Battaglia di Tarawa

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Coordinate: 1°25′37″N 172°58′32″E / 1.426944°N 172.975556°E1.426944; 172.975556

Battaglia di Tarawa
Membri della 2ª divisione marines combattono le postazioni giapponesi a Betio al riparo di una duna
Membri della 2ª divisione marines combattono le postazioni giapponesi a Betio al riparo di una duna
Data 20 novembre - 23 novembre 1943
Luogo Betio, atollo di Tarawa
Esito Vittoria statunitense
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
2ª divisione marines:
più di 5.000 uomini[1]
Guarnigione di Betio:
4.836 soldati
400 addetti all'aeroporto impiegati come ausiliari
Totale:
5.236 uomini
Perdite
Corpo dei Marines:
985 morti
2.183 feriti[2][3][4]
US Navy:
300 marinai uccisi o feriti
5.090 morti
17 giapponesi prigionieri
129 coreani prigionieri
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La battaglia di Tarawa si combatté tra il 20 e il 23 novembre 1943 sull'isola di Betio, compresa nell'atollo di Tarawa delle Isole Gilbert. Vide contrapposte le forze della marina imperiale giapponese a quelle dei marines statunitensi, che conquistarono l'isola dopo feroci combattimenti, dovuti all'approssimativa organizzazione degli attacchi anfibi e alla molteplicità delle difese nipponiche. Lo sbarco a Tarawa fu la terza operazione offensiva condotta dagli Stati Uniti nel teatro del Pacifico dopo la conquista dell'isola di Guadalcanal tra l'agosto 1942 e il febbraio 1943 e la duplice avanzata che stava avvenendo nelle Salomone centro-settentrionali e in Nuova Guinea.

A seguito della conquista furono consegnate quattro Medal of Honor, di cui tre postume. L'isola fu considerata dagli statunitensi stessi come il posto meglio difeso contro uno sbarco di tutta la seconda guerra mondiale, con la sola eccezione di Iwo Jima.[5]

Antefatti[modifica | modifica wikitesto]

L'atollo di Tarawa era stato invaso dalle truppe del Sol levante il 10 dicembre 1941, tre giorni dopo l'attacco di Pearl Harbor, e classificato come conquistato dal Giappone.[3] A seguito dell'incursione dei Raiders sull'isola di Makin del 16-17 agosto 1942, l'Alto Comando giapponese si rese conto che occorreva rinforzare massicciamente queste posizioni per evitare il ripetersi di simili attacchi e per parare una possibile offensiva americana: perciò nel settembre 1942 il contrammiraglio Tomanari Saichiro fu nominato comandante delle Gilbert e inviato nel settore con tutto il necessario per rendere l'arcipelago imprendibile; un secondo fattore che fece così deliberare il Gran Quartier Generale imperiale furono le informazioni trasmesse da alcune spie a Pearl Harbor: avvisarono che era stata riunita una grande flotta, cosa che confermava i timori che gli Alleati si preparavano ad attaccare da un altro lato la Sfera di Prosperità Comune.[6]

Situazione e piani[modifica | modifica wikitesto]

Il piano di sbarco e le forze statunitensi[modifica | modifica wikitesto]

Il piano di sbarco americano per Betio, con il nome assegnato a ogni spiaggia. Sono visibili il grande aeroporto e il molo a nord

A partire dalla seconda metà del 1943 le industrie americane avevano iniziato a fornire enormi quantità di materiali d'ogni genere, oltre a permettere l'allestimento di nuove Task Forces che annoveravano le più moderne portaerei (classe Essex) e velivoli all'avanguardia; inoltre la flotta anfibia statunitense era equipaggiata con mezzi prodotti espressamente per questo scopo, alcuni innovativi come il cingolato AMTRAC o le grandi navi da trasporto LCM e LST: era logico che, con simili quantità di mezzi militari, si sarebbe potuto aprire una seconda breccia nel dispositivo di difesa nipponico nel Pacifico, tanto più che la nuova flotta che doveva condurre le operazioni nel Pacifico centrale, la numerosa Task Force 58, aveva già dimostrato le sue grandi potenzialità.[7]

La scelta del luogo del prossimo sbarco fu assai lunga ed esistante, visto che gli Stati Uniti avrebbero potuto attaccare le Gilbert, le Marshall o le Caroline senza intralciare i piani delle future offensive. Alla fine Nimitz optò per le Gilbert in quanto erano vicine all'Australia e poco protette, come era stato constatato l'anno precedente; in particolare si scelse di occupare l'atollo di Tarawa, posto al centro dell'arcipelago, mentre gli altri sarebbero stati "saltati" mediante la stessa tecnica adoperata nelle Salomone. Per la precisione solo un'isola dell'atollo, Betio, sarebbe stata attaccata: essa era infatti l'unica a disporre di un aeroporto e controllava l'unico accesso alla laguna interna. Designato il settore della nuova offensiva (denominata in codice Operazione Galvanic e stabilita per il 10 novembre), alla riunione del 4 settembre 1943 tenutasi a Pearl Harbor furono assegnati i comandi:[8]

Il maggior generale Holland M. Smith, comandante delle forze anfibie del V corpo a Tarawa

La forza di invasione fu tra le più grandi mai utilizzate per una sola operazione nel Pacifico: era composta da 17 portaerei (6 di squadra, 5 leggere, 6 di scorta), 12 corazzate, 8 incrociatori pesanti, 4 leggeri, 66 cacciatorpediniere e 36 mezzi di trasporto; a essa furono affidati tre diversi compiti:[10][11]

  • il gruppo navale dell'ammiraglio Ragsdale, con 3 corazzate, 5 portaerei di scorta, 2 incrociatori pesanti, 3 incrociatori leggeri e un cacciatorpediniere avrebbero dato appoggio tattico alle truppe;
  • il gruppo navale dell'ammiraglio Montgomery, con 3 portaerei di squadra, avrebbe fornito il sostegno aereo all'invasione;
  • infine, la flotta di 6 corazzate veloci dell'ammiraglio Willis A. Lee avrebbe dovuto fermare ogni possibile mossa nipponica proveniente dalle Marshall.

Gli strateghi militari statunitensi decisero di attaccare Betio dal lato settentrionale, ritenuta la parte meno difesa dell'isola e dove si trovavano acque più calme per i mezzi da sbarco. Le spiagge di sbarco concordate erano tre e si chiamavano, rispettivamente andando da ovest ad est: spiaggia Red 1, che doveva essere assaltata dal 3º battaglione del 2º marines (2ª Divisione) e che si estendeva all'interno di una baia; alla sua destra la spiaggia Red 2, obiettivo del 2º battaglione del 2º marines, e che si estendeva per 455 metri dalla parte finale orientale della baia fino ad un lungo molo di 400 m sulla destra; infine il 2º battaglione dell'8º marines doveva sbarcare lungo una striscia di 728 metri denominata spiaggia Red 3, divisa in due dal piccolo molo di Burns-Philp.[12] Le prime tre ondate d'assalto di 1.500 marines sarebbero state condotte con l'uso di cingolati anfibi LVT-2 e LVT-1 (successivi modelli dell'AMTRAC) del 2º battaglione trattori anfibi, le successive sarebbero state trasportate con gli LCVP.

L'ammiraglio Raymond A. Spruance, comandante della V flotta statunitense, incaricato di condurre l'Operazione Galvanic a buon fine

Altre tre spiagge erano presenti, dove però non si progettavano sbarchi per il giorno D: sul lato occidentale di Betio la spiaggia Green e su quello meridionale le spiagge Black 1 e Black 2.

Durante la riunione fu però sollevato un interrogativo apparentemente marginale: la marea sarebbe stata abbastanza alta da consentire alle chiatte e ai più grandi mezzi da sbarco di giungere sulle spiagge senza urtare le scogliere coralline? Si scatenarono feroci discussioni, visto che alcuni comandanti chiesero che si spostasse lo sbarco a un periodo di alta marea, ma molti altri ufficiali, tra i quali l'ammiraglio Turner, non si preoccuparono e, ottimisticamente, affermarono che gli scogli sarebbero stati sommersi. Alla fine furono mantenute le direttive convenute e fu deciso di incrementare il numero di AMTRAC dei vari modelli. La leggerezza con la quale si pianificò lo sbarco ebbe conseguenze drammatiche.[13]

Per garantire un effetto sorpresa, il contrammiraglio Chester W. Nimitz decise che il bombardamento pre-sbarco doveva durare per un massimo di tre ore. Questo era suddiviso in tre fasi: la prima, della durata di un'ora (60 minuti prima dell'ora H, quindi dalle 06:30 fino alle 07:30) prevedeva un bombardamento su obiettivi designati; la seconda sarebbe iniziata subito dopo e durata cinquanta minuti (H-50 minuti, ovvero dalle 07:30 alle 08:20) e avrebbe continuato il bombardamento iniziando dalla riva e allungando il tiro verso l'interno; nell'ultima fase le navi al largo avrebbero dovuto rispondere ad eventuali richieste di fuoco di supporto dalle truppe sulla spiaggia. Dalle 05:45 alle 06:15 aerei avrebbero inoltre bombardato e mitragliato a bassa quota i bersagli indicati. Alle 08.30 (ora H) sarebbe iniziato lo sbarco.[14]

Fortificazione di Betio, effettivi e tattica giapponesi[modifica | modifica wikitesto]

L'atollo di Tarawa, dalla caratteristica forma a freccia; l'isola di Betio (o Bititu) è a sud-ovest

L'isola di Betio fa parte dell'atollo di Tarawa, al centro dell'arcipelago delle Gilbert e situato nel sud dell'oceano Pacifico: essa ha una lunghezza di 3700 metri, è larga al massimo 730 metri circa, ha un'area di 1,5 km² e in nessun posto supera i 3 metri sopra il livello del mare. Vista sulla mappa sembra un uccello capovolto e posato sulle zampe, magro e con la coda lunga. Tale forma è anche evocata dal molo che si protende dal litorale settentrionale.[15]

Nonostante le dimensioni ristrette dell'isola, i giapponesi costruirono nei mesi di settembre-ottobre un campo d'aviazione con una pista della lunghezza di 1.213 metri, che però tolse spazio alla costruzione di difese in profondità capaci di coprirsi a vicenda contro una possibile invasione dal mare. Perciò Saichiro giunse alla conclusione che gli avversari dovevano essere fermati sulle spiagge: l'intero piano di difesa dell'isola si basò su questo principio.[16]

Le difese su Betio erano formidabili. Sulle spiagge era stata costruita una lunga barricata formata da tronchi di noci di cocco, alti un metro e mezzo, ancorati tra loro mediante ramponi d'acciaio e posti a breve distanza dalla riva: questa sorta di "muro" doveva impedire l'utilizzo di veicoli ed intralciare le operazioni di sbarco; inoltre i giapponesi edificarono fortini e casematte di modo che la colpissero d'infilata e massacrassero chi si fosse messo al suo illusorio riparo. Le fortificazioni erano state erette sia utilizzando il cemento, sia sfruttando le risorse dell'isola: proprio qui nacquero infatti i rifugi fatti di tronchi incrociati e agganciati tra loro, poi ricoperti di sabbia, che si riveleranno assai resistenti. Tutte le opere difensive furono interrate parzialmente e collegate con sistemi di gallerie. Infine, si cercò di nascondere e mascherare al meglio ogni posizione di fuoco, e il settore di tiro di ognuna fu calcolato con estrema cura, tanto che anche uno spazio esiguo era battuto da due armi almeno; i 14 carri armati leggeri Type 95 Ha-Go che il contrammiraglio Saichiro aveva fatto sbarcare furono interrati fino alle torrette, che divennero altrettanti piccoli fortini con cannoni da 37 mm.[17][18] Furono anche scavati fossati anticarro profondi dagli 1,5 ai 2 m e larghi dai 3,6 ai 4,2 m su entrambi i lati del campo d'aviazione, posizionato filo spinato a ridosso dell'acqua in modo da circondare l'isola, creati campi minati con diversi tipi di ordigni.

Gli armamenti per la difesa della costa erano del tipo più diverso e comprendevano, oltre alla normale dotazione dei fanti, numerose mitragliatrici leggere e pesanti da 7,7 mm, multiuso da 13 mm (anche binate), 8 cannoni da campo da 37 mm, 6 obici da fanteria da 70 mm, 10 cannoni da montagna da 75 mm, 8 multiuso da 75 mm, 6 antinave da 80 mm, 4 multiuso binati da 127 mm, 4 costieri da 140 mm ed infine quattro cannoni da 203 mm acquistati nel 1905 dall'Inghilterra.[5]

Durante il mese d'agosto 1943 Saichiro fu sostituito dal contrammiraglio (Kaigun Shōshō) Keiji Shibasaki che, constatando il numero e l'eccellenza delle fortificazioni terrestri, si dedicò maggiormente alla posa di ostacoli sottomarini e di mine navali, oltre a palificazioni che dovevano bloccare e scompaginare le formazioni di mezzi da sbarco, sì da poterli distruggere con i pezzi d'artiglieria.[19]

Le truppe di cui Shibasaki disponeva per la difesa giunsero a scaglioni dal settembre 1942 al maggio 1943; al 20 novembre la struttura di comando e la forza della guarnigione di Betio erano le seguenti:[20]

  • Quartier generale delle forze d'occupazione delle isole Gilbert - Betio (contrammiraglio Keiji Shibasaki);
    • 3ª forza da base speciale, giunta il 15 settembre 1942 e forte di 1.122 uomini (contrammiraglio Keiji Shibasaki);[5]
    • forza da sbarco navale speciale "Sasebo", giunta il 17 marzo 1943 e forte di 1.497 uomini (capitano di fregata Takeo Sugai);[21]
    • 111ª unità costruzioni, giunta il 20 dicembre 1942 e forte di 1.247 uomini (tenente Tsutomu Murakami);
    • 4º dipartimento costruzioni, giunto nel mese di maggio e forte di 970 uomini (tenente Bo Saga);
    • erano inoltre presenti 400 addetti all'aeroporto, che furono militarizzati e impiegati come portaferiti, portamunizioni o ausiliari;
    • gli operai coreani, 1.200 di numero, erano per lo più compresi nel 4° dipartimento e nella 111ª unità, ma non esistono dati precisi sulla loro disposizione. Certo è che erano stati sommariamente addestrati per formare una sorta di riserva, sebbene di discutibile valore. La guarnigione nipponica comprendeva dunque 2.619 fanti di marina e 2.217 uomini addetti alle costruzioni, a cui si aggiungevano i 400 addetti alla pista d'atterraggio impiegati come ausiliari. I veri soldati assommavano dunque a 4.836 uomini su un totale di 5.236 effettivi.[5]

I preparativi giapponesi rispondevano al Piano Yogaki, ovvero una serie di disposizioni che dovevano rendere l'arcipelago delle Gilbert un bastione coriaceo e infliggere gravi danni agli americani grazie al coordinamento di mezzi subacquei, di superficie e aerei. Sebbene i comandanti nipponici non sapessero con precisione quale parte delle Gilbert sarebbe stata colpita dagli americani, Shibasaki era certo che l'atollo del quale dirigeva la difesa era l'obiettivo degli statunitensi. Non si sorprese quando venne a essere informato che la flotta americana puntava proprio contro Tarawa e, dunque, Betio.[20]

La battaglia[modifica | modifica wikitesto]

Azioni preliminari[modifica | modifica wikitesto]

Una foto aerea dell'isola di Betio ripresa da un velivolo della 7ª Air Force nel settembre 1943. Immagini come questa fecero comprendere che la sua conquista non sarebbe stata facile

Gli americani iniziarono i bombardamenti aerei il 18 settembre, quando 25 apparecchi della 7ª Air Force di base nelle Ellice attaccarono Betio gettandovi 21 tonnellate di bombe, seguiti il 19 settembre da 90 aerei provenienti dalle portaerei Lexington[22], Belleau Wood e Princeton; il 20 settembre la 7ª Air Force attaccò di nuovo l'isola, assai debolmente contrastata dal fuoco antiaereo. Le uniche conseguenze che ebbero questi bombardamenti fu l'interruzione dei lavori per la posa degli ostacoli sottomarini, in quanto le fortificazioni rimasero praticamente intatte, e la morte di 38 operai coreani. Le foto scattate dagli aerei da ricognizione fecero comunque grande impressione tra i comandanti americani, che non avevano previsto una così massiccia fortificazione dell'isola (e sì che tali foto rivelavano solo parte delle opere difensive): fu deciso di intensificare le incursioni aeree.[5][23]

Nel frattempo il contrammiraglio Shibasaki, conscio che l'isola stava per divenire obiettivo di potenti attacchi aerei, ordinò a fine settembre l'evacuazione dei pochi apparecchi di base a Betio nelle Marshall, per evitarne l'inutile distruzione: la mossa fu saggia in quanto gli americani bombardarono ininterrottamente il 18 e 19 novembre, ritenendo così di aver provato a sufficienza la guarnigione giapponese. Già prima che tale incursione fosse sferrata, parte della flotta d'invasione, con più di 100 navi da guerra era partita da Wellington, aveva provato lo sbarco a Efate nella prima metà di novembre e si era diretta poi sull'atollo di Tarawa; l'altra metà della flotta era partita il 10 novembre da Pearl Harbor.[18][24]

Lo sbarco a Betio - 20 novembre[modifica | modifica wikitesto]

Nelle prime ore del 20 novembre i Marines scendono dai grandi trasporti e prendono posto negli AMTRACs che li condurranno nel futuro inferno delle spiagge

Alle 02:20 del 20 novembre la flotta si fermò a ovest del passaggio, che sarebbe stato passato dai mezzi da sbarco incaricati di portare a terra gli uomini sulla costa nord dell'isola. Alle 03:30 i Marines discesero negli AMTRAC e attesero l'ora H. Improvvisamente alle 05:00 circa sprizzò un razzo rosso dall'isola e i cannoni giapponesi tuonarono, prendendo di mira i trasporti, ma le corazzate americane guidate dalla Maryland iniziarono a loro volta un violento tiro di controbatteria; alle 05:42 i pezzi da 406 mm delle corazzate smisero di sparare per lasciare campo libero all'aviazione, che però giunse solo alle 06:30: i giapponesi ne approfittarono per riprendere il fuoco sui trasporti che stavano avanzando, senza però colpirli, mentre la Maryland reiniziava a cannoneggiare l'isola. Appena giunti gli aerei rovesciarono altre tonnellate di bombe su Betio, sollevando una grande nuvola di fumo e polvere. Nessun soldato o ufficiale pensava che potesse vivere ancora qualcuno dopo una simile preparazione, perciò tra i Marines regnava l'ottimismo.[18]

Frattanto le operazioni di sbarco, che erano state rinviate alle 09:00 a causa del ritardo dell'aviazione, furono iniziate da due dragamine che entrarono nella laguna per ripulirla, ma incredibilmente dall'isola partirono altre salve che inquadrarono le due navi; dei due cacciatorpediniere accorsi a proteggere i dragamine il Ringgold incassò un proiettile che però non esplose.

Una bordata dei pezzi da 406 mm della corazzata Maryland in appoggio agli sbarchi

Riprese perciò il tiro delle corazzate e degli incrociatori, che dopo un quarto d'ora circa sembrò ridurre al silenzio le batterie giapponesi, in quanto non un colpo di risposta partiva dall'isolotto. Mancavano pochi minuti alle 09:00 e la prima ondata di AMTRAC era già in acqua dalle 08:25, in quanto era avanzata sotto la protezione dei cacciatorpediniere: non si udiva un colpo di cannone, solo qualche proiettile di basso calibro veniva sparato; i Marines erano resi fiduciosi dallo spiegamento della flotta e dallo spaventoso bombardamento aeronavale che Betio aveva subito. Alle 09:00 in punto i primi cingolati arrivarono alle scogliere, e i comandanti americani videro con apprensione che i loro timori non erano stati insensati: gli AMTRAC avevano problemi a superare la poco profonda barriera corallina, artigliarono il corallo e si inerpicarono sugli scogli per poi immergersi nella laguna.[25]

In quel preciso istante, sembrò che tutta la scogliera saltasse in aria: i giapponesi avevano aperto il fuoco con ogni pezzo d'artiglieria e ogni mitragliatrice, cogliendo gli americani in una situazione delicata. I mezzi da sbarco si cappottarono, esplosero, furono squarciati dal diluvio di fuoco; le perdite salirono vertiginosamente. I Marines sopravvissuti scesero nell'acqua alta fino al torace e arrivati sulla spiaggia si misero subito al falso riparo offerto dalla barricata di tronchi o tra i piloni del pontile, dove furono fatti oggetto di tiri micidiali di armi automatiche. Sembrava che la guarnigione nipponica non avesse assolutamente risentito della preparazione d'artiglieria e dei bombardamenti aerei, anzi pareva che le difese e le armi su Betio fossero intatte.[18] Incontro a questo massacro finì anche un reparto di 40 uomini e 2 AMTRACs che, giunto sulla riva alle 09:05, aveva percorso tutti i 500 metri del pontile, per poi ritrovarsi decimato e bloccato dalla barriera di tronchi nello stesso momento in cui i pochi anfibi superstiti della prima ondata arrivavano sulla spiaggia Red 1; alle 09:17 anche la spiaggia Red 3 era raggiunta, e alle 09:22 Marines mettevano piede a terra su Red 2.[26]

La prima ondata di Marines sulla spiaggia Red 3 cerca rifugio dal mitragliamento giapponese dietro la barriera di tronchi

La situazione comunque era disperata: gran parte dei cingolati da trasporto stava bruciando sulle scogliere o nella laguna, le perdite erano state assai alte durante i primi venti minuti e continuavano a salire, gli attacchi condotti a bassissima quota dagli aerei sembravano non sortire effetto alcuno e appena stabilito il contatto radio con le navi al largo il colonnello Shoup, sbarcato con le truppe e rimasto ferito, informò i comandi che dei soldati della prima ondata almeno il 70% era morto o ferito; gli americani occupavano una striscia di costa con una profondità massima di 6 metri, dove già si accumulavano i rottami degli LVT e i cadaveri.[27]

Le ondate seguenti dovettero procedere a piedi per la mancanza di altri anfibi, e gli ufficiali dettero ordine alle truppe che si disperdessero; i giapponesi, avvistatili, diressero il tiro dei cannoni e delle mitragliatrici sulla laguna, provocando un'altra strage tra le fila statunitensi, i cui sopravvissuti si gettarono dietro la barricata assieme ai commilitoni, subendo anche qui nuove perdite. Pattuglie mandate in avanscoperta per localizzare le fortificazioni nemiche e iniziare ad avanzare furono falciate e annientate. Mentre i Marines cercavano di organizzarsi e collegarsi tra loro piccoli gruppi di soldati nipponici, strisciando tra le carcasse dei veicoli e i corpi dei morti, attaccarono alle spalle gli americani; altri si appostavano per poi prendere a fucilate gli infermieri o i soldati che assistevano i compagni feriti.[28]

I combattimenti sulle spiagge[modifica | modifica wikitesto]

Un AMTRAC modello LVT-2 armato di mitragliatrice giunge dal largo in supporto ai Marines

Alle 10:00 circa i Marines erano asserragliati dietro la barriera di tronchi di palma, senza artiglieria e senza carri armati; le unità si erano mischiate tra loro, mancavano morfina, bende, plasma per le trasfusioni, tanto che i medici attingevano ciò di cui necessitavano dal pacchetto medico dei cadaveri.

Mentre i giapponesi sottoponevano le precarie teste di ponte a un feroce rullo compressore, 8 LCM, ognuna avente a bordo un M4 Sherman, si avvicinarono alle scogliere per sbarcarli e sbloccare così la situazione sulle spiagge; dietro seguivano 5 chiatte Higgins con truppe di riserva. L'artiglieria giapponese li individuò, due LCM e due chiatte furono polverizzati durante le operazioni di scarico, in quanto il livello del mare si era ulteriormente abbassato e soldati e carri armati dovettero sbarcare direttamente sulla scogliera e attraversare la laguna sotto il tiro delle armi nipponiche, che però non fermò i mezzi corazzati e provocò meno perdite alla nuova ondata;[18] nel frattempo i genieri avevano distrutto una parte della barricata, permettendo così agli Sherman di coprire l'avanzata nell'interno, facilitando notevolmente la distruzione dei fortini e delle postazioni giapponesi. Il volume di fuoco delle armi nipponiche continuava a essere però spaventoso, e alle 12:00 circa 4 carri erano distrutti, con i rimanenti che cercavano di appoggiare ogni puntata offensiva dei Marines, in particolare sparando a distanza ravvicinata sulle fortificazioni.[29]

Alle 13:30 il quadro globale poteva così riassumersi: nella zona di giunzione tra le spiagge Red 2 e Red 3 si era creata una vasta testa di ponte lunga 600 metri e profonda 250, che comprendeva parte dell'aeroporto; più a ovest, su Red 1, una testa di ponte di 200 metri per 200 circa era stata stabilita nel promontorio che richiamava per la forma il "becco" di Betio; tra di esse vi era una enclave giapponese particolarmente coriacea; in altri punti della costa gli americani occupavano strisce profonde dai 20 ai 30 metri. I Marines difettavano ancora di artiglieria ed era necessario rafforzare il supporto dei carri armati. Infine il generale Julian C. Smith decise di far sbarcare la riserva, costituita dal 6º reggimento.[30]

La battaglia continuò ferocemente fino a sera, dissanguando gli attaccanti e distruggendo gli ultimi 2 M4 Sherman; l'unico fattore positivo era che la grande nuvola di polvere si era diradata. Per il resto il primo giorno dello sbarco era stata una delusione cocente, che aveva rischiato di trasformarsi in una ritirata: i morti e i feriti erano saliti a 1.500 circa, la profondità media delle teste di ponte era scarsa e ogni volta che si tentava di aumentarla, anche con l'uso intensivo di lanciafiamme e cariche esplosive, lo scotto da pagare era troppo alto; anche le perdite in mezzi da sbarco dei vari tipi erano state pesanti.

Un Marines armato di lanciafiamme cerca di annientare l'opposizione giapponese lungo un sentiero; sul masso a destra il cadavere di un secondo flammiere

Gli spossati Marines, però, avevano un ennesimo motivo per preoccuparsi: si avvicinava la notte, e con essa si sarebbero inevitabilmente scatenati i temuti attacchi banzai così cari ai giapponesi, come era stato constatato a Guadalcanal.[3][18][31]

Il contrammiraglio Shibasaki era orgoglioso dei risultati ottenuti durante la giornata: anche se gli statunitensi avevano costituito alcune teste di ponte, il suo sistema difensivo si era dimostrato solido e spaventosamente efficiente, nonostante lo spiegamento da parte dell'avversario di una grande flotta e di numerosi mezzi anfibi. Ovviamente l'ammiraglio, giunta la sera, programmò un vasto attacco per ributtare a mare gli invasori, ma ebbe un'amara sorpresa: i bombardamenti precedenti e contemporanei lo sbarco avevano distrutto tutte le reti telefoniche e ogni comunicazione elettrica. Era perciò impossibile sia coordinare azioni di grande portata, sia inviare ordini ai vari raggruppamenti di soldati giapponesi. La guarnigione di Betio era di fatto divisa in nuclei di resistenza sotto la responsabilità dei comandanti asserragliati in esse. Di conseguenza durante la notte si ebbero solo sporadici combattimenti, ma un piccolo reparto di nipponici, non visto dagli americani, nuotò fino a un relitto di una nave trasporto giapponese arenatosi sulla spiaggia, il Saida Maru, e vi piazzò diverse mitragliatrici. In campo statunitense si provvide a sbarcare i primi pezzi d'artiglieria e a evacuare i feriti con l'ausilio degli AMTRACs.[32]

Il secondo giorno - 21 novembre[modifica | modifica wikitesto]

Marines giungono su Betio nella giornata del 21 novembre per rafforzare le provate truppe della prima ondata

Nelle prime ore del 21 novembre si ebbe una riunione sull'incrociatore pesante e nave ammiraglia Indianapolis, durante la quale i comandanti delle unità esposero i propri punti di vista e conclusioni all'ammiraglio Spruance, il quale decise che non vi sarebbe stato nessun reimbarco e che anzi si facesse sbarcare il 1º battaglione dell'8ºreggimento.[18]

Gli uomini salirono a bordo delle chiatte che, giunte alle scogliere alle ore 06:15 e non coadiuvate dagli AMTRACs, dovettero aprire i portelli e far scendere i Marines in acqua, ripetendo dunque lo schema operativo del giorno prima. In quel momento la guarnigione giapponese sembrò risvegliarsi all'unisono: una grandinata di bombe di mortaio e raffiche di mitragliatrice iniziò il massacro della nuova ondata che era nell'impossibilità di reagire; dei 199 uomini del 1º battaglione, solo 90 poterono giungere sulle spiagge. Su Betio sembrava che nulla fosse stato distrutto.[33]

Dalle due teste di ponte l'artiglieria iniziò a colpire le fortificazioni nipponiche, mentre l'aviazione tattica le bersagliava dall'alto e i Marines avanzavano lentamente, riducendo al silenzio le postazioni di tiro una ad una: come il giorno precedente, all'alto numero di perdite corrispose la conquista di pochi metri di terreno.[18] Nel settore centrale il maggiore Crowe aveva attaccato una cintura di fortini di straordinaria resistenza, che mietevano numerosissime vittime tra i suoi ranghi: era il rifugio dell'ammiraglio Shibasaki e del suo stato maggiore. Dalla testa di ponte a ovest, il maggiore Ryan non riusciva a progredire di un passo, tanto il fuoco giapponese era fitto e micidiale; alla fine intervennero due cacciatorpediniere che devastarono parte dei fortini nipponici: protetti da un carro armato medio M4 Sherman i Marines iniziarono ad avanzare. La battaglia continuò ferocemente per tutta la mattina e le prime ore del pomeriggio, registrando un allargamento delle due teste di ponte assai lento e penoso, ma costante: alle 16:00 circa si poteva notare una sia pur minima diminuzione del volume di fuoco dei difensori, mentre gli statunitensi erano riusciti dalle spiagge Red 2 e Red 3 a raggiungere la costa sud, tagliando così l'isola in due; a ovest Ryan si era incuneato profondamente nel sistema difensivo nipponico. Durante l'occupazione di alcuni fortini i Marines notarono come i soldati imperiali si fossero suicidati con i fucili o le bombe a mano.[18][34]

Una cruda immagine del suicidio di due soldati giapponesi: per il codice militare Bushidō la prigionia era la peggiore delle umiliazioni per un guerriero dell'imperatore

Dopo le 17:00, mentre su Betio infuriavano i combattimenti, aerei americani attaccarono e distrussero il fortino dell'isoletta di Bairiki, a est della prima; poco dopo il 2º battaglione dell'8º reggimento Marines occupò Bairiki ove furono piazzati cannoni di grosso calibro per cannoneggiare la parte orientale di Betio. Un'ora dopo circa il 1º battaglione del 6º reggimento sbarcava per dare man forte al maggiore Ryan, e il colonnello Shoup veniva sostituito dal generale Merritt A. Edson. Il principale problema che si presentò, e che non fu per il momento risolto, fu superare la vera e propria ridotta di Shibasaki: nonostante i reiterati assalti frontali, le cannonate dei carri armati, i proiettili dei cacciatorpediniere e gli attacchi aerei i fortini giapponesi rimanevano solidamente in piedi sviluppando un vasto volume di fuoco. Ma l'ammiraglio sapeva che ormai la guarnigione non avrebbe resistito a lungo, le munizioni presto sarebbero venute meno ed era semplicemente ridicolo pensare a richiedere rinforzi: inviò dunque un messaggio al Quartier generale imperiale di questo tenore.[18][35]

Al calare della notte la situazione dei Marines era un poco migliorata: la zona occupata a ovest comprendeva ormai quasi tutta la "testa" dell'isola, quella centrale era avanzata fino a spezzare in due il fronte giapponese; ma rimanevano ancora casematte e forti sparsi che, sebbene isolati, provocavano altre perdite; altre postazioni erano state addirittura rioccupate durante la battaglia, così i Marines avevano dovuto spesso guardarsi anche le spalle prima di procedere. Le ore notturne trascorsero tranquille, non essendosi verificato alcun contrattacco, ma la violenza della lotta e l'inafferabilità dei soldati giapponesi iniziavano a far disperare anche i più risoluti.[18][36]

Il terzo giorno - 22 novembre[modifica | modifica wikitesto]

Uno dei quattro cannoni Vickers da 203 mm giapponesi su Betio; la postazione di questo pezzo venne distrutta dall'artiglieria delle navi americane al largo

I combattimenti ripresero quasi con la stessa intensità del giorno precedente già nel primo mattino, riaccedendo il frastuono delle cannonate e dei mitragliamenti su tutta l'isola. Il generale Julian C. Smith sbarcò allora per prendere direttamente sotto il suo comando le truppe e prepararsi a un altro giorno di sanguinosi scontri, quando fu informato di un nuovo metodo di attacco ai temibili forti giapponesi, adoperato dal 1º battaglione del maggiore Ryan: consisteva nel mandare avanti, coperti dai carri armati e da un intenso fuoco di mitragliatrici, dei bulldozer che, spingendo masse di sabbia contro le feritoie, neutralizzavano la postazione nipponica presa di mira; nel frattempo l'opera difensiva sarebbe stata circondata da altri soldati che avrebbero eliminato i giapponesi che ne uscivano semiasfissiati. Tale originale espediente fu reso noto a tutte le unità e così l'avanzata divenne più facile e meno costosa in termini di uomini e tempo, sollevando il morale dei soldati.[36]

Si verificò, nella mattinata, un altro evento positivo per gli spossati Marines: il superfortino ove era asserragliato l'ammiraglio Shibasaki era stato distrutto e superato. Infatti, alle ore 09:30 numerosi mortai da 81 mm, riuniti appositamente per l'attacco, iniziarono a far fuoco contro l'opera, che però non sembrò risentire della fitta pioggia di bombe. All'improvviso una parte del forte saltò in aria, probabilmente perché era stato colpito un deposito di munizioni; subito alcuni bulldozer riempirono la breccia di sabbia. Allo stesso tempo i soldati americani si inerpicarono sopra il fortino, rovesciarono litri di benzina nei condotti d'aerazione e fecero cadere dentro decine di bombe a mano: il fragore della battaglia circostante non coprì le grida spaventose che provennero dall'interno. Duecento giapponesi erano morti e tra essi vi era l'ammiraglio Shibasaki. L'azione, oltre a rappresentare un successo tattico di una certa importanza, contribuì al miglioramento del morale e alla presa di coscienza da parte americana che la vittoria, nonostante la ancora feroce resistenza nipponica, era sempre più vicina.[37]

Un LVT danneggiato dal fuoco giapponese e arenatosi sulla barriera di tronchi di palma: la guarnigione nipponica combatté accanitamente fino alla fine

Alle ore 11:00 circa le truppe di Ryan si univano ai Marines provenienti da settentrione sulla costa sud, per espandere le teste di ponte verso est. Intanto sbarcava sulla costa ovest (spiaggia Green) il 3º battaglione del 6º reggimento, che mise piede a terra nonostante fosse contrastato da mitragliamenti e cannoneggiamenti nipponici: si ebbe qualche minuto di panico, ma lo scarico di materiali e veicoli fu portato a termine e con l'appoggio delle artiglierie navali poté iniziare l'avanzata. Nel frattempo i maggiori Ryan e Crowe si erano riorganizzati e avevano iniziato a penetrare nelle difese a tiro incrociato attorno l'aeroporto. La lotta per le piste d'atterraggio fu lunga e violenta, ma alle 18:30 circa esso era stato completamente ripulito dalle postazioni giapponesi. Qui giunti i Marines si trincerarono alla meglio sul perimetro orientale, e avevano da poco finito di sistemarsi per la notte quando alle 19:30 circa 60 soldati imperiali si gettarono all'assalto delle linee, penetrandovi. Vista la situazione e la ferocia dell'attacco fu chiamato a supporto il 3º battaglione. Alle 22:30 si verificò una carica banzai condotta da un centinaio di giapponesi che sfondò i trinceramenti dei Marines: scoppiarono numerosi e selvaggi corpo a corpo e alcuni soldati nipponici si lasciavano cadere nelle buche individuali per farsi saltare in aria con una granata insieme agli occupanti. La battaglia si trascinò per mezz'ora ma la spinta offensiva fu arginata e i giapponesi respinti con gravissime perdite.[38]

A parte questo colpo di coda, la giornata era stata positiva per il generale Smith: la parte centro-occidentale di Betio era praticamente al sicuro, visto che resistevano solo postazioni isolate; l'aeroporto era stato conquistato, cosa che permetteva un appoggio immediato dell'aviazione, e infine l'avanzata si svolgeva ora su di un fronte regolare e ben munito di artiglierie e carri armati.

Il quarto giorno, fine della battaglia - 23 novembre[modifica | modifica wikitesto]

Le spiagge di Betio dopo la fine dei combattimenti; sullo sfondo un M4 Sherman fuori uso e, più indietro, il pontile costruito dai giapponesi prima dell'attacco americano

Dopo il secondo attacco giapponese i Marines erano ancora scossi, il 3º battaglione non era ancora giunto e lo schieramento era stato ricucito solo in parte; quando alle 04:00 ben 300 soldati imperiali si lanciarono all'assalto delle precarie linee statunitensi le prime posizioni non ressero l'urto e furono sommerse: si scatenarono di nuovo combattimenti alla baionetta e corpo a corpo, ma dopo un'ora circa le mitragliatrici e i mortai ebbero ragione dei nipponici. Alle 05:00 passate, al sorgere del giorno, circa quattrocento corpi tra Marines e giapponesi giacevano attorno al campo di battaglia notturno. Ormai, però, era chiaro che la resistenza di Betio doveva durare ancora per poco: i giapponesi avevano perduto il loro comandante e si erano trincerati nella parte più orientale dell'isola; nei fortini abbandonati o distrutti si scoprivano sempre più spesso cadaveri di soldati nipponici che si erano dati la morte.[38]

Un'immagine di Betio del 24 novembre ripresa da un SBD Dauntless al termine della battaglia

Alle ore 07:00, per preparare il terreno a quella che si sperava essere l'ultima avanzata, la "coda" dell'isola fu presa sotto il fuoco dei mortai, degli aerei e dei cannoni delle corazzate, operazione che durò fino alle 07:30. Mezz'ora dopo il 3º battaglione partì all'attacco, appoggiato da 9 carri armati, ma i giapponesi reagirono con ferocia: il tiro delle armi automatiche e dei pochi pezzi rimasti bloccò l'avanzata dei Marines, a cui sembrò di rivivere le penose ore successive lo sbarco. Il bombardamento aveva avuto scarso effetto sulle fortificazioni giapponesi, e i combattimenti si svilupparono violenti sulla costa a nord e nell'interno per ben quattro ore. I giapponesi superstiti combatterono disperatamente e con ostinazione, cercando di provocare quante più perdite tra gli attaccanti, ma le munizioni erano agli sgoccioli, le postazioni devastate; intorno alle 12:00 la punta orientale di Betio era stata rastrellata e circa 500 giapponesi uccisi. Dopo qualche altro sporadico scontro, l'isola fu dichiarata conquistata alle 13:30 del 23 novembre. Ancora per diversi giorni franchi tiratori e giapponesi sopravvissuti all'interno delle casematte tartassarono gli americani, che dovettero così ripercorrere Betio per eliminarli, compito che fu portato a termine non senza altre vittime.[18][39]

Bilancio[modifica | modifica wikitesto]

La battaglia su Betio fu molto più ardua e costosa di quanto i comandanti statunitensi avessero previsto: durante i quattro giorni di sanguinosi combattimenti, la 2ª divisione Marines ebbe circa 1.000 morti e più di 2.000 feriti; anche la marina pagò il suo tributo di sangue con circa 300 marinai tra uccisi e feriti. Il Giappone ebbe perdite ben più gravi, oltre 5.000 morti: il tipo di lotta adottato e la intransigente psicologia bellica e patriottica provocarono il quasi totale annientamento della guarnigione nipponica e la distruzione di tutti gli armamenti. Gli americani riuscirono a catturare solo 17 soldati imperiali, tutti feriti, e poco più di un centinaio di operai coreani.[18]

Conseguenze e conclusioni[modifica | modifica wikitesto]

Uno dei 37 cimiteri creati a Tarawa per seppellire le migliaia di cadaveri di entrambi gli schieramenti

Con la conquista di Betio l'atollo di Tarawa passò sotto il controllo americano, le altre isole essendo poco o affatto occupate; si ebbero ancora alcuni combattimenti sull'atollo Makin, nella parte settentrionale, che cadde il 24 novembre; gli atolli non attaccati rimasero ignorati fino alla fine della guerra. La campagna delle Gilbert era finita: gli Stati Uniti ebbero circa 4.500 perdite tra morti e feriti, mentre il Giappone registrò la distruzione di quasi tutte le truppe del settore. Con l'arcipelago nelle loro mani, gli Stati Uniti potevano sferrare facilmente massicce offensive sia contro le Marshall che contro le Caroline, zone di vitale importanza strategica per l'Impero giapponese.[40]

La violenza dello scontro e la potenza delle fortificazioni nipponiche indussero gli strateghi americani a operare numerose migliorie e cambiamenti nella tattica: ad esempio, si provvide a sostituire le radio in dotazione al corpo dei Marines con i walkie-talkies dell'esercito, molto più funzionali; gli equipaggi delle navi furono addestrati a sparare a cortina, ovvero facendo cadere le salve lungo una linea retta che avanzasse gradatamente, per massimizzare i danni; ancora, si programmò che un gruppo di chiatte con un carico standard utile a diversi tipi di necessità si mantenesse pronto a partire appena le truppe sbarcate ne avessero richiesto l'appoggio. L'amara lezione degli scogliere non fu dimenticata: le successive operazioni anfibie furono preparate scientificamente e il luogo dello sbarco studiato a fondo. Infine si stabilì che le forze incaricate di uno sbarco sarebbero state molto più ingenti di quelle impiegate per Betio (nell'ordine di minimo 30-40.000 uomini) e le incursioni aeree preparatorie molto più frequenti e di maggiore durata. Anche i giapponesi trassero opportuni insegnamenti dalla feroce battaglia: la radio di Betio, che continuò a trasmettere fino al 22 novembre, aveva fornito preziose informazioni sul modo di combattere, sui mezzi, armi e tattiche statunitensi. Si poterono così studiare stratagemmi e difese da opporre loro, in cui gli americani incapperanno durante la guerra nel Pacifico.[41]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Gilbert 1989, p. 552
  2. ^ Millot1967, p. 571
  3. ^ a b c Tosti 1950, p. 219 riporta 1.026 morti e 2.557 feriti
  4. ^ Mondadori 2010, p. 209 fa ascendere i morti a 1.009 e i feriti a 2.101 uomini
  5. ^ a b c d e HyperWar: US Army in WWII: Seizure of the Gilberts and Marshalls [Chapter 4]. URL consultato il 30 luglio 2011.
  6. ^ Millot1967, p. 545-547, 550
  7. ^ Millot1967, p. 544-545; l'ammiraglio Nimitz, per metterla a punto e sviare i sospetti giapponesi sui veri obiettivi americani, lanciò due incursioni aeronavali su Marcus e Wake, che si conclusero a favore degli attaccanti con perdite insignificanti e gravi danni alle installazioni nipponiche
  8. ^ Millot1967, p. 546-549
  9. ^ Ci si rese poi conto che quest'ultima operazione avrebbe intralciato lo sbarco a Betio: fu perciò annullata e sostituita con l'attacco a Makin
  10. ^ Millot1967, p. 549, riporta che la flotta annoverava 9 corazzate, 5 portaerei di scorta e 3 di squadra
  11. ^ Mondadori 2010, p. 209 riporta che le portaerei di scorta erano 8
  12. ^ Millot1967, p. 556
  13. ^ Millot1967, p. 549
  14. ^ Millot1967, p. 555
  15. ^ Millot1967, p. 547
  16. ^ Millot1967, p. 550
  17. ^ Millot1967, p. 550-551
  18. ^ a b c d e f g h i j k l m Novembre 1943. URL consultato il 22 luglio 2011.
  19. ^ Millot1967, p. 551
  20. ^ a b Millot 1967, p. 552
  21. ^ Era un reparto d'élite paragonabile ai marines
  22. ^ Da non confondere con la Lexington affondata durante la battaglia del mar dei Coralli: infatti i nomi di unità perdute venivano riutilizzati per le nuove navi
  23. ^ Millot1967, p. 553
  24. ^ Millot1967, p. 554
  25. ^ Millot1967, p. 556-557
  26. ^ Millot1967, p. 557
  27. ^ Millot1967, p. 558
  28. ^ Millot1967, p. 558-559
  29. ^ Millot1967, p. 560-561
  30. ^ Millot1967, p. 562
  31. ^ Millot1967, p. 562-563
  32. ^ Millot1967, p. 563-564
  33. ^ Millot1967, p. 565
  34. ^ Millot1967, p. 565-566
  35. ^ Millot1967, p. 567
  36. ^ a b Millot1967, p. 568
  37. ^ Millot1967, p. 569
  38. ^ a b Millot1967, p. 570
  39. ^ Millot1967, p. 570-571
  40. ^ Millot1967, p. 574
  41. ^ Millot1967, p. 572, 599

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • (EN) Derrick Wright, Tarawa 1943, Oxford, Osprey History, 2000, ISBN 1-84176-272-5.
  • Bernard Millot, La Guerra del Pacifico, Montreuil, BUR, 1967, ISBN 88-17-12881-3.
  • Amedeo Tosti, Storia della Seconda guerra mondiale, II, Milano, 1950.
  • La seconda guerra mondiale, vol. II, Verona, Mondadori editore, 2010.
  • Martin Gilbert, La grande storia della seconda guerra mondiale, 1989.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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