Settembre nero in Giordania

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Il settembre del 1970 è noto nella storia araba come Settembre nero e viene talvolta indicato come l'"epoca degli eventi spiacevoli". Fu un mese in cui il Re hashemita Husayn di Giordania si mosse per reprimere un tentativo delle organizzazioni palestinesi di rovesciare la sua monarchia. L'attacco provocò pesanti perdite fra i civili palestinesi. Il conflitto armato durò fino al luglio del 1971.

Antefatti[modifica | modifica wikitesto]

A seguito dello shock dovuto alla schiacciante vittoria israeliana nella Guerra dei sei giorni, diversi gruppi arabi erano alla ricerca di modi per "ripristinare l'onore" o portare avanti la propria causa. I rifugiati palestinesi costituivano una sostanziale minoranza della popolazione giordana ed erano appoggiati da molti regimi arabi, soprattutto dal presidente egiziano Nasser. Israele venne colpito ripetutamente da incursioni attraverso il confine compiute dai guerriglieri fedayn.

In risposta ad una serie di attacchi partiti dal territorio giordano, le forze di difesa israeliane entrarono nel villaggio di Karāmeh il 21 marzo 1968. Si diceva che il villaggio fosse la "capitale" della guerriglia. Gli israeliani, che puntavano nel loro assalto a distruggere al-Fatḥ, non ebbero successo e si ritirarono rapidamente. ʿArafāt fece in modo di lasciare Karāmeh di notte, dopo essere stato informato dell'imminente attacco. Nella battaglia, circa 300 combattenti dell'OLP vennero catturati dalle forze israeliane prima del pomeriggio. L'arrivo in forze delle truppe giordane rovesciò l'esito della battaglia e permise di infliggere gravi perdite agli israeliani. Vennero stimati 28 soldati israeliani uccisi e 80 feriti, oltre alla perdita di quattro carri armati. Anche se l'esercito giordano si era fatto carico dei combattimenti, l'incidente fu un colpo di pubbliche relazioni per l'OLP e per ʿArafāt, in particolare. La battaglia di Karāmeh fece lievitare il morale dei palestinesi e diede all'OLP un immediato prestigio all'interno della comunità araba.

Yāsser ʿArafāt rivendicò lo scontro come una vittoria (in arabo, "karāmeh" significa "onore") e divenne ben presto un eroe nazionale che aveva avuto il coraggio di affrontare Israele. Masse di giovani arabi entrarono nelle file del suo gruppo, al-Fatḥ. Sotto pressione, Ahmad al-Shuqayrī lasciò la guida dell'OLP e nel luglio 1968, al-Fatḥ si unì a questa e ne prese il controllo.

Nelle enclave e nei campi profughi palestinesi in Giordania, la polizia e l'esercito giordani stavano perdendo autorità. Militanti dell'OLP in uniforme giravano liberamente armati, organizzavano posti di blocco e tentavano di raccogliere quelle che definivano "tasse". Durante i negoziati del novembre 1968, un accordo in sette punti venne raggiunto fra Re Ḥusayn e le organizzazioni palestinesi:

  • Ai membri di queste organizzazioni era vietato di circolare armati e in uniforme;
  • Era loro vietato di fermare veicoli civili per eseguire perquisizioni;
  • Era loro altresì vietato di competere con l'esercito giordano nel reclutamento;
  • Era richiesto di portare con sé documenti d'identità giordani;
  • I loro veicoli dovevano utilizzare targhe giordane;
  • I crimini commessi da membri delle organizzazioni palestinesi dovevano essere investigati dalle autorità giordane;
  • Le dispute fra organizzazioni palestinesi e governo sarebbero state risolte da un consiglio congiunto di rappresentanti del re e dell'OLP.

L'OLP, ignorando questi accordi, agì in Giordania come uno Stato nello Stato. Tra la metà del 1968 e la fine del 1969, si ebbero non meno di cinquecento scontri violenti fra la guerriglia palestinese e le forze di sicurezza giordane. Rapimenti e atti di violenza contro i civili si svolsero di frequente. Il capo della Corte Reale giordana (e in seguito primo ministro) Zayd al-Rifāʿī dichiarò che "i fedayn uccisero un soldato, lo decapitarono, e giocarono a pallone con la sua testa nella zona dove viveva." (Fonte: Arafat's War di Efraim Karsh, p. 28)

Molti elementi dell'OLP estorcevano a mano armata soldi ai commercianti, con la pretesa che si trattasse di donazioni alla causa palestinese. Le forze di sicurezza giordane solitamente li arrestavano e li mandavano al fronte, dove potevano essere più utili alla causa palestinese. Le esplosioni di violenza erano comunque in continua crescita. Finché entrambe le parti rispettarono la condizione per cui non sarebbero entrati o rimasti nella capitale, venne evitato uno scontro su vasta scala.

L'OLP continuò anche ad attaccare Israele, partendo dal territorio giordano e senza riguardo per l'autorità giordana, provocando dure rappresaglie israeliane che causarono gravi perdite fra i militari e i civili.

Re Ḥusayn fece visita al presidente statunitense Richard Nixon e al presidente egiziano Nasser nel febbraio 1970. Ritornato in patria, il re pubblicò un editto in dieci punti, limitando le attività delle organizzazioni palestinesi. L'11 febbraio per le strade di Amman scoppiarono combattimenti fra le forze di sicurezza giordane e i gruppi palestinesi, che provocarono circa 300 morti. Cercando di impedire che la violenza dilagasse senza controllo, Re Ḥusayn annunciò: "siamo tutti fedayn"; dopodiché licenziò il ministro degli interni, ostile nei confronti dei palestinesi.

Palestinesi armati misero in piedi un sistema parallelo di controllo dei visti, controlli doganali e posti di blocco nelle città della Giordania e aumentarono la tensione in un esercito ed una società giordana già polarizzati.

In luglio, Egitto e Giordania accettarono il "Piano Rogers" appoggiato dagli USA, che chiedeva un cessate il fuoco nella Guerra di Attrito fra Egitto e Israele e il ritiro negoziato d'Israele dai territori occupati nel 1967, secondo quanto stabilito dalla Risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Le organizzazioni più radicali dell'OLP, il fronte Popolare di Liberazione della Palestina di George Habash, il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina di Nayef Hawatmeh e il FPLP-Comando Generale di Ahmed Jibril, decisero di minare il regime filo-occidentale di Ḥusayn. ʿArafāt non fece nulla per fermare i radicali.

Tra febbraio e giugno del 1970, circa mille vite erano andate perse nella sola Giordania a causa di questo conflitto.

Eventi del settembre 1970[modifica | modifica wikitesto]

Il 1º settembre 1970 fallirono diversi tentativi di uccidere il re. Il 6 settembre, nella serie di dirottamenti di Dawson's Field, tre aerei vennero dirottati dal FPLP: un volo Swissair e un volo TWA da Zarqāʾ e un volo BOAC dal Cairo. Il 9 settembre toccò a un aereo della British Airways da Amman; i passeggeri vennero tenuti in ostaggio. Il FPLP annunciò che i dirottamenti erano progettati "per impartire una lezione agli americani, a causa del loro duraturo appoggio a Israele". Dopo che tutti gli ostaggi furono rilasciati, gli aerei vennero fatti esplodere davanti alle telecamere per dimostrazione. Confrontandosi direttamente con il re e provocandone l'ira, i ribelli dichiararono la zona di Irbīd una "regione liberata".

Il 16 settembre Re Ḥusayn dichiarò la legge marziale. Il giorno successivo, i carri armati giordani della 60a brigata corazzata attaccarono i quartieri generali delle organizzazioni palestinesi ad Amman; l'esercito attaccò anche i campi di Irbīd, al-Ṣalt, Sweyleh e Zarqāʾ, senza fare distinzioni tra civili e guerriglieri. Quindi, il capo della missione di addestramento pakistana in Giordania, Brigadiere Muhammad Zia-ul-Haq (in seguito presidente del Pakistan), prese il comando della 2a divisione.

Le truppe corazzate erano inefficienti nelle strette vie cittadine e quindi l'esercito giordano rastrellò casa per casa i combattenti palestinesi, finendo per implicarsi in pesanti scontri urbani con gli inesperti e indisciplinati combattenti palestinesi.

Il 18 settembre la Siria, attraverso l'Esercito di Liberazione della Palestina, molto vicino al regime siriano, (il cui quartier generale era situato a Damasco), cercò d'intervenire in favore della guerriglia palestinese. Le forze sotto nominazione ELP come dimensioni erano equivalenti ad una divisione, e vennero fronteggiate dalla 40a brigata corazzata dell'esercito giordano.

Alla luce degli eventi recenti, il re giordano chiese l'aiuto statunitense per prevenire l'attacco, che sostanzialmente appoggiato dai siriani, poteva, unito all'azione dei palestinesi, portare ad una vittoria di questi ultimi, cosa che avrebbe portato alla fine del suo governo. Allo scopo di proteggere il vitale e strategico alleato giordano, il governo statunitense decise di non intervenire direttamente, ma chiese l'intervento israeliano. L'Aeronautica Militare Israeliana eseguì voli di formazioni di caccia bombardieri a bassa quota sul convoglio di carri dell'ELP diretti verso la Giordania in segno di avvertimento. Presto l'ELP iniziò a ritirarsi. Israele era intervenuta con successo in un conflitto interno arabo, in rappresentanza degli USA, tramite la sola minaccia della violenza.

Nel frattempo, sia Ḥusayn che ʿArafāt parteciparono all'incontro dei capi delle nazioni arabe al Cairo, e il 27 settembre Ḥusayn firmò un accordo che trattava come uguali entrambe le parti e riconosceva alle organizzazioni palestinesi il diritto di operare in Giordania. Il giorno seguente il presidente egiziano Nasser morì per un improvviso attacco di cuore.

Le stime sul numero di persone rimaste uccise nei dieci giorni del Settembre nero variano da tremila a più di cinquemila, anche se non si conoscono i numeri esatti. I giornalisti occidentali erano concentrati all'Hotel Intercontinental, lontani dall'azione. Dal Cairo la Voce degli Arabi, giornale controllato dal governo di Nasser, riportò accuse di genocidio.

Il presidente statunitense Nixon rispose con una azione di dispiegamento tattico, inviando una task force aggiuntiva composta da una portaerei e dalla nave da assalto dei Marines "Guam", per rinforzare la VI Flotta. La marina militare statunitense si posizionò al largo della costa d'Israele e della Giordania in assetto di attacco, formalmente per "proteggere gli interessi e i cittadini statunitensi". Le forze USA rimasero in allerta nell'area per tutto settembre e ottobre, senza intervenire.

Dopo settembre[modifica | modifica wikitesto]

La situazione in Siria divenne instabile e poco dopo Ḥāfez al-Asad prese il potere con un colpo di Stato.

Il 31 ottobre ʿArafāt, la cui posizione si era indebolita, dovette firmare un altro accordo (simile a quello del novembre 1968) che restituiva il controllo della Giordania al re, e che richiedeva lo smantellamento delle basi di militanti palestinesi e il divieto per i loro membri di portare armi senza autorizzazione. Ad un successivo incontro del Consiglio Nazionale Palestinese, sia il FPLP che il FDLP si rifiutarono di accettare l'accordo e invece approvarono un progetto secondo cui la Giordania sarebbe diventata parte dello Stato Palestinese, che avrebbe preso il posto di Giordania e di Israele.

Le violazioni degli accordi continuarono e il 9 novembre il primo ministro giordano Wasfi al-Tall firmò un ordine di confisca delle armi detenute illegalmente. Nel gennaio 1971 l'esercito aveva rafforzato il controllo delle città. Un altro accordo riguardante la consegna delle armi venne firmato e poi disatteso. Dopo la scoperta di un deposito illegale di armi a Irbīd, in primavera, l'esercito impose il coprifuoco, ed iniziarono i rastrellamenti e gli arresti dei ribelli. Il 5 giugno diverse importanti organizzazioni palestinesi, tra cui al-Fatḥ di ʿArafāt, esortarono, da Radio Baghdad, a rovesciare Re Ḥusayn, che era considerato come una "autorità fantoccio separatista".

L'esercito giordano riprese il controllo delle ultime roccaforti dell'OLP, le città montane di Jerash e Ajlūn. Mentre Re Ḥusayn dichiarava il "controllo e la calma assoluta" nel Regno, i membri di al-Fatḥ annunciarono di preferire la morte alla resa.

Conseguenze[modifica | modifica wikitesto]

Il numero di vittime di quella che somigliò molto a una guerra civile viene stimato in decine di migliaia, ed entrambe le parti furono coinvolte nell'uccisione volontaria di civili. Si trattò di un punto di svolta per l'identità della Giordania, e il Regno s'impegnò da allora in un programma di "giordanizzazione" della società.

I militanti palestinesi vennero espulsi in Libano, come risultato degli Accordi del Cairo (si veda Guerra civile libanese).

Alcuni membri di al-Fatḥ fondarono l'organizzazione terroristica Settembre Nero. Il 28 novembre 1971 quattro suoi membri assassinarono al Cairo Wasfi al-Tall.