Yokosuka D4Y

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Yokosuka D4Y
Uno Yokosuka D4Y3
Uno Yokosuka D4Y3
Descrizione
Tipo bombardiere in picchiata
Equipaggio 2
Costruttore Giappone Primo Arsenale Tecnico Aeronavale di Yokosuka
Data primo volo novembre 1940
Data entrata in servizio 1942
Data ritiro dal servizio 1945
Utilizzatore principale Giappone Dai-Nippon Teikoku Kaigun Kōkū Hombu
Esemplari 2 038
Dimensioni e pesi
Lunghezza 10,22 m
Apertura alare 11,50 m
Altezza 3,74 m
Superficie alare 23,6
Peso a vuoto 2 440 kg
Peso carico 4 250 kg
Propulsione
Motore un Aichi Atsuta AE1P 32
Potenza 1 400 hp (1 044 kW)
Prestazioni
Velocità max 550 km/h
Autonomia 1 465 km
Tangenza 10 700 m
Armamento
Mitragliatrici 2 calibro 7,7 mm e 1 calibro 7,92 mm
Bombe fino a 800 kg
Note dati riferiti alla versione D4Y2

i dati sono estratti da The Encyclopedia of World Aircraft[1]

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Una formazione di Yokosuka D4Y1 fotografata davanti al monte Fuji.

Lo Yokosuka D4Y, indicato anche come Bombardiere imbarcato per la Marina "Suisei" (彗星? "cometa") in base al sistema di identificazione "lungo", nome in codice alleato Judy[2] fu un bombardiere in picchiata monomotore ad ala bassa disegnato dall'ufficio di progettazione giapponese Kūgishō, il Primo Arsenale Tecnico Aeronavale di Yokosuka[3], nei primi anni quaranta.

Impiegato dalla Dai-Nippon Teikoku Kaigun Kōkū Hombu, l'aviazione navale della Marina Imperiale giapponese, durante le fasi della seconda guerra mondiale, grazie alle sue caratteristiche venne utilizzato anche nel ruolo di aereo da ricognizione e terminò il servizio, nelle ultimissime fasi del conflitto, come aereo kamikaze.

Storia del progetto[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Heinkel He 118.

Nella seconda metà degli anni trenta, lo Stato maggiore della Marina imperiale giapponese ritenne necessario richiedere uno studio per un nuovo velivolo da impiegare nel ruolo di bombardiere in picchiata imbarcato come dotazione delle proprie portaerei al fine di trovare un successore per l'Aichi D3A, in quel momento in fase avanzata di sviluppo. A tale scopo, negli ultimi mesi del 1938 emise la specifica 13-Shi che faceva riferimento ad un progetto di sviluppo precedente non andato a buon fine, l'acquisizione della licenza di produzione del tedesco Heinkel He 118. I requisiti tecnici dovevano compensare infatti le carenze riscontrate nel prototipo sviluppato dalla Ernst Heinkel Flugzeugwerke, acquistato dallo Stato maggiore della marina ed evidenziate durante le prove comparative che si riassumevano in misure più compatte rispetto al He 118, una velocità massima raggiungibile di 518 km/h, una di crociera di 426 km/h, un'autonomia tipica pari a 1 480 km con una bomba da 250 kg (2 220 km nella versione da ricognizione non armata), un armamento costituito da tre mitragliatrici tra cui una brandeggiabile a disposizione del secondo membro dell'equipaggio e la possibilità di trasportare una bomba da 500 kg, ordigno standard a disposizione dell'aviazione di marina che, secondo i parametri, era sufficiente a danneggiare pesantemente una portaerei di Classe Illustrious caratterizzata dal ponte di volo corazzato.[4]

Dello sviluppo di questo bombardiere in picchiata venne incaricato il Primo Arsenale Tecnico Aeronavale della Marina, sito a Yokosuka, che avrebbe provveduto a realizzarne un solo prototipo. Il progetto era relativo ad un velivolo monomotore biposto dalla velatura monoplana ad ala bassa di costruzione interamente metallica, dotato di carrello d'atterraggio retraibile con movimento verso l'interno e caratterizzato inoltre dalla lunga cappottina che proteggeva i due membri dell'equipaggio, il pilota seguito dal navigatore che ricopriva anche il compito di operatore radio e mitragliere difensivo di coda, e che dava ad entrambi un'ottima visibilità. Il pilota, nelle versioni da bombardamento, aveva anche a disposizione un mirino telescopico per inquadrare il bersaglio.[5]

Per ragioni di praticità di costruzione si dovette rinunciare all'ala a pianta ellittica e anche gli impennaggi ebbero forma trapezoidale con terminali leggermente arrotondati. Il prototipo venne sviluppato sotto la guida dell'ingegnere Masao Yamana e ne uscì un elegante monoplano ad ala bassa, dalla fusoliera di notevole finezza, di dimensioni contenute e, comunque, inferiori a quelle dell'Aichi D3A. Al termine del lavoro di progettazione dell'originale Heinkel He.118 restava ben poco, a parte il motore a 12 cilindri in linea a V invertita Daimler Benz DB 601A che avrebbe dovuto essere riprodotto in Giappone su licenza. Il D4Y1 era a tutti gli effetti una macchina interamente giapponese. Il team di progettazione capeggiato dall'Ing. Yamana era riuscito a contenere talmente le dimensioni dell'aereo che questo, con un'apertura alare di soli 11,50 m, non necessitava di semiali ripiegabili. Ciò nonostante la capacità dei serbatoi era pari a quella del predecessore e nella stiva ventrale poteva essere alloggiata una bomba ben più potente da 500 kg, dato che ormai era evidente che quelle da 250 kg in uso erano troppo deboli per poter danneggiare seriamente una grande unità navale corazzata. I freni aerodinamici ad azionamento elettrico, tre sotto ciascuna semiala, erano dello stesso tipo di quelli già ampiamente sperimentati con successo a bordo del D3A. Il prototipo del D4Y1, potenziato da un motore originale tedesco DB 600G, fu completato nel novembre 1940 e volò nel dicembre di quell'anno. Nel frattempo, visto che il programma prometteva di essere un successo, l'ordine iniziale era stato portato a 5 prototipi. I 4 prototipi successivi vennero consegnati nel corso del 1941 e andarono a raggiungere il primo, impegnato nei voli di collaudo. Erano tutti potenziati dai DB 600G da 960 hp ottenuti dalla Germania e avevano un armamento difensivo costituito dalle solite tre mitragliatrici, due calibro 7,7 mm Tipo 97 fisse sincronizzate in fusoliera e una calibro 7,92 mm brandeggiabile a disposizione del mitragliere/marconista. Il carico bellico massimo per missioni su brevi distanze era costituito dalla bomba da 500 kg nella stiva ventrale e da due bombe da 30 kg appese sotto le semiali. Nel corso dei voli sperimentali, quando l'aereo effettuava la sua ripida picchiata, vennero alla luce le prime difficoltà sotto forma di vibrazioni aeroelastiche indotte dall'interferenza dell'ala con gli aerofreni. Divenne poi evidente, con l'inizio delle ostilità, che la produzione di motori raffreddati ad acqua su licenza tedesca non avrebbe mai potuto far fronte alle richieste, quindi si decise di sostituire il motore con un propulsore di progettazione locale. Gli aerei di pre-serie iniziarono ad uscire dalle catene di montaggio dell'Arsenale di Yokosuka nel 1942. Grazie alla loro grande autonomia, alcuni esemplari furono modificati per l'impiego come fototricognitori mediante l'installazione di una macchina fotografica nella fusoliera. Tre di questi erano imbarcati sulla Soryu quando la portaerei partecipò alla Battaglia di Midway. I ricognitori diedero buona prova tanto che, sotto la denominazione di D4Y1-C, ne venne prodotta una piccola serie, circa 25 esemplari in tutto, distribuiti alle portaerei sopravvissute al disastro di Midway.

Impiego operativo[modifica | modifica sorgente]

Dopo una partenza con il piede sbagliato e dopo aver subito una serie di modifiche di notevole rilevanza, il Suisei giunse alla maturità operativa troppo tardi per poter dimostrare in pieno le sue eccellenti caratteristiche sia come bombardiere in picchiata che come ricognitore a lungo raggio. L'unica occasione in cui i D4Y ebbero la possibilità di operare nel ruolo per il quale erano stati concepiti fu nel corso della controffensiva giapponese lanciata dopo che gli statunitensi avevano invaso le Marianne, nel giugno 1944. Disgraziatamente la copertura aerea non era più al livello di quella che aveva consentito i successi iniziali, per contro, l'efficacia e la consistenza numerica dell'avversario erano cresciute a dismisura. Le perdite furono ingenti, anche per la scarsa preparazione del personale di volo giapponese che aveva sostituito le perdite subite a Midway. Ancora peggiore si dimostrò la situazione nel corso della celebre Battaglia del Mare delle Filippine che praticamente segnò la fine delle speranze aereo-navali del Giappone. Nel corso di questa battaglia e di quella di Leyte le portaerei funsero solo da esca per distogliere la forza principale statunitense dalla protezione delle aree di sbarco. Con tutto ciò le portaerei e i residui reparti imbarcati si immolarono inutilmente, perché lo scopo principale non fu raggiunto. Le perdite assommarono a circa 400 aerei, compresi quelli basati a terra. La forza aeronavale giapponese aveva cessato di esistere. L'unico successo che può essere attribuito con certezza ai Judy pilotati dai kamikaze è l'affondamento della portaerei Princeton.

Versioni[modifica | modifica sorgente]

  • D4Y: designazione dei primi 5 prototipi.
  • D4Y1: prima versione di serie, con struttura alare irrobustita e aerofreni ingranditi. Fu accettata in servizio operativo come bombardiere in picchiata solo nel corso del 1943.
  • D4Y1-C: variante da fotoricognizione a grande raggio, indicata anche come "Ricognitore imbarcato per la marina Tipo 2"[2].
  • D4Y2: seconda versione di serie, realizzata a partire dalla primavera del 1944 ed era equipaggiata con i più potenti Aichi AE1P Atsuta 32 da 1400 hp. Se ne conoscono almeno 4 varianti:
    • Mod.12 : con la stessa fusoliera del precedente Mod.11
      • Mod.12A : differisce solo per avere una mitragliatrice brandeggiabile da 13 mm.
    • Mod.22 : noto anche come D4Y2 KAI dotato di attacchi per la catapulta
      • Mod.22A : differisce solo per avere una mitragliatrice brandeggiabile da 13 mm.
  • D4Y2-C: variante da fotoricognizione del precedente.
  • D4Y2-S: variante da caccia notturna prodotta in pochi esemplari.
  • D4Y3: versione con il motore radiale Mitsubishi Mk8P Kinsei 62 da 1 500 CV (1 103 kW). Nell'autunno del 1944 diventò la sola versione in produzione.
  • D4Y4: versione da attacco suicida, monoposto ed armato con una bomba da 800 kg.
  • D4Y5: versione con motore Nakajima NK9C Homare 12 da 1 800 hp. Non entrò in produzione.

In tutto furono prodotti 2 038 esemplari, di cui 215 presso l'11° Arsenale Aeronavale di Hiro. La produzione cessò soltanto alla fine delle ostilità.

Utilizzatori[modifica | modifica sorgente]

Un D4Y3 (Type 33) al NAS Anacosta venne testato dal personale U.S. Navy del TAIC (Technical Air Intelligence Centre) dopo il termine della seconda guerra mondiale.
Giappone Giappone
Stati Uniti Stati Uniti
operò con esemplari catturati ai fini di valutazione.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Donald 1997, p. 923
  2. ^ a b Mikesh e Abe 1990, p. 284
  3. ^ La bibliografia anglofona, diventata poi internazionalmente riconosciuta, attribuisce spesso come costruttore l'arsenale navale della Marina Imperiale giapponese presso Yokosuka mentre la bibliografia giapponese cita il Kūgishō (空技廠) come contrazione del termine "Kōkū Gijutsu-shō".
  4. ^ Yokosuka D4Y Suisei in Уголок неба.
  5. ^ Huggins 2002, p. 67

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • (EN) Enzo Angelucci, World Encyclopedia of Military Aircraft, London, Jane's, 1981, ISBN 0-7106-0148-4.
  • (EN) David Donald (ed.), The Encyclopedia of World Aircraft, London, Aerospace, 1997, ISBN 1-85605-375-X.
  • (EN) René J. Francillon, Japanese Bombers of World War Two, Volume One, Windsor, Berkshire, UK, Hylton Lacy Publishers Ltd., 1969, ISBN 0-85064-022-9.
  • (EN) René J. Francillon, Japanese Aircraft of the Pacific War, 2nd edition, London, Putnam & Company Ltd. [1970], 1979, ISBN 0-370-30251-6.
  • (EN) Robert C. Mikesh, Shorzoe Abe, Japanese Aircraft 1910-1941, Annapolis, Naval Institute Press, 1990, ISBN 1-55750-563-2.
  • (EN) M.C. Richards, Donald S. Smith, Aichi D3A ('Val') & Yokosuka D4Y ('Judy') Carrier Bombers of the IJNAF (Aircraft in Profile, Volume 13), Windsor, Berkshire, UK, Profile Publications Ltd., 1974, pp. 145-169, ISBN 0-85383-022-3.

Pubblicazioni[modifica | modifica sorgente]

  • (EN) Mark Huggins, Falling Comet: Yokosuka's Suisei Dive-Bomber in Air Enthusiast, No. 97, gennaio/febbraio 2002, pp. 66-71, ISSN 5430 0143 5430.
  • Pierfrancesco Vaccari, La campagna di Iwo Jima e Okinawa in RID magazine, n.1/2002.

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