Iprite

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Iprite
Formula di struttura
Modello molecolare
Nome IUPAC
Solfuro di 2,2'-diclorodietile
Nomi alternativi
gas mostarda
mustard gas
Caratteristiche generali
Formula bruta o molecolare C4H8Cl2S
Massa molecolare (u) 159 g/mol
Aspetto Incolore se puro. Varia normalmente da giallo chiaro a colore marrone scuro. Tipico odore di aglio o senape.
Numero CAS [505-60-2]
Proprietà chimico-fisiche
Densità (g/cm3, in c.s.) 1.27 g/ml, liquido
Solubilità in acqua Non solubile
Temperatura di fusione 14.4 °C (287.55 K)
Temperatura di ebollizione 217 °C (490.15 K)
Indicazioni di sicurezza
Simboli di rischio chimico
Molto tossico Corrosivo Pericoloso in ambiente

Il tioetere del cloroetano, più noto come iprite, è uno dei gas impiegati per la guerra chimica; è conosciuto anche come gas mostarda per il suo odore.[1][2]

Caratteristiche chimiche[modifica | modifica sorgente]

Chimicamente è il tioetere del cloroetano, un liquido di color bruno-giallognolo dal caratteristico odore di aglio o senape, abbastanza stabile all'aria, con elevato punto di ebollizione e bassa tensione di vapore; anche il punto di fusione è basso; si tratta perciò di una sostanza assai persistente.

L'iprite è un vescicante d'estrema potenza, possedendo la spiccata tendenza a legarsi a molte e diverse molecole organiche costituenti l'organismo.

Azione fisiologica[modifica | modifica sorgente]

L'iprite è liposolubile e penetra in profondità nello spessore della cute; dopo che gli strati superiori, ancora sani, sono andati incontro al fisiologico ricambio, si presentano sulla superficie cutanea le cellule colpite e non proliferanti, cosicché si aprono devastanti piaghe. Concentrazioni di 0,15 mg d'iprite per litro d'aria risultano letali in circa dieci minuti; concentrazioni minori producono le sopracitate gravi lesioni, dolorose e di difficile guarigione. La sua azione è lenta (da quattro ad otto ore) ed insidiosa, poiché non si avverte dolore al contatto. È estremamente penetrante ed agisce sulla pelle anche infiltrandosi attraverso gli abiti, il cuoio, la gomma e diversi tessuti anche impermeabili all'acqua.

In caso di esposizione a dosi molto elevate provoca danni gravissimi all'apparato respiratorio ed all'apparato ematopoietico. Sono descritte anche forme di cecità da cheratite. La morte può sopraggiungere in tal caso in una settimana circa, a causa di una depressione della risposta immunitaria per leucopenia, e secondariamente per le lesioni cutanee, che aprono la porta ad infezioni diffuse. Questa classe di molecole induce danni al DNA, per la loro tendenza a legarsi ad esso, e tutte le patologie derivanti come induzione di tumori e genotossicità.

L'unica terapia è quella sintomatica in camera sterile, al fine d'evitare le infezioni che risulterebbero altrimenti letali; gli scampati presenteranno per tutta la vita estese cicatrici deturpanti. Scarsa utilità mostra la terapia contro le grandi ustioni, a base di medicazioni sterili (non con sostanze oleose o con unguenti); solamente nelle lesioni oculari la vaselina sterile è idonea ad evitare le sinechie dopo blefarospasmo reattivo.

Per distruggere l'iprite sul terreno o sugli oggetti si ricorre al cloruro di calce.

Per la sua eliminazione dalla pelle sono stati usati diversi rimedi. Utili in emergenza ripetuti lavaggi con solventi poco polari alcool, etere, acetone, acquaragia, tenendo conto che anche essi sono irritanti per la cute, ma l'effetto lavante ha la meglio. Usato il lavaggio con ossidanti per la distruzione della molecola, permanganato di potassio, ipocloriti (varechina inclusa). Ugualmente queste molecole, specialmente l'ipoclorito, sono irritanti.

I danni cutanei possono essere ridotti per rapida applicazione di iodopovidone (o PVPI, complesso idrosolubile di iodio e polivinilpirrolidone) in una base di glicofurolo (Poli(ossi-1,2-etandiile), α-(tetraidro-2-furanil)metil-ω-idrossi-), ma dal momento che l'esposizione all'iprite inizialmente non ha sintomi, di solito non è riconosciuta fino ad irritazione cutanea avvenuta. Le proprietà vescicanti possono anche essere neutralizzate da una soluzione di decontaminazione "DS2" (2% di NaOH, il 70% Dietilentriammina, Il 28% di glicole etilenico monometiletere). La tossicità dei composti usati viene compensata dall'azione salva vita.

Impiego[modifica | modifica sorgente]

Struttura molecolare

L'iprite fu utilizzata per la prima volta in Belgio, ad Ypres (da cui il nome), il 12 luglio 1917, durante la Prima guerra mondiale, per iniziativa dell'esercito tedesco; già l'anno precedente i francesi ne avevano preso in considerazione l'impiego, scartandolo per difficoltà tecniche: la produzione su scala industriale iniziò in Francia solo nel giugno 1918, e in Gran Bretagna nel settembre dello stesso anno[3].

Le sue caratteristiche principali (azione per contatto, lunga persistenza ambientale) e le lesioni che procura (ad insorgenza lenta ed inabilitanti per lungo periodo) lo resero subito un'arma innovativa in una guerra che cercava nella tecnologia un aiuto per sfuggire al più presto dall'immobilità della guerra di trincea.

La diffusione avveniva essenzialmente tramite proiettili d'artiglieria, di rado tramite bombe d'aereo; a causa della sua scarsa attività e della lentezza dell'idrolisi alla quale è soggetto (e che lo inattiva), il gas può persistere nel terreno parecchi giorni o settimane; per questo motivo l'iprite trovò specialmente impiego in attacco, per annullare l'azione dell'artiglieria avversaria e bloccare l'arrivo dei rinforzi sulle prime linee.

Nel 1919 venne impiegata dall'Inghilterra contro i ribelli dell'Hadramaut e nel 1922, in grandi quantità, dalla Spagna per contrastare la ribellione del Riff spagnolo. Dopo il massacro del cantiere Gondrand, dal dicembre 1935 al maggio 1936 gli italiani usarono in Etiopia circa 85 tonnellate di iprite con bombe da aereo.

Nella Seconda guerra mondiale l'iprite non fu utilizzata nei campi di battaglia ma gli eserciti di entrambi gli schieramenti disponevano di abbondanti scorte di ordigni come elemento di dissuasione nel caso l'avversario avesse impiegato tale tipo di arma. Tuttavia nel dicembre del 1943, nel corso dell'attacco aereo dell'aviazione tedesca alle navi alleate nel porto di Bari, fu colpito e distrutto un cargo statunitense che trasportava munizioni all'iprite la cui esplosione provocò il Disastro di Bari.

Effetti sulla pelle di un agente vescicante

Le azoipriti o mostarde azotate[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi azoipriti.

Sostituendo all'atomo di zolfo un atomo d'azoto, si sintetizzano le azoipriti, molto meno tossiche, ma più subdole perché meno odorose.
Le azoipriti sono ammine terziarie sintetizzate nel 1935, e contraddistinte da un notevole potere vescicante. La struttura chimica generale è la seguente:

R-N(CH2CH2Cl)2

Possiedono un'azione vescicante meno potente dell'iprite, ma attraversano più facilmente la cute. Sono irritanti a basse dosi, a dosi più elevate producono la necrosi dei tessuti esposti; già a dosi modeste gli occhi e le mucose delle vie respiratorie sono fortemente danneggiati; a dosi massicce il decesso avviene in pochi giorni, con le stesse lesioni tipiche delle ipriti.
Sono meno sensibili dell'iprite agli agenti ossidanti (ipocloriti) ed all'idrolisi, in compenso hanno una maggior solubilità in acqua, e si può sperare di lavarle via con un lavaggio prolungato.
Bloccano irreversibilmente la mitosi cellulare, per cui sono state ampiamente sperimentate come agenti chemioterapici nel trattamento di neoplasie, in particolar modo la leucemia. Sia esse che i loro derivati hanno, tuttavia, dimostrato risultati transitori.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Gianni Angelini, Domenico Bonamonte, Dermatologia Acquatica, Springer, 2001, p. 161. ISBN 9788847001596.
  2. ^ Filippo Cappellano, Basilio Di Martino, La guerra dei gas, Novale, Gino Rossato Editore, 2006, pag. 55. ISBN 88-8130-100-8.
  3. ^ Filippo Cappellano, Basilio Di Martino, La guerra dei gas, Novale, Gino Rossato Editore, 2006, pag. 55. ISBN 88-8130-100-8.

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