministro della Difesa britannico Anthony Eden giunto in visita al Cairo per valutare la situazione. Naturalmente gli aggressivi progetti offensivi di Wavell e O'Connor incontrarono la piena approvazione di Churchill che nel frattempo aveva provveduto ad inviare attraverso la rotta del Capo importanti rinforzi di truppe e materiali (l'ammiragliato aveva rifiutato di approvare un viaggio dei convogli attraverso il Mediterraneo come suggerito inizialmente dall'impaziente Primo Ministro).

A metà ottobre dopo aver attraversato il Mar Rosso senza opposizione delle forze italiane in Africa Orientale, i convogli britannici giunsero in Egitto rafforzando in modo notevole la Western Desert Force di O'Connor e trasformandola in un raggruppamento operativo interamente mobile, dotato di carri armati moderni e efficaci e appoggiato da una aviazione addestrata e numerosa. Il convoglio trasportava tre battaglioni corazzati, uno dotato di carri pesanti Matilda e due con carri armati medi "Cruiser" (con 154 carri armati in totale), 48 cannoni anticarro da 2 libbre, 45 cannoni campali da 25 libbre e 20 cannoni antiaerei, che permisero di completare l'organico della 7ª Divisione corazzata (i futuri e famosi "Topi del Deserto") trasformandola in una potente unità meccanizzata in grado di dominare il campo di battaglia nel deserto.

Nonostante nuovi attriti tra il comando del Cairo di Wavell e Churchill, desideroso ora di dirottare una parte delle forze terrestri e aeree presenti in Medio Oriente per aiutare la Grecia nel frattempo attaccata dagli italiani il 28 ottobre, il progetto offensivo britannico contro il raggruppamento italiano di Sidi Barrani venne organizzato e perfezionato nelle settimane successive al viaggio di Eden e, grazie anche alla perspicacia tattica del generale O'Connor, venne architettata una audace manovra notturna nel deserto per cogliere di sorpresa gli italiani e ottenere un risultato decisivo. Il progetto denominato Operazione Compass ("bussola", in riferimento all'utilizzo di questo strumento per muovere nel deserto, o anche "accerchiamento" visto il piano operativo sul terreno adottato dai britannici) venne infine definitivamente stabilito per il 9 dicembre 1940.

Piani e schieramenti[modifica | modifica wikitesto]

Lo schieramento adottato dalla 10ª Armata italiana (comandata dal generale Mario Berti, al momento dell'offensiva peraltro in licenza in Italia) era gravemente carente; in particolare disperdeva le sue cospicue forze poste a difesa delle posizioni conquistate a Sidi Barrani, in postazioni trincerate molto separate e non collegate tatticamente tra loro; in mancanza di solide riserve corazzate, questa disposizione esponeva le truppe italiane al rischio di essere aggirate e distrutte a gruppi da un nemico indubbiamente più mobile e meccanizzato. Il maresciallo Graziani, in verità, non mancò di evidenziare ripetutamente le manchevolezze dello schieramento della 10ª Armata; ma, posizionato nel suo posto di comando sotterraneo di Cirene e isolato dalle forze al fronte, il maresciallo non esercitò una energica ed efficace azione di comando.

Nel dettaglio, la 10ª Armata schierava in prima linea il Corpo d'armata libico del generale Sebastiano Gallina con la 1ª Divisione libica a Maktila (a est di Sidi Barrani, vicino alla costa), la 2ª Divisione libica a Tummar, e il cosiddetto Raggruppamento Maletti (dal nome del suo comandante, generale Pietro Maletti) più a sud-ovest, a presidio di Nibeiwa; i collegamenti tra i vari campi trincerati in cui erano asserragliate queste forze erano molto carenti. In secondo scaglione, a 20 km di distanza a ovest, direttamente a Sidi Barrani, era posizionata la 4ª Divisione CC.NN. "3 gennaio". Più indietro erano presenti le due divisioni del XXI Corpo d'armata (generale Carlo Spatocco), con la 63ª Divisione fanteria "Cirene" schierata sul rilievo roccioso di Sofafi (30 km a sud-ovest di Nibeiwa) e la 64ª Divisione fanteria "Catanzaro" a Buq Buq sulla costa a circa 25 km a ovest di Sidi Barrani; l'importantissimo settore compreso tra Nibeiwa e Sofafi, esposto ad una pericolosa penetrazione corazzata britannica che avrebbe potuto dirigere verso la costa e minacciare l'intero schieramento italiano, non era solidamente occupato ma solo pattugliato da deboli reparti esploranti.

In totale, le forze italiane mettevano in campo circa 50.000 uomini con 400 cannoni, 60 carri leggeri e 30 carri medi M11. Schierati più ad ovest, ma non destinati ad essere coinvolti nel primo attacco britannico, vi erano poi i restanti reparti della 10ª Armata italiana: il XXIII Corpo d'armata del generale Annibale Bergonzoli schierava la 1ª Divisione CC.NN. 23 marzo a presidio di Bardia, la 2ª Divisione CC.NN. 28 ottobre a protezione dei passi di Sollum e dell'Halfaya, e la divisione fanteria Marmarica tra Sidi Omar e il ciglione di Sollum; ancora più ad ovest, in riserva, vi era il XXII Corpo d'armata con la divisione fanteria Sirte e la brigata corazzata speciale Babini (dal nome del suo comandante, generale Valentino Babini), dotata di tre battaglioni di carri medi M13/40 e uno di M11 ma ancora in addestramento.

Un carro da fanteria britannico Matilda del 7° RTR in movimento nel deserto occidentale.

La Wester Desert Force del generale O'Connor metteva in campo per l'operazione due divisioni al completo (la 7ª Divisione Corazzata e la 4ª Divisione fanteria indiana), una formazione ad hoc costituita con parte della guarnigione di Marsa Matruh e ribattezzata Gruppo Selby (composta dal 3º Battaglione del Reggimento Coldstream Guards, da tre compagnie di fanteria e da uno squadrone di autoblindo del 7º Reggimento Ussari) e il 7° Royal Tank Regiment (RTR), dotato di 50 carri Matilda; la 6ª Divisione australiana stava completando il suo addestramento in Palestina, e sarebbe giunta più tardi. In totale, i britannici mettevano in campo 36.000 uomini con 120 pezzi d'artiglieria, 60 autoblindo e 275 carri armati, di cui 145 carri leggeri Vickers Mk VI, 80 Cruiser Mk III e 50 Matilda.

L'intenzione di Wavell era di attendere l'avanzata italiana verso Marsa Matruh, per poi sorprendere gli italiani in campo aperto, ma dato che ormai era passato anche il mese di novembre 1940, pensò che non si potesse più aspettare oltre. Anche il generale O'Connor era dell'avviso che un attacco frontale al campo centrale italiano nella zona di Sidi el Barrani sarebbe stata la cosa migliore. Per mettere a punto il piano di attacco, vennero effettuate alcune ricognizioni che evidenziarono come i campi minati italiani erano incompleti nella parte posteriore per consentire l'arrivo dei rifornimenti ai campi trincerati italiani. Fu un errore fatale perché i britannici sarebbero arrivati di sorpresa attraverso i varchi nei campi minati italiani dopo averli aggirati.

Il piano iniziale britannico prevedeva di lanciare una manovra aggirante sul fianco delle truppe del Corpo d'armata libico (il più avanzato dei reparti italiani), con la 7ª Divisione corazzata che avrebbe dovuto manovrare per interrompere i collegamenti con le retrovie e con la 4ª Divisione indiana (appoggiata dai Matilda del 7° RTR) a condurre l'attacco principale; il Gruppo Selby avrebbe invece lanciato un attacco diversivo lungo la costa, contando anche sul supporto dei cannoni di alcune unità della Royal Navy. L'intera operazione era concepita più che altro come un'incursione in forze contro le avanguardie dello schieramento italiano, con la speranza di scompaginarle a sufficienza da permettere la riconquista di Sidi Barrani; la possibilità di spingersi oltre il confine libico non era nemmeno presa in considerazione[7].

Ordini di battaglia[modifica | modifica wikitesto]

Regno Unito India Australia Organizzazione della Western Desert Force[8]

Western Desert Force (tenente generale Richard O'Connor)

  • 7a Divisione corazzata (maggior generale Michael O'Moore Creagh)
    • 4a Brigata corazzata
    • 7a Brigata corazzata
    • Gruppo di supporto
  • 4a Divisione fanteria indiana (maggior generale Noel Beresford-Peirse)
    • 5a Brigata fanteria indiana
    • 11a Brigata fanteria indiana
    • 16a Brigata fanteria (aggregata)
    • Forza Selby
  • 6a Divisione fanteria australiana (maggior generale Iven Giffard Mackay)
    • 16a Brigata fanteria australiana
    • 17a Brigata fanteria australiana
    • 19a Brigata fanteria australiana
Italia Organizzazione della 10a Armata[9]

10a Armata

Le operazioni[modifica | modifica wikitesto]

« Volpe uccisa a cielo aperto! »
(Messaggio inviato dal generale O'Connor al Comando inglese al Cairo il 7 febbraio 1941, per comunicare la vittoria totale ottenuta sulle forze italiane in ritirata.[10])

L'attacco britannico[modifica | modifica wikitesto]

L'equipaggio di un carro britannico "Cruiser", durante una sosta dell'avanzata nel deserto libico.

L'operazione Compass ebbe inizio la mattina di sabato 7 dicembre 1940, quando i bombardieri della Royal Air Force lanciarono un massiccio attacco a sorpresa contro gli aeroporti italiani; l'azione serviva non solo a privare gli italiani della copertura aerea, ma anche a coprire l'avanzata dei reparti britannici obbligando i ricognitori nemici a rimanere a terra. Le truppe di terra si mossero quello stesso pomeriggio per intraprendere la lunga marcia (110 km) in pieno deserto per aggirare lo schieramento italiano; l'avanzata dei reparti britannici rimase totalmente nascosta agli italiani.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia di Nibeiwa.

Il primo campo trincerato italiano era Nibeiwa, un rettangolo di circa 1 km per 2 circondato da muri e da un fossato anticarro, ma con un campo minato incompleto sul lato posteriore per permettere ai veicoli di rifornimento di accedervi più agevolmente; questa circostanza venne prontamente notata dai reparti di ricognizione britannica. Il campo era presidiato dal Raggruppamento Maletti, una formazione mista composta da reparti di fanteria libica e da alcuni battaglioni di carri armati italiani; il battaglione di carri medi M11 della formazione non stazionava all'interno del campo ma all'aperto, fuori dal muro perimetrale. Alle 7:00 del 9 dicembre 1940, l'artiglieria britannica iniziò un violento bombardamento contro le posizioni italiane, cogliendo totalmente di sorpresa i reparti che le presidiavano; verso le 7:45, iniziò l'attacco della 11ª Brigata fanteria indiana, appoggiata dai carri del 7° RTR che ebbero facilmente ragione dei più leggeri carri M11, distruggendone 15 e catturando gli altri senza quasi dare il tempo ai carristi italiani di reagire.

Le truppe anglo-indiane penetrarono nel campo dall'angolo nord-ovest, ingaggiando un furioso combattimento contro i reparti libici che lo presidiavano; gli italo-libici si batterono accanitamente ma la situazione tattica, la sorpresa e la superiorità britannica finirono per aver ragione della resistenza della base di Nibeiwa. Dopo tre ore il combattimento ebbe termine: il Raggruppamento Maletti venne completamento annientato, con la perdita di 800 caduti, 1.300 feriti e 2.000 prigionieri[11]; lo stesso generale Maletti fu colpito mortalmente mentre ancora era in pigiama e con una mitragliatrice sparava contro i carri inglesi[12], mentre il figlio fu ferito e catturato. I britannici persero una cinquantina di uomini tra morti e feriti.

La cattura del campo trincerato di Nibeiwa aprì un ampio varco nello schieramento italiano; con una conversione verso est, verso le 13:50 la 5ª Brigata fanteria indiana, poi raggiunta dal 7° RTR, si avventò sui tre campi trincerati affiancati nei quali era schierata la 2ª Divisione libica, attaccandoli dal retro dopo un bombardamento d'artiglieria preliminare durato un'ora. Nonostante l'accanita resistenza, alle sei di sera la divisione aveva cessato praticamente di esistere, con solo pochi reparti che riuscirono a fuggire verso Sidi Barrani; la 1ª Divisione libica, rimasta isolata, ricevette l'ordine di ripiegare immediatamente sulla stessa Sidi Barrani. Mentre erano in corso questi combattimenti, reparti esploranti della 7ª Divisione corazzata britannica avevano raggiunto praticamente indisturbati la strada Sidi Barrani - Buq Buq, tagliando così la principale via di comunicazione degli italiani.

L'attacco britannico proseguì il 10 dicembre, quando la 16ª Brigata inglese (parte della 4ª Divisione indiana), sferrò intorno alle 5:30 un attacco contro Sidi Barrani, ora presidiata dalla 1ª Divisione libica e dalla Divisione Camicie Nere 3 gennaio. Il primo assalto venne respinto con gravi perdite, ma i britannici rinnovarono l'attacco con l'appoggio dell'artiglieria pesante, dei carri del 7° RTR e dei bombardieri della RAF. Verso le 13, i reparti di Camicie Nere che difendevano i settori occidentale e meridionale dello schieramento cedettero di schianto, permettendo ai britannici di penetrare nel perimetro italiano; alle 17:30 la resistenza organizzata cessava, anche se alcuni reparti di Camicie Nere continuarono a combattere fino alla notte. I resti della 1ª Divisone libica si arresero al Gruppo Selby la mattina seguente insieme al comandante del Corpo d'armata libico, generale Gallina, catturato con tutto il suo stato maggiore.

Con il suo schieramento ormai compromesso, Graziani diede ordine di far ripiegare le divisioni Catanzaro e Cirene, che si trovavano ora in una posizione molto esposta. Le due unità iniziarono il ripiegamento alle prime luci dell'11 dicembre; la Cirene, seppur disturbata da attacchi aerei, riuscì a raggiungere il passo dell'Halfaya nel pomeriggio del giorno dopo, ma la Catanzaro venne sorpresa in campo aperto mentre ripiegava dai carri della 7ª Divisione corazzata inglese, e distrutta dopo una dura lotta. In appena tre giorni e con perdite irrisorie, i britannici avevano annientato quattro divisioni di fanteria, un raggruppamento corazzato e vari reparti di supporto, facendo un totale di 38.000 prigionieri, tra cui quattro generali[13].

La caduta di Bardia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia di Bardia.

Impressionato dal successo ottenuto, O'Connor affidò alla 7ª Divisione corazzata il compito di portare avanti l'azione, ma dovette rinunciare alla 4ª Divisione indiana (meno la 16ª Brigata inglese, rimasta in Libia), trasferita sul fronte del Sudan per prendere parte alla Campagna dell'Africa Orientale Italiana; il suo posto venne preso dalla 6ª Divisione australiana, seppur ancora incompleta. L'attacco della 7ª Divisione corazzata contro le posizioni italiane iniziò il 13 dicembre; le truppe italiane si batterono bene e riuscirono a contenere gli attacchi britannici, anche grazie all'intervento dei carri M13 della brigata Babini.

Il 14 dicembre, dopo aver appreso che i britannici erano riusciti ad aggirare il fianco dello schieramento e si trovavano ad appena 25 km da Tobruk, Graziani diede ordine ai reparti italiani di ripiegare su posizioni più difendibili; il XXIII Corpo d'armata del generale Annibale Bergonzoli abbandonò quindi Sollum e Halfaya e il 16 dicembre ripiegò sulla piazzaforte di Bardia. Per la difesa di Bardia il XXIII Corpo poteva contare su due divisioni di Camicie Nere (la 28 ottobre e la 23 marzo) e due di fanteria (la Marmarica e la Cirene), ma dovette rinunciare ai carri M13 della brigata Babini, inviati ad Ayn el-Ghazala per proteggere Tobruk; la cinta perimetrale di Bardia, lunga 30 km, non era particolarmente robusta, ma Bergonzoli fece il possibile per rafforzarla.

Isolata la piazzaforte da terra, il XIII Corpo d'armata britannico (la nuova denominazione della Western Desert Force) iniziò l'attacco a Bardia il 3 gennaio 1941, dopo un prolungato bombardamento da terra e dal mare che indebolì notevolmente le difese italiane. Appoggiata dai 26 superstiti Matilda del 7° RTR, la fanteria della 6ª Divisione australiana riuscì ad aprire un varco nel settore occidentale già alle 7:00; la battaglia si frazionò in una serie di piccoli scontri molto duri, in corrispondenza dei capisaldi tenuti dagli italiani. Sfondato il perimetro difensivo, gli australiani attaccaro all'alba del 4 gennaio il settore sud-orientale, dove i capisaldi tenuti dai reparti della Cirene vennero attaccati dal retro e travolti; l'abitato di Bardia venne occupato alle 16:00 dello stesso giorno.

L'estremità settentrionale del perimetro italiano venne attaccata all'alba del 5 gennaio, dopo un intenso bombardamento d'artiglieria; verso le 13 la resistenza organizzata cessò del tutto, ma il generale Bergonzoli riuscì ad evitare la cattura, percorrendo a piedi i 120 chilometri di deserto tra Bardia e Tobruk (ove giunse il 9 gennaio) con un piccolo gruppo di ufficiali[14]. Con la perdita di 456 uomini, i britannici avevano inflitto agli italiani circa 45.000 tra morti, feriti e prigionieri, oltre alla perdita di 430 pezzi d'artiglieria, 13 carri medi e 117 carri leggeri[15].

La conquista di Tobruch[modifica | modifica wikitesto]

Una compagnia di soldati australiani della 6a Divisione al termine dei combattimenti nel porto di Tobruk, 22 gennaio 1941.

Il successivo obbiettivo per le truppe di O'Connor era Tobruch, importante porto sul Mediterraneo e ultima piazzaforte fortificata rimasta in mani italiane in Cirenaica. La città venne raggiunta dai reparti della 7ª Divisione corazzata britannica già il 6 gennaio, anche se venne completamente circondata solo il 9 gennaio; la città disponeva di una robusta cintura fortificata, più solida di quella di Bardia e lunga ben 54 km, ma le truppe presenti nella piazza erano scarse: oltre alla Divisione fanteria Sirte, ancora al completo, erano presenti solo pochi reparti da presidio e un gruppo raccogliticcio di unità scampate alle precedenti battaglie, oltre all'obsoleto incrociatore San Giorgio, impiegato come batteria di artiglieria galleggiante.

Nel tentativo di migliorare le difese, il comandante della piazza, generale Enrico Pitassi Mannella, fece interrare in più linee ad arco 39 carri M11 e 32 carri L in avaria, al fine di utilizzarli come bunker improvvisati; nonostante simili accorgimenti, la linea italiana risultava debole e priva di profondità a causa della scarsità di truppe. Dopo un prolungato bombardamento dal mare e da terra e una serie di attacchi aerei portati dai bombardieri Vickers Wellington, alle 5:40 del 21 gennaio iniziarono gli attacchi della 6ª Divisione australiana, supportata dai superstiti 18 Matilda del 7° RTR; già alle 7:00 si era aperta una breccia nel settore sudorientale, breccia subito sfruttata dai reparti australiani.

I combattimenti furono molto duri, in particolare intorno al semicerchio dei carri interrati, dove le perdite italiane furono elevate; intorno alle 13:00, gli italiani tentarono un disperato contrattacco con l'appoggio degli ultimi 7 M11 ancora in grado di muoversi, riuscendo ad arrestare momentaneamente l'avanzata degli australiani, ma la scarsità di truppe impedì che l'azione potesse avere seguito. Nel tardo pomeriggio entrarono in battaglia i reparti della 7ª Divisione corazzata britannica, che aprirono brecce nel settore occidentale; a sera, quasi metà del perimetro fortificato era ormai nelle mani dei britannici. Alle 4:15 del 22 gennaio, con i reparti britannici ormai prossimi ad entrare nella stessa Tobruk, l'incrociatore San Giorgio si autoaffondò nel porto della città; intorno alle 16:00 si arrendeva anche l'ultimo caposaldo italiano. Il 13º Corpo d'armata britannico perse circa 400 uomini in tutto, infliggendo agli italiani la perdita di circa 25.000 uomini[16].

Un carro incrociatore britannico A10 del 2° RTR poco prima della battaglia di Beda Fomm.

Beda Fomm e il crollo finale delle forze italiane in Cirenaica[modifica | modifica wikitesto]

I resti della 10ª Armata italiana (ora comandata dal generale Giuseppe Tellera, che aveva sostituito Berti già dal 23 dicembre) si concentraro a Derna, dove stabilirono una linea di difesa. I reparti efficienti erano ormai ridotti alla Divisione fanteria Sabratha (appena giunta in rinforzo dalla Tripolitania), alla cosiddetta Brigata corazzata Babini e ad un raggruppamento motorizzato, a cui si aggiungeva una unità raccogliticcia, il Settore Derna, composta da sopravvissuti alle precedenti battaglie e posta la comando del generale Bergonzoli (evacuato da Tobruk prima che iniziasse l'assedio); in tutto, gli italiani mettevano in campo circa 20.000 uomini con 254 cannoni, 57 carri M13, 25 carri L e 850 autocarri.

Gli attacchi britannici, condotti dalla 7ª Divisione corazzata con gli australiani in appoggio, iniziarono il 24 gennaio; le difese italiane ressero bene, e i carri della Brigata corazzata Babini riuscirono anche a condurre alcuni efficaci contrattacchi che rallentarono la progressione britannica (queste azioni divennero note come la "battaglia di El Mechili"). Il 29 gennaio, con i britannici che minacciavano di aggirare il suo fianco destro, Tellera ordìnò l'arretramento dei reparti italiani, e il giorno seguente gli australiani entrarono indisturbati a Derna. Ormai conscio di non poter più tenere la Cirenaica e preoccupato da una possibile sollevazione delle popolazioni locali, il 31 gennaio Graziani ordinò alla 10ª Armata di ripiegare in Tripolitania lungo la strada costiera; la grave penuria di autocarri rese però molto lento il ripiegamento italiano, e già il 1º febbraio la retroguardia della Divisione Sabratha venne attaccata e distrutta dalle truppe australiane.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia di Beda Fomm.

Informato dalla ricognizione aerea della ritirata italiana, O'Connor decise di inviare un reparto motorizzato, la cosiddetta Combe Force, a tagliare la strada ai reparti italiani con una marcia forzata attraverso gli altopiani della Cirenaica, mentre la 6ª Divisione australiana continuava a pressarli dal retro. Nel pomeriggio del 5 febbraio, i reparti della Combe Force tagliarono la strada costiera all'altezza della località di Beda Fomm, precedendo di appena 30 minuti le avanguardie della lunga colonna italiana (a cui si erano aggiunti numerosi civili in fuga). Per tutto il 6 febbraio i reparti della Combe Force (composta da uno squadrone di autoblindo del 7º Reggimento Ussari e da uno delle King's Dragoon Guards, dalla 2ª Rifle Brigade e da varie unità di artiglieria e di cannoni anti-carro) respinsero i tentativi italiani di forzare il blocco; i combattimenti furono molto duri, e spesso si risolsero all'arma bianca.

Il 7 febbraio giunsero i restanti reparti della 7ª Divisione corazzata, e i carri britannici iniziarono ad attaccare sul fianco la lunga colonna italiana, scaglionata per più di 40 km; lo stesso generale Tellera rimase gravemente ferito e morì in un ospedale da campo quella stessa mattina. Assunto il comando, Bergonzoli tentò un disperato contrattacco con gli ultimi 30 carri disponibili; 5 carri riuscirono a sfondare il blocco, ma vennero tutti distrutti dai cannoni controcarro britannici mentre si dirigevano sul quartier generale della Rifle Brigade. Alle 9:00, Bergonzoli e i resti della 10ª Armata si arresero ai britannici[17].

Una colonna di prigionieri italiani catturati in Libia

Due squadroni dell'11° Ussari si spinsero su Agedabia (dove furono raccolti altri prigionieri) e El Agheila, al confine con la Tripolitania, dove finalmente l'avanzata britannica si arrestò; al prezzo di 2.000 tra morti e feriti e senza impiegare più di due divisioni sul campo per volta, le truppe britanniche avevano completamente annientato la 10ª Armata italiana e occupato l'intera Cirenaica. I dati sulle perdite italiane sono approssimativi, ma tutte le fonti concordano sul numero dei prigionieri, che raggiunse quota 130.000 (tra cui 23 generali); inoltre gli italiani ebbero 1.300 cannoni e 400 carri armati distrutti o catturati, oltre a migliaia di autocarri che vennero catturati e riutilizzati efficacemente dal nemico[18]. L'ultima azione della campagna fu la conquista del presidio italiano di Giarabub, rimasto tagliato fuori dall'avanzata britannica; il forte si arrese il 21 marzo dopo un lungo assedio.

Decisioni strategiche e conseguenze[modifica | modifica wikitesto]

La situazione italiana era quantomeno precaria, visto che per difendere la Tripolitania erano disponibili appena quattro deboli divisioni di fanteria della 5ª Armata e alcuni reparti della 132ª Divisione corazzata "Ariete" (appena giunti dall'Italia); tuttavia, i britannici non tentarono mai di avanzare su Tripoli: anche se le perdite umane erano state contenute, i reparti necessitavano di un lungo periodo di riposo per riorganizzarsi, mentre la situazione logistica era pessima (le linee di rifornimento britanniche si erano allungate di parecchie centinaia di km). Inoltre, Churchill ordinò a Wavell di inviare un contingente di 60.000 uomini in appoggio alla Grecia (sotto attacco da parte degli italiani già dall'ottobre del 1940), privandolo così delle truppe per proseguire la campagna libica. Il 14 febbraio 1941 arrivarono a Tripoli i primi contingenti di quello che sarebbe diventato il Deutsches Afrika Korps (DAK) del generale Erwin Rommel; la presenza delle truppe tedesche e del loro abile comandante avrebbe rivoluzionato le successive fasi della guerra nel deserto libico.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Playfair p. 266
  2. ^ Bauer (2000), p.95
  3. ^ Playfair p. 262
    46 caccia e 116 bombardieri: due squadroni di Hurricanes, uno di Gloster Gladiators, tre di Blenheims, tre di Wellingtons e uno di Bombays.
  4. ^ Ali italiane 1939-1945, pag.764: 77 aerei persi in combattimento, 40 distrutti al suolo e 91 danneggiati e catturati
  5. ^ a b c Wavell in No.37628 (Supplement), p.3268 in London Gazette, 25 giugno 19463. URL consultato il 26 marzo 2010.
  6. ^ Latimer, p. 87
  7. ^ Andrea Molinari, op. cit., pag.14
  8. ^ Jon Latimer, Operation Compass, Osprey Publishing, 2000, pp. 25-26
  9. ^ Jon Latimer, Operation Compass, Osprey Publishing, 2000, p. 24
  10. ^ E. Bauer Storia controversa della seconda guerra mondiale, volume 3, p. 30, De Agostini 1971.
  11. ^ Andrea Molinari, op. cit., pag. 15
  12. ^ Indro Montnelli e Mario Cervi, Storia d'Italia, vol. 8, RCS Libri, 2006, ISBN non disponibile, pag. 366
  13. ^ Andrea Molinari, op. cit., pag. 16
  14. ^ Indro Montnelli e Mario Cervi, Storia d'Italia, vol. 8, RCS Libri, 2006, ISBN non disponibile, pag. 369
  15. ^ Andrea Molinari, op. cit., pag. 19
  16. ^ Andrea Molinari, op. cit., pag. 19
  17. ^ Andrea Molinari, op. cit., pag. 21
  18. ^ Giorgio Rochat, Le guerre italiane 1935-1943, Einaudi, 2005, ISBN 978-88-06-19168-9, pag.297

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Andrea Molinari, Soldati e battaglie della seconda guerra mondiale, vol.1, Hobby & Work, 1999, ISBN non disponibile
  • AA.VV., "Ali italiane ", vol. 3 "1939-1945", 1978, Rizzoli

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