Operazione Ajax

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Soldati iraniani circondano il palazzo del parlamento a Tehran

L'Operazione Ajax (nome ufficiale TP-AJAX) fu una missione coperta da segreto e promossa nell'agosto del 1953 dai governi del Regno Unito e degli USA per sovvertire il regime democratico dell'Iran, allora governato dal nazionalista Mohammad Mossadeq, che aveva da poco nazionalizzato l'industria petrolifera. Londra puntava a rafforzare il potere personale di Mohammad Reza Pahlavi per recuperare il controllo sui redditizi giacimenti petroliferi iraniani. Washington temeva che la crisi economico e politica della Persia potesse aprire la porta, in piena guerra di Corea, alla penetrazione sovietica in Medio Oriente.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Il petrolio nella storia dell'Iran[modifica | modifica wikitesto]

Nel maggio 1901, durante la fase imperiale britannica nota come il Grande gioco, il sovrano persiano Mozaffar ad-Din Shah Qajar rilasciò una concessione sessantennale per la ricerca di giacimenti petroliferi al britannico William Knox D'Arcy in cambio dell'alleggerimento del debito verso la potenza europea, in termini considerati sfavorevoli per la Persia.

D'Arcy trovò il petrolio nel 1908 e iniziò a sfruttarlo per conto della Anglo-Persian Oil Company (APOC). La Compagnia si sviluppò lentamente fino alla prima guerra mondiale, quando la sua importanza strategica indusse il governo britannico ad assumerne il controllo, di fatto acquisendo la proprietà dell'industria petrolifera persiana, e a farne la principale fornitrice di carburante per la Royal Navy durante il conflitto[1]. A difesa dei giacimenti furono schierate truppe britanniche in territorio persiano.

Il rinnovo della concessione APOC[modifica | modifica wikitesto]

Durante il regno di Reza Pahlavi crebbe nella popolazione persiana la richiesta di nazionalizzazione dell'industria petrolifera, fino ad indurre il sovrano a rinegoziare la concessione in termini più favorevoli. Dopo una lunga trattativa, la concessione fu rinnovata nel 1933. La politica nazionalista dello Shah, tesa a liberare l'Iran dalle ingerenze britanniche, lo portò ad avvicinarsi alla Germania nazista, dando così l'occasione agli alleati anglo-americani di rimuoverlo durante la seconda guerra mondiale. Egli fu deposto nel 1941 da un intervento militare anglo-sovietico e sostituito con il più duttile figlio Mohammad Reza Pahlavi.

I movimenti nazionalisti continuarono a rafforzarsi anche dopo la fine del conflitto, e uno dei punti centrali della loro azione politica restava la nazionalizzazione del petrolio. L'Iran chiese alla Anglo-Iranian Oil Company (AIOC) un'analisi della contabilità per stabilire se tutte le royalty erano state effettivamente pagate, ma la Compagnia oppose un rifiuto intransigente. Tra le proteste popolari, il governo di Teheran aumentò allora le sue richieste, fino alla domanda del 50% dei profitti sull'esempio delle condizioni già concesse dalle compagnie americane agli altri Paesi del golfo Persico. Piuttosto che rinegoziare i termini della concessione la AIOC si rinchiuse su posizioni di fermo rifiuto.

La nazionalizzazione[modifica | modifica wikitesto]

Agli inizi degli anni 1950 il parlamento iraniano (Majlis), sotto la regia di Mohammad Mossadeq, si oppose al rinnovo della concessione del 1933. Il Primo Ministro Razmara, che invece la sosteneva, fu assassinato da un fanatico. Dopo la morte di Razmara il Majlis elesse Mossadeq Primo Ministro e questi approvò subito una proposta di nazionalizzazione dell'industria petrolifera (maggio del 1951). Furono costituite alcune compagnie statali - in particolare la NIOC, National Iranian Oil Company - che però non riuscirono a tenere la produzione ai livelli precedenti alla nazionalizzazione. La risposta inglese fu molto dura: il blocco economico dell'Iran. Si generò in tal modo la crisi di Abadan. Il governo di Londra sosteneva l'illegalità della nazionalizzazione e si rivolse al Consiglio di Sicurezza dell'ONU che tuttavia diede ragione all'Iran. L'AIOC sottopose quindi il caso alla Corte Internazionale di Giustizia dell'Aia che diede tuttavia anch'essa ragione al governo iraniano[2] Il governo britannico cominciò allora a pensare a un colpo di Stato. Nel frattempo, l'alleanza politica che aveva sostenuto l'ascesa di Mossadeq - il Fronte Nazionale - si era andato via via sgretolando per l'opposizione alle riforme modernizzatrici ed alla deriva populista di Mossadeq da parte del clero sciita militante, guidato dall'Ayatollah Kashani[3].

La pianificazione dell'operazione[modifica | modifica wikitesto]

Le crescenti tensioni con il governo di Londra portarono Mossadeq ad interrompere i rapporti diplomatici ed a chiudere l'Ambasciata inglese. Per la riuscita del piano era quindi necessario che i britannici convincessero la nuova potenza del secondo '900 ad intervenire direttamente, ma il presidente degli USA Harry S. Truman rifiutò. Washington puntava infatti su di un'opera di mediazione diplomatica affinché Londra e Teheran trovassero una soluzione di compromesso alla questione petrolifera in modo che la ripresa delle esportazioni facesse uscire l'Iran dalla crisi economica. Dopo l'elezione di Dwight Eisenhower gli europei sottoposero il piano al nuovo presidente ponendo l'accento sul rischio che l'Iran e il suo petrolio finissero nella sfera di influenza dell'URSS, e che proprio il confine con l'URSS rendeva strategicamente appetibile un Iran filo-americano che si aggiungeva alla Turchia, membro della NATO e anch'essa confinante con i sovietici. Essendo ormai in piena Guerra Fredda, avendo Mossadeq rifiutato ogni proposta di mediazione statunitense e essendo Washington sempre più preoccupata che la crisi iraniana potesse spalancare la porta ai sovietici, questa strategia britannica si rivelò vincente.

Nel farsi carico dell'operazione gli statunitensi posero comunque come condizione la fine del monopolio della AIOC, che sarebbe stata affiancata dopo il colpo di Stato dalla Royal Dutch Shell, dalla Compagnie Française des Pétroles e dalle maggiori compagnie petrolifere USA. La pianificazione congiunta anglo-americana si svolse a Cipro, dove si trasferì la stazione del Secret Intelligence Service britannico (SIS) dopo l'espulsione degli inglesi dalla Persia.

Il piano, affidato al direttore Allen Dulles della CIA e ai suoi collaboratori, era incentrato sulla destituzione e l'arresto di Mohammad Mossadeq da parte dello Scià, che lo avrebbe sostituito con il generale Fazlollah Zahedi, gradito agli anglo-americani. Era stata anche organizzata una forza militare per condurre una guerriglia nel caso in cui i comunisti del Partito Tudeh volessero approfittare del caos per cercare di prendere il potere. Il Tudeh era allora ancora formalmente illegale, ma di fatto tollerato da Mossadeq e ben visibile nelle proteste e manifestazioni di piazza.

Nonostante l'accurata preparazione, il piano inizialmente fallì, costringendo lo Scià a lasciare il paese e a rifugiarsi a Roma. La resistenza dei nazionalisti e il sostegno di cui godevano nel paese era stato evidentemente sottovalutato dagli organizzatori del colpo di Stato. Entro breve tempo, comunque, i lealisti sostenuti dagli anglo-americani la spuntarono. Ad una grande manifestazione pro-Mossadeq alla notizia dello sventato colpo di Stato, seguì l'indomani una grande manifestazione contro Mossadeq ed in favore dello Scià sostenuta anche dal clero sciita militante guidato dall'Ayatollah Kashani. Partita dal Bazar di Teheran la manifestazione fu rinforzata da reparti militari e carri armati che diedero l'assalto alla residenza di Mossadeq[4]. Il sovrano poté quindi fare ritorno a Teheran, Zahedi fu nominato Primo Ministro e Mossadeq, dopo un processo farsa, fu condannato a morte. Lo Scià commutò in seguito la condanna in esilio e arresti domiciliari perpetui.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Daniel Yergin, Il Premio. L'epica storia della corsa al petrolio, Milano 1996
  2. ^ A.W. Ford, The Anglo-Iranian oil dispute of 1950-52, Berkeley 1954
  3. ^ Stefano Beltrame, Mossadeq. L'Iran, il petrolio, gli Stati Uniti e le radici della Rivoluzione Islamica, Rubbettino 2009, p. 171
  4. ^ vedi Stefano Beltrame, Mossadeq, p. 202

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]