Bombardamenti di Tokyo

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Bombardamento di Tokyo
Parte teatro del Pacifico della seconda Guerra Mondiale
Cadaveri carbonizzati di civili giapponesi
Cadaveri carbonizzati di civili giapponesi
Data 9 - 10 marzo 1945
Luogo Giappone Tokyo, Giappone
Tipo bombardamento a tappeto
Obiettivo terrorismo aereo
Forze in campo
Eseguito da U.S. Strategic Air Forces in the Pacific
Ai danni di Impero giapponese
Forze attaccanti 334 bombardieri B-29[1]
Comandate da Curtis LeMay
Forze di difesa contraerea e aviazione (sia dell'esercito che della marina)
Comandate da sconosciuto
Bilancio
Esito vittoria strategica statunitense
Perdite civili circa 200.000 morti[1]
Perdite infrastrutturali 26 chilometri quadrati della città (il 20%)[1]
Perdite attaccanti 14 bombardieri B-29 abbattuti più uno schiantatosi al decollo[1]

[senza fonte]

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I bombardamenti di Tokyo avvennero nel corso della seconda guerra mondiale dal 1942 all'estate del 1945 e furono condotti esclusivamente dalle forze aeree statunitensi. Causarono immani devastazioni alla capitale nipponica e provocarono centinaia di migliaia di morti.

Primo raid[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Incursione aerea su Tokyo.

Il primo bombardamento su Tokyo fu il cosiddetto "Doolittle raid", condotto il 18 aprile 1942 sedici North American B-25 Mitchell che, partiti dalla portaerei Hornet, attaccarono alcuni obiettivi a Yokohama e Tokyo. Il piano iniziale prevedeva che i bombardieri si sarebbero diretti sugli aeroporti cinesi dopo l'operazione, ma poiché erano stati lanciati a prudente distanza dalle coste giapponesi tutti i velivoli dovettero compiere atterraggi d'emergenza: uno giunse in Unione Sovietica e l'equipaggio venne internato per il resto della guerra in corso, mentre altri due atterrarono nella Cina occupata dall'esercito imperiale. La trascurabile incursione rivestì un significato di propaganda per gli Stati Uniti.

La chiave di volta per il bombardamento del Giappone fu il Boeing B-29 Superfortress che aveva un'autonomia di 4.260 - 5.230 chilometri in ordine di combattimento: pressoché il 90% delle bombe sganciate sull'arcipelago nipponico furono portate da questo tipo di bombardiere. Le incursioni iniziali partivano da alcuni aeroporti situati nella Cina sud-occidentale, sotto il controllo di Chiang Kai-Shek, ma dal novembre 1944 la massima parte degli attacchi vennero lanciati dalle Isole Marianne Settentrionali. I B-29 furono trasferiti nella primavera del 1945 nell'isola di Guam.

La prima incursione di B-29 sul Giappone venne lanciata dalla Cina il 15 giugno 1944. Gli aerei decollarono Chengdu, distante più di 2.400 chilometri dalle acciaierie di Yawata, obiettivo dell'operazione: tuttavia questa incursione non creò seri danni al Giappone. Soltanto quarantasette dei sessantotto B-29 colpirono lo stabilimento, quattro ebbero problemi meccanici, altri quattro precipitarono, sei dovettero scaricare le bombe in mare per problemi meccanici ed altri si rivolsero a obiettivi secondari. Solamente uno dei B-29 venne abbattuto dalle forze aeree giapponesi. La prima incursione dal sud fu lanciata il 24 novembre 1944, quando 88 aerei bombardarono Tokyo. Le bombe furono lanciate da circa 10.000 metri, ma soltanto un 10% colpì gli obiettivi designati.

La scelta della Cina continentale come base di lancio delle incursioni si rivelò poco soddisfacente. Le basi aeree cinesi erano difficili da rifornire dall'India e i B-29 erano dunque costretti a ottimizzare lo spazio interno, usando parte della stiva come serbatoio ausiliare, senza il quale non era possibile raggiungere il Giappone. Soltanto quando l'ammiraglio Chester Nimitz conquistò le Marianne settentrionali e le piste aeree furono rese operative, poterono iniziare delle serie e proficue operazioni di bombardamento.

Una madre che stava portando il proprio bambino sulla schiena, che non risulta carbonizzata

Come in Europa, l'USAAF operò durante il giorno per una maggior precisione nel colpire gli obiettivi, ma non vennero ottenuti gli scopi principali, cioè distruggere le fabbriche rivolte allo sforzo bellico. La motivazione era dovuta al fatto che i venti spiranti sulle isole giapponesi deviavano di circa 10.000 metri la traiettoria di caduta degli ordigni, che non colpivano gli obiettivi designati. Inoltre il programma di bombardamento strategico sperimentato con successo sulla Germania nazista non poteva applicarsi al tessuto urbano giapponese, dove oltre un terzo delle industrie belliche era disperso in case e piccole fabbriche con meno di trenta lavoratori.[2]

Il generale Curtis LeMay, comandante dell XXI Bomber Command, cambiò strategia decidendo per incursioni notturne condotte ad un'altitudine di 1.500 - 2.000 metri; sarebbero state attaccate le principali città quali Tokyo, Nagoya, Osaka e Kōbe: nonostante gli iniziali limitati successi, LeMay persistette nell'adoperare tali tattiche. Attacchi su obiettivi strategici vennero continuati durante il giorno a livelli di quota meno elevati. Alla fine l'addestramento e le missioni effettuate cominciarono a dare i loro frutti, tanto che le peggiori sofferenze e distruzioni furono da imputarsi agli sconvolgenti attacchi dei B-29, che in più di un'occasione mieterono un numero di vittime superiore a quello cagionato dai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki.

Bombardamenti[modifica | modifica sorgente]

Tokyo in fiamme dopo i bombardamenti del 26 maggio 1945

Un primo bombardamento del genere avvenne su Kobe il 3 febbraio 1945, ed a seguito al successo conseguito venne deciso di proseguire su questa strada: era stato infatti rilevato che le città giapponesi, costruite in buona parte in legno e carta, erano suscettibili a tale tipo di attacco; le condizioni più favorevoli per il successo erano zone con scarsa contraerea ed elevati venti di superficie. Si procedette poi a rimuovere quasi tutte le armi di bordo dei B-29 per economizzare sul carburante e stivare più ordigni possibili. In questo modo gli ultimi raid, effettuati nell'agosto 1945 consentirono di trasportare 7,3 tonnellate di bombe, quando a marzo dello stesso anno ne erano caricabili solo 2,6 tonnellate.

Il primo di tali raid su Tokyo avvenne nella notte dal 23 al 24 febbraio, quando 174 B-29 distrussero circa 2,56 km² della città. Nella notte tra il 9 e il 10 marzo ben 334 B-29 decollati dalle Marianne si diressero su Tokyo. Robert Guillain, un giornalista francese che viveva nella capitale e che fu testimone dell'attacco, lo descrisse in questi termini:

« Iniziarono a bombardare nuovamente, seminando il cielo di tracce di fuoco. Scoppi di luce balenarono dappertutto nell'oscurità come alberi di Natale, alzando le fiamma alte nella notte per poi precipitare di nuovo a terra in una tempesta di scintille. Tre quarti d'ora dopo le prime incursioni, il fuoco, frustato dal vento cominciò a far divampare quella città di legno come un falò. Le scintille precipitando lungo i tetti come una rugiada in fiamme, appiccavano il fuoco a tutto ciò che incontravano sul loro cammino. Era la prima comparsa del napalm. Crollarono, sotto l'impatto delle bombe, le fragili case fatte di legno e di carta, illuminate dall'interno come lanterne colorate. »
(Robert Guillain[3])

Dopo due ore di bombardamenti Tokyo era avvolta in una tempesta di fuoco, che sprigionò tanto calore da far incendiare spontaneamente gli abiti delle persone e le acconciature delle donne. L'Ufficio di Storia giapponese di Tokyo stabilì che 72.489 giapponesi caddero sotto i bombardamenti della città.[2] I danni e le vittime provocati furono i più alti mai realizzati fino ad allora in una singola azione: vennero distrutti circa 41 km² della città; in particolare la sorte peggiore toccò alla porzione urbana a est del Palazzo Imperiale. Nelle due settimane successive vi furono almeno altre 1.600 incursioni contro le quattro maggiori città che distrussero 80 km² con la perdita di solo 22 aerei. Vi fu poi un terzo raid su Tokyo il 26 maggio.

I raid con il napalm furono affiancati anche da attacchi che facevano use di bombe tradizionali ad alto potere distruttivo. Con la presa di Okinawa, l'8ª Squadra aerea venne trasferita lì dall'Europa ed iniziò le sue incursioni. L'intensità dei bombardamenti crebbe così mese dopo mese passando da 13.800 tonnellate a marzo alle 42.700 a luglio e si era stabilito di arrivare a 115.000 tonnellate in ognuno dei mesi successivi.

Le critiche[modifica | modifica sorgente]

La devastazione lasciata dal bombardamento del marzo 1945

Diversamente dall'attacco nucleare contro Hiroshima e Nagasaki, inteso almeno parzialmente come sprone alla resa incondizionata del Giappone, i bombardamenti al napalm causarono più morti tra i civili ed erano intesi come una strategia a lungo termine avente lo scopo di prostrare la popolazione, colpire gravemente l'industria bellica giapponese e minare la volontà del governo nipponico di lottare a oltranza: con simili obiettivi e la guerra totale in corso le perdite subite dai civili vennero considerate accettabili dall'amministrazione statunitense. Dopo la fine della seconda guerra mondiale vi furono alcuni che espressero dubbi sulla moralità dei bombardamenti e il generale LeMay osservò: "Io suppongo che se avessi perso la guerra, sarei stato processato come un criminale di guerra."[4] Egli continuò comunque ad affermare che i bombardamenti avrebbero salvato molte vite di entrambi i contendenti, perché avrebbero indotto il Giappone a deporre le armi ed evitato la programmata invasione anfibia. L'ex primo ministro giapponese Fumimaro Konoe ebbe a dire che l'accettazione della resa sarebbe stata determinata dai prolungati bombardamenti su Tokyo. Più recentemente, lo storico Tsuyoshi Hasegawa ha argomentato in Racing the Enemy (Cambridge: Harvard UP, 2005) ricerca il principale fattore della resa non nelle armi atomiche o nei reiterati attacchi aerei, bensì nella denuncia sovietica del patto di non aggressione siglato nel 1941 con il conseguente timore di una guerra contro l'Unione Sovietica. La spiegazione ufficiale, secondo la quale i sanguinosi raid erano giustificati dall'intento di salvare la vita ai soldati statunitensi e Alleati, è stata oggetto di aspri dibattiti nel successivo dopoguerra.

Durante il conflitto non si pensò mai di sganciare un ordigno nucleare sulla capitale Tokyo, sebbene fosse stata proposta un'azione non letale nella baia prospiciente la città, come dimostrazione di forza degli Stati Uniti.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c d Millot 1967, op. cit., p. 888
  2. ^ a b Toland 1970, op. cit., p. 671
  3. ^ Guillain, Tokyo Burning, quoted at ABC.
  4. ^ 'The Soul Of Battle' by Victor Davis Hanson

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Thomas M. Coffey, Iron Eagle: The Turbulent Life of General Curtis LeMay, Random House Value Publishin, 1987, ISBN 0-517-55188-8.
  • Conrad C. Crane, The cigar that brought the fire wind: Curtis LeMay and the strategic bombing of Japan, JGSDF-U.S. Army Military History Exchange, 1994, ASIN B0006PGEIQ.
  • Richard B. Frank, Downfall: The End of the Imperial Japanese Empire, Penguin, 2001, ISBN 0-14-100146-1.
  • A. C. Grayling, Among the Dead Cities, New York, Walker Publishing Company Inc., 2006, ISBN 0-8027-1471-4.
  • Ron Greer, Fire from the Sky: A Diary Over Japan, Jacksonville, Arkansas, U.S.A., Greer Publishing, 2005, ISBN 0-9768712-0-3.
  • Robert Guillian, I Saw Tokyo Burning: An Eyewitness Narrative from Pearl Harbor to Hiroshima, Jove Pubns, 1982, ISBN 0-86721-223-3.
  • Curtis E. Lemay, Bill Yenne, Superfortress: The Story of the B-29 and American Air Power, McGraw-Hill Companies, 1988, ISBN 0-07-037164-4.
  • Tom McGowen, Air Raid!:The Bombing Campaign, Brookfield, Connecticut, U.S.A., Twenty-First Century Books, 2001, ISBN 0-7613-1810-0.
  • Bernard Millot, La Guerra del Pacifico, BUR, 1967, ISBN 88-17-12881-3.
  • Donald H. Shannon, United States air strategy and doctrine as employed in the strategic bombing of Japan, U.S. Air University, Air War College, 1976, ASIN B0006WCQ86.
  • Jim Smith, Malcolm Mcconnell, The Last Mission: The Secret History of World War II's Final Battle, Broadway, 2002, ISBN 0-7679-0778-7.
  • John Toland, The Rising Sun: The Decline and Fall of the Japanese Empire 1936–1945, Random House, 1970.
  • Kenneth P. Werrell, Blankets of Fire, Smithsonian, 1998, ISBN 1-56098-871-1.

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