USS Indianapolis (CA-35)

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USS Indianapolis
L'incrociatore Indianapolis
L'incrociatore Indianapolis
Descrizione generale
US flag 48 stars.svg
Tipo Incrociatore pesante
Classe Portland
Proprietario/a United States Navy
Ordinata 31 marzo 1930
Costruttori New York Shipbuilding, Camden, New Jersey
Varata 7 novembre 1931
Entrata in servizio 15 novembre 1932
Destino finale affondata dal sommergibile giapponese I-58 il 30 luglio 1945
Caratteristiche generali
Dislocamento 9800 t
Lunghezza 190 m
Larghezza globale:20 m
Pescaggio 5,3 m
Propulsione 8 caldaie White-Foster
  • turbine ad ingranaggi a riduzione singola
  • 107,000 shp
Velocità 32,7 nodi  (59 km/h)
Equipaggio 629 ufficiali e marinai (tempo di pace), 1.269 ufficiali e marinai (tempo di guerra)
Armamento
Armamento 9 cannoni da 8" (203 mm)/55 , 8 cannoni da 5" (127 mm)/25, 8 mitragliere calibro .50 (12.7 mm)
Mezzi aerei 2 idrovolanti OS2U Kingfisher

fonti citate nel corpo del testo

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La USS Indianapolis (CA-35)[1] è stata un incrociatore della classe Portland della United States Navy, che ha guadagnato un posto nella storia in seguito alle vicende legate al suo affondamento. In quella circostanza si registrò la seconda maggior perdita di vite umane in un unico evento della storia della marina degli Stati Uniti, con un bilancio di 880 vittime, inferiore solo a quello occorso nell'affondamento della USS Arizona (BB-39) durante l'attacco a Pearl Harbor. Dopo aver consegnato parti critiche per l'assemblaggio del primo ordigno atomico impiegato in guerra, che in seguito sarebbe esploso su Hiroshima, alla base statunitense di Tinian il 26 luglio 1945, si trovava nel Mare delle Filippine quando il 30 luglio 1945 alle ore 00:14 fu attaccata ed affondata da un sommergibile giapponese. La maggior parte dell'equipaggio perse la vita per una combinazione letale di vari fattori, tra i quali spiccano esposizione al sole, disidratazione e attacchi di squalo, durante i quattro giorni di attesa dei soccorsi in mare aperto dopo l'affondamento. La Indianapolis è stata una delle ultime unità navali statunitensi affondate durante la seconda guerra mondiale, precedendo di pochi giorni la perdita del sommergibile USS Bullhead (SS-332) affondato dai giapponesi il 6 agosto 1945.

Si trattava della seconda nave da guerra statunitense a portare il nome della città di Indianapolis nell'Indiana, ed era stato costruita dalla New York Shipbuilding a Camden (New Jersey) il 31 marzo 1930. Madrina del varo, il 7 novembre 1931, fu Lucy Taggart, figlia del senatore Thomas Taggart, ex sindaco di Indianapolis. Entrò in servizio al Philadelphia Navy Yard il 15 novembre 1932, al comando del capitano John M. Smeallie.

Sviluppo[modifica | modifica sorgente]

L'incrociatore Portland.

La costruzione dei nuovi incrociatori classe Portland per l’US Navy fu intrapresa all’inizio degli anni trenta. Il disegno era largamente basato su quello degli immediatamente precedenti classe Northampton entrati in servizio tra il 1928 ed il 1931 anche se, diversamente da quanto fatto per questi ultimi, la costruzione fu affidata a cantieri privati piuttosto che agli arsenali della marina. Oltre ai Northampton anche gli incrociatori Portland risentivano delle limitazioni imposte dal Trattato di Washington alla produzione di armamenti, ma presentavano sovrastrutture di diverso disegno e un potenziamento dell’armamento secondario, basato su cannoni da 127 mm. Apparato motore e protezione rimanevano invece sostanzialmente immutati rispetto alle imbarcazioni precedenti[2].

In origine era prevista la costruzione di cinque navi, con gli hull classification symbol compresi tra CA-32 e CA-36, ma nel frattempo era già stato avviato il progetto delle unità successive (con lo hull symbol tra CA-37 e CA-41), che presentavano caratteristiche talmente superiori da indurre i vertici della marina a una riclassificazione per integrare nuove specifiche costruttive[3]. Dato che la costruzione dei primi due esemplari era stata appaltata a cantieri privati, il cambiamento delle specifiche sarebbe stato eccessivamente oneroso per cui si decise di completare i primi due incrociatori secondo il progetto originale, e introdurre le modifiche a partire dalla terza unità. Soltanto le prime due navi, Portland e Indianapolis, andarono quindi a formare la classe Portland. Di fatto queste due navi disponevano di una corazzatura carente, che proteggeva solo le aree vitali, secondo lo schema che caratterizzava gli incrociatori protetti, a differenza dei veri incrociatori pesanti. Il risultato fu che le due navi erano molto veloci grazie al potente apparato motore e al profilo insellato dello scafo, ma avevano una vulnerabilità elevata e una scarsa galleggiabilità, al punto che l'ammiraglio Spruance ebbe a dire che questo tipo di unità "non avrebbe resistito neppure a un siluro"[4].

Servizio[modifica | modifica sorgente]

Tra le due guerre[modifica | modifica sorgente]

Il cacciatorpediniere USS Sturtevant (DD-240) in avvicinamento, ripreso dall Indianapolis. La foto fu scattata al largo di New York City, il 31 maggio 1934, durante l'ispezione della flotta da parte del Presidente degli Stati Uniti. Un aereo da ricognizione OS2U Kingfisher è sulla catapulta di dritta dell'incrociatore. Da notare la gru di bordo, i riflettori e la bandiera presidenziale che sventola sulla cima dell'albero di maestra.

Dopo un periodo di collaudo nell'Oceano Atlantico e nella Baia di Guantanamo fino al 23 febbraio 1932, la Indianapolis eseguì le prime manovre di addestramento nella Zona del Canale di Panama[5] e nel Pacifico al largo del Cile. In seguito a una revisione presso il Philadelphia Navy Yard, l'incrociatore fece rotta verso il Maine per imbarcare il Presidente Roosevelt, che si trovava a Campobello Island, nella provincia canadese di New Brunswick, il 1º luglio 1933. Rimessasi in mare il giorno stesso, la nave giunse due giorni dopo ad Annapolis nel Maryland dove ricevette a bordo sei membri del gabinetto presidenziale. Una volta sbarcato il presidente, l'incrociatore lasciò Annapolis il 4 luglio 1933 e fece ritorno al Philadelphia Navy Yard.

La nave operò come ammiraglia per tutto il resto della sua carriera in tempo di pace, e accolse nuovamente a bordo il presidente Roosevelt a Charleston in South Carolina il 18 novembre 1936, per fare rotta verso il Sudamerica. Dopo aver trasportato il Presidente a Rio de Janeiro, Buenos Aires e Montevideo per delle visite di stato[6], fece rotta di ritorno per Charleston dove attraccò il 15 dicembre, permettendo alla squadra presidenziale di scendere a terra.

Pearl Harbor e l'ingresso nella Seconda guerra mondiale[modifica | modifica sorgente]

La Indianapolis scampò all'attacco giapponese di Pearl Harbor, perché il 7 dicembre 1941 stava simulando un bombardamento di Johnston Island a capo della task force 3 (TF 3)[7]. In seguito, si unì alla task force 12 (TF 12) e diede la caccia ai mezzi giapponesi che secondo i rapporti si trovavano ancora nelle vicinanze.

1942[modifica | modifica sorgente]

La prima missione nel Sud del Pacifico ebbe luogo in acque dominate dai Giapponesi, 563 km a Sud di Rabaul, in Nuova Britannia. Nella tarda serata del 20 febbraio 1942 le navi americane furono attaccate da uno stormo di 18 bombardieri bimotore, organizzati in due ondate. Nella battaglia che ne seguì, 16 velivoli nemici furono abbattuti dalle battere antiaeree delle navi americane o dagli aerei da combattimento decollati dalla portaerei USS Lexington (CV-2)[8]. Tutte le navi evitarono danni e riuscirono ad abbattere due idrovolanti giapponesi che le stavano tallonando. Il 10 marzo la Task Force 11, con ammiraglia la Indianapolis ed altri 7 incrociatori più 14 cacciatorpediniere, rinforzata dalla Task Force 17 della portaerei USS Yorktown (CV-5) attaccò due porti controllati dal nemico a Lae e Salamaua, in Nuova Guinea[9], dove l'Esercito imperiale giapponese stava mobilitando delle forze anfibie. I 104 aerei americani decollati alle 08:00 circa dalle due portaerei nel golfo di Papua, al comando del vice ammiraglio Brown, sfruttarono a pieno il fattore sorpresa raggiungendo i porti da sud, attraversando l'alta catena montuosa dei monti Owen Stanley e dividendosi in due gruppi; un primo gruppo formato dai velivoli da ricognizione e bombardamento a tuffo SBD Dauntless appartenenti alla VS-2 della Lexington colpì il porto di Lae, mentre i bombardieri e gli aerosiluranti (squadriglie VT-2 e VB-2 della Lexington seguite dalle squadriglie VB-5 e VT-5 della Yorktown), non contrastati da alcuna CAP giapponese, eccettuati alcuni idrovolanti, si dividevano nelle rispettive squadriglie ed in due ondate intervallate da 15 minuti attaccavano alle 09:38 le imbarcazioni nemiche all'ancora[10]. Tre navi da trasporto vennero affondate e tutte le altre gravemente danneggiate; i caccia F4F Wildcat del VF-42 di scorta abbatterono anche svariati velivoli giapponesi che erano decollati per impedire l'attacco. Le perdite americane furono di un solo SBD-2 abbattuto dalla contraerea nipponica e subito dopo il rientro dei velivoli le due Task Force fecero rotta a 20 nodi verso sud-est lasciando l'area.[11]

Il ponte della Indianapolis fotografato da terra dopo la revisione, al Navy Yard di Mare Island il 19 aprile 1942. Notare in primo piano la ciminiera, le catapulte ed un aereo Curtiss SOC Seagull. Sullo sfondo l'incrociatore leggero USS Raleigh (CL-7).

La Indianapolis fece quindi ritorno negli USA per essere sottoposta a riparazioni e modifiche presso il Mare Island Navy Yard. Dopo i lavori, la nave scortò un convoglio per l'Australia, quindi si diresse verso il Pacifico settentrionale dove i Giapponesi nella Battaglia delle Isole Aleutine avevano messo in grossa difficoltà gli Americani. I marinai furono costretti a combattere in condizioni precarie, poiché il clima delle isole è noto per le temperature fredde, per la nebbia persistente ed imprevedibile, per la pioggia e l'acquaneve continue ed infine per le tempeste improvvise con vento violento e mareggiate[10].

Il 7 agosto, il gruppo di navi a cui la Indianapolis era aggregata trovò finalmente una breccia nella fitta nebbia che proteggeva le forze giapponesi a Kiska e metteva in pericolo le navi sulle coste frastagliate e non del tutto mappate[12]. I cannoni da 203 mm della Indianapolis aprirono il fuoco insieme a quelli delle altre navi[10]. Anche se la nebbia riduceva la visuale, i ricognitori decollati dalle portaerei riferirono di aver visto navi in affondamento nel porto ed incendi sulle installazioni di terra. L'attacco americano fu così improvviso che passarono ben 15 minuti prima che le batterie nemiche rispondessero al fuoco, ed alcune di esse spararono verso il cielo credendo di essere vittima di un bombardamento aereo. La maggior parte delle batterie venne comunque neutralizzata dai precisi colpi delle navi. A questo punto intervennero alcuni sommergibili giapponesi, che furono subito attaccati con bombe di profondità lanciate dai cacciatorpediniere statunitensi. Un successivo attacco da parte di idrovolanti nipponici fu altrettanto inefficace. L'operazione fu considerata un successo nonostante vi fossero poche informazioni sui risultati a causa della nebbia. Essa dimostrò tra l'altro la necessità di ottenere delle basi più vicine alle isole controllate dal nemico. Di conseguenza quello stesso mese la marina americana conquistò l'isola di Adak mettendo a disposizione degli Alleati un punto di appoggio per i mezzi di terra e per gli aerei molto più in là della catena che va da Dutch Harbor ad Unalaska[10].

1943[modifica | modifica sorgente]

Da sinistra a destra: l'ammiraglio Raymond A. Spruance, il vice ammiraglio Marc Mitscher, l'ammiraglio di flotta Chester W. Nimitz ed il vice ammiraglio Willis A. Lee Jr a bordo della USS Indianapolis (CA-35) nel febbraio 1945.

In gennaio, la Indianapolis fornì supporto all'occupazione di Amchitka, che si sarebbe rivelata per gli Alleati un'altra utile base nelle Isole Aleutine. La notte del 19 febbraio, mentre stava pattugliando assieme a due cacciatorpediniere la zona a Sudovest di Attu nella speranza di incrociare navi nemiche che trasportavano rinforzi e approvvigionamenti a Kiska ed alla stessa Attu, la Indianapolis intercettò il cargo giapponese Akagane Maru[10]. Quest'ultimo tentò di rispondere al fuoco, ma fu affondato dal ben più potente avversario. La Akagane Maru esplose con un enorme boato (probabilmente trasportava tonnellate di munizioni) e non lasciò sopravvissuti. Durante la primavera e l'estate l'incrociatore operò nelle acque delle Aleutine scortando i convogli americani e coprendo gli attacchi anfibi. Nel mese di maggio gli alleati riuscirono a riconquistare Attu, che fu il primo territorio statunitense occupato dai giapponesi ad essere recuperato. Una volta messa al sicuro Attu, le forze statunitensi si concentrarono su Kiska, l'ultima roccaforte nemica nelle Aleutine. Non ci fu bisogno di spargimenti di sangue in quanto i Giapponesi riuscirono ad evacuare l'intera guarnigione sotto una spessa cappa di nebbia prima dello sbarco alleato del 15 agosto[10].

Dopo essere stata rifornita a Mare Island, la Indianapolis fece rotta per le Hawaii dove divenne la nave di bandiera del vice ammiraglio Raymond A. Spruance, comandante in capo della Quinta Flotta. Prese il largo da Pearl Harbor con il corpo di spedizione principale della Southern Attack Force[13] per realizzare l'Operazione Galvanic, cioè l'invasione delle Isole Gilbert. Il 19 novembre iniziò il bombardamento dell'atollo di Tarawa ed il giorno successivo puntò verso le Isole Makin (vedi Battaglia di Makin). Poi ritornò a Tarawa dove fornì fuoco di copertura alle truppe per lo sbarco. Quel giorno la Indianapolis abbatté un aereo nemico e distrusse diversi capisaldi giapponesi mentre la fanteria faticava non poco a vincere la sanguinosa e costosa battaglia di Tarawa. Continuò a bombardare finché l'isola, che ormai era stata praticamente rasa al suolo, non fu dichiarata sicura tre giorni dopo. La successiva conquista delle Isole Marshall, durante la quale l'incrociatore era ancora la nave ammiraglia della Quinta Flotta, deve molto al vantaggio strategico scaturito dalle vittorie presso le Isole Gilbert[14].

1944[modifica | modifica sorgente]

La Indianapolis al largo di San Francisco, il primo maggio 1944.
La Indianapolis in una base del Pacifico, nell'estate del 1944.

In quest'anno l'incrociatore si riaggregò alla sua Task Force a Tarawa, ed alla vigilia del D-Day, il 31 gennaio 1944, faceva parte del gruppo che bombardò l'Atollo di Kwajalein[15]. Il 1º febbraio successivo l'attacco continuò, e la Indianapolis neutralizzò due batterie nemiche a terra. Il giorno successivo la nave riuscì a distruggere un fortino ed altre installazioni, ed in seguito supportò l'avanzare delle truppe di terra con del fuoco di copertura. Dopo essere entrata nella Baia il 4 febbraio, la Indianapolis vi rimase fino a quando la resistenza nemica non fu fiaccata[16].

Nel periodo di marzo e aprile, l'incrociatore, che era ancora ammiraglia della Quinta Flotta, attaccò le Caroline Occidentali. Gli aerei bombardarono Palau gli ultimi due giorni di marzo, avendo come primo obiettivo la distruzione delle molte imbarcazioni presenti. Affondarono 3 cacciatorpediniere, 17 cargo, 5 petroliere e danneggiarono altre 17 navi. In più, gli aeroporti delle isole furono bombardati, e le acque circostanti furono minate per impedire la fuga alle navi nemiche. Yap ed Ulithi furono colpite il 31 e Woleai il 1º aprile. Durante i 3 giorni di attacco, gli aerei giapponesi attaccarono la flotta statunitense, ma furono abbattuti senza riportare danni. In particolare la Indianapolis abbatté il suo secondo aereo, un aerosilurante, ed i nipponici persero in tutto 160 velivoli, compresi i 46 distrutti a terra. L'insieme degli attacchi riuscì nell'obiettivo di impedire alle consistenti forze giapponesi alle Caroline di interferire con gli sbarchi statunitensi in Nuova Guinea.

In giugno, la Quinta Flotta fu impegnata nell'assalto alle Isole Marianne. I raid su Saipan (vedi Battaglia di Saipan) iniziarono attraverso i caccia delle portaerei l'11 giugno, ed in seguito, a partire dal 13, vi furono i bombardamenti dalle navi, nei quali il ruolo della Indianapolis fu fondamentale[17]. Il giorno del D-Day, il 15 giugno, l'ammiraglio Spruance ricevette dei rapporti che lo informavano del fatto che una grande flotta dell'Impero Giapponese composta da corazzate, portaerei, incrociatori e cacciatorpediniere stava puntando a Sud per proteggere la guarnigione delle Marianne sotto attacco. Dato che le operazioni anfibie a Saipan andavano protette a tutti i costi, l'ammiraglio non poteva distogliere troppo i suoi cannoni più pesanti dalla scena. Di conseguenza un gruppo di portaerei veloci fu inviato a nord per intercettare l'avanzata nipponica, un altro iniziò a bombardare Iwo Jima e Chichi Jima nel Bonin e nelle Isole Ogasawara, che costituivano delle basi per potenziali attacchi aerei nemici.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi battaglia del mare delle Filippine.

Il 19 giugno iniziò la Battaglia del mare delle Filippine[18]. Le portaerei giapponesi, che speravano di riuscire a rifornirsi di carburante e munizioni a Guam e Tinian per poi attaccare gli americani in mare aperto, furono intercettate dagli aerei e dai cannoni degli Alleati. Quel giorno la marina americana riuscì a neutralizzare 400 aerei nipponici perdendone soltanto 17. La stessa Indianapolis riuscì ad abbattere un altro aerosilurante. La serie di combattimenti aerei di quei giorni divenne nota tra gli equipaggi come Marianas Turkey Shoot (il tiro al tacchino delle Marianne), termine americano che indica una situazione (in questo caso alle Marianne) in cui si può prendere senza difficoltà un grosso vantaggio sul nemico[10]. Con la distruzione della resistenza aerea dei Giapponesi, i caccia a stelle e strisce silurarono la portaerei Hiyō[19], due cacciatorpediniere ed una petroliera e danneggiarono gravemente altre unità navali. Altre due portaerei nipponiche, la Shōkaku e la Taihō, furono invece silurate dai sommergibili.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi battaglia di Tinian e battaglia di Peleliu.

La Indianapolis fece ritorno a Saipan il 23 giugno per riprendere a coprire le truppe e 6 giorni dopo si spostò a Tinian per distruggere le installazioni di terra dell'isola. Nel frattempo, anche Guam era stata catturata, e la Indianapolis fu la prima nave americana ad entrare ad Apra Harbor dopo la sua occupazione all'inizio della guerra. Le successive settimane, la nave operò alle Marianne, quindi si spostò presso le Caroline Occidentali dove erano previsti nuovi sbarchi. dal 12 al 29 settembre, bombardò l'isola di Peleliu nelle Palau, sia prima che dopo lo sbarco. Fece poi rotta verso Manus nelle Isole dell'Ammiragliato, dove venne sottoposta a lavori per 10 giorni prima di fare ritorno al Mare Island Navy Yard, il cantiere navale californiano[10].

1945[modifica | modifica sorgente]

Al Mare Island Navy Yard, la USS Pensacola (CA-24) (in primo piano) e la Indianapolis (a sinistra) alla fine dell'ultima revisione della loro storia il 3 luglio 1945. I cerchi evidenziano le modifiche apportate, soprattutto di natura elettronica
La Indianapolis al largo di Mare Island, il 10 luglio 1945.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi battaglia di Iwo Jima.

Dopo essere stata revisionata, la Indianapolis si unì alla task force di portaerei veloci del vice ammiraglio Marc A. Mitscher il 14 febbraio 1945, due giorni prima di compiere il primo attacco su Tokyo dopo il Doolittle Raid. L'operazione coprì lo sbarco americano a Iwo Jima, previsto per il 19 febbraio[20], distruggendo le basi aeree ed altre installazioni giapponesi in madrepatria[21]. Il fattore sorpresa fu sfruttato avvicinandosi alle coste nipponiche durante una mareggiata, e gli attacchi misero sotto pressione i nemici per due giorni. Nei due giorni tra il 16 ed il 17 febbraio, la US Navy perse ben 49 aerei, ma a fronte di 499 velivoli nemici distrutti a terra o in volo[22]. Questo fattore 10 a 1 di vittorie aeree fu accompagnato dall'affondamento da parte della task force di Mitscher di una portaerei, nove navi da difesa costiera, un cacciatorpediniere, due destroyer escort[23] ed una nave cargo. In più, gli Americani riuscirono a distruggere molti hangar, magazzini, installazioni aeree, fabbriche ed altri obiettivi legati all'industria giapponese. La Indianapolis giocò un ruolo fondamentale come supporto a tutte queste azioni.

Portato a compimento l'attacco su Tokyo, la Task Force si mosse verso Bonin per partecipare alla battaglia di Iwo Jima. L'incrociatore mantenne la posizione fino al 1º marzo, a protezione dei mezzi anfibi e bombardando ogni oggetto non identificato sulla spiaggia. Poi si riunì alla task force dell'ammiraglio Mitscher in tempo per ritornare a bombardare Tokyo il 25 febbraio ed Hachijo (al largo della costa meridionale di Honshū) il giorno successivo. Nonostante le pessime condizioni meteo, le forze americane riuscirono a distruggere altri 158 aerei, ad affondare cinque piccole navi e a danneggiare diverse infrastrutture tra cui molti treni.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi battaglia di Okinawa.

A questo punto agli Alleati necessitavano di una base vicino alle isole giapponesi per tenere i nipponici sotto pressione, ed Okinawa nelle Ryūkyū sembrava l'ideale. Per catturarla con le minime perdite possibili, gli aeroporti nel sud del paese del Sol Levante dovevano essere resi inabili a lanciare una reazione. In questa logica, la Indianapolis con il resto della Task Force partì da Ulithi il 14 marzo e procedette lungo le coste giapponesi. Il 18 dello stesso mese, da una posizione 100 miglia a sudest di Kyūshū, i cannoni iniziarono gli attacchi contro i campi aerei dell'isola, contro le navi giapponesi nei porti di Kōbe e Kure, e contro la parte sud di Honshu. Dopo aver localizzato il nemico, lo Stato Maggiore imperiale inviò uno stormo di 48 aerei per cercare di neutralizzare le navi, ma la metà di essi fu abbattuta quando mancavano ancora 60 miglia di viaggio per raggiungerle. Prima della fine della battaglia, anche il resto degli attaccanti era stato abbattuto.

I bombardamenti su Okinawa iniziarono il 24 marzo, e per sette giorni la Indianapolis scaricò i suoi pezzi da 203 mm sulle strutture di difesa costiere[24]. Nel frattempo, i caccia nipponici tentarono di attaccare le navi americane, ma l'equipaggio dell'incrociatore riuscì ad abbatterne sei e danneggiarne gravemente altri due. Il 31 marzo, all'alba le vedette individuarono improvvisamente un velivolo nemico in volo verticale nei pressi dell'Indianapolis. I cannoni da 20 mm aprirono il fuoco, ma solo 15 secondi dopo la segnalazione il caccia era sopra la nave. I traccianti lo colpirono, ma anche mentre sbandava l'abile pilota nipponico riuscì a sganciare la sua bomba da un'altezza di soli 7-8 metri, e riuscì a schiantarsi nei pressi del portello di poppa. Il velivolo affondò poi innocuo nelle acque del Pacifico, ma la bomba penetrò attraverso il soffitto e la sala mensa dell'equipaggio, cadde passando per il compartimento di ormeggio e vicino ai serbatoi di carburante, finché non sfondò la chiglia, precipitò ed esplose nel mare sottostante. Nella chiglia la bomba provocò due falle ed allagò i due compartimenti vicini uccidendo nove uomini. Anche se la nave si inclinò leggermente verso poppa e verso il portello, non ci furono ulteriori allagamenti e l'incrociatore si mosse verso una nave di supporto per le riparazioni di emergenza. Un'ispezione più approfondita rivelò che gli assi delle eliche e i serbatoi del carburante erano danneggiati, così come l'impianto per la distillazione dell'acqua. Nonostante tutto, l'incrociatore riuscì a compiere il lungo viaggio attraverso il Pacifico in direzione di Mare Island con le proprie forze[4].

Affondamento[modifica | modifica sorgente]

La rotta prevista dell'USS Indianapolis da Guam alle Filippine
Il sottomarino giapponese I-58, responsabile dell'affondamento dell'incrociatore Indianapolis.

La nave, comandata dal capitano Charles Butler McVay III aveva trasportato da Pearl Harbor a Tinian l'involucro e la carica di uranio della prima bomba atomica, ed era ripartita dal porto in direzione di Leyte nelle Filippine per unirsi alla task force 95.7 dell'ammiraglio McCormick, senza alcuna scorta nonostante il rischio di un attacco subacqueo fosse riportato ancora come non lieve[4]. Lungo la rotta prescelta tra le tre possibili, chiamata in codice "Peddie", era in agguato il sommergibile giapponese I-58, con a bordo anche dei siluri umani Kaiten (siluri con un membro di equipaggio che doveva compiere un attacco suicida). La nave procedeva alla velocità di 17 nodi e senza zigzagare, in quanto gli ordini erano di "zigzagare a discrezione in base anche alle condizioni meteo", e non veniva richiesto di mantenere una elevata velocità[25]. Il comandante giapponese Mochitsura Hashimoto non era però entusiasta dell'uso dei Kaiten e optò per l'attacco convenzionale, lanciando una salva di siluri[4]. Due di questi siluri centrarono la fiancata dell'Indianapolis causando la perdita dell'energia elettrica e l'allagamento della nave che iniziò a sbandare. Nonostante tutto, il segnale di soccorso venne inviato, ma ben tre stazioni riceventi lo ignorarono, una perché il capostazione era ubriaco, un'altra perché il comandante aveva ordinato ai suoi uomini di non disturbarlo e la terza perché il segnale venne classificato come un falso inviato dai giapponesi[26].

Il mancato arrivo dell'unità del 31 luglio venne ignorato per ben due giorni dal controllo traffico di Leyte. Nel frattempo i circa 900 naufraghi che erano riusciti ad abbandonare la nave, su un totale di 1196 uomini di equipaggio, avevano iniziato la loro lotta per la sopravvivenza contro la mancanza di giubbetti di salvataggio[27], la disidratazione, che fece impazzire molti uomini, e gli attacchi da parte di squali. Nelle prime ore del 31 luglio vennero lanciati dei razzi di segnalazione, che furono visti dall'equipaggio di un C-54 da trasporto dell'Army Air Corps in rotta da Manila a Guam, e classificati dal comandante Richard G. Le Francis come una "battaglia navale", ma la segnalazione venne ignorata dai suoi superiori che gli risposero di "non preoccuparsi perché era un problema della marina"[4].

Dopo l'abbandono della nave, molti membri dell'equipaggio sotto la guida degli ufficiali e dei sottufficiali presenti avevano organizzato in più gruppi i battellini di salvataggio e i relitti galleggianti per darsi aiuto reciproco, e molti feriti vennero raccolti. Le razioni di emergenza e le riserve d'acqua, dove presenti, vennero distribuite all'inizio in modo controllato e razionato. Gli effetti della disidratazione portarono molti uomini ad impazzire e ad allontanarsi a nuoto dai battelli, verso la morte per annegamento o per gli attacchi degli squali. Alcuni di un gruppo si immersero vaneggiando di aver trovato una cisterna di acqua potabile e contagiando altri con una isteria collettiva e molti trovarono la morte immergendosi in seguito a questa situazione[4].

A rendere ancora più tragica la vicenda si deve aggiungere il fatto che, nel disperato tentativo di rallentare l'affondamento dell'unità, si decise di chiudere alcuni boccaporti interni alla nave per rallentare il flusso dell'acqua da un compartimento all'altro; dato che non c'era molto tempo a disposizione non tutti i marinai fecero in tempo ad evacuare i locali che furono sigillati e vennero così sacrificati volontariamente dai loro compagni che chiusero i boccaporti.[28]

I naufraghi vennero ignorati fin quando un velivolo Lockheed B-34 Ventura della squadriglia VPB-152 della US Navy[4], comandato dal tenente Wilbur C. Gwinn, in normale volo di pattugliamento alle ore 10:25 del 2 agosto non notò delle chiazze di nafta e, mentre si accingeva ad un attacco con bombe di profondità verso un presunto sottomarino, vide i superstiti[29]. A quel punto abortì l'attacco e lanciò delle zattere gonfiabili dotate di boe sonar, che i naufraghi non furono però in grado di azionare, e trasmettendo subito alla base di Peleliu un rapporto di avvistamento. Un idrovolante PBY Catalina del VPB-23 del comandante Adrian Marks, con nominativo di chiamata Playmate 2, venne caricato di materiale di soccorso ed inviato alla ricerca[4] dei superstiti, poiché si riteneva che i circa trenta uomini che erano stati avvistati inizialmente potessero appartenere all'equipaggio di una nave affondata. Nel frattempo le stime del comandante Gwinn a seguito di una ricerca più accurata erano salite a 150 naufraghi[4]. A questo punto la segnalazione aveva raggiunto anche il comando avanzato delle Filippine, che chiese informazioni sulle eventuali unità disperse al centro di controllo traffico a Leyte; la risposta fu che tre navi erano in ritardo, ed una di esse era l'Indianapolis. Anche l'ammiraglio McCormick rispose che la nave non aveva raggiunto direttamente il suo task group. Pur non essendoci ancora la certezza dell'identificazione della nave, vennero ordinate ricerche a vasto raggio e sette unità navali iniziarono a pattugliare l'area[4].

L'idrovolante comandato da Marks sorvolò lungo il percorso il cacciatorpediniere Cecil J. Doyle (DE-368), che venne allertato e si diresse autonomamente per decisione del proprio comandante verso il luogo del rilevamento[29] ; Marks, dopo aver lanciato le zattere di salvataggio, decise di ammarare per fornire rifugio al maggior numero possibile di naufraghi (alla fine saranno 56). In questo modo danneggiò irreparabilmente il velivolo, ma riuscì a far salire diverse decine di uomini nella carlinga e sulle ali, oltre che a raccogliere i battelli attorno all'aereo. Quando la USS Doyle raggiunse in piena notte il luogo del rilevamento, si fermò a distanza di sicurezza per non rischiare la vita degli uomini in mare ed accese il proprio proiettore, rendendosi identificabile e mettendosi in pericolo per poter dare un riferimento ai naufraghi, molti dei quali si resero conto in questo modo dell'arrivo dei soccorsi. Un gruppo di altre unità venne immediatamente inviato da Ulithi sul luogo, tra cui i cacciatorpediniere Ralph Talbot (DD-390) veterano della battaglia di Guadalcanal, Helm (DD-388) e Madison (DD-425), cui poi si aggiunsero il caccia USS Dufilho (DE-423), la USS Bassett (APD-73) e la USS Ringness (LPR-100) dalle Filippine.

Superstiti dell'incrociatore Indianapolis a Guam, nell'agosto 1945.

La ricerca proseguì fino all'8 agosto, ma dei marinai che avevano abbandonato la nave, solo 316 su 1196 vennero recuperati. Tra questi vi fu anche il comandante Charles Butler Mc Vay III, figlio dell'ammiraglio McVay, che aveva un pessimo rapporto col figlio e non lo supportò mai durante nessuna fase del processo e dopo[30]. Nel novembre del 1945, McVay venne sottoposto a corte marziale, unico tra i 700 comandanti di navi statunitensi affondate durante il conflitto, e giudicato colpevole di aver "messo a rischio la nave rinunciando a zigzagare". In realtà, il comandante giapponese testimoniò dopo la guerra che la cosa non avrebbe fatto alcuna differenza[31]. Inoltre, fatto che venne tenuto segreto fino al 1990, le intercettazioni Ultra avevano rivelato la presenza di un sottomarino operante con certezza nell'area[32].

Altre prove esistevano comunque a discarico del capitano:

  • L'Indianapolis fu l'unica unità maggiore inviata da Guam alle Filippine senza una scorta, sebbene il capitano avesse fatto esplicita richiesta in tal senso[33].
  • Benché il caccia di scorta Underhill fosse stato affondato 24 ore prima della partenza da Guam, il comandante McVay non venne informato[34].
  • L'ufficiale addetto al traffico a Guam, pur cosciente dei rischi lungo la rotta, stabilì che una scorta non era necessaria, e successivamente al processo testimoniò che il rischio di attacchi da parte di sottomarini per la nave era "molto piccolo"[35].

Alla fine, l'ammiraglio Chester Nimitz annullò la sentenza e prosciolse McVay rimettendolo in servizio attivo[36]. Sebbene molti superstiti non attribuissero alcuna responsabilità al capitano, molti dei familiari lo fecero, montando un clima di linciaggio morale che alla fine portò al suicidio di McVay col revolver di ordinanza nel novembre 1968[37].

Nell'ottobre 2000 il Congresso degli Stati Uniti pose fine alla questione approvando una risoluzione secondo la quale sullo stato di servizio del capitano McVay dovesse essere riportato che "egli era prosciolto dalle accuse per la perdita dell' Indianapolis". Il presidente Bill Clinton stesso firmò la risoluzione[38].

Riconoscimenti[modifica | modifica sorgente]

All'Indianapolis furono conferite 10 Battle Star al merito per il servizio svolto.

Il relitto[modifica | modifica sorgente]

L'esatta posizione del relitto è ancora sconosciuta. Nel periodo di luglio-agosto 2001[39], una spedizione scientifica ha cercato di trovarlo tramite l'uso di sonar a visione laterale e videocamere subacquee montate su un veicolo a comando remoto. Quattro sopravvissuti hanno accompagnato questa spedizione, che non ha avuto successo. Una seconda spedizione è stata organizzata nel giugno del 2005[40]. Essa è stata seguita da National Geographic che ha messo in onda il materiale raccolto in luglio. Nell'ambito della seconda missione, sono stati lanciati dei sommergibili alla ricerca di tracce del relitto. Gli unici ritrovamenti attribuibili con certezza alla Indianapolis comunque, consistevano di diversi grossi pezzi di metallo rinvenuti nella posizione in cui dovrebbe essere affondato l'incrociatore. Il programma di National Geographic al riguardo è stato chiamato Finding of the USS Indianapolis.

Molti ritengono ed hanno dichiarato che il ritrovamento del relitto è impossibile. La nave trasportava discreti quantitativi di esplosivo a bordo e i rapporti dichiarano che durante l'affondamento si era incendiata. Molti ipotizzano che sia esplosa non appena discesa al di sotto della superficie dell'oceano. Oltretutto, il braccio di mare della battaglia è uno dei più profondi del mondo. La spedizione del 2005 non ha rinvenuto alcun pezzo considerevole della nave, nessuna parte della tuga, delle torrette, o dello scafo[41]. Tutto ciò non ha comunque scoraggiato i cacciatori di relitti che progettano ancora la ricerca di una delle navi più famose della seconda guerra mondiale.

Il memoriale[modifica | modifica sorgente]

L'USS Indianapolis National Memorial è stato dedicato all'incrociatore il 2 agosto 1995, ed è stato posto su Canal Walk a Indianapolis. La campana di bordo e una bandiera dell'inaugurazione sono conservate nell'Heslar Naval Armory, già Indianapolis Naval Reserve Armory, attualmente sede di diverse istituzioni militari della US Navy, tra le quali la United States Naval Sea Cadet Corps Cruiser Indianapolis (CA 35) Division, scuola militare intitolata all'incrociatore.

Del materiale legato alla Indianapolis è conservato anche dall'Indiana State Museum.

Lo Swim Training Center presso lo United States Navy Recruit Training Command si chiama USS Indianapolis.

Museo[modifica | modifica sorgente]

Lo USS Indianapolis Museum è stato inaugurato il 7 luglio 2007 con una galleria presso l'Indiana World War Memorial Plaza ad Indianapolis[42].

Nella cultura di massa[modifica | modifica sorgente]

  • L'incidente dell'Indianapolis viene citato in diversi film e film TV. Il più famoso tra i film è la pellicola di Steven Spielberg Lo squalo, in cui Quint, interpretato da Robert Shaw, ricorda come molti dei marinai finiti in mare siano morti per gli attacchi degli squali, che in quell'area erano molto numerosi.
(EN)
« Quint to Brody: Japanese submarine slammed two torpedoes into our side, Chief. We was comin' back from the island of Tinian to Leyte. We'd just delivered the bomb. The Hiroshima bomb. Eleven hundred men went into the water. Vessel went down in 12 minutes. »
(IT)
« Quint a Brody: Il sottomarino giapponese infilò due siluri nel nostro fianco, Capo. Stavamo rientrando dall'isola di Tinian a Leyte. Avevamo appena consegnato la bomba. La bomba di Hiroshima. 1100 uomini finirono in mare. La nave ando giù in 12 minuti. »
(da Lo squalo)
  • Nel 1978, gli eventi riguardanti la corte marziale di McVay sono stati ricordati ne The Failure to Zigzag del drammaturgo John B. Ferzacca.
  • L'attore Stacy Keach ha interpretato McVay nel film TV del 1991 Mission of the Shark: The Saga of the U.S.S. Indianapolis basata sul dramma di cui sopra, che ha raccontato la terribile esperienza dei marinai della Indianapolis nel loro ultimo viaggio fatale.
  • L'affondamento della Indianapolis, la tragedia dei sopravvissuti e le operazioni di recupero sono raccontate nel libro In Harm's Way: The Sinking of the U.S.S. Indianapolis and the Extraordinary Story of Its Survivors di Doug Stanton, pubblicato per la prima volta nel 2001. Il sopravvissuto Edgar Harrell ha raccontato la sua esperienza nell'opera del 2005 Out of the Depths, scritta a quattro mani con il figlio David Harrell. Racconti precedenti della tragedia sono All the Drowned Sailors di Raymond Lech e Abandon Ship! The Saga of the U.S.S. Indianapolis, the Navy's Greatest Sea Disaster di Richard F. Newcomb, pubblicato una prima volta nel 1958 e ripubblicato nel 2001.
  • L'affondamento e gli eventi che lo hanno preceduto, il processo a McVay e molte storie di sopravvissuti sono documentati dal libro Left for Dead di Pete Nelson del 2002. Il libro contiene estratti delle interviste organizzate dall'allora undicenne Hunter Scott che, per il suo progetto al riguardo, avrebbe ottenuto successivamente riconoscimenti a livello nazionale.
  • Un film intitolato Indianapolis è previsto per il 2009.
  • Il 29 luglio 2007, Discovery Channel ha messo in onda Ocean of Fear, documentario sull'affondamento della Indianapolis, come primo speciale per il ventesimo anniversario dall'inizio del programma Shark Week Richard Dreyfuss. Alcuni marinai sopravvissuti hanno assistito ad una proiezione speciale organizzata a New York il 18 luglio 2007. In base ai racconti dell'equipaggio, la maggior parte dei caduti fu dovuta a spossatezza, esposizione agli elementi, ingerimento di acqua salata, e non attacchi di squalo. L'episodio rappresenta comunque uno dei più vasti attacchi di squalo ad esseri umani della storia.
  • Nell'agosto del 2007, la PBS ha messo in onda un episodio di History Detectives in cui il conduttore andava alla ricerca di reperti conservati da un membro dell'equipaggio che era disperso quando la nave affondò. Il sito dello show contiene un'intervista di 10 minuti con il sopravvissuto L.D. Cox.[43]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ USS è l'acronimo di United States Ship, cioè "Nave degli Stati Uniti"
  2. ^ (EN) CA-33 Portland. URL consultato l'08-06-2009.
  3. ^ (EN) CA-33 Specifications. URL consultato l'08-06-2009.
  4. ^ a b c d e f g h i j Dan Kurzman, op. cit., pag.25
  5. ^ (EN) USS Indianapolis (CA-35) in 1932-41. URL consultato il 07-06-2009.
  6. ^ (EN) President Franklin D. Roosevelt's 1936 Cruise to Latin America. URL consultato il 07-06-2009.
  7. ^ (EN) USN Pacific Fleet not at Pearl Harbor. URL consultato il 07-06-2009.
  8. ^ Salmaggi, op. cit., 20 febbraio 1942
  9. ^ Salmaggi, op. cit., 10 marzo 1942
  10. ^ a b c d e f g h (EN) Dictionary of American Naval Fighting Ships - USS Indianapolis II (CA-35). URL consultato il 07-06-2009.
  11. ^ (EN) Microworks.net - The Early Carrier Raids: February and March, 1942. URL consultato l'11-06-2009.
  12. ^ Salmaggi, op. cit., 7 agosto 1942
  13. ^ La Southern Attack Force (TF 55) era la forza di attacco che al comando dell'ammiraglio Richmond K. Turner attaccò Kwajalein all'inizio del 1944, mentre al comando dell'ammiraglio John L. Hall Jr. fu incaricata della conquista di Okinawa nel 1945
  14. ^ (EN) Eastern mandates. URL consultato il 07-06-2009.
  15. ^ Salmaggi, op. cit., 31 gennaio 1944
  16. ^ Salmaggi, op. cit., 4 febbraio 1944
  17. ^ (EN) Una foto della Indianapolis che appoggia con bordate dei cannoni da 203mm lo sbarco degli LVTP (mezzi anfibi da sbarco personale) sull'isola di Saipan. URL consultato l'11-06-2009.
  18. ^ Salmaggi, op. cit., 19 giugno 1944
  19. ^ Salmaggi, op. cit., 20 giugno 1944
  20. ^ Salmaggi, op. cit., 19 febbraio 1945
  21. ^ http://digital.lib.ecu.edu/special/pearlharbor/ph/HIND/hHIND.html La USS Indianapolis si unisce alla Task Force di Mitscher
  22. ^ (EN) The history of the USS Indianapolis. URL consultato il 07-06-2009.
  23. ^ cacciatorpediniere di scorta, detti anche "piccoli lupi" nella marina statunitense dell'epoca ed antesignani delle fregate contemporanee
  24. ^ (EN) L'Indianapolis al bombardamento di Okinawa. URL consultato l'11-06-2009.
  25. ^ I 16-17 nodi erano la massima velocità economica che una nave doveva mantenere per risparmiare carburante, ma che esponeva agli attacchi subacquei, visto che i siluri dell'epoca non erano guidati e dovevano essere puntati in base ad un calcolo preciso, che cambi frequenti di rotta e velocità avrebbero reso arduo o addirittura impossibile in base alla posizione relativa della nave e del sommergibile
  26. ^ (EN) Timothy W. Maier, For The Good of the Navy, Insight on the News, 5 giugno, 2000. URL consultato il 07-06-2009.
  27. ^ (EN) Lewis L. Haynes, Recollections of the sinking of USS Indianapolis (CA-35) by CAPT Lewis L. Haynes, MC (Medical Corps) (Ret.), the senior medical officer on board the ship., Navy Medicine, luglio-agosto 1995. URL consultato il 07-06-2009.
  28. ^ Serie filmati "Ocean of Fear - Worst Shark Attack Ever" , http://www.youtube.com/
  29. ^ a b Marks, op. cit., pag.48-50
  30. ^ Kurzman, op. cit., Capitoli I, II e XII
  31. ^ (EN) testimonianza del comandante Hashimoto. URL consultato il 07-06-2009.
  32. ^ (EN) sull'innocenza del comandante McVay. URL consultato il 07-06-2009. Although a code-breaking system called ULTRA had alerted naval intelligence that a Japanese submarine (the I-58 by name which ultimately sank the Indianapolis) was operating in his path, McVay was not told. (Classified as top secret until the early 1990s, this intelligence -- and the fact it was withheld from McVay before he sailed from Guam -- was not disclosed during his subsequent court-martial.) - Benché il sistema di decrittazione ULTRA avesse avvisato i servizi segreti della marina che un sottomarino giapponese (l'I-58, che poi affonderà l'Indianapolis) stesse operando nell'area, McVay non ne fu informato. Questa informazione venne classificata come top-secret fino ai primi anni novanta; peraltro ciò ed il fatto che venne tenuta nascosta a McVay prima della partenza da Guam lo avrebbe scagionato ma non venne rivelato durante la corte marziale
  33. ^ (EN) sull'innocenza del comandante McVay (2). URL consultato il 07-06-2009. Although no capital ship (unequipped with antisubmarine detection devices such as the Indianapolis) had made the transit between Guam and the Philippines without a destroyer escort throughout World War II, McVay's request for such an escort was denied.
  34. ^ (EN) sull'innocenza del comandante McVay (3). URL consultato il 07-06-2009. Although naval authorities at Guam knew that on July 24, four days before the Indianapolis departed for Leyte, the destroyer escort USS Underhill had been sunk by a Japanese submarine within range of his path, McVay was not told.
  35. ^ (EN) sull'innocenza del comandante McVay (4). URL consultato il 07-06-2009. Although the routing officer at Guam was aware of dangers in the ship's path, he said a destroyer escort for the Indianapolis was "not necessary" (and, unbelievably, testified at McVay's subsequent court-martial that the risk of submarine attack along the Indianapolis's route "was very slight").
  36. ^ (EN) Captain McVay. URL consultato il 07-06-2009.
  37. ^ (EN) Admiral McVay's suicide. URL consultato il 07-06-2009.
  38. ^ (EN) McVay's exoneration. URL consultato il 07-06-2009.
  39. ^ (EN) Mike McDowell. URL consultato l'08-06-2009.
  40. ^ (EN) Discovery Channel Launches Expedition to Locate World War II Heavy Cruiser, USS Indianapolis, Sunk in the Philippine Sea on July 30, 1945.. URL consultato il 07-06-2009.
  41. ^ (EN) La campagna di ricerca del 2005 sul Discovery Channel. URL consultato l'11-06-2009.
  42. ^ (EN) Survivor's Ribbon Cutting - July 7, 2007 at 2:30PM. URL consultato l'08-06-2009.
  43. ^ (EN) U.S.S. Indianapolis - L'intervista a L.D. Cox.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Testi[modifica | modifica sorgente]

  • (EN) (EN) James Charles Fahey, The Ships and Aircraft of the U.S. Fleet, 7ª ed., Naval Institute Press, 1980. ISBN 0-87021-646-5.
  • (EN) (EN) David Harrell, Out of the Depths, dal racconto del sopravvissuto Edgar Harrell, Out of the Depths, 2005. ISBN 1-59781-166-1.
  • Dan Kurzman, Viaggio fatale, tradotto da Roberto Agostini, prima edizione, Piemme, 2001, p. 384. ISBN 88-384-6907-5.
  • (EN) (EN) Raymond B. Lech, All the drowned sailors, Stein and Day, 1982. ISBN 0-8128-2881-X.
  • (EN) (EN) Richard F. Newcomb, Abandon Ship!: The Saga of the U.S.S. Indianapolis, the Navy's Greatest Sea Disaster, Harpercollins, 2002. ISBN 0-06-095921-5.
  • Cesare Salmaggi, Alfredo Pallavisini, La seconda guerra mondiale: cronologia illustrata di 2194 giorni di guerra, 6ª ed., Mondadori, 2000. ISBN 88-04-47882-9.
  • (EN) (EN) Doug Stanton, In Harm's Way: The Sinking of the USS Indianapolis and the Extraordinary Story of Its Survivors, H. Holt, 2003. ISBN 0-8050-7366-3.

Siti internet[modifica | modifica sorgente]

Pubblicazioni[modifica | modifica sorgente]

  • (EN) Marks, R. Adrian, America was Well Represented in United States Naval Institute Proceedings, aprile 1981.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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