Battaglia di Guam (1941)

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Battaglia di Guam (1941)
GuamMapSmall.png

Data 8 - 10 dicembre 1941
Luogo Isola di Guam, parte delle Isole Marianne
Esito Vittoria giapponese
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
430 marines
180 membri della milizia[1]
5.400 uomini[1]
Perdite
17 morti
35 feriti
1 dragamine
1 morto
6 feriti
1 bombardiere
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La battaglia di Guam è stato il conflitto, avvenuto tra l'8 e il 10 dicembre 1941 sull'isola di Guam, nell'arcipelago delle Marianne, che portò all'occupazione dell'isola da parte delle truppe d'invasione dell'Impero giapponese, che ebbero rapidamente ragione della debole guarnigione statunitense.

Antefatti[modifica | modifica sorgente]

Geografia[modifica | modifica sorgente]

L'isola di Guam, la più meridionale nell'arcipelago delle Marianne, è anche la più estesa con 51 chilometri di lunghezza e un'area di 583 km2, superiore a tutte le altre isole messe insieme. È caratterizzata da un clima umido, temperature comprese tra i 21 e i 33 °C e piogge quotidiane tra luglio e dicembre.[2] Si può suddividere in due grandi zone: la metà settentrionale è una vasta prateria abbastanza pianeggiante con qualche zona di boscaglia, presenta rilievi sparsi alti tra i 120 e i 150 metri e ricoperti da un'intricata vegetazione; in prossimità delle spiagge non molto lineari sorgono grandi scogliere. La porzione meridionale è invece più montuosa e l'altitudine massima di 407 metri è rappresentata dal monte Lamlam. Dalle alture numerosi piccoli torrenti sfociano in mare prevalentemente sulla costa sudorientale, dove si trovano alcune paludi a causa del terreno molto basso; anche qui sono presenti scogliere, ma verso sud-ovest sono molto meno pronunciate rendendo dunque la costa adatta a uno sbarco.[2]

Nel 1941 Guam contava una popolazione di 23.400 persone delle quali 12.550 vivevano nella capitale Agana, che sorge poco a est del porto naturale di Apra. Solo una piccola percentuale era però composta da statunitensi, nella maggior parte dipendenti della US Navy con le famiglie al seguito e una piccola guarnigione: il resto erano tutti indigeni Chamorros, che l'amministrazione coinvolse in alcuni programmi di istruzione e riguardanti la salute, ma per il resto furono poco integrati.[2]

Situazione strategica[modifica | modifica sorgente]

Dal XVI secolo parte dell'impero coloniale spagnolo, fu ceduta agli Stati Uniti d'America nel 1898 alla fine della breve guerra ispano-americana, mentre il resto delle Marianne fu venduto dal paese iberico alla Germania l'anno stesso.[2] Durante la prima guerra mondiale l'Impero giapponese conquistò rapidamente tutte le isole in quanto alleato con Francia e Gran Bretagna contro gli Imperi Centrali: alla fine del conflitto e con i trattati di pace le isole furono concesse in mandato ai nipponici, tranne Guam che rimase statunitense.[3][2] Proprio la posizione in cui era venuta a trovarsi l'isola convinse gli Stati Uniti a non intraprendere lavori di fortificazione o la costruzione di grandi basi, poiché sarebbe stato difficile mantenere una simile posizione in caso di guerra. Questa prospettiva fu rinforzata dalla Conferenza navale di Washington del 1922, indetta dal presidente Warren G. Harding: le maggiori potenze navali dell'epoca firmarono il documento, accettando così di porre un freno alle costruzioni di corazzate e portaerei e per definire un rapporto fisso tra le marine da guerra. Erano inoltre presenti alcune clausole che limitavano o addirittura proponevano lo smantellamento di strutture nel triangolo formato da Formosa, Filippine e Singapore, in cambio delle quali l'impero giapponese avrebbe rispettato la Cina come stato sovrano: il rappresentante nipponico appoggiò con vigore questi accordi, che per le forze militari del Sol Levante erano visti solo come temporanei blocchi.[3]

Per tutti gli anni venti e buona parte dei trenta Guam cadde nel disinteresse: la sua posizione strategica nel Pacifico centro-occidentale, interessante per i collegamenti con le Filippine,[1] non era compensata dal ristretto porto di Apra, sulla costa ovest, le cui acque erano poco profonde e l'imbocco al mare assai largo, rendendolo inadatto come ancoraggio per una flotta. La US Navy aveva stabilito agli inizi del secolo un piccolo arsenale a Piti con riserve di benzina e gasolio; sulla longilinea isola Cabras, subito a nord del porto, erano stati costruiti una strada rialzata, un molo lungo 730 metri nell'area sud-ovest, un frangiflutti e diversi dock. I divieti imposti dal Trattato, comunque, impedirono di integrare queste essenziali installazioni con equipaggiamenti moderni e difese di qualche spessore.[2]
La situazione cambiò quando il documento stesso venne disatteso da alcuni firmatari, come il Giappone o l'Italia fascista: ciò autorizzava implicitamente gli statunitensi a poter costruire senza vincoli, ma poiché Guam era tanto esposta e soprattutto circondata da territori sotto controllo nipponico, gli alti comandi militari rifiutarono la richiesta avanzata dalla marina nel 1938 per rinforzare il luogo.[2][4]

Forze contrapposte[modifica | modifica sorgente]

L'occupazione giapponese dell'Indocina tra 1940 e 1941, seguita dall'embargo statunitense su petrolio e altri materiali strategici, furono il preludio di un confronto aperto tra Stati Uniti e Impero nipponico. I minacciosi sviluppi della situazione internazionale furono poco sentiti a Guam e ancora una volta le alte sfere militari le attribuirono una bassa priorità, inviandovi contenute forze senza alcun veicolo corazzato o arma pesante. Di tutt'altro avviso fu il Giappone, che fin dal marzo del 1941 sottopose l'isola a discrete ricognizioni aeree coadiuvate da fotografie: per il mese di settembre i piani di attacco erano stati stilati.[5] L'ammiraglio Aritomo Goto fu incaricato di condurre a destinazione la forza d'invasione, al comando del generale Tomitaro Horii: il grosso era formato da 4.886 uomini prelevati dalla 55ª divisione fanteria e coadiuvati da una compagnia forte di 370 elementi proveniente dalla 2ª Forza da sbarco speciale Maizuru. Il complesso di circa 5.400 uomini formava il Distaccamento dei Mari del Sud.[2]

Il 7 dicembre 1941 la flotta di portaerei nipponiche dell'ammiraglio Chuichi Nagumo lanciò il programmato attacco su Pearl Harbor che aprì la fase di conquista giapponese in Estremo Oriente: le notizie affluirono dopo circa un'ora anche a Guam,[4] dove era già l'8 dicembre a causa della linea internazionale del cambio di data.[1] Il governatore e comandante locale, capitano di corvetta George MacMillin,[1] poteva disporre soltanto di 156 marines e 271 marinai; egli organizzò rapidamente anche una milizia di 246 Chamorros chiamata Guam Insular Guards quando seppe dell'attacco.[2] Dati diversi riguardo l'entità della modesta guarnigione sono invece riportati da Millot: 430 marines e 180 guardie, per complessivi 610 uomini.[1]
Nella rada di Apra sostavano solo due navi: il dragamine Penguin, appena tornato da una missione di pattugliamento, e la nave cisterna Robert L. Barnes; quest'ultima aveva ricoperto la funzione di vascello da rifornimento per l'isola fin dal 1920, mentre la Penguin veniva impiegata come nave da soccorso dagli anni trenta; il suo utilizzo per la ricognizione era piuttosto recente, dovuto alle tensioni diplomatiche con il Giappone.[2]
Le scarne forze di terra possedevano qualche Browning M1919 da 7,62 mm e le altre armi leggere, pistole e fucili, erano obsolete e in numero insufficiente.[4]

La battaglia[modifica | modifica sorgente]

Raffigurazione artistica giapponese che ripropone l'invasione di Guam

La notizia di Pearl Harbor era stata da poco diffusa, quando 17 bombardieri nipponici provenienti da Saipan fecero la loro apparizione alle 08:45[6] (08:27 secondo un'altra fonte).[5] Gli apparecchi si scatenarono su Agana e i depositi di Piti, dove erano stoccati 25.000 fusti di benzina assieme a 680.000 litri di gasolio; delle navi all'ancora la Penguin lasciò gli ormeggi per guadagnare l'uscita e avere così più spazio di manovra.[2] L'equipaggio iniziò nel frattempo a far fuoco con gli unici due cannoni antiaerei a bordo, pezzi da 76,2 mm L/50 con velocità iniziale di 823 m/s e una portata utile di 9.000 metri circa. Sebbene fossero piuttosto superati, furono in grado di disorganizzare la formazione dei bombardieri; questi si riunirono e si rivolsero alla Penguin, mitragliandola e piazzando numerosi ordigni molto vicino allo scafo, senza però colpire direttamente. Dopo aver vuotato le stive sulle costruzioni vicino il litorale e di nuovo sull'arsenale, tutti i velivoli giapponesi tranne uno tornarono alla base:[2] l'attacco aveva provocato la perdita del carburante, la distruzione della stazione radio installata a Libugon,[5] danni alla sovrastruttura del Robert L. Barnes, 1 morto e oltre 60 feriti tra l'equipaggio della Penguin. La nave anzi, danneggiata abbastanza gravemente, venne fatta colare a picco circa 2,5 chilometri fuori dal porto per evitarne la cattura, mentre l'equipaggio tornò a riva sulle scialuppe.[2] Tra gli edifici danneggiati figurava il Panamerican Hotel, la sede locale della Standard Oil e una parte dei baraccamenti dei marines.[5]

Questa foto aerea di Guam fa vedere il luogo dello sbarco e il tragitto fino alla capitale

Un secondo raid aereo fu lanciato il 9 dicembre, arrecando qualche altra distruzione.[4]
Nella notte del 10 dicembre, intorno alle 02:00, 9 trasporti giapponesi si presentarono davanti Guam, sotto la scorta di 4 cacciatorpediniere e di un posamine: i soldati trasportati furono fatti sbarcare in tre diversi punti del litorale occidentale.[1] Quelli che misero piede a terra a nord di Agana sgominarono quasi subito le simboliche resistenze delle guardie insulari, poi marciarono sulla città, dove si ebbero alcuni combattimenti a partire dalle 04:30 vicino al palazzo del governatore.[1] Una parte delle truppe nipponiche proseguì verso ovest lungo la spiaggia, occupando l'arsenale di Piti e assaltando i baraccamenti di Sumay, dove vi fu un altro breve scontro con i marines.[4]
Intanto MacMillin si era già deciso per la resa: sprovvisti di armamento pesante, le forze raccogliticce ai suoi ordini sarebbero state inutilmente massacrate se continuava a opporre resistenza contro un avversario superiore in numero e mezzi. Perciò alle 05:35 il governatore capitolò avvisando i gruppi statunitensi sparsi vicino la capitale;[1] non è però chiaro se il documento ufficiale fu firmato da MacMillin alle 06:00[4] o alle 18:00.[5]

Perdite e conseguenze[modifica | modifica sorgente]

La breve battaglia era costata soltanto 1 morto e 6 feriti agli invasori, tutti appartenenti alla compagnia della Maizuru. La milizia indigena riportò 4 morti e 22 feriti, i marines ebbero 5 morti e 13 feriti e la marina contò 8 morti: in totale gli statunitensi subirono 17 morti e 35 feriti; dopo la resa, inoltre, il marine di prima classe Kaufmann fu giustiziato dai giapponesi.[5] Infine la nave cisterna Robert L. Barnes, abbandonata nella rada con alcune perdite, fu catturata e integrata nella marina imperiale dopo le opportune riparazioni, prestandovi servizio fino al luglio 1942.[2]

L'isola di Guam cambiò nome in Omiya Jima, ovvero "Isola del Grande Tempio": i nuovi occupanti introdussero nelle scuole la lingua giapponese come materia obbligatoria e sfruttarono la popolazione maschile abile per ottenere delle piste aeree. Una fu completata nella penisola di Orote, che costituisce il lato meridionale di Apra Harbor, e una seconda fu parimenti conclusa a nord-est di Agana. Le condizioni dei Chamorros peggiorarono nettamente quando il Giappone stanziò sull'isola una folta guarnigione all'inizio del 1944, che dopo aver chiuso scuole e chiese relegò gli indigeni in campi di concentramento dove morirono d'inedia a centinaia, oppure perché uccisi dai soldati nipponici se riconosciuti come filostatunitensi: durante l'opera di spoliazione e internamento le autorità nipponiche furono aiutate dal collaborazionista Samuel T. Shinohara.[2]

Le misure difensive prese dalle forze armate giapponesi furono ingenti per le Isole Marianne, e nonostante spaventosi bombardamenti aeronavali preparatori Guam resistette all'attacco anfibio statunitense dal 21 luglio al 12 agosto 1944: solo allora la violenta difesa nipponica fu stroncata.[7] Durante la battaglia alcuni soldati imperiali prelevarono circa 30 nativi e li decapitarono, un'efferata azione che fu scoperta il 7 agosto dagli statunitensi. La riconquista di Guam provocò un totale di circa 18.000 vittime tra morti, feriti e dispersi.[2]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c d e f g h i Millot 1967, op. cit., p. 67
  2. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p Battaglia di Guam su kgbudge.com. URL consultato il 14 febbraio 2013.
  3. ^ a b Millot 1967, op. cit., pp. 21-22
  4. ^ a b c d e f Battaglia di Guam su december1941.org. URL consultato il 14 febbraio 2013.
  5. ^ a b c d e f Battaglia di Guam su historynet.com. URL consultato il 14 febbraio 2013.
  6. ^ Tosti 1950, op. cit., p. 5 vol. II
  7. ^ Millot 1967, op. cit., p. 700

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Bernard Millot, La guerra del Pacifico, Biblioteca Universale Rizzoli, 1967. ISBN 88-17-12881-3.
  • Amedeo Tosti, Storia della Seconda guerra mondiale, 1950.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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