Patto anticomintern

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L'ambasciatore giapponese a Berlino Kintomo Mushakoji il ministro degli Esteri tedesco Joachim von Ribbentrop firmano il Patto anticomintern.

Il patto anti-Comintern è un patto di alleanza politica tra il governo del Terzo Reich tedesco e l'Impero giapponese stipulato il 25 novembre 1936 a Berlino. Il 27 settembre 1940 i rappresentanti della Germania Nazista, dell'Italia Fascista e dell'Impero del Giappone firmano l'alleanza militare conosciuta come Patto Tripartito, costituendo il cosiddetto "Asse Roma-Berlino-Tokyo".

Scopo e contenuti[modifica | modifica sorgente]

I governi nippo-tedeschi "riconoscendo che l'obiettivo dell'Internazionale Comunista, nota come Comintern, è quello di disintegrare e sottomettere gli Stati esistenti con tutti i mezzi a sua disposizione" e "convinti che la tolleranza delle interferenze da parte comunista negli affari interni delle nazioni mette in pericolo non solo la loro pace interiore e il benessere sociale, ma anche la pace del mondo" firmarono questo trattato "desiderosi di cooperare nella difesa contro le attività sovversive comunisti".

Esso suggellava una cooperazione tramite scambio di informazioni, pressione sull'opinione pubblica e lotta contro gli agenti comunisti, tesa alla «difesa comune contro l'opera disgregatrice dell'internazionale Comunista». Il patto prevedeva anche un protocollo che impegnava i contraenti a non rafforzare la posizione dell'URSS nel caso quest'ultima avesse aggredito uno dei paesi membri.

L'adesione dell'Italia e altri accordi prebellici[modifica | modifica sorgente]

Il 6 novembre 1937 vi fu l'adesione del Regno d'Italia, che originò il primo embrione dell'alleanza tripartita che sarebbe poi stata formalizzata il 27 settembre 1940. L'ingresso di Roma venne annunciato dall'Agenzia Stefani con queste parole:

« Stamane, alle ore 11, è stato firmato a Palazzo Chigi un protocollo col quale l'Italia entra a far parte, in qualità di firmataria originaria, dell'Accordo contro l'Internazionale Comunista, concluso il 25 novembre 1936 fra la Germania ed il Giappone. Hanno firmato, per l'Italia, il Ministro degli Esteri, conte Galeazzo Ciano; per la Germania, l'ambasciatore straordinario e plenipotenziario del Reich in missione speciale, von Ribbentrop; per il Giappone, l'ambasciatore Hotta[1]»

Il testo del protocollo nell'occasione fu il seguente:

« Il Governo italiano, il Governo del Reich germanico e il Governo imperiale del Giappone, considerando che l'Internazionale comunista continua a mettere costantemente in pericolo il mondo civile in occidente e in oriente, turbandovi e distruggendovi la pace e l'ordine, convinti che soltanto una stretta collaborazione fra tutti gli Stati interessati al mantenimento della pace e dell'ordine può limitare e rimuovere tale pericolo, considerando che l'Italia, con l'avvento del regime fascista ha combattuto con inflessibile determinazione tale pericolo e ha eliminato l'Internazionale comunista dal suo territorio, ha deciso di schierarsi contro il nemico comune, insieme con la Germania e col Giappone, che da parte loro sono animati dalla stessa volontà di difendersi contro l'Internazionale comunista, hanno, in conformità dell'articolo 2 dell'Accordo contro l'Internazionale comunista concluso a Berlino il 25 novembre 1936 fra la Germania e il Giappone, convenuto quanto segue:
Articolo 1. - L'Italia entra a far parte dell'Accordo contro l'Internazionale comunista e del protocollo supplementare conclusosi il 25 novembre 1936 fra la Germania e il Giappone, il cui testo è allegato nell'annesso al presente protocollo.
Articolo 2. - Le tre potenze firmatarie del presente protocollo convengono che l'Italia sarà considerata come firmataria originaria dell'Accordo e del protocollo supplementare, menzionati dall'articolo precedente, la firma del presente protocollo essendo equivalente :alla firma del testo originale dell'Accordo e del protocollo supplementare predetti.
Articolo 3. - Il presente protocollo costituirà parte integrante dell'Accordo e del protocollo supplementare sopramenzionati.
Articolo 4. - Il presente protocollo è redatto in italiano, giapponese e tedesco. Ciascun testo essendo considerato autentico. Esso entrerà in vigore il giorno della firma.

In fede di che, i sottoscritti, debitamente autorizzati dai loro Governi, hanno firmato il presente protocollo, e vi hanno apposto i loro sigilli.[2] »

Seguirono la datatio (eseguita anche in base al calendario giapponese) e le tre firme. Il 25 febbraio 1939 aderirono al Patto anche l'Ungheria e il Manchukuo (uno stato fantoccio creato dal Giappone nel 1932 a seguito di un conflitto con la Cina); il 15 aprile 1939 fu poi la volta della Spagna franchista, subito dopo la fine della propria guerra civile.

La sospensione ed il rilancio[modifica | modifica sorgente]

La conclusione del trattato di non aggressione tedesco-sovietico del 23 agosto 1939 sospese praticamente, se non ufficialmente, il Patto anticomintern per quasi due anni ed anzi creò delle incrinature in esso, in quanto la Germania ostacolava il passaggio delle armi che gli italiani avrebbero voluto inviare alla Finlandia impegnata nella Guerra d'inverno contro l'URSS. Ma lo scoppio delle ostilità tra la Germania e l'Unione Sovietica, avvenuto il 22 giugno 1941 con l'inizio dell'operazione Barbarossa, ridiede allo stesso nuovo vigore.

Nel quinto anniversario della conclusione (25 novembre 1941) il Patto Anticomintern fu solennemente rilanciato mediante l'adesione degli stati satelliti della Germania (Romania, Bulgaria, Slovacchia e Danimarca, occupata militarmente dai tedeschi fin dall'aprile 1940), dell'Italia (Croazia) e del Giappone (governo cinese collaborazionista di Wang Jingwei). Entrò nel Patto anche la Finlandia, che dal 25 giugno era impegnata nella guerra di continuazione contro il colosso stalinista); la Turchia invece, pur non essendo entrata in guerra, fece parte del Patto anticomintern in qualità di osservatrice fin dal 18 giugno.

Il governo di Copenaghen pose ai tedeschi quattro condizioni per entrare nel Patto: 1) non avere obblighi civili o militari di alcun tipo; 2) l'affidamento esclusivo alle forza dell'ordine per ciò che riguardava le azioni contro i comunisti; 3) che tali azioni sarebbero state compiute dalle forze dell'ordine solo in territorio danese; 4) il mantenimento dello status di "paese neutrale". Ribbentrop divenne furioso e minacciò di arresto il ministro degli Esteri danese Erik Scavenius, ma alla fine accettò le richieste, con piccole modifiche, a patto che esse rimanessero segrete: la segretezza era ordinata dai nazisti per motivi propagandistici. In ogni caso, questa partecipazione rovinò la reputazione della Danimarca, tanto che diversi diplomatici danesi di stanza nei paesi alleati decisero di sconfessare pubblicamente l'operato del loro esecutivo[3].

La fine[modifica | modifica sorgente]

I successivi armistizi degli alleati del Terzo Reich con le Nazioni Unite e, in seguito, la capitolazione della stessa Germania e del Giappone portarono dapprima allo sfaldamento e poi alla fine ufficiale del Patto Anticomintern.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Mussolini Opera Omnia, La Fenice, Firenze, 1959, vol. 29, pag. 509
  2. ^ Il Popolo d'Italia, n. 310, 7 novembre 1937
  3. ^ Kaarsted, Tage (1977). De Danske Ministerier 1929–1953. Copenhagen. pp. 173 ff. ISBN 8774928961.
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