Bombardamento di Bari

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Bombardamento di Bari
Parte dei bombardamenti strategici durante la seconda guerra mondiale
Un cargo della classe Liberty
Un cargo della classe Liberty
Data 2 dicembre 1943
Luogo Bari
Coordinate 41°07′31″N 16°52′00″E / 41.125278°N 16.866667°E41.125278; 16.866667Coordinate: 41°07′31″N 16°52′00″E / 41.125278°N 16.866667°E41.125278; 16.866667
Mappa di localizzazione: Italia
Tipo Bombardamento aereo
Forze in campo
Forze attaccanti Germania Germania
Comandate da Albert Kesselring
Wolfram von Richthofen
Forze di difesa Regno Unito Regno Unito
Stati Uniti Stati Uniti
Comandate da Mark Wayne Clark
Arthur Coningham
Bilancio
Esito Vittoria tedesca. Gli Alleati rallentano l'avanzata verso nord.
Perdite civili 1.000 civili
Perdite attaccanti 1 aereo abbattuto dalla contraerea italiana
Perdite difensori 28 navi distrutte
1.000 morti militari
Note [1]

[senza fonte]

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Il bombardamento di Bari avvenne il 2 dicembre 1943, nel corso della seconda guerra mondiale, quando 105 bombardieri Junkers Ju 88 appartenenti alla Luftflotte 2 tedesca effettuarono, con grande sorpresa, il bombardamento di navi da trasporto e per trasporto truppe che operavano a sostegno della campagna italiana degli Alleati nel porto di Bari.

Durante l'attacco, da una nave statunitense, carica di bombe all'iprite, fuoriuscì una grande quantità di sostanze tossiche che contaminò le acque del porto, provocando circa mille vittime. Questo fu il primo caso di utilizzo, anche se involontario, di gas tossici durante la seconda guerra mondiale.[2] Secondo il giornalista storico Ciro Luongo, tale incidente di Bari, se paragonato in termini del tipo di inquinante rilasciato, poteva avere conseguenze maggiori del disastro di Bhopal.[2]

Lo scopo dell'attacco aereo era quello di rendere inagibile il porto, nel quale affluiva la maggior parte dei rifornimenti per le truppe alleate di stanza nell'Italia meridionale. Furono affondate 28 navi, i cui relitti bloccarono il porto per tre settimane, cosicché gli anglo-americani, in difficoltà nell'approvvigionare le proprie truppe, dovettero rallentare l'offensiva, consentendo ai tedeschi di attestarsi sulla linea Gustav.[1]

Questo insieme di affondamenti fu il più grave dopo l'attacco di Pearl Harbor da parte dei giapponesi.[2]

Antefatto[modifica | modifica sorgente]

In vista dell'imminente sbarco nel sud Italia, avvenuto a Taranto il 9 settembre del 1943, l'aviazione anglo-americana aveva risparmiato dai bombardamenti il porto di Bari, considerato strategico come futuro centro di approvvigionamento dei rifornimenti per l'armata che avrebbe aperto il fronte sud nella guerra contro la Germania Nazista.[3] Sin dalla seconda metà del mese di settembre, respinte le formazioni tedesche verso nord, il porto di Bari fu utilizzato da inglesi e americani per fare affluire le navi, tra cui le famose Liberty, cariche di materiale, rifornimenti e attrezzature necessarie per il fronte.

Bari aveva difese aeree inadeguate; nessuna squadriglia di caccia della RAF aveva base lì, e i caccia che si trovavano nel raggio d'azione furono assegnati a scortare altri convogli o in missioni d'attacco, ma non per la difesa del porto, le cui difese a terra erano del tutto inefficaci.[4]

Nel pomeriggio del 2 dicembre 1943, il maresciallo dell'aria Sir Arthur Coningham, comandante della Northwest African Tactical Air Force, tenne una conferenza stampa dove dichiarò che i tedeschi avevano perso la guerra aerea. Egli inoltre affermò:

(EN)
« I would consider it as a personal insult if the enemy should send so much as one plane over the city. »
(IT)
« Io lo considerò come un insulto personale se il nemico dovesse inviare non più di un solo aereo sopra la città. »
(Sir Arthur Coningham)

A suo discapito, si però deve ricordare che i tedeschi avevano effettuato con successo un attacco aereo sull'area portuale di Napoli nel mese precedente e attaccarono anche altri obiettivi nel mar Mediterraneo.[4]

Il comando della Luftwaffe, intenzionata a rallentare l'avanzata della armata alleata verso nord, aveva pianificato da tempo un attacco contro le navi che giornalmente attraccavano a Bari, attendendo il momento propizio per eseguire tale operazione che fu fissato per i primi giorni di dicembre in quanto la luna crescente avrebbe consentito una sufficiente visibilità ai piloti ma reso meno individuabili gli aeroplani raccolti per il bombardamento.[1]

Il 2 dicembre, trenta navi battenti bandiera americana, inglese, polacca, norvegese e olandese si trovavano presso il porto di Bari. L'adiacente città portuale, in quel momento sotto il controllo inglese, aveva una popolazione civile di 250.000 persone. Nella notte del raid, per accelerare lo scarico delle forniture di supporto alle forze alleate impegnate nella battaglia per l'avanzata su Roma, il porto era illuminato a giorno e stava lavorando a piena capacità.[5] Intanto, la John Harvey comandata dal capitano Knowles, cargo della classe Liberty, era partita dal Maryland e dopo aver attraversato l'oceano Atlantico, raggiunse la frotta alleata stanziata nel mar Mediterraneo; successivamente si era spostata nel porto di Bari, dove dovette attendere di scaricare il suo contenuto, per lo più bombe per la 15th Air Force statunitense stanziata a Manfredonia, in provincia di Foggia, ed incaricata dei bombardamenti strategici su Austria e Germania del sud. In realtà la nave trasportava anche 100 tonnellate di bombe contenenti iprite.[2]

L'attacco[modifica | modifica sorgente]

Il risultato del bombardamento

Il giorno propizio si verificò il 2 dicembre 1943. Al pilota Werner Hahnd, dotato di un ricognitore Messerschmitt Me 210, era stato affidato il compito di fotografare tutto ciò che si poteva osservare: aree urbane, il porto e l'aeroporto. In uno dei suoi passaggi, il pilota, volando ad alta quota, avvistò nel molo "Levante" di Bari oltre 40 navi ancorate.[3] Albert Kesselring ed i suoi strateghi avevano in precedenza considerato come possibili obiettivi i campi di aviazione alleati presso Foggia, ma alla Luftwaffe mancavano le risorse per attaccare un così grande complesso. Il Generalfeldmarschall Wolfram von Richthofen, che comandava la Luftflotte 2, aveva suggerito come alternativa Bari.[6] Richthofen riteneva che paralizzando il porto si sarebbe potuto rallentare l'avanzata dell'Ottava Armata britannica. Egli disse inoltre a Kesselring che gli unici aerei disponibili erano i suoi bombardieri Junkers Ju 88 A-4, e era in grado di radunarne 150 per il raid; ma alla fine solamente 105 Ju 88 erano disponibili. Nonostante tutto Kesselring, dopo aver letto la relazione del pilota, ordinò l'inizio dell'operazione.[7]

Parteciparono all'attacco 105 velivoli, per lo più Junkers Ju 88; la maggior parte decollò da cinque aeroporti nel Nord Italia (tra cui Orio al Serio), ma Richthofen voleva utilizzare alcuni aerei provenienti dalla Jugoslavia,[2] da Ronchi dei Legionari (nei pressi di Monfalcone) e da due aeroporti nei pressi di Atene,[8] nella speranza che gli alleati potessero essere ingannati e pensare che l'intera missione fosse invece originata da est e quindi sviare eventuali attacchi di rappresaglia.[2]

Ai piloti dei bombardieri fu ordinato di volare verso est fino al mar Adriatico, per poi virare a sud-ovest, in quanto si pensava che le forze alleate si aspettassero un attacco proveniente da nord. A circa 30 miglia a nord-est di Bari alle 19.25 vi fu l'appuntamento dello stormo e gli aerei raggiunsero la città volando a bassissima quota per sfuggire ai radar nemici.[8] Una seconda versione precisa che in quella notte i radar per quel settore aereo non erano attivi in quanto fuori servizio; questa versione risulta maggiormente credibile dato che nel 1943 i tedeschi erano oramai in ritirata dal sud d'Italia. Per motivi tecnici 17 apparecchi dovettero abbandonare la rotta sull'Adriatico per cui gli aerei effettivamente partecipanti alla fase finale dell'attacco furono 88.[2]

Lo stormo compatto giunse in prossimità del molo foraneo del porto di Bari, 2-3 aerei si dedicarono all'occultamento facendo cadere da 3000 m le cosiddette Chaff o in tedesco Düppel, piccole strisce metalliche allacciate ad un paracadute[8] atte interferire con il funzionamento dei radar degli Alleati. Nonostante la debole luce della luna al tramonto, e che i fari del porto fossero tutti attivi, e che l'aeroporto li accese quasi nell'immediato, il cielo in pochi secondi divenne improvvisamente illuminato da razzi illuminanti lasciati cadere dagli stessi aerei.[5] L'impresa dell'artiglieria contraerea poteva risultare facilitata grazie ai suoi proiettili perforanti da 37 mm, ciò nonostante il loro numero era insufficiente.[3]

Alle 19,30 iniziò un massiccio bombardamento. Delle prime bombe, alcune caddero in mare, ma molte centrarono le numerose navi ancorate alle banchine; alcune navi colarono direttamente a picco, mentre altre furono pesantemente danneggiate.[2] La completa sorpresa dell'attacco fece sì che il bombardamento potesse avvenire con una grande precisione. Alcune bombe cadute su due navi che trasportavano munizioni causarono una grande esplosione che mandò in frantumi i vetri delle finestre fino a 11 chilometri di distanza.[5] Una conduttura di benzina posta su di una banchina fu tranciata e il carburante che vi zampillava si accese,[9] iniziando a bruciare e rendendo il mare una distesa di fiamme che inghiottiva anche le altre navi del porto ancora non danneggiate.[5] Sulla maggior parte delle navi vi furono principi di incendio, in alcuni casi si produssero anche grandi fumere. Inizialmente il vento soffiava in direzione opposta alla città, in modo tale da agevolare la popolazione, ma in poco tempo cambiò direzione; la zona attorno al porto venne invasa dal fumo. In aggiunta, le acque del mare vennero invase dalle fiamme dato che nafta e altri combustibili bruciavano sulla sua superficie; molte vittime perirono nel tentativo di tornare sulla terra ferma.[3]

I soldati italiani erano ai loro posti, mentre per quanto riguarda i soldati stranieri, molti di loro si trovavano in franchigia, presso cinema e teatri quali il Piccinini, il Petruzzelli, l'Oriente, il Margherita, il Kursaal, mentre i loro superiori si trovavano presso il Barion.[8]

Furono gravemente danneggiate anche le infrastrutture del porto e numerosi edifici della città vecchia.[8][10]

Tra le numerose navi colpite ci fu anche la John Harvey, cargo della classe Liberty che, insieme al suo carico di esplosivi, trasportava circa 100 tonnellate di bombe M47 (ovvero 2000 bombe, ognuna di circa 30 kg), all'iprite, anche noto come il "gas mostarda". Molte di esse esplosero sul posto, mentre altre furono scagliate lontano in modo tale che il loro contenuto tossico venne disseminato per un largo raggio.[3] I numerosi militari colpiti vennero soccorsi dal comando neozelandese che gestiva il policlinico; i medici però, non sapendo che si trattasse di iprite, diagnosticarono perlopiù congiuntiviti. I civili invece furono abbandonati al loro destino.[3]

Alle 19.45 l'attacco ebbe termine risultando nell'affondamento di 28 navi.[1] Solo 2 furono gli aerei persi dai tedeschi; uno fu visto cadere nelle acque del porto vecchio.[2] Il cessato allarme fu invece dato alle 23, quando le sirene suonarono.[8]

Il più importante porto degli Alleati per i rifornimenti all'VIII armata britannica rimase bloccato per tre settimane.

Il bilancio dell'attacco[modifica | modifica sorgente]

Furono affondate 28 navi:[11]

  • 5 americane
  • 5 inglesi
  • 3 norvegesi
  • 12 italiane
  • 2 polacche
  • 1 francese

Furono inoltre gravemente danneggiate 12 navi di varia nazionalità e andarono perdute circa 40.000 tonnellate di materiali e munizioni. Queste si trovavano nel porto anche per poter rifornire il vicino aeroporto di Manfredonia, in provincia di Foggia, laddove aveva base la 15th Air Force.[2]

Le 28 navi mercantili cariche di più di 31.000 tonnellate di merci furono affondate o distrutte; tre navi che trasportavano altre 6.800 t furono poi recuperate.[4][11] Anche altre dodici navi furono danneggiate.[11] Il porto rimase chiuso per tre settimane e fu ripristinato alla piena operatività solamente nel febbraio 1944.[9]

Crollarono numerose case nella città vecchia, adiacente al porto, colpite dalle bombe o a causa dello scoppio delle navi cariche di munizioni, oltre ad alcuni edifici della città nuova colpiti dalle bombe.

Samuel Eliot Morison definì l'attacco aereo al porto di Bari come il più distruttivo, per gli alleati, dopo Pearl Harbour.[12]

Navi distrutte
Name Bandiera Tipo Note
Ardito bandiera Regno d'Italia 3.732 GRT[11]
Aube Francia Francia Nave cargo 1.055 GRT[11]
Barletta bandiera Regno d'Italia Nave cargo[13] 1.975 GRT - 44 marinai morirono[11]
Bollsta Norvegia Norvegia Nave cargo 1.832 GRT[14] - recuperata e rinominata come Stefano M.[11]
Cassala bandiera Regno d'Italia Nave cargo 1.797 GRT[11]
Corfu bandiera Regno d'Italia Nave cargo 1.409 GRT[11]
Devon Coast Regno Unito Regno Unito Nave mercantile 646 GRT[15]
Fort Athabaska Regno Unito Regno Unito Nave mercantile della Classe Fort 7.132 GRT[16]
Fort Lajoie Regno Unito Regno Unito Nave mercantile 7.134 GRT[17]
Frosinone bandiera Regno d'Italia Nave cargo 5.202 GRT[18]
Genespesca II' bandiera Regno d'Italia Nave cargo 1.628 GRT[11]
Goggiam bandiera Regno d'Italia Nave cargo 1.934 GRT[11]
Inaffondabile bandiera Regno d'Italia Scuna N.D.[19]
John Bascom Stati Uniti Stati Uniti Classe Liberty 7.172 GRT - 10 marinai morirono[20]
John Harvey Stati Uniti Stati Uniti Classe Liberty 7.176 GRT, la nave con bombe all'iprite
John L. Motley Stati Uniti Stati Uniti Classe Liberty 7.176 GRT - 30 marinai morirono (nave trasporto munizioni)[21]
Joseph Wheeler Stati Uniti Stati Uniti Classe Liberty 7.176 GRT - 41 marinai morirono[22]
Lars Kruse Regno Unito Regno Unito Nave cargo 1.807 GRT - 19 marinai morirono[23]
1920 Norvegia Norvegia Nave cargo 1.268 GRT - 4 marinai morirono[24]
Luciano Orlando bandiera Regno d'Italia Nave cargo N.D.[11]
Lwów Polonia Polonia Nave cargo 1.409 GRT[25]
MB 10 bandiera Regno d'Italia Motosilurante 13 t dislocamento[11]
Norlom Norvegia Norvegia Nave cargo Design 1105 6.412 GRT - 6 marinai morirono
Porto Pisano bandiera Regno d'Italia Nave mercantile 226 GRT[11]
Puck Polonia Polonia Nave cargo[26] 1.065 GRT[27]
Samuel J. Tilden Stati Uniti Stati Uniti Classe Liberty 7.176 GRT[28]
Testbank Regno Unito Regno Unito Nave cargo 5.083 GRT - 70 marinai morirono[29]
Volodda bandiera Regno d'Italia Nave cargo 4.673 GRT[11]
Navi danneggiate
Nome Bandiera Tipo Note
Argo bandiera Regno d'Italia Nave mercantile 526 GRT[11]
Bicester Regno Unito Regno Unito Nave cargo 1.050 GRT[11]
Brittany Coast Regno Unito Regno Unito Nave cargo 1.389 GRT[11]
Crista Regno Unito Regno Unito Nave cargo 1.389 GRT[11]
Dagö Lettonia Lettonia Nave cargo 1.996 GRT[11]
Grace Abbott Stati Uniti Stati Uniti Classe Liberty 7.191 GRT[11]
John M. Schofield Stati Uniti Stati Uniti Classe Liberty 7.181 GRT[11]
Lyman Abbott Stati Uniti Stati Uniti Classe Liberty 7.176 GRT[11]
Odysseus Paesi Bassi Paesi Bassi Nave cargo 1.057 GRT[11]
Vest Norvegia Norvegia Nave cargo 5.074 GRT[11]
Vienna Regno Unito Regno Unito Nave cargo 4.227 GRT[11]
HMS Zetland Regno Unito Regno Unito Classe Hunt 1.050 t dislocamento[11]

Conseguenze del bombardamento[modifica | modifica sorgente]

Junkers Ju 88, il bombardiere impiegato nel bombardamento

Le conseguenze più gravi durante questo bombardamento furono causate non solo dalla nafta fuoriuscita dall'oleodotto distrutto, ma soprattutto dallo scoppio della nave porta munizioni John Harvey che trasportava nelle sue stive un carico di cui solo alcuni marinai a bordo ne conoscevano l'esistenza, ovvero bombe armate di iprite liquida.[2][30]

L'iprite è un agente chimico vescicante con un forte odore che ricorda l'aglio, largamente usato nel corso della prima guerra mondiale. Nel corso del secondo conflitto non fu usato nei campi di battaglia ma entrambi i contendenti ne avevano numerose scorte come deterrente nel caso l'avversario ne avesse fatto uso. I tedeschi, ad esempio, avevano ingenti quantità di Tabun, un altro devastante gas nervino. Gli alleati invece tenevano una certa dose di iprite nei pressi della linea di avanzamento per poter effettuare eventuali rappresaglie, per la paura che i nemici le utilizzassero per primi.[2]

Il contenuto della John Harvey era classificato come top-secret e solo pochi ufficiali della nave, e tra questi il comandante, ne erano a conoscenza; ufficialmente questa doveva trasportare munizioni standard.[2]

Fortunatamente quando la nave scoppiò, il vento da terra allontanò verso il largo la nube tossica generata dalle esplosioni. Ciò comunque non impedì all'iprite di disperdersi come miscela oleosa nelle acque del porto, contaminando gli indumenti, non risparmiò i marinai e i portuali scampati alle bombe e che avevano trovato rifugio nelle acque del porto e la inalarono inavvertitamente, come i soccorritori che si erano adoperati per trarre in salvo i superstiti. Le prime conseguenze visibili furono bruciori presso gli occhi, le narici e la gola, ma successivamente anche la presenza di vesciche sulla pelle;[2] la pelle iniziò a staccarsi dalle ascelle, dall'inguine e dai genitali .[8]

Il cacciatorpediniere di scorta USS Bistera rimase indenne dal bombardamento e salpò quindi in direzione del porto di Taranto il giorno dopo, ma durante il tragitto parte del personale accusò disturbi agli occhi, come ad esempio dolori e bruciori; nonostante tutto ciò la nave riuscì faticosamente ad arrivare alla sua destinazione.[31][32]

Nonostante fin dal 1942 le truppe alleate avevano previsto uno speciale kit di salvataggio per casi come questo, qui non ci fu il tempo necessario per poterli utilizzare.[2] Molti intossicati morirono a causa della non conoscenza, da parte del personale medico preposto al soccorso, dell'agente intossicante a cui le vittime erano state esposte. Nessuno sapeva che i vestiti che i sopravvissuti avevano addosso potevano avere l'effetto di mantenere una maggior quantità di iprite a contatto con la loro pelle e quindi nella gran parte delle circostanze nessuno pensò di togliere di dosso i panni contaminati ai marinai feriti.[2]

Nel giro di un giorno, i primi sintomi di avvelenamento da iprite erano apparsi su 628 pazienti e personale medico, con sintomi quali cecità e ustioni chimiche.[33] Ma solo il 5 dicembre in un primo rapporto si cita la presenza di alcune stranezze.

Si stima che le vittime tra civili e militari furono circa un migliaio. Di questi circa duecentocinquanta furono i civili baresi. Vi furono oltre ottocento militari ricoverati con ustioni o ferite. Gli intossicati dall'iprite furono 617, che furono ricoverati a Bari (presso il 98 British General Hospital) o trasportati in altri ospedali militari dell'Italia meridionale o del nord Africa. Di questi 84 morirono in Bari.[34]

Fu colpito da irritazioni agli occhi o ustioni anche il personale sanitario.

Nel rapporto redatto dal colonnello Stewart F. Alexander della sanità militare degli USA, inviato a Bari nei giorni successivi, datato 27 dicembre 1943, le ustioni furono classificate per causa N.Y.D. - not yet diagnosed, ovvero, non ancora diagnosticata.[2]

Secondo il Maggiore dell'U.S. Air Force Glenn B. Infield, autore del libro Disaster At Bari, fu lo stesso primo ministro inglese Winston Churchill a disporre che non fosse fatto cenno all'iprite nei documenti che riguardavano il disastro di Bari. Solo molti anni dopo la fine del conflitto, il governo inglese e quello statunitense statunitense hanno ammesso la presenza di armi chimiche nella stiva della John Harvey.

Per alcuni decenni seguenti all'attacco furono numerosi i casi di contaminazione di pescatori baresi a causa degli ordigni d'iprite inesplosi che, ormai corrosi, rilasciavano il loro contenuto. Negli ultimi anni tali episodi si sono diradati.

Conseguenze sullo sviluppo del conflitto[modifica | modifica sorgente]

Nei giorni precedenti la linea Bernhardt stava per cadere dopo il cedimento della sua sommità, il Monte Camino. Il bombardamento provocò quindi un rallentamento della Campagna d'Italia, ovvero l'avanzata alleata verso nord, permettendo al generale tedesco Albert Kesselring di attestarsi e consolidare la linea Gustav lungo la direttrice dei fiumi Garigliano e Sangro, con perno a Cassino.[35] Inoltre il porto di Bari rimase inutilizzabile per alcuni giorni ed operò al di sotto delle sue capacità operative per molte settimane a causa delle navi affondate, rendendo meno efficaci le operazioni di approvvigionamento delle truppe alleate.[1][35]

Insabbiamento[modifica | modifica sorgente]

« Vedo che voi ragazzi vi avvelenate con i vostri stessi gas »
(Trasmissione di propaganda tedesca di Axis Sally dopo il bombardamento di Bari[36])

Un membro del personale medico di Dwight D. Eisenhower, il dott. Stewart F. Alexander, fu inviato a Bari in seguito al raid. Alexander si era addestrato presso l'Edgewood Arsenal nel Maryland, ed aveva familiarità con alcuni degli effetti dell'iprite. Anche se non era stato informato del carico trasportato dalla SS John Harvey, e la maggior parte delle vittime subì sintomi atipici causati da esposizione all'iprite diluita in acqua e olio, Alexander concluse rapidamente che l'iprite era presente. Anche se non poteva ottenere alcun riconoscimento da parte della catena di comando, Alexander un medico convinto, iniziò a curare i pazienti esposti all'iprite col risultato di salvare molte vite.[37]

Fin dall'inizio, l'Alto Comando Alleato cercò di insabbiare il disastro avvenuto, nel caso in cui i tedeschi pensassero che gli Alleati si stessero preparando ad usare armi chimiche, e che li si potesse provocare preventivamente; purtroppo vi erano troppi testimoni per mantenere il segreto, e nel mese di febbraio 1944 i capi di Stato Maggiore degli Stati Uniti dovettero rilasciare una dichiarazione ammettendo l'incidente e sottolineando che gli Stati Uniti non avevano intenzione di usare armi chimiche, tranne nel caso di ritorsione.[32]

Il generale Dwight D. Eisenhower, che aveva commissionato il Bari report, approvò la relazione del dott. Alexander. Winston Churchill, tuttavia, ordinò che tutti i documenti britannici venissero eliminati, elencando le morti per iprite come "ustioni a causa di un'azione nemica".[7]

I documenti al riguardo dell'attacco da parte degli Stati Uniti sono stati declassificate solamente nel 1959, ma l'episodio rimase all'oscuro fino al 1967, solo quando l'autore Glenn B. Infield pubblicò il libro "Disaster at Bari".[37] Nel 1986 il governo britannico finalmente ammise che i sopravvissuti del bombardamento di Bari erano stati esposti a gas tossici e modificarono di conseguenza i pagamenti delle loro pensioni.[38]

Nel suo lavoro autobiografico Destroyer Captain pubblicato nel 1975 da William Kimber & Co, il Lieutenant Commander (equivalente a capitano di corvetta) Roger Hill descrive il rifornimento della HMS Grenville a Bari poco dopo l'attacco. Egli descrive il danno subito e dettagli di come un carico di iprite sia stato portato in porto a causa di rapporti di intelligence che ha descritto come "incredibili".

Nel 1988, grazie agli sforzi di Nick T. Spark e dei senatori Dennis DeConcini e Bill Bradley, Alexander ha ricevuto il riconoscimento Surgeon General of the United States Army per le sue azioni all'indomani del disastro barese.[39]

Conseguenze sulla ricerca medica[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Storia della chemioterapia antineoplastica.

Durante il suo soggiorno il dott. Stewart F. Alexander ha conservato molti campioni di tessuto dalle vittime sottoposte ad autopsia e dopo la seconda guerra mondiale questi campioni hanno aiutato lo sviluppo di una prima forma di chemioterapia a base di iprite, la mecloretamina.[37]

A conseguenza di questo incidente, fu creato dagli Alleati un programma di ricerca segreto sugli effetti dei gas sull'uomo. A studiare l'effetto dell'azotoiprite furono chiamati due scienziati dell'università di Yale, Louis Goodman e Alfred Gilman. Studiando gli effetti mielotossici selettivi che si erano riscontrati su sopravvissuti agli effetti vescicanti dell'iprite a Bari, (effetti per altro già individuati nel 1919 da Edward ed Helen Krumbhaar, una coppia di patologi americani, su pochi reduci intossicati dal gas dopo il suo massiccio impiego bellico nella prima guerra mondiale e che, pubblicati su una rivista medica secondaria, passarono inosservati agli oncologi del tempo), diedero il via ad una sperimentazione controllata dapprima su modelli animali e poi su alcuni malati di neoplasie di origine linfatica. Riscontrarono remissioni significative, anche se di breve durata, ma i risultati non poterono essere pubblicati se non dopo la fine della guerra, per il vincolo di segretezza che copriva il programma militare. Fu comunque il primo tentativo di terapia antitumorale attraverso un approccio farmacologico a poter vantare un certo grado di successo, e viene per questo considerato l'atto di nascita della moderna chemioterapia.[40]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c d e (EN) Rick Atkinson, The Day of Battle: The War in Sicily and Italy, 1943–1944, New York, Henry Holt, 2007, ISBN 0-8050-6289-0., pp. 275–276.
  2. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q Ciro Luongo, La nostra storia, in Obiettivo Sicurezza, Rivista ufficiale dei Vigili del Fuoco, ottobre 2004, pagg. 56-58 (testo consultabile sul sito dei Vigili del Fuoco di Napoli
  3. ^ a b c d e f Incursione aerea su Bari su Biografiadiunabomba.it
  4. ^ a b c (EN) Orange, Vincent (1992) [1st pub. London: Methuen 1990]. Coningham: a biography of Air Marshal Sir Arthur Coningham. Washington: Center for Air Force History. ISBN 0-413-14580-8.
  5. ^ a b c d Saunders, p. 36.
  6. ^ Infield, p. 28.
  7. ^ a b (EN) Guy B. Faguet, The War on Cancer, Springer, 2005, p. 70, ISBN 1-4020-3618-3.
  8. ^ a b c d e f g Sergio Lepri, Il bombardamento di Bari
  9. ^ a b Orange, p. 176.
  10. ^ La tragedia del bombardamento al porto e quella foto di mio nonno su repubblica.it
  11. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z aa (EN) D/S Bollsta, Warsailors. URL consultato il 25 gen 2012.
  12. ^ (EN) Samuel Eliot Morison, History of United States Naval Operations in World War II. Vol. 9: Sicily-Salerno-Anzio, January 1943-June 1944, University of Illinois Press, 2001, 0252070399, 9780252070396, p.322
  13. ^ Barletta (+ 1943), Wrecksite. URL consultato il 28 lug 2011.
  14. ^ Bollsta (+ 1943), Wrecksite. URL consultato il 28 lug 2011.
  15. ^ Devon Coast (+ 1943), Wrecksite. URL consultato il 28 lug 2011.
  16. ^ Fort Athabasca (+ 1943), Wrecksite. URL consultato il 28 lug 2011.
  17. ^ Fort Lajoie (+ 1943), Wrecksite. URL consultato il 28 lug 2011.
  18. ^ Frosinone (+ 1943), Wrecksite. URL consultato il 28 lug 2011.
  19. ^ Inaffondabile (+ 1943), Wrecksite. URL consultato il 28 lug 2011.
  20. ^ John Bascom (+ 1943), Wrecksite. URL consultato il 28 lug 2011.
  21. ^ John L. Motley (+ 1943), Wrecksite. URL consultato il 28 lug 2011.
  22. ^ Joseph Wheeler (+ 1943), Wrecksite. URL consultato il 28 lug 2011.
  23. ^ Lars Kruse (+ 1943), Wrecksite. URL consultato il 28 lug 2011.
  24. ^ Lom (+ 1943), Wrecksite. URL consultato il 28 lug 2011.
  25. ^ Lwow (+ 1943), Wrecksite. URL consultato il 28 lug 2011.
  26. ^ Puck (+ 1943), Wrecksite. URL consultato il 28 lug 2011.
  27. ^ Lloyds's Register, Navires a Vapeur et a Moteurs (PDF), Plimsoll Ship Data. URL consultato il 28 lug 2011.
  28. ^ Samuel J. Tilden (+ 1943), Wrecksite. URL consultato il 28 lug 2011.
  29. ^ Testbank (+ 1943), Wrecksite. URL consultato il 28 lug 2011.
  30. ^ Bari 2 dicembre 1943, inferno velenoso. Una storia tragica e segreta. URL consultato il 7 aprile 2014.
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Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]