Battaglia di Iwo Jima

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Coordinate: 24°47′N 141°19′E / 24.783333°N 141.316667°E24.783333; 141.316667

Battaglia di Iwo Jima
Il Marine Corps War Memorial, più conosciuto semplicemente come Monumento di Iwo Jima, è la riproduzione scultorea di una celebre fotografia di Joe Rosenthal, rappresenta alcuni Marine intenti ad issare la bandiera americana sulla vetta del monte Suribachi[1]
Il Marine Corps War Memorial, più conosciuto semplicemente come Monumento di Iwo Jima, è la riproduzione scultorea di una celebre fotografia di Joe Rosenthal, rappresenta alcuni Marine intenti ad issare la bandiera americana sulla vetta del monte Suribachi[1]
Data 19 febbraio-26 marzo 1945
Luogo Iwo Jima, Giappone
Esito vittoria alleata
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
60.000 uomini Esercito:
14.500 uomini
40 carri armati
Marina:
7.000 uomini[2]
Totale: 21.500 uomini
40 carri armati
Perdite
Marines:
5.885 morti[3]
17.272 feriti
US Navy:
~620 marinai[4][5]
20.000 morti[6]
40 carri armati
216 prigionieri[7][8]
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La battaglia di Iwo Jima fu uno scontro della guerra nel Pacifico, svoltosi sull'omonima isola dal 19 febbraio al 26 marzo 1945 tra le truppe di Marines americani al comando del generale Holland M. Smith e i reparti dell'esercito e della marina nipponici sotto il comando del generale Tadamichi Kuribayashi e del contrammiraglio Toshinosuke Ichimaru.

Le isole di Iwo Jima e Okinawa erano di fondamentale importanza strategica per il Giappone, in quanto rappresentavano due scudi insulari a protezione della patria, ove si temeva uno sbarco statunitense: le due posizioni erano dunque dotate di guarnigioni numerose e bene armate. Anche per l'America Iwo Jima rivestiva notevole interesse, poiché da qui sarebbero potuti decollare caccia di scorta ai bombardieri pesanti B.29 che dal giugno del 1944 attaccavano le industrie e le infrastrutture giapponesi.[9]

I lavori di fortificazione precedenti lo sbarco avevano trasformato l'isola in una vera e propria fortezza, una sorta di replica ingigantita di Tarawa. Nonostante i bombardamenti preliminari fossero iniziati l'8 dicembre 1944, il giorno dello sbarco fu sanguinoso per i Marines, che combatterono una battaglia di violenza inaudita fino al 26 marzo 1945, quando Iwo Jima fu ufficialmente conquistata al prezzo di circa 23.000 morti e feriti. Sebbene la guarnigione giapponese fosse stata sterminata quasi del tutto, alcuni soldati continuarono comunque a combattere fino a giugno.

Eventi precedenti e contesto strategico[modifica | modifica sorgente]

Dopo la conquista delle isole Marshall da parte degli americani ed il terribile attacco aereo contro Truk nelle Caroline del febbraio 1944, il Quartier Generale giapponese rianalizzò la situazione: tutti gli elementi indicavano un'avanzata americana verso le isole Marianne e Caroline. Per contrastare tale manovra, i giapponesi destinarono la 31ª Armata del tenente generale Hideyoshi Obata alla difesa di una linea che correva più o meno a nord delle Caroline verso le Marianne e di qui verso le Ogasawara. A fine maggio 1944 egli fu però sostituito dal luogotenente generale Tadamichi Kuribayashi, nominato comandante in capo del settore delle Ogasawara (gruppi delle Isole Bonin e delle Volcano) dal primo ministro Tojo. L'8 giugno il generale arrivò ad Iwo Jima con l'ordine tassativo di rendere l'arcipelago imprendibile.

La perdita delle Marianne nel corso dell'estate del 1944 accrebbe l'importanza delle isole Ogasawara, ma rivestì conseguenze strategiche gravissime per l'Impero nipponico. I giapponesi erano infatti al corrente che gli americani avevano messo in produzione un bombardiere capace di attaccare l'arcipelago partendo dalle Marianne e senza bisogno di tappe. Iwo Jima, trovandosi sulla rotta seguita dalle flotte aeree americane, era quindi divenuta una sentinella per la difesa antiaerea, che poteva così prepararsi adeguatamente. Infine l'isola era dotata di due aeroporti e fungeva da rifugio per le unità navali bisognose. Un altro elemento che decise l'Alto Comando nipponico a rafforzare massicciamente Iwo Jima fu l'incursione americana del 24 giugno 1944, condotta dall'ammiraglio Joseph J. Clark di propria iniziativa e che distrusse 66 aerei giapponesi e danneggiò gli aeroporti dell'isola.[10] I capi militari giapponesi e le truppe ai loro ordini erano dunque pronti a sostenere l'urto americano fin dall'inizio del 1945: anche se scarseggiavano carburante e appoggio aereo e navale l'esercito imperiale era deciso a far pagare cara agli Stati Uniti la conquista delle Volcano o delle Ryūkyū, a ragione viste come luoghi di future e decisive se non disperate battaglie.[11]

I piani di sbarco e le forze americane[modifica | modifica sorgente]

Orientamento strategico[modifica | modifica sorgente]

In campo americano, dopo la grande vittoria presso le Marianne, si erano avute aspre discussioni tra il generale Douglas MacArthur, comandante del teatro sudoccidentale del Pacifico, e l'ammiraglio Ernest King, capo delle operazioni della US Navy: il primo affermava che era necessario attaccare le Filippine e conquistare Formosa, usando l'isola come base per sbarcare in Giappone e per portare un sostanzioso appoggio ai cinesi. Il secondo sosteneva invece che ogni sforzo andava dirottato alla conquista di Okinawa, un punto sicuro da dove iniziare l'invasione dell'arcipelago nipponico.[12] La diatriba continuò per alcune settimane fino a che l'ammiraglio Chester W. Nimitz, comandante in capo della flotta statunitense, optò per l'isola di Iwo Jima adducendo tre ragioni:[11]

  • la conquista delle isole Ogasawara e più in particolare del gruppo delle Isole Volcano era imperativa per agevolare e rendere più efficaci i bombardamenti del territorio metropolitano giapponese (Operazione Scavanger):[13] infatti i B.29 che partivano dalle Marianne non erano scortati da caccia, in quanto nessun modello disponibile aveva un'autonomia pari a quella del bombardiere, che doveva così percorrere 5560 chilometri ad una quota di 8500 metri per evitare gli aerei da caccia giapponesi e la contraerea, rendendo il bombardamento impreciso;
  • sull'isola di Iwo Jima, la più grande del gruppo, vi era una stazione radio che avvisava l'antiaerea sul continente, che aveva tutto il tempo di organizzare una difesa coordinata. La conquista di Iwo Jima avrebbe eliminato tali problemi: la durata delle incursioni dei B-29 si sarebbe ridotta di quasi la metà e ogni incursione sarebbe stata accompagnata da flottiglie di P-51 Mustang;
  • i piani della Marina, che prevedevano comunque la conquista delle Ryūkyū per invadere il Giappone, potevano essere inficiati dalla presenza nelle Volcano di numerose forze giapponesi che avrebbero messo in pericolo le future linee di comunicazione.

È sintomatico notare che fin dalla metà di giugno 1944, durante le operazioni nelle Marianne, diversi ufficiali americani avevano caldeggiato lo sbarco sull'isola, allora praticamente indifesa, ma lo sforzo bellico fu diretto sulle Marianne e gran parte delle risorse logistiche fu concessa a MacArthur, che premeva per la riconquista delle Filippine. Fu così persa un'irripetibile occasione di assicurarsi un'area di rilevante importanza strategica con perdite minime. Quando a fine agosto il generale Schmidt iniziò lo studio dell'operazione, dichiarò che l'isola sarebbe stata ben difesa e la sua conquista ardua, ma il trascinarsi dei combattimenti e delle battaglie nelle Filippine, la cui invasione era iniziata il 20 ottobre, causarono un riprovevole disinteresse per l'attacco a Iwo Jima.[14]

Organizzazione dell'attacco[modifica | modifica sorgente]

Le spiagge da sbarco definite dal piano operativo americano: sul lato occidentale sono visibili anche le zone che avrebbero dovuto essere usate per un ulteriore attacco dal mare

Solo il 7 ottobre 1944 l'ammiraglio Nimitz ed il suo seguito, stabilitisi a Guam per essere più vicini al futuro teatro d'operazioni, si dedicarono con attenzione allo studio di un piano d'attacco per la nuova offensiva stabilita per il 19 febbraio 1945 (nome in codice Operation Detachement, Operazione Distacco). Lo scopo principale era di mantenere una costante pressione militare sul Giappone e di estendere il controllo americano sul Pacifico occidentale. Tre obiettivi specifici contemplati dal piano d'attacco erano la riduzione della forza aeronavale dei giapponesi, la distruzione delle forze terrestri sulle isole Bonin e la presa di Iwo Jima, che doveva essere dotata di una base aerea per la scorta dei bombardieri.

Le forze navali necessarie all'operazione erano riunite nella V flotta, ancoratasi a fine gennaio 1945 ad Ulithi e posta al comando dell'ammiraglio Raymond A. Spruance. Le navi da sbarco e i mezzi anfibi trasportavano il V corpo anfibio agli ordini dell'esperto viceammiraglio Richmond K. Turner. Al generale di corpo d'armata Holland M. Smith fu dato il comando delle truppe una volta che queste fossero sbarcate, composte da:[15]

  • la 3ª divisione Marines, al comando del generale Clifton Cates, proveniente da Guam e con compiti di riserva;
  • la 4ª divisione Marines, sotto il comando del generale Keller Rockey;
  • la 5ª divisione Marines, al comando del generale Graves Erskine.

Le divisioni 4ª e 5ª sarebbero sbarcate sulle spiagge a sud-est, comprese tra il monte Suribachi a sud e l'altipiano di Motoyama a nord-est. Le spiagge furono suddivise in sette zone denominate da sinistra verso destra Green 1, Red 1, Red 2, Yellow 1, Yellow 2, Blue 1 e infine Blue 2. L'appoggio tattico sarebbe stato assicurato dalla flotta di sei corazzate e cinque incrociatori pesanti al comando dell'ammiraglio William H. P. Blandy[15].

Le fotografie aeree che mostrarono parzialmente le fortificazioni giapponesi fecero comprendere agli ufficiali che Iwo Jima era assai ben difesa. Perciò il comando dei Marines chiese che la marina effettuasse dieci giorni di bombardamenti preparatori per intaccare almeno le difese vicino alle spiagge: la proposta fu però rifiutata e la marina si disse disponibile per soli tre giorni di cannoneggiamento, assolutamente insufficienti. Nuovi ordini destinarono la 7ª Forza aerea e reparti di B.29 agli attacchi preliminari, che dovevano durare dall'8 dicembre 1944 al 18 febbraio 1945, per un totale di settantadue giorni.[16]

L'operazione di sbarco era sincronizzata a tal punto che all'ora prefissata di inizio (in gergo militare “ora H”) 68 veicoli anfibi del tipo LVT dovevano raggiungere la spiaggia. Gli LVT sarebbero poi avanzati verso l'interno, fino a raggiungere il primo terrapieno oltre il livello dell'alta marea. Gli anfibi avrebbero quindi utilizzato al massimo i loro obici da 75 millimetri e le mitragliatrici, nel tentativo di impegnare il più possibile la difesa giapponese e permettere alle ondate di marines successive di approdare facilmente e senza eccessive perdite.

Il piano di riserva[modifica | modifica sorgente]

Dal momento che poteva verificarsi un andamento sfavorevole della risacca sulle coste orientali, il V Corpo previde un piano alternativo dall'8 gennaio, che implicava uno sbarco sul lato occidentale dell'isola. Tuttavia la presenza di venti predominanti da nord-nordovest aveva sollevato pericolose onde lunghe lungo il lato sudoccidentale dell'isola, pertanto sembrò inverosimile che detto piano potesse essere effettivamente attuato; esso fu poi annullato.

Tattica e difese giapponesi[modifica | modifica sorgente]

L'isola di Iwo Jima e il piano di difesa[modifica | modifica sorgente]

La mappa dell'isola di Iwo Jima, con i tre aeroporti, il terzo dei quali in costruzione, la stazione meteorologica e i principali sentieri e strade di comunicazione

Iwo Jima ("Isola dello zolfo" in giapponese) è una delle isole Ogasawara (小笠原諸島) facente parte del gruppo delle Isole Volcano, a circa 1.080 km a sud di Tokyo, 1.130 a nord di Guam ed a circa mezza strada tra Tokyo e Saipan (24.754°N, 141.290°E). Ha una superficie di 20 chilometri quadrati, è lunga 8 chilometri e larga 4. La sua forma richiama quella di una pera, nella cui parte meridionale si erge un vulcano spento, il Suribachi. Nella parte centro-settentrionale è presente invece un altopiano 90 metri circa sul livello del mare, il Motoyama. Su tutta l'isola domina una sabbia d'origine vulcanica, nera, polverosa e sottile che impedisce la crescita della vegetazione, composta da pochi alberi e sterpaglie. L'acqua dolce è praticamente inesistente e questo limitò il numero di abitanti a 1000 persone circa. Ma questa lingua di terra inospitale divenne in capo a nove mesi una delle più temibili piazzeforti mai incontrate dagli americani.[9][17]

I primi provvedimenti presi da Kuribayashi furono a favore della popolazione civile sull'isola, che fu evacuata a fine luglio. Il 10 agosto 1944, atterrò a Iwo Jima il contrammiraglio Toshinosuke Ichimaru. I due comandanti iniziarono ad elaborare il piano difensivo, che per molti aspetti ricalcava quelli adottati da altri generali giapponesi nelle precedenti battaglie. Rispetto al suo predecessore, tenente generale Hideyoshi Obata, Kuribayashi adottò la tattica già utilizzata di non difendere le spiagge e di concentrare le armi e le truppe sui fianchi e nell'interno per prenderle d'infilata o bloccare gli invasori che avessero tentato di avanzare. A tal proposito fissò il fulcro della difesa attorno al Suribachi e sull'altopiano di Motoyama. Nel dettaglio, la difesa predisposta da Kuribayashi si articolava sui seguenti punti:[18]:

Il luogotenente generale Tadamichi Kuribayashi, comandante della guarnigione giapponese dislocata ad Iwo Jima
  • per non rivelare le proprie posizioni, l'artiglieria sarebbe dovuta rimanere inattiva durante il previsto bombardamento che anticipava lo sbarco;
  • dopo lo sbarco a Iwo Jima gli americani non avrebbero dovuto incontrare alcuna resistenza sulle spiagge;
  • una volta che le truppe sbarcate fossero avanzato di circa 500 metri verso l'interno, sarebbe dovuto cadere sotto il fuoco concentrato delle armi automatiche, dei lanciarazzi e dei mortai posti sull'altopiano di Motoyama a nord e sul monte Suribachi a sud;
  • dopo aver inflitto le massime perdite possibili, l'artiglieria doveva disporsi verso nord, sull'altopiano vicino il campo d'aviazione di Chidori.

Kuribayashi enfatizzò l'obiettivo e la natura del piano, concepito per attuare una difesa elastica in modo da logorare la forza d'invasione nemica. Al fine di alimentare una resistenza che si preannunciava lunga e faticosa, il comandante giapponese accumulò una riserva di cibo per due mesi e mezzo di sopravvivenza, sempre attento al fatto che le minime risorse che stavano affluendo grazie alle navi a Iwo Jima, sfidando gli aerei e i sottomarini americani, sarebbero cessate del tutto una volta che la battaglia fosse iniziata.

Fortificazioni e gallerie[modifica | modifica sorgente]

In ottemperanza alle sue decisioni Kuribayashi rinunciò a costruire qualsiasi fortificazione sulle spiagge, preferendo che si scavasse una rete di elaborati tunnel che fungessero da collegamento tra i principali fortilizi e da ricovero per le truppe durante gli inevitabili attacchi aerei americani prima dello sbarco: le battaglie degli anni passati avevano infatti dolorosamente evidenziato che i rifugi di superficie non potevano resistere a lungo ad un intenso cannoneggiamento. A tal proposito furono inviati sull'isola degli ingegneri minerari per verificare la fattibilità del piano e nel caso progettare il sistema di gallerie. Vista la friabilità della roccia vulcanica si procedette rapidamente allo scavo.

Il 25% della guarnigione fu distaccato a scavare chilometri di gallerie disposte su vari livelli: esse permettevano la comunicazione tra le caverne già esistenti con quelle scavate dai giapponesi, affiancate da diverse camere sotterranee in grado di contenere anche 300-400 persone. Per evitare che il personale rimanesse intrappolato sottoterra, tutte le opere furono dotate di accessi multipli, scale e passaggi comunicanti, alcuni a fondo cieco per eventuali intrusi; inoltre gli ingressi che davano alla superficie furono pensati per ridurre gli effetti delle esplosioni di bombe o proiettili nelle vicinanze. Una particolare cura fu dedicata alla ventilazione, poiché in molte delle opere sotterranee erano presenti esalazioni di zolfo. In contemporanea fu varato l'ambizioso progetto di creare un enorme tunnel che comunicasse con tutte le varie camere e grotte, per un totale di 27 chilometri: sebbene non ultimato, quasi due terzi di tale galleria erano stati scavati al momento dello sbarco americano.[19]

Allo stesso tempo i 1.233 membri del 204º Battaglione di costruzioni navali furono impiegati per la costruzione di fortificazioni in superficie, per le quali si sfruttò la cenere vulcanica come calcestruzzo, presente in abbondanza sull'isola. I lavori iniziarono a ottobre del 1944: furono edificate centinaia di casematte, fortini e postazioni blindate interrate a mezzo, comunicanti mediante la rete di tunnel e capaci di coprirsi a vicenda per tutta la lunghezza dell'isola. Molte posizioni erano protette da tre metri di cemento armato, cosa che le rendeva più che capaci di eludere gli effetti persino dei proiettili navali. Inoltre furono disseminate migliaia di mine lungo i possibili itinerari o sentieri percorribili da veicoli, e tutti furono posti sotto il tiro incrociato di pezzi anticarro. Le fortificazioni di Iwo Jima erano la più alta espressione delle tecniche giapponesi in fatto di difesa statica: la loro resistenza e perfezione, riconosciuta anche degli esperti americani che visitarono il luogo, non ebbe eguali in nessun'altra posizione insulare che sostenne uno sbarco durante la guerra.[20]

Il generale Kuribayashi fissò il suo comando nella zona settentrionale dell'isola, a circa 500 metri dal villaggio di Kita ed a sud di punta Kitano. Tale installazione, posta a 20 metri di profondità, era formata da gallerie di varie dimensioni connesse da 150 metri di tunnel. Più a sud, sulla collina 382 (la seconda più elevata dell'isola), i giapponesi eressero una stazione radio e meteorologica. Nelle vicinanze, su un punto elevato a sudest della stazione, un enorme fortino fungeva da quartier generale per il colonnello Chosaku Kaidō, comandante dell'artiglieria. Altre colline nell'area nord dell'isola furono perforate. Il principale centro di comunicazione di Kita fu realizzato così ampio, da avere una camera lunga 50 metri e larga 20; questa era servita da un tunnel di 150 metri, che correva a 20 metri di profondità sotto terra.

Gli americani rinnovarono i propri attacchi sull'isola a partire dall'8 dicembre 1944; di conseguenza molti uomini dovettero essere dirottati a riparare i danni ai campi d'aviazione.

Armamenti ed effettivi[modifica | modifica sorgente]

Il cannone da 75 millimetri Tipo 4 in dotazione ai reparti dell'antiaerea nell'esercito giapponese: Iwo Jima contava decine di tali armi

Iwo Jima iniziò a ricevere rinforzi alla fine di febbraio 1944: cinquecento uomini giunsero dalla base navale di Yokosuka, seguiti in marzo da ulteriori 500 provenienti da Chichi Jima. Nel contempo, con l'arrivo di altri effettivi dalla madrepatria, la guarnigione di Iwo Jima oltrepassò i 5.000 uomini. L'armamento comprendeva 13 pezzi d'artiglieria, 200 mitragliatrici pesanti e leggere e 4.552 fucili, a cui si dovevano aggiungere cannoni costieri da 120 millimetri, 12 batterie contraeree e 30 cannoni binati contraerei da 25 millimetri.

Con la fine dei combattimenti a Saipan, il 145º Reggimento di fanteria del colonnello Masuo Ikeda che era in viaggio per le Marianne fu assegnato a Iwo Jima. Tra giugno e luglio la 109ª Divisione di fanteria, comandata da Kuribayashi, fu trasportata sull'isola, dove poco dopo fu anche spostata la 2ª Brigata mista indipendente del generale Sadasui Senda, prima di stanza a Chichi Jima. Questi rinforzi, che raggiunsero l'isola tra luglio ed agosto del 1944, fecero salire gli effettivi della guarnigione a circa 12.700 uomini.

Il cannone da campo Tipo 90 da 75 millimetri: introdotto nei primi anni '30, fu impiegato fino alla fine della guerra

Dal Giappone cominciarono ad affluire anche unità di artiglieria e 5 battaglioni anticarro. Malgrado l'affondamento di numerose navi in rotta verso l'isola da parte di sottomarini e velivoli americani, consistenti quantità di materiali giunsero a destinazione durante l'estate e l'autunno del 1944. Alla fine dell'anno, il generale Kuribayashi disponeva di 361 pezzi d'artiglieria da 75 millimetri o di calibro superiore, di una dozzina di mortai da 320 millimetri, di 65 mortai medi e leggeri (rispettivamente 150 e 81 millimetri), 33 cannoni navali da 80millimetri o di calibro superiore e di 94 cannoni antiaerei da 75 millimetri o calibro superiore. Inoltre le difese di Iwo Jima annoveravano più di 200 cannoni antiaerei da 20 e da 25 mm e 69 cannoni controcarro da 37 e 47 millimetri. La potenza di fuoco dell'artiglieria fu integrata con una serie di apparecchi lanciarazzi che dal tipo da 203 millimetri circa, di 90 chili di peso e raggio d'azione pari a 2-3 chilometri, arrivavano al proiettile gigante da 250 chili, il quale aveva un raggio d'azione superiore a 7 chilometri. Complessivamente arrivarono sull'isola 70 lanciarazzi ed il relativo personale.

Il carro armato medio giapponese Tipo 97, equipaggiato con un cannone da 47 millimetri: circa 30 di questi blindati parteciparono alla battaglia

La componente corazzata della difesa era riunita nel 26º Reggimento carri di stanza a Pusan, in Corea, al comando del colonnello Takeichi Nishi; l'unità, che aveva prestato servizio in Manciuria, ricevette l'ordine di recarsi sull'isola. Forte di 600 uomini e 28 carri armati, il contingente salpò dal Giappone nella metà di luglio, a bordo della nave Nisshu Maru. Il convoglio con il quale viaggiava fu però attaccato il 18 luglio 1944 al largo di Chichi Jima, e la Nisshu Maru, silurata, affondò con tutto il carico. Fu necessario attendere il mese di dicembre per rimpiazzarli con altri 40 carri, dei quali 30 medi e 10 leggeri. Se dapprima Nishi aveva pensato di usare i suoi mezzi corazzati come una sorta di brigata itinerante, da impegnare nei punti cruciali del combattimento, egli fu poi indotto dalla natura accidentata del terreno a impiegarli a scafo sotto; ad alcuni furono smontate le torrette, che divennero piccole e insidiose postazioni di fuoco.

Malgrado dunque il blocco americano, continuarono a giungere sull'isola altre truppe e armi sino a febbraio del 1945. Il generale Kuribayashi al 19 febbraio, si trovò quindi a disporre di una forza globale di 21.500 uomini, tra marina ed esercito.

Linee di difesa[modifica | modifica sorgente]

Il monte Suribachi, la più importante formazione rocciosa dell'isola, era uno dei punti fondamentali della difesa giapponese sull'isola.

Il gen. Kuribayashi operò diversi cambiamenti al suo piano primario di difesa, nei mesi che precedettero l'invasione americana. La strategia finale, adottata da gennaio del 1945, fu di creare salde posizioni, che si aiutavano reciprocamente, da difendere sino alla morte. Non erano contemplati contrattacchi, ritirate od attacchi banzai. La parte meridionale di Iwo Jima prossima al monte Suribachi era organizzata in un settore di difesa semi-indipendente. Le fortificazioni includevano l'artiglieria costiera e le armi automatiche di supporto alle casematte. Lo stretto istmo a nord del Suribachi doveva essere difeso da un piccolo contingente di fanteria. Dall'altro lato, l'intera area era esposta al fuoco di lanciarazzi e mortai posti sul Suribachi a sud e sull'altipiano a nord.

Una linea di difesa principale si componeva di posizioni estese in profondità, in reciproco supporto, che correvano dalla parte nordoccidentale dell'isola sino a quella sudorientale, lungo una linea base dagli scogli di nordovest, attraverso l'aeroporto n. 2 di Motoyama fino al villaggio di Minami. Da lì proseguiva verso est, sulla linea costiera a sud di punta Tachiiwa. L'intera linea di difesa era costellata di casematte, bunker e fortini. I carri armati del col. Nishi, interrati e mimetizzati, fortificavano ulteriormente la zona, aiutati dal terreno accidentato. Una seconda linea di difesa si estendeva da poche centinaia di metri a sud di punta Kitano, estremo nord di Iwo Jima, attraverso il non ancora ultimato aeroporto n. 3 fino al villaggio di Motoyama e poi nella regione tra punta Tachiiwa e la darsena ad est. Tale linea conteneva poche fortificazioni artificiali; i giapponesi trassero sommo vantaggio dalle caverne naturali e dalle altre caratteristiche del terreno.

Per proteggere ulteriormente i due aeroporti già terminati, i giapponesi vi scavarono nei dintorni un certo numero di fosse anticarro e minarono tutte le strade di collegamento. Quando il 2 gennaio una dozzina di B-24 Liberator bombardarono il campo d'aviazione n. 1 provocando seri danni, Kuribayashi dirottò 600 uomini, 11 autocarri e 2 bulldozer per le riparazioni, completandole in sole 12 ore. Alla fine 2.000 uomini furono incaricati di colmare i crateri cagionati dalle bombe. Gli ultimi mesi del 1944 i bombardieri B-24 erano su Iwo Jima quasi ogni notte ed i trasporti e gli incrociatori compivano sovente delle incursioni. L'8 dicembre 1944, aerei americani sganciarono più di 800 tonnellate di bombe su Iwo Jima, ma con scarso effetto sulle difese dell'isola. Sebbene le incursioni aeree interferissero con i preparativi dei giapponesi e sottraessero loro ore di sonno, i lavori di questi ultimi non furono praticamente rallentati.

Il 5 febbraio 1945, gli operatori radio sull'isola comunicarono al comandante che i segnali in codice dei velivoli americani avevano subito un cambiamento inquietante. Il 13 febbraio, un velivolo di ricognizione della marina giapponese riferì di 170 navi USA in navigazione verso nordovest, provenienti da Saipan. Tutte le truppe giapponesi sulle Ogasawara furono poste in stato d'allerta.

La battaglia di Iwo Jima[modifica | modifica sorgente]

Carri armati M4 Sherman dotati di lanciafiamme usati per colpire i bunker giapponesi.

Proseguendo l'azione iniziata dal 15 giugno 1944, e che alla fine sarebbe risultata la più intensa campagna di bombardamento aereonavale compiuta su un singolo obiettivo nel teatro del Pacifico[21], 100 bombardieri attaccarono l'isola, seguiti da un'altra salva sparata dalle unità navali. Il maggior generale dei marines Harry Schmidt aveva richiesto dieci giorni di bombardamento, ma ne vennero concessi tre. Squadre di demolitori subacquei, noti come Underwater Demolition Teams e che sarebbero diventati in seguito i Navy SEAL vennero sbarcati da unità leggere ed iniziarono a minare le ostruzioni costiere; durante queste operazioni, il 18 giugno, il cacciatorpediniere di scorta USS Blessman (DE-69) veniva colpito da un aereo giapponese, mentre il giorno precedente la squadra UDT-15 sbarcata dallo stesso cacciatorpediniere veniva presa sotto il fuoco delle mitragliatrici dei difensori, con un morto tra gli incursori. Dopo mesi di attacchi dal cielo e dal mare, alle 02:00 del 19 febbraio 1945, i cannoni delle navi da battaglia segnalarono l'inizio della parte anfibia dell'operazione, nota agli statunitensi nel suo complesso come Operazione Detachment. Ad ogni nave dotata di cannoni pesanti era stata assegnata una specifica area da coprire. Alle 08:59 il primo marine metteva piede sull'isola, con tre divisioni, la 3a, la 4a e la 5a componenti il V corpo anfibio, impegnate nelle operazioni.

La prima ondata venne fatta sbarcare e attestarsi sulla spiaggia senza ostacolo da parte dei difensori, per ordine espresso di Kuribayashi, ma quando tentarono di inoltrarsi, i militari americani si scontrarono subito con un pesante fuoco nemico proveniente dal monte Suribachi che provocò notevoli perdite sia tra i marines che tra gli equipaggi dei mezzi da sbarco che vennero presi sotto tiro da parte dei cannoni fino ad allora rimasti silenziosi. Ciò nondimeno, alla sera 30.000 marines erano sbarcati ed avevano circondato la montagna. Ne sarebbero arrivati altri 40.000 circa[22].

L'arrampicata in cima al Suribachi fu combattuta palmo a palmo. Il fuoco dei cannoni era inefficace contro i giapponesi, quindi per colpire i bunker vennero usati lanciafiamme e granate. Molti tra i carri statunitensi sbarcati vennero immobilizzati dai difensori, ma contribuirono al fuoco di copertura delle ondate di marines che avanzavano; tra essi, la versione Sherman M4A3R3 dotata di lanciafiamme, presente in otto esemplari, distrusse parecchi fortini. Infine, il 23 febbraio la sommità fu raggiunta. Vi fu innalzata una bandiera USA, la quale fu poi rimpiazzata da un'altra più grande, in modo da conservare la prima per il battaglione. Fu quello il momento in cui il fotografo della Associated Press Joe Rosenthal scattò la famosa foto "Raising the Flag on Iwo Jima". L'appoggio aereo ravvicinato venne inizialmente fornito dai cacciabombardieri della marina basati sulle portaerei, ma il 6 marzo l'aeroporto N.1, dotato di tre piste, veniva messo in relativa sicurezza e pertanto atterrò sull'isola il 15th Fighter Group, un gruppo di cacciabombardieri P-51 Mustang, iniziando ad operare in appoggio alle truppe a terra.

Resti di mezzi distrutti sulla spiaggia di Iwo Jima.

Con la messa in sicurezza dell'area di sbarco, più truppe ed equipaggiamento pesante giunsero sull'isola e l'invasione procedette verso nord per catturare gli aeroporti ed il resto di Iwo Jima. Molti soldati giapponesi combatterono fino alla morte, con frequenti attacchi soprattutto notturni, per cui dalle navi venivano sparati proiettili illuminanti in modo da far stagliare le eventuali sagome di giapponesi in avvicinamento e negare l'effetto sorpresa. Peraltro un certo numero di giapponesi parlava inglese, per cui i marines sentivano vicino alle loro linee voci che in inglese chiamavano i loro "compagni", per poi rivelarsi come giapponesi[22]. Nella notte del 25 marzo, una forza di 300 giapponesi lanciò un ultimo contrattacco presso l'aeroporto n. 2. Piloti dell'esercito, genieri (i cosiddetti “Seabees”, dalla pronuncia americana delle iniziali del battaglione: “CB”, ovverosia Construction Battalions) e marines combatterono fino al mattino, lasciando sul campo circa 100 uomini e subendo 200 feriti. Quasi tutti i soldati della forza giapponese caddero in combattimento. L'isola fu dichiarata sicura il giorno successivo.

Conseguenze[modifica | modifica sorgente]

Video dei marines che issano la bandiera

Dei 22.060 giapponesi di stanza sull'isola, ne perirono 21.844 e ne furono catturati 216. Le forze alleate subirono 26.000 vittime, di cui 6.800 caduti, superando le perdite giapponesi[23].

Relativamente all'utilità di conquistare l'isola, la questione rimane controversa. Malgrado ciò, l'importanza strategica di Iwo Jima per gli USA fu giustificata come luogo idoneo per il rifornimento dei bombardieri in rotta o di ritorno dal Giappone. Per diverse ragioni tecniche, tali scorte si rivelarono superflue ed impraticabili e solo 10 missioni vennero compiute da Iwo Jima. Un'altra supposta conseguenza della presa di questa piccola isola, fu che gli alleati ipotizzarono un enorme dispendio in vite umane che l'invasione del Giappone avrebbe potuto comportare e quindi accelerarono gli studi e gli esperimenti per la costruzione della bomba atomica. In definitiva la storiografia ufficiale americana afferma che il bagno di sangue americano avuto su Iwo Jima li costrinse a sganciare gli ordigni atomici sul Giappone, tesi peraltro tuttora discussa.[senza fonte]

Riunione d'onore[modifica | modifica sorgente]

Il 19 febbraio 1985 fu tenuta la cosiddetta "Riunione d'onore" o "Riunione del valore" per ricordare il quarantesimo anniversario della battaglia. Vi parteciparono i reduci di entrambi gli schieramenti che combatterono a Iwo Jima e le rispettive famiglie, per un totale di circa quattrocento persone. L'evento si svolse sulla spiaggia meridionale, dove gli americani erano sbarcati. Sulle alture di fronte la costa fu eretta una lapide decorata e con incisa sopra una dedica commemorativa sia in lingua giapponese che in inglese:[24]

NEL QUARANTESIMO ANNIVERSARIO DELLA BATTAGLIA DI IWO JIMA, EX COMBATTENTI AMERICANI E GIAPPONESI S’INCONTRARONO DI NUOVO SU QUESTA STESSA SABBIA, QUESTA VOLTA IN PACE E AMICIZIA. COMMEMORIAMO I NOSTRI COMMILITONI, VIVI E MORTI, CHE QUI COMBATTERONO CON CORAGGIO E VALORE, E PREGHIAMO ASSIEME AFFINCHÉ I NOSTRI SACRIFICI A IWO JIMA SIANO SEMPRE RICORDATI E MAI PIÙ SI RIPETANO.

19 FEBBRAIO 1985

ASSOCIAZIONE DELLA III, IV E V DIVISIONE: USMC E ASSOCIAZIONE DI IWO JIMA

Dopo la cerimonia di scoprimento e la deposizione di fiori, i veterani si avvicinarono al monumento stringendosi la mano commossi, abbandonando l'iniziale e comprensibile atteggiamento timido o diffidente e mescolandosi tra loro, come poi fecero anche le loro famiglie.[24]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Video
  2. ^ Millot 1967, p. 850-851; Erano aviatori e marinai senza più navi ed aerei, addestrati alle manovre della fanteria e al comando del contrammiraglio Ichimaru
  3. ^ Gilbert 1989, p. 738 riporta 6821 morti
  4. ^ Millot 1967, p. 863, 871
  5. ^ Gilbert 1989, p. 738 riporta quasi 900 morti
  6. ^ Gilbert 1989, p. 738
  7. ^ Mondadori 2010 vol. II, p. 285
  8. ^ Gilbert 1989, p. 738 fa ammontare i prigionieri a 1083
  9. ^ a b Tosti 1950, p. 464
  10. ^ Millot 1967, p. 692-693; l'ammiraglio americano condusse tale attacco ritenendo che Iwo Jima potesse essere un punto di sostegno per Saipan, su cui si stava combattendo contro l'ostinata resistenza nipponica
  11. ^ a b Millot 1967, p. 846-847
  12. ^ Mondadori 2010 vol. II, p. 282
  13. ^ Offensiva che era condotta dal XXI Comando bombardieri guidato dal generale Henry Harley Arnold
  14. ^ Millot 1967, p. 847
  15. ^ a b B. Millot, La Guerra del Pacifico, pag. 852
  16. ^ Millot 1967, p. 852-853
  17. ^ Millot 1967, p. 848-849
  18. ^ Millot 1967, p. 848
  19. ^ Il personale giapponese impegnato in questo lavoro da talpe profuse il massimo sforzo: oltre al pesante lavoro fisico, gli uomini erano esposti a temperature di 30-50 °C così come ai vapori di zolfo, che li obbligavano ad indossare maschere antigas. In molti casi un lavoratore doveva essere sostituito dopo solo cinque minuti
  20. ^ Millot 1967, p. 849-850
  21. ^ Chronology of the Battle of Iwo Jima.
  22. ^ a b Robert E. Allen, The First Battalion of the 28th Marines on Iwo Jima: A Day-by-Day History from Personal Accounts and Official Reports, with Complete Muster Rolls, Jefferson, N.C., McFarland & Company, 2004. OCLC 41157682, ISBN 0-7864-0560-0.
  23. ^ Battle for Iwo Jima, 1945, The Navy Department Library, 16 gennaio 2008.
  24. ^ a b A Iwo Jima Buraku. URL consultato l'8 agosto 2011.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Robert E. Allen, The First Battalion of the 28th Marines on Iwo Jima: A Day-by-Day History from Personal Accounts and Official Reports, with Complete Muster Rolls, Jefferson, N.C., McFarland & Company, 2004. OCLC 41157682, ISBN 0-7864-0560-0.
  • Bernard Millot, La Guerra del Pacifico, Mondadori, 1967. ISBN 88-17-12881-3.
  • Martin Gilbert, La grande storia della seconda guerra mondiale, 1989.
  • La seconda guerra mondiale, vol. II, Verona, Mondadori editore, 2010.
  • Robert E. Allen, Zell Miller, The First Battalion of the 28th Marines on Iwo Jima: A Day-by-Day History from Personal Accounts and Official Reports, with Complete Muster Rolls, McFarland & Company, 2004. ISBN 0-7864-2158-4.
  • James Bradley, Ron Powers, Flags of Our Fathers, Bantam, 2001. ISBN 0-553-38029-X.
  • James Bradley, Flyboys: A True Story of Courage, Little, Brown and Company, 2003. ISBN 0-316-10584-8.
  • Hal Buell, Uncommon Valor, Common Virtue: Iwo Jima and the Photograph that Captured America, Penguin Group, 2006. ISBN 0-425-20980-6.
  • Robert S. Burrell, The Ghosts of Iwo Jima, Texas A&M University Press, 2006. ISBN 1-58544-483-9.
  • Eric Hammel, Iwo Jima: Portrait of a Battle: United States Marines at War in the Pacific, Zenith Press, 2006. ISBN 0-7603-2520-0.
  • Chester Hearn, Sorties into Hell: The Hidden War on Chichi Jima, Praeger Publishers, 2003. ISBN 0-275-98081-2.
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  • Jack Lucas, D. K. Drum, Indestructible: The Unforgettable Story of a Marine Hero at the Battle of Iwo Jima, Da Capo Press, 2006. ISBN 0-306-81470-6.
  • Samuel Eliot Morison, Victory in the Pacific, 1945, vol. 14 of History of United States Naval Operations in World War II, Champaign, Illinois, USA, University of Illinois Press, 2002 (reissue). ISBN 0-252-07065-8.
  • Richard F. Newcomb, Harry Schmidt, Iwo Jima, Owl Books, 2002. ISBN 0-8050-7071-0.
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  • Marvin D. Veronee, The Battle of Iwo Jima, Visionary Art Publishing, 2001. ISBN 0-9715928-2-9.
  • John K. Wells, Bradley T. Macdonald, Lawrence R., III Clayton, Give Me Fifty Marines Not Afraid to Die: Iwo Jima, Ka-Well Enterprises, 1995. ISBN 0-9644675-0-X.
  • Derrick Wright, The Battle of Iwo Jima 1945, Sutton Publishing, 2007. ISBN 0-7509-4544-3.

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