Attacco banzai

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Se riscontri problemi nella visualizzazione dei caratteri, clicca qui.

Attacco banzai (o carica banzai) (玉砕 o バンザイ突撃 gyokusai o banzai totsugeki) era il nome dato durante la seconda guerra mondiale ad assalti frontali di massa condotti dalle forze di fanteria dell’esercito imperiale giapponese. Questi attacchi avevano natura suicida, ed erano effettuati per evitare il disonore della resa e della prigionia in mano nemica, considerati dal codice d'onore vigente allora come la peggiore sorte possibile.[1]

Gli attacchi banzai non devono essere confusi con gli attacchi kamikaze, la cui filosofia era dettata da un preciso ragionamento strategico. Questi infatti erano freddamente concepiti come un estremo tentativo di massimizzare le possibilità di successo contro le forze alleate, solitamente superiori sia tecnicamente sia numericamente. Gli attacchi banzai avevano - al contrario - uno scopo solitamente etico-morale, anche se in alcuni casi (per esempio durante la battaglia di Okinawa) si pensò anche di sfruttare l'impeto dell'attacco banzai per scopi tattici.[2]

In effetti gli attacchi banzai derivano delle "onde umane" o attacchi in colonna aperta praticati dai giapponesi nella guerra russo-giapponese e nella seconda guerra sino-giapponese, ed in altri contesti, durante tutta la prima metà del '900, talvolta anche con notevole successo tattico, sebbene a costo di pesanti perdite. Si trattava di assalti alla baionetta in ordine non troppo serrato, ma non come assalti infiltranti a squadre, secondo la prassi divenuta norma durante la prima guerra mondiale e diffusa anche in Giappone. Questo modello, antiquato, di assalto riusciva ad ottenere risultati pratici buoni qualora il nemico fosse carente di mitragliatrici ed armi automatiche e privo di artiglieria campale (come sovente in Cina). Per questo motivo la carica alla baionetta, in stile 1914, rimase molto praticata nell'esercito giapponese tra le due guerre e si continuò ad insistere su questa tattica in sede d'addestramento, ritenendo che i reparti in ordine "quasi chiuso" riuscissero a dimostrare, anche a costo della morte di buona parte degli assalitori, la superiorità morale dei nipponici e la forza, anche psicologica, della baionetta.

Già durante la campagna di Guadalcanal e quella sul fronte birmano nel 1942 fu evidente che queste tattiche erano inadeguate verso eserciti ben provvisti di pistole mitragliatrici, fucili automatici, mitragliatrici leggere e pesanti, mortai ed artiglieria reggimentale, ovvero di un'elevata potenza di fuoco che, quando si univa a reticolati anche molto semplici come in Birmania e in Nuova Guinea, fermava le cariche con esiti disastrosi. Rimase però la convinzione, soprattutto in ufficiali giapponesi nazionalisti e subalterni, della superiorità della baionetta rispetto alla potenza di fuoco e dell'opportunità di dimostrare al nemico la propria superiorità nel coraggio e nell'onore che una carica quasi in colonna, potenzialmente suicida nell'età delle mitragliatrici, rappresentava. Tanto da spingere a riproporre, non più come scelta tattica "reale", ma come azione volutamente semi-suicida, questo tipo di operazioni, soprattutto quando si riteneva la sconfitta molto probabile. Va anche sottolineato che questo tipo di operazioni "obbligavano" i soldati ad affrontare la morte praticando una sorta di coercizione psicologica in cui l'unico modo per salvarsi era tradire ed abbandonare i propri compagni di compagnia-plotone-squadra, e quindi predisponevano la mentalità delle truppe al suicidio. Suicidio che era considerato appropriato davanti alla sconfitta dalla maggior parte degli ufficiali e sottufficiali professionisti giapponesi e il cui dovere era considerato culturalmente scontato da una parte, maggioritaria ma non totalitaria, delle truppe.

Questo genere di attacchi, contro americani e britannici, produceva risultati pratici scarsi o nulli, concludendosi nel massacro totale degli attaccanti a fronte di scarsissime perdite fra i difensori. Nondimeno l'effetto psicologico sugli Alleati fu estremamente grave: impressionati dalla furia di questi assalti, i comandi americani si risolsero ad annullare l'Operazione Olympic e ad usare la bomba atomica per piegare il Giappone senza ricorrere all'invasione. Altresì l'impressione fu enorme anche fra la truppa, nella quale si diffuse la sensazione di combattere contro un nemico cieco e selvaggio, col quale era impossibile trattare. Inoltre nei pochi casi in cui la carica riusciva ad avere effetto ed a spezzare la linea nemica, anche se quasi sempre a costo di perdite doppie o triple per gli attaccanti, i reparti di difensori sopravvissuti erano provati da un forte shock e sconvolti dalla visione dei soldati giapponesi che avanzavano incuranti delle perdite, sovente anche dopo essere stati gravemente feriti, con conseguenti crolli psicologici e traumi, in maniera simile a quanto accadde durante la guerra di Corea, quando l'esercito cinese scagliò alcune cariche "ad onde umane" (ispirate da quelle fatte dai giapponesi contro di loro negli anni '30) contro le linee americane, riuscendo però talvolta a spezzarle (ad esempio il 25 novembre 1950, con l'inizio della controffensiva "a tridente") e provocando ondate di panico e ritirate precipitose.

Attacchi banzai[modifica | modifica wikitesto]

Gli attacchi banzai furono molto frequenti, in particolare a partire dal 1943. Tali azioni erano condotte da un numero molto variabile di uomini, a seconda delle circostanze. Segue un elenco con alcuni di essi, particolarmente significativi[3].

  • 28-29 aprile 1943: battaglia di Attu. Nella notte, un migliaio di giapponesi si lanciò all’assalto delle linee americane. Di tutta la guarnigione, che contava 2.380 uomini, solo 28 furono fatti prigionieri
  • 15-16 giugno 1944: battaglia di Saipan. Ripetuti assalti frontali notturni condotti dai giapponesi per ordine del generale Saito. Gli attaccanti persero circa 1.000 uomini, senza conseguire alcun risultato.
  • 7 luglio 1944: battaglia di Saipan. I comandanti della guarnigione, prima di compiere il suicidio rituale, per salvare l’onore avevano ordinato di effettuare un ultimo attacco banzai. Nelle prime ore del giorno, i giapponesi si lanciarono all’assalto contro le linee americane. I nipponici, invano contrastati dall'artiglieria, riuscirono a rompere le prime linee dei Marines ed avanzarono fino alla tarda mattinata del giorno. Dopodiché, un contrattacco li respinse. La carica provocò 668 morti tra gli americani ed oltre 4.200 tra i giapponesi. L’8 luglio i combattimenti sull’isola erano finiti.
  • 25 luglio 1944: battaglia di Guam. 5.000 soldati giapponesi, in gran parte appartenenti alla XLVIII brigata, si lanciarono contro le linee americane per ben sette volte. I risultati furono nulli, ed i nipponici persero 3.500 soldati tra morti e feriti.
  • 25 luglio 1944: battaglia di Tinian. Per ordine del colonnello Ogata, i giapponesi attaccarono in tre ondate le difese americane sulle spiagge. Gli attacchi furono effettuati alle 2:00, 2:30 e 3:30 (l’ultimo anche con l’appoggio di sei carri armati): furono tutti respinti. La mattina dopo, gli americani contarono i corpi di 1.241 giapponesi, oltre alle carcasse di cinque carri. Il colonnello Ogata perse la vita durante un attacco notturno, il 31 luglio.
  • 19 maggio 1945: battaglia di Okinawa. Ripetuti assalti notturni contro le postazioni americane: 500 giapponesi morti.

In generale, le cariche banzai furono molto utilizzate dai comandanti giapponesi. Una significativa eccezione è rappresentata dal generale Tadamichi Kuribayashi, comandante della guarnigione di Iwo Jima. Egli infatti le vietò perché preferiva aspettare il nemico in difesa, piuttosto che sprecare soldati in attacchi notturni che, il più delle volte, si rivelavano inutili. Tuttavia, la notte tra l’8 ed il 9 marzo 1945, nonostante la proibizione del generale, 1.500 soldati giapponesi ormai accerchiati, del capitano di vascello Samaji Inouye[4], attaccarono invano con l’intento di rompere l’assedio americano. L’attacco si risolse con un massacro: circa 800 giapponesi e 90 marines (oltre a 257 feriti) persero la vita[5]. Si trattò della più massiccia carica banzai di tutta la campagna di Iwo Jima (19 febbraio-26 marzo 1945)[6].

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Horie Yoshitake, Iwo Jima, la versione giapponese, in Storia della seconda guerra mondiale, Rizzoli-Purnell, pp. 164 e ss.
  2. ^ Gabrio Florianello, La marina del Sol Levante nella seconda guerra mondiale, Fratelli Melita, 1972, pp. 182 e ss.
  3. ^ Gli episodi seguenti sono tratti da Bernard Millot, La Guerra del Pacifico, Biblioteca Universale Rizzoli, 2003, ISBN 88-17-12881-3
  4. ^ Comandante le forze navali di terra. Cfr. History of the US Marine Corps, Operation in World War II, Western Pacific Operation. Part IV - Iwo Jima
  5. ^ Ibidem, parte 10
  6. ^ La storia. Le grandi battaglie Vol. 26 – Armi, tattiche e strategie militari
Guerra Portale Guerra: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di Guerra