Crisi di Sigonella

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Crisi di Sigonella
Data 10 - 12 ottobre 1985
Luogo Base aerea di Sigonella, Italia
Esito vittoria diplomatica italiana
Casus belli sequestro della nave Achille Lauro
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
Perdite
nessuna nessuna
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La cosiddetta "Crisi di Sigonella" fu un complesso caso diplomatico avvenuto a Sigonella nell'ottobre 1985, che rischiò di sfociare in uno scontro armato tra VAM (Vigilanza Aeronautica Militare) e Carabinieri da una parte e gli uomini della Delta Force[1] (reparto speciale delle forze armate statunitensi) dall'altra, all'indomani di una rottura politica tra l'allora presidente del Consiglio italiano Bettino Craxi e il presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan circa la sorte dei sequestratori della nave da crociera Achille Lauro.

Indice

[modifica] Eventi in cronologia tra il 7 e l'8 ottobre

Lunedì 7 ottobre 1985 la nave da crociera italiana Achille Lauro, alle ore 13:07, mentre si apprestava a lasciare le acque egiziane per approdare in Israele, veniva presa in ostaggio da quattro terroristi palestinesi armati (che si erano introdotti a bordo con passaporti falsi). Essi, sorpresi da un componente dell'equipaggio mentre maneggiavano le armi che erano destinate ad una loro missione da tenersi allo sbarco nel porto israeliano di Ashdod, reagirono repentinamente e - dopo una sparatoria che coinvolse un membro dell'equipaggio, il quale venne ferito ad una gamba - si impossessarono della nave. L'equipaggio riuscì tuttavia a mandare un SOS che venne captato in Svezia.

L'allora presidente del Consiglio Bettino Craxi

I terroristi si dichiararono esponenti dell'OLP, l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina, ma in realtà appartenevano alla fazione filosiriana di una sua componente minoritaria, il FPLP. I sequestratori richiedevano la liberazione di una cinquantina di loro compagni detenuti nelle carceri israeliane.

L'allora presidente USA Ronald Reagan

Ricevuta la notizia alle ore 17:00 circa, il ministro degli Esteri Giulio Andreotti e il ministro della Difesa Giovanni Spadolini si allertarono per una trattativa che, sin dall'inizio, apparve particolarmente complessa e assai rischiosa, anche alla luce delle diverse opinioni politiche all'interno del governo italiano. Andreotti, in serata, convocò alla Farnesina l'unità di crisi attivando subito i suoi canali diplomatici, grazie alla storica amicizia con il mondo arabo moderato di cui appoggiava la politica; Spadolini, invece, convocò tutti i vertici delle forze armate e dell'intelligence.

Dopo una telefonata tra Andreotti e Yasser Arafat (che dell'OLP era il presidente, oltre a guidare al-Fatah, che rappresentava la forza più importante all'interno dell'OLP), il leader palestinese con un comunicato stampa fece sapere di essere totalmente estraneo alle vicende del sequestro. Nel frattempo, il ministro degli Esteri riuscirà a mettersi in contatto con i vertici politici egiziani, al fine di poter agevolare una trattativa, mentre il presidente del Consiglio Craxi riuscirà anche ad assicurarsi l'appoggio del Presidente della Tunisia.

Nella nottata del 7 ottobre, dopo un vertice al Ministero della Difesa, partì ufficialmente l'operazione Margherita, che prevedeva la mobilitazione di 4 elicotteri da trasporto con 60 paracadutisti, di incursori e di ricognitori per individuare la posizione della nave. Subito dopo, Craxi, Andreotti e Spadolini si dettero appuntamento a Palazzo Chigi per un vertice notturno.

Alle ore 3:00 dell'8 ottobre Yasser Arafat si rimise in contatto con il governo, stavolta con Craxi: oltre a ribadire la sua totale estraneità, comunicò i nomi di due negoziatori incaricati di collaborare con il governo egiziano; tra di essi spiccava Abu Abbas, un filo-siriano, dissidente della linea di Arafat, che venne subito però tacciato di essere vicino ai sequestratori[senza fonte]. In effetti, si apprenderà in seguito, che Abbas era il leader della loro fazione ed era l'ispiratore del fallito piano di presa d'ostaggi ad Ashdod.

L'Achille Lauro sembrava diretta verso le coste siriane. I sequestratori ribadirono la richiesta di liberazione dei 50 prigionieri e, in più, richiesero un negoziato con gli Ambasciatori d'Italia, degli Usa, del Regno Unito e della Germania dell'Ovest sotto la mediazione della Croce Rossa Internazionale. La minaccia per il mancato accoglimento era quella di far esplodere la nave.

Andreotti e Craxi, favorevoli subito ad una trattativa, ebbero tuttavia uno stop dall'ambasciatore statunitense, il quale dichiarò che Ronald Reagan si sarebbe opposto a qualsiasi trattativa con i terroristi. Nonostante ciò, i canali diplomatici rimarranno saldi: Craxi decise per la trattativa anche a costo di smentire la ferma contrarietà del governo Usa che, da parte sua, non si attendeva la mossa del Governo italiano.

Sulla nave intanto la situazione degenerò: i terroristi minacciarono di cominciare ad uccidere, ogni 3 minuti, tutti i prigionieri. Leon Klinghoffer, un disabile paralizzato, di nazionalità statunitense di religione ebraica, era tra coloro che - detentori di passaporti israeliani o statunitensi - erano stati separati dalla restante parte degli ostaggi e concentrati sulla tolda della nave: quando fieramente cercò di criticare la condotta dei terroristi, venne ucciso e gettato in mare al largo di Tartus. Tuttavia, i sequestratori non proseguirono nel dare attuazione alla loro minaccia: ricevuto lo stop di Abbas, che era riuscito a mettersi in contatto con loro, i terroristi seguirono le sue direttive ed ordinarono al comandante De Rosa di fare rotta verso l'Egitto, a Port Said[2].

[modifica] Mercoledì 9: comincia lo scontro Italia-Stati Uniti

Il governo americano minacciò l'intervento armato sulla nave per liberare i passeggeri, escludendo un eventuale intervento italiano. A quel punto Craxi, che era contrario a priori ad una azione di forza, decise che, nel caso in cui l'assalto avesse dovuto esserci, quello sarebbe stato condotto solo ed esclusivamente dalle forze armate italiane. È la prima rottura tra i due governi, avvenuta dopo l'uccisione di Klinghoffer ma prima che essa fosse nota.

In Egitto, Abbas riuscì a far arrendere i terroristi, promettendo una via di fuga diplomatica appoggiata dall'OLP e gestita dal Governo italiano, il quale l'accordò a condizione che a bordo non fossero stati commessi reati[3]. A questo punto il comandante della nave De Rosa, ancora sotto la minaccia del fuoco dei terroristi, fu costretto a confermare che tutti i passeggeri erano incolumi e quindi a non rivelare l'uccisione di Klinghoffer. Pertanto, nonostante la nuova opposizione americana, il salvacondotto venne firmato dall'ambasciatore Migliuolo e la nave venne liberata. I terroristi sarebbero così stati prelevati da un aereo e condotti fuori dall'Egitto.

Ai dirottatori della “Achille Lauro”, sbarcati ad Alessandria e presi in consegna dagli egiziani, erano stati promessi un salvacondotto e il trasferimento in un altro Paese arabo. Il Governo egiziano, desideroso di sbarazzarsi al più presto di quei quattro ingombranti individui, decise di inviarli subito in Tunisia. In quel periodo, era lì che l'OLP aveva il suo quartier generale. Un aereo civile, un Boeing 737 delle linee aeree egiziane (EgyptAir n. 2843), fu requisito dal Governo del Cairo, e diventò ufficialmente un mezzo di trasporto di Stato; con i quattro dirottatori della motonave e i rappresentanti dell'OLP (cioè Abu Abbas e Hani el Hassan)[4] salirono a bordo, infatti, anche un ambasciatore egiziano ed alcuni elementi del Servizio di sicurezza egiziani[5]: l'aereo decollò alle 23:15 (ora del Cairo).

[modifica] Tra giovedì 10 e venerdì 11: lo scontro di Sigonella

Il presidente statunitense Ronald Reagan, da Chicago dove era in visita (in quello che era ancora il pomeriggio, negli Stati orientali degli USA), accolse la proposta di Robert McFarlane e di Oliver North (del Consiglio di sicurezza nazionale degli USA) di intercettare unilateralmente l'aereo, utilizzando le informazioni fatte pervenire da Israele[6]; decollarono quattro F14 Tomcat dalla portaerei USS Saratoga ed affiancarono l'aereo poco sopra Malta, intimando con movimenti d'ala di seguirli. Il governo di Tunisi prima, e quello greco poi, negarono l'atterraggio ed altrettanto fecero anche le autorità israeliane[7]. Così i caccia americani decisero di dirottare l'aereo sulla base Naval Air Station Sigonella a Sigonella in Sicilia.

L'allora ministro degli Esteri Giulio Andreotti.

Il governo americano, senza aver avvertito il Governo italiano del dirottamento, cercò di contattare Craxi che non si fece trovare. Oliver North si rivolse allora a Michael Ledeen, un consulente della CIA che si fece passare Craxi in ragione di antichi rapporti di consuetudine risalenti al suo periodo di perfezionamento universitario italiano; a suo dire Craxi gli chiese solo “perché in Italia?” e si accontentò della sua risposta: “per il vostro clima perfetto, la vostra favolosa cucina e le tradizioni culturali che la Sicilia può offrire”[8].

L'allora ministro della Difesa Giovanni Spadolini

Il Presidente del consiglio italiano, contrariato da questa improvvisazione, intendeva consentire sì l'atterraggio, ma gestirne le conseguenze autonomamente. In segreto ordinò ai vertici militari che i terroristi e i mediatori fossero messi sotto il controllo delle autorità italiane. L'ammiraglio Fulvio Martini, capo del servizio segreto militare (Sismi), alle 23:57 ricevette una telefonata dal presidente Craxi. Su suo ordine si recò immediatamente in Sicilia[9].

Sia il Controllore di Torre che il suo Assistente erano all'oscuro riguardo l'identità dei passeggeri a bordo del velivolo egiziano. Nonostante ciò, in assenza di informazioni, sotto la propria responsabilità e a proprio rischio e pericolo, intrapresero tutte le azioni successive che poi risultarono necessarie e indispensabili alla cattura dei terroristi da parte delle autorità italiane. Il Controllore in turno e il suo Assistente furono le due prime persone italiane di Sigonella a realizzare che gli americani volevano fare atterrare un aereo civile sulla base militare, per poi farlo parcheggiare nei pressi dell'aerostazione gestita dai militari USA.

L'atterraggio avvenne alle 0:15; l'autorizzazione del Comando Italiano all'atterraggio del volo egiziano[10] arrivò solo quando il velivolo aveva già dichiarato "emergenza carburante" e appariva evidente che non sarebbe stato in grado materialmente di procedere verso l'aeroporto di Catania Fontanarossa perché non vi sarebbe mai arrivato. Il Controllore di Torre militare italiano e il suo Assistente, senza ricevere ordini da chicchessia, di loro iniziativa istruirono l'aereo egiziano a parcheggiare sulla piazzola lato est (zona italiana). I due militari italiani preavvisarono Carabinieri e VAM - Vigilanza Aeronautica Militare – del suo arrivo.

Immediatamente confluirono sulla pista 30 avieri della VAM e 20 Carabinieri, tutti in forza alla base aerea di Sigonella, circondando l'aereo. Pochi minuti dopo atterrarono – a luci spente e senza permesso della torre di controllo – anche due C-141 Lockheed americani della Delta Force al comando del generale di brigata aerea Carl W. Steiner si diressero verso il Boeing egiziano e fu subito chiaro[11] che volevano prendere i dirottatori e Abu Abbas, secondo gli ordini ricevuti da Washington; le luci della pista furono subito spente. La tensione salì alle stelle perché i 50 militari della Delta Force, scesi dai C-141 armi in pugno, circondarono gli avieri italiani e i carabinieri, ma a loro volta furono circondati da altri carabinieri che erano arrivati dalle vicine caserme di Catania e Siracusa. Il capitano Marzo ricevette dalla Torre di Controllo l'ordine di posteggiare un'autocisterna, una gru e i mezzi anti incendio chiusi a chiave e piantonati dinanzi ai velivoli onde impedirgli definitivamente di muoversi dalla base. Ognuno si attestò sulle sue posizioni: in quel momento esistevano tre cerchi concentrici attorno all'aereo. Seguirono minuti di altissima tensione.

Steiner – che aveva notizie dagli Stati Uniti in tempo reale grazie ad apparecchiature satellitari - avvertì il colonnello Ercolano Annicchiarico di essere in contatto con lo Studio Ovale e dichiarò: "Il Governo Italiano ha promesso di consegnarci i palestinesi; non capisco la resistenza di voi militari". L'ammiraglio Martini, sia pure con difficoltà[12], sentì Roma e fece rispondere a Steiner: "Abbiamo istruzioni di lasciarli lì". Le autorità italiane, infatti, restavano attestate sulla linea che in assenza di richiesta di estradizione non era consentito a nessuno sottrarre alla giustizia italiana persone sospettate di aver preso parte ad un atto criminale punibile ai sensi della legge italiana.

Da Washington pervennero immediatamente intimazioni rivolte per via diplomatico-militare ai vertici del Governo italiano, limitandosi a presentare la questione come un'operazione di polizia internazionale ma totalmente disconoscendo le diverse priorità imposte dall'ordinamento giuridico italiano. Non avendo ottenuto risposta positiva[13], il presidente statunitense Reagan, infuriato per il comportamento italiano, si decise a telefonare nel cuore della notte al presidente del Consiglio Craxi per chiedere la consegna dei terroristi; ma Craxi non si mosse dalle sue posizioni: i reati erano stati commessi in territorio italiano[14] e quindi sarebbe stata l'Italia a decidere se e chi estradare[15]. Alle 5:30, quando il generale dei carabinieri Bisogniero fece intervenire a Sigonella i blindati dell'Arma, il reparto d'attacco americano ricevette l'ordine di rientrare.

A Reagan, dinanzi alla posizione italiana, non era rimasto che cedere e ritirare gli uomini da Sigonella [16], confidando nella volontaria attuazione delle promesse che riteneva di aver ottenuto nel corso della telefonata con Craxi.

Palazzo Chigi contattò l'ambasciatore egiziano a Roma Rifaat e lo informò della intenzione del governo italiano di prendere in custodia, a fini giudiziari, i quattro dirottatori e di far scendere dall'aereo anche due dirigenti palestinesi (tra cui Abu Abbas) che li accompagnavano, i quali sarebbero stati trattati come “ospiti a fini testimoniali”. Gli egiziani acconsentirono alla prima richiesta, ma non alla seconda, arguendo che le due persone dovessero essere considerate ospiti del governo egiziano il quale si riteneva responsabile della loro sicurezza: poiché i due si trovavano in Italia contro la loro volontà e si rifiutavano di lasciare l'aereo, era assolutamente da escludersi che venissero costretti a farlo[17].

Sotto il controllo di quattro ufficiali USA (e cinque militari addetti al collegamento via radio), avvenne la consegna dei quattro terroristi alle unità italiane (saranno interrogati quel giorno stesso dalla magistratura di Genova e di Siracusa, che ne convaliderà il fermo). Il comandante dell'aereo e il diplomatico egiziano Zeid Imad Hamed risalirono invece a bordo del Boeing, che nella serata decollò alla volta di Roma.

Anche quel volo fu al centro di un caso internazionale, soprattutto dopo che Craxi ne rivelò in Parlamento alcune modalità. Per averne una visione completa, però, si dovette attendere la descrizione che ne diede il comandante del SISMI dell'epoca, ammiraglio Fulvio Martini: "Da una pista di rullaggio secondaria, a luci spente, decollò da Sigonella un caccia F-14 americano della Sesta Flotta. Non aveva chiesto l'autorizzazione al decollo, né aveva presentato, secondo i regolamenti, il piano di volo. L'F- 14 tentò di interferire con il volo della nostra formazione, cercando ancora una volta di dirottare l'aereo egiziano per assumerne il controllo. I nostri caccia lo dissuasero e lo respinsero"[18].

[modifica] Sabato 12 ottobre: il seguito romano

II Boeing atterra a Ciampino poco prima della mezzanotte tra venerdì 11 e sabato 12 ottobre 1985. Un aereo non identificato - che lo aveva seguito a luci spente, rifiutando di identificarsi presso le torri di controllo continentali italiane durante il tragitto, che aveva compiuto affiancandosi al Boeing egiziano e volando basso appena pochi metri sopra le abitazioni per sfuggire ai radar - chiede l'atterraggio che la torre di controllo gli rifiuta. L'aereo allora dichiara l'emergenza (di carburante), spegne la radio e atterra, va a parcheggiare non lontano dal Boeing. È un T-39 dell'aeronautica americana con a bordo il generale Steimer, l'ufficiale del commando della Delta force che con i due C-141 aveva dirottato su Sigonella il Boeing.

L'ambasciatore egiziano Rifaat informa la Farnesina che le dieci guardie armate a bordo del Boeing hanno ricevuto l'ordine di difendere in tutti i modi l'inviolabilità dell'aereo. I passeggeri scendono dal Boeing solo quando due vetture con targa diplomatica li prendono a bordo e ripartono immediatamente dirette all'Accademia d'Egitto. Secondo una versione, tra di essi si troverebbero i due dirigenti dell'OLP. Secondo un'altra versione i due sarebbero rimasti a bordo del Boeing: si tratta di una versione confermata oltre vent'anni dopo dal responsabile dell'Accademia d'Egitto a Roma, Farouk Hosni, il cui ruolo fu determinante per il seguito della vicenda[19].

Dalla procura di Siracusa parte una richiesta alla procura di Roma perché ottenga dichiarazioni dirette da Abu Abbas. Il procuratore capo di Roma affida l'incarico al sostituto procuratore Franco Ionta. Questi chiama la Digos e viene informato che i passeggeri del Boeing si trovano all'Accademia egiziana; allora alle ore 13:30 si reca all'Accademia egiziana accompagnato da un funzionario della Digos, ma gli dicono che non c'è nessuno e – stante il rango di sede con immunità diplomatica – il pm accetta di tornare dopo le ore 17.

Alle ore 13 un parere degli esperti del ministero della Giustizia era intanto stato recapitato a Palazzo Chigi. È fìrmato dal ministro di Grazia e Giustizia Mino Martinazzoli. Dice: “II ministero ritiene che la richiesta di arresto provvisorio non contenga sostanziali elementi secondo i criteri che la legge italiana fissa per l'acquisizione delle prove e il giudizio sulla loro evidenza”. Il contenuto del documento del ministero della Giustizia viene comunicato con una nota verbale all'ambasciatore americano Rabb. L'ambasciatore dichiara di non poter condividere le conclusioni della magistratura italiana, e annuncia un supplemento di documentazione che dimostrerebbe la complicità nel dirottamento anche dei dirigenti dell'OLP che si sono uniti ai terroristi nel Boeing dopo la resa a Porto Said.

Craxi telefona al ministro Spadolini e lo informa della decisione di Martinazzoli; ne riceve la richiesta che ogni decisione sia subordinata a una decisione collegiale del gabinetto, richiesta che non sarà esaudita.

Mentre l'ambasciatore USA Rabb fa pervenire a Palazzo Chigi il supplemento di documentazione già annunciato (un elenco, di fonte israeliana, di attentati terroristici nei quali si sospetta che Abbas abbia avuto un ruolo) ed un messaggio di Reagan che chiede a Craxi di esercitare tutta la sua autorità per trattenere il leader palestinese, Spadolini chiama il sottosegretario Amato, preannunciandogli l'intenzione di chiedere una consultazione collegiale del governo sulla decisione relativa ad Abbas. Alle 14:45 Andreotti e Craxi concordano che, grazie al parere di Martinazzoli, il Boeing può ripartire, ma – a differenza degli ambasciatori Rabb e a Rifaat – Spadolini non viene informato della decisione del governo italiano.

Nell'ambito di quella che Hosni definisce il “piano diversivo” attuato dai servizi segreti egiziani[20] vi erano due pericoli da eludere: quello statunitense e quello giudiziario. Appare poco credibile che su ambedue l'Egitto abbia fatto da solo, al centro di una capitale europea, senza la connivenza delle massime autorità locali.

Alle 16 Rifaat si reca a Palazzo Chigi e qui, dall'ufficio di Amato, telefona al Cairo. Poco dopo arriva una chiamata di Mubarak che dice di temere una nuova intercettazione da parte degli americani e pertanto non autorizza la partenza del Boeing; tutto lascia ritenere che questo scambio di conversazioni fosse finalizzato a lasciar credere ad eventuali intercettatori che gli obiettivi dell'interesse americano (cioè i due dirigenti OLP, tra cui Abu Abbas) fossero insieme al gruppo di agenti egiziani dell'Accademia d'Egitto. Il piano si spinse fino a coinvolgere nella disinformazione il Ministero della difesa, che si sospettava “monitorato” dagli americani: alle ore 17 Rifaat chiama, sempre dall'ufficio di Giuliano Amato, il vicecapo di gabinetto di Spadolini, chiedendogli una scorta aerea (eventualmente per un aereo diverso dal Boeing al fine depistare eventuali intercettatori).

Anche sul lato giudiziario le affermazioni egiziane ascrivono al Cairo tutto il merito della diversione cui fu costretto il pm: alle 17 Ionta[21] si è ripresentato all'Accademia, dove gli viene risposto che i passeggeri del Boeing sono ripartiti, ma non gli viene detto per dove. Ionta però apprende dalla Digos che i passeggeri si sono recati a Ciampino. Decide allora di recarsi a Ciampino. Quando vi giungerà apprenderà che l'aereo nel frattempo si è spostato a Fiumicino.

Alle 17:45 circa l'ambasciatore egiziano Rifaat e il capo dell'ufficio romano dell'OLP, Fuad Bitar, informano Amato di aver deciso che Abbas e il suo compagno[22] si imbarcheranno su un volo delle linee aeree jugoslave diretto a Belgrado, in partenza da Fiumicino alle 17:30. Nel frattempo l'ambasciata egiziana ha ottenuto l'assenso di Belgrado e bloccato il volo jugoslavo quando era sul punto di decollare.

Alle 18 Palazzo Chigi avverte il questore di Roma, Monarca, perché prenda tutte le misure atte a garantire che il trasbordo dal Boeing all'aereo di linea avvenga senza incidenti.

Alle 18:30 iI Boeing lascia Ciampino e dopo 15 minuti atterra a Fiumicino e parcheggia a breve distanza dall'aereo di linea jugoslavo. Intanto è arrivato a Fiumicino Rifaat, che accoglie i due dirigenti palestinesi allorché questi scendono dal Boeing e consegna loro passaporti con false generalità.

Spadolini si reca da Andreotti e gli chiede se Abbas sia già partito. Andreotti gli risponde di non saperlo. Spadolini chiama il ministero della Difesa dove tuttavia non sanno fornirgli notizie certe. Alle 19 Spadolini e Andreotti, nello studio di quest'ultimo, apprendono dalla televisione l'avvenuta partenza di Abbas.

Alle 19:15 Ionta arriva a Fiumicino. Rabb, ricevuto a Palazzo Chigi dal consigliere diplomatico di Craxi, ambasciatore Badini, consegna un altro messaggio di Reagan che chiede di trattenere Abu Abbas. Ma ormai, per ambedue, è troppo tardi. Abu Abbas, spostandosi con l'esplicita autorizzazione del Governo italiano su di un'altra pista, partì con un volo di linea jugoslavo riuscendo a rifugiarsi a Belgrado: la sua colpevolezza, sulla base delle prove emerse, non era al momento evidente (anche se dopo verrà condannato dal Tribunale di Genova all'ergastolo) e, dinanzi alle proteste statunitensi, si addusse il passaporto diplomatico di cui era in possesso per garantirgli l'incolumità[23]. Ma solo alcuni giorni dopo (il 16 ottobre) la CIA consegnò i testi completi delle intercettazioni, effettuate da mezzi statunitensi, che provavano con certezza le responsabilità di Abu Abbas,[24], il quale venne poi processato in contumacia e condannato all'ergastolo.

Neppure la richiesta di estradizione dei quattro dirottatori, pervenuta da parte del governo americano, fu accolta dal ministro di Grazia e Giustizia Mino Martinazzoli che ritenne preminenti le esigenze della giustizia italiana di processare gli autori materiali del dirottamento. Essi saranno condannati a gravi pene l'11 luglio dell'86, dal tribunale di Genova, che condannerà all'ergastolo Abu Abbas e due membri del commando. Majed el Moloqui, esecutore materiale dell'uccisione di Leon Klinghoffer, viene condannato a 30 anni di reclusione. Il quarto terrorista, minorenne, sarà condannato a 17 anni di prigione. Il 23 maggio '87, la Corte d'Assise d'Appello di Genova, conferma tutte le condanne. Nel ‘96 Majed al Moloqui non rientra in carcere dopo un permesso premio: verrà arrestato in Spagna ed estradato[25].

[modifica] Rottura Spadolini-Craxi

Dopo questi eventi, emersero le profonde lacerazioni politiche all'interno della maggioranza del Pentapartito. Spadolini, filo-americano e filo-israeliano chiede le dimissioni del Governo che, a sorpresa, ricevette anche l'appoggio del Partito Comunista Italiano il quale, nonostante fosse all'opposizione, appoggiò e condivise la gestione del caso Sigonella. Tuttavia, i ministri repubblicani il 16 ottobre ritirarono la loro delegazione dal governo, aprendo, di fatto, la crisi. A questo punto è uno scontro tra filo-americani e tra filo-palestinesi. Questi ultimi avevano avuto in Craxi e Andreotti i maggiori esponenti.

Il 6 novembre il governo ottenne la fiducia della Camera dei deputati e il discorso di Craxi, lungi dal recedere dalle ragioni sostenute per gestire il caso Sigonella, le "rilanciò" con un controverso paragone tra Arafat e Mazzini che produsse le proteste in Aula di repubblicani e missini[26], ma venne applaudito dalla restante parte della maggioranza ed anche dall'opposizione comunista.

La vicenda rientrò con successo quando Reagan scrisse una lettera a Craxi con il famoso incipit Dear Bettino nella quale invitava il Presidente del Consiglio a recarsi in viaggio negli Stati Uniti, viaggio annullato a causa di questa vicenda. Quando l'incontro ebbe effettivamente luogo, dopo quasi un mese, Craxi dichiarò a Reagan che "lui non avrebbe potuto fare diversamente da come aveva fatto. Sapeva che liberando Abu Abbas avrebbe dato un dispiacere a Reagan, ma non aveva assolutamente altra scelta nella situazione in cui si era venuto a trovare.

Le reazioni statunitensi erano state molto forti, ed erano apparse ingiuste alla parte italiana. C'erano due punti che Craxi mise in rilievo.

In primo luogo, l'Italia si era detta pronta ad intervenire a bordo dell'Achille Lauro. Era una nave italiana, sotto la responsabilità dello Stato italiano, che aveva accettato l'assistenza statunitense in caso di estrema necessità.

In secondo luogo, il Governo italiano diede immediatamente l'autorizzazione per l'atterraggio dell'aereo americano a Sigonella (sebbene l'intercettazione non fosse stata una operazione ortodossa) non appena si ritenne che quella era il solo modo per assicurare alla giustizia italiana i quattro responsabili del dirottamento. Nella conversazione telefonica avuta con Reagan, Craxi aveva assicurato al Presidente statunitense che anche gli altri due palestinesi sarebbero stati trattenuti per investigazioni, nonostante il fatto che durante le prime ore del mattino la posizione di questi ultimi non fosse ancora nota. Si era poi scoperto che essi viaggiavano su un aereo ufficiale egiziano, come ospiti di Mubarak, sotto la protezione di dieci guardie armate. Dopo che il magistrato di Siracusa aveva completato i suoi accertamenti, e aveva dichiarato che per lui l'aereo e gli altri passeggeri, ad eccezione dei quattro dirottatori, potevano ripartire, era stato possibile con grande difficoltà convincere il comandante dell'aereo a trasferirsi da Sigonella a Roma. Nel frattempo da parte americana veniva richiesto l'arresto di Abbas: alle cinque del mattino di sabato l'ambasciatore Rabb aveva presentato la richiesta al Ministero di Grazia e Giustizia, accompagnata dalle relative prove. Tali prove venivano attentamente esaminate, ma trovate insufficienti. Alle dieci il Ministero aveva concluso che non c'era base sufficiente per arrestare Abbas. La stessa conclusione avevano raggiunto i magistrati, ai quali la richiesta era stata sottoposta."[27].

Come commentò, con una certa dose di cinismo, Henry Kissinger con l'ambasciatore italiano Rinaldo Petrignani: "We had to get mad, you had to set him free"[28].

L'atto ebbe una ricaduta anche nel diritto costituzionale italiano: proprio dalle implicazioni giuridiche del depistaggio[29] emerse l'esigenza di offrire uno scudo al Presidente del consiglio in caso di eventi penalmente rilevanti motivati dalla ragion di Stato: esso fu alla fine garantito[30] con la legge costituzionale n. 1 del 1989, che previde apposite cause di giustificazione il cui riconoscimento compete al Parlamento.

[modifica] Note

  1. ^ http://it.altermedia.info/storia/sigonella-ultimo-sussulto-di-sovranita-nazionale_3047.html
  2. ^ Secondo Andreotti (“Quello era un terrorista perfido ma noi facemmo la cosa giusta”Repubblica — 17 aprile 2003, pagina 8 ) la scelta dell'Egitto come luogo della resa fu orientata dagli statunitensi: «Quando la nave era ancora in navigazione noi volevamo farla attraccare in Siria. Cercai di parlare con il ministro degli Esteri siriano che era in missione insieme ad Assad. Fu proprio Assad a richiamarmi. Gli spiegai la situazione. Lui rispose: "Vogliamo rimanerne fuori, ma se il nostro aiuto serve a sbloccare la situazione possiamo accettare". Furono gli americani ad opporsi. Dissero che se la nave approdava in Siria i terroristi se la sarebbero squagliata».
  3. ^ "Il giorno più lungo"
  4. ^ Secondo fonti statunitensi vi era un terzo palestinese, Ozzuddin Badrakkan, che non aveva partecipato fisicamente al dirottamento ma era salito sull'aereo egiziano: cfr. Michael K. Bohn, The Achille Lauro hijacking: lessons in the politics and prejudice of terrorism, Brassey, 2004, pag. 86.
  5. ^ Fulvio Martini, "La notte di Sigonella".
  6. ^ The Reagan presidency: an oral history of the era, di Deborah Hart Strober e Gerald S. Strober, pp. 375-380.
  7. ^ The Reagan presidency: an oral history of the era, di Deborah Hart Strober e Gerald S. Strober, pp. 376-377; le cautele affacciate da Ehud Barak furono probabilmente dovute alle gravi conseguenze cui gli USA sarebbero andati incontro nell'opinione pubblica panaraba, ammettendo apertamente di aver agito di concerto con lo Stato ebraico.
  8. ^ The Reagan presidency: an oral history of the era Di Deborah Hart Strober,Gerald S. Strober, pp. 378: Ledeen vantava con i suoi di conoscere il numero telefonico dell'amante del primo ministro italiano, ma in realtà chiamò l'hotel Raphael, residenza romana di Craxi. Il volume testè citato, negando il contatto diretto preventivo Reagan-Craxi, smentisce la versione secondo cui "rispettando il protocollo diplomatico, Ronald Reagan telefonò al primo ministro italiano Bettino Craxi solo pochi minuti prima dell'atterraggio a Sigonella per informarlo dell'operazione" (così James J. F. Forest, Countering terrorism and insurgency in the 21st century, Greenwood, 2007, Volume 3, p. 60).
  9. ^ Cfr. F. Martini, Nome in codice: Ulisse - Trent'anni di storia italiana nelle memorie di un protagonista dei servizi segreti, Rizzoli.
  10. ^ "Apparentemente perché il permesso di Craxi non aveva ancora raggiunto la Sicilia", secondo Michael K. Bohn The Achille Lauro hijacking: lessons in the politics and prejudice of terrorism, Brassey, 2004, p. 32.
  11. ^ Per James J. F. Forest, Countering terrorism and insurgency in the 21st century, Greenwood, 2007, Volume 3, p. 60, gli statunitensi furono i primi a far confluire due camion sulla pista, collocandoli davanti e dietro l'aereo egiziano.
  12. ^ Egli ricorda che si appoggiava alla rete telefonica della Sip e che i contatti fra Roma e Sicilia avvenivano dai telefoni della Galleria Colonna, per timore di intercettazioni del governo alleato: perfino Craxi usava una cabina pubblica. Cfr. F. Martini, Nome in codice: Ulisse - Trent'anni di storia italiana nelle memorie di un protagonista dei servizi segreti, Rizzoli.
  13. ^ Secondo Andreotti la gestione della vicenda fu accentrata da quel momento nei supremi vertici politici dei due Paesi:« Mi telefonò Schultz. Ma il presidente del Consiglio Craxi parlò direttamente con Reagan. Ricordo che gli fece da interprete Michael Ledeen. Allora, aveva un ruolo di consulente diplomatico dei servizi. Io dissi a Schultz che il problema era nelle mani della procura di Siracusa. Noi non potevamo fermare delle persone senza l'autorizzazione dei magistrati. E la procura aveva emesso un ordine di cattura solo per i quattro terroristi. In quel momento, Abu Abbas era un uomo che aveva fornito i suoi buoni uffici, punto» (“Quello era un terrorista perfido ma noi facemmo la cosa giusta”, Repubblica — 17 aprile 2003, pagina 8 ).
  14. ^ La correttezza giuridica della posizione italiana fu sostenuta sia dalla dottrina internazionalistica italiana (A. Cassese, Terrorism, politics and the law: the Achille Lauro affair, Princeton, 1989) che da quella anglosassone (Christopher T. Sandars, America's overseas garrisons: the leasehold empire, Oxford, 2000, p. 234).
  15. ^ Secondo Michael Ledeen - che fece da interprete nella telefonata - i toni delle conversazioni non furono mai molto tesi. Reagan spiegò che si stava preparando una richiesta di estradizione formale, che c'era un mandato di cattura e furono elencati i nomi, uno per uno, dei ricercati, compreso Abbas. Craxi all'inizio avrebbe dato “una risposta sostanzialmente affermativa alle nostre richieste”, ma intanto non faceva nulla per modificare la situazione sul campo.
  16. ^ Cfr. ((http://www.repubblica.it/online/esteri/abbas/sigonella/sigonella.html)). Secondo James J. F. Forest, Countering terrorism and insurgency in the 21st century, Greenwood, 2007, Volume 3, p. 61, però, la decisione di Reaagan di ordinare alle truppe USA "to stand down" venne a tre ore dall'atterraggio.
  17. ^ Secondo Andreotti (“Quello era un terrorista perfido ma noi facemmo la cosa giusta”Repubblica — 17 aprile 2003, pagina 8 ) Il Cairo operò una specie di ricatto: «Non dimentichiamo che l'aereo era egiziano e gli egiziani furono chiarissimi. "Se non lasciate ripartire l'aereo", ci dissero, "noi non facciamo salpare l'Achille Lauro"», Anche per Ledeen Corriere della sera, (18 aprile 2003) Pagina 10 “Ledeen: ma Andreotti sbaglia Non chiedemmo scusa a Craxi” il leader egiziano Mubarak in quelle ore avrebbe detto al governo italiano: "Se consegnate Abbas agli americani, mi ammazzano"; in questa intervista di Michael Ledeen a Gianluca Di Feo , si legge: “penso che questo sia stato il motivo principale della scelta di farlo scappare: il rispetto verso gli egiziani e verso l'Olp”.
  18. ^ Fulvio Martini, La notte di Sigonella, su ((http://www.ilvelino.it/archivio/documenti/allegato_documento_197.pdf)).
  19. ^ Corriere della sera, 22 settembre 2009: “I servizi segreti avevano invece lasciato i tre palestinesi a bordo dell'aereo e mi fu chiesto di prender tempo fino a fine giornata con il procuratore, che chiedeva che gli consegnassi i passaporti (dei passeggeri ospitati in accademia)”; cfr. [1].
  20. ^ Corriere della sera, loc. ult, cit..
  21. ^ Oggetto delle critiche di Hosny:“Poi venne da me il procuratore italiano, che voleva a tutti i costi mettere in imbarazzo l'Egitto, e chiese di interrogare i (passeggeri) non egiziani, ma risposi che in accademia c'erano solo ospiti egiziani”; Corriere della sera, loc. ult. cit..
  22. ^ L'unica discrasia della versione di Hosni, rispetto alla versione ufficiale, è che a suo dire i passeggeri non egiziani erano tre, e non due, visto che all'Accademia “detti ordine di preparare 17 stanze, mentre giunsero solo 14 persone”: Corriere della sera, loc. ult. cit..
  23. ^ Rinaldo Petrignani, La crisi di Sigonella dall'Osservatorio di Washington, su [2], ricorda che Craxi dichiarò a Reagan, nell'incontro di Washington successivo agli eventi, che "Abbas non aveva mai lasciato l'aereo ufficiale ove si trovava sotto scorta armata. Per catturarlo sarebbe stato necessario dare l'assalto all'aereo: cioè compiere un atto di guerra contro l'Egitto. Non avremmo potuto farlo senza compromettere in maniera irreparabile le nostre relazioni con quel paese, che occupa nel Mediterraneo una posizione cosi importante". Anche per l'ammiraglio Martini "l'Italia, ligia alla parola data a Mubarak e ad Arafat, e anche secondo alcuni principi di diritto, non poteva trattenere legalmente Abu Abbas, che era in possesso di passaporto diplomatico, e quindi lo lasciò andare" (Fulvio Martini, La notte di Sigonella, ibidem).
  24. ^ Fulvio Martini, Nome in codice Ulisse, pag 112 e seguenti, 1999, Rizzoli, ISBN 88-17-86096-4
  25. ^ http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntata.aspx?id=283
  26. ^ Il presidente del Consiglio Bettino Craxi interviene sulla questione palestinese alla Camera dei Deputati. Tratto dall'archivio della Camera dei Deputati, 6 novembre 1985
  27. ^ Rinaldo Petrignani, La crisi di Sigonella dall'Osservatorio di Washington, su [3].
  28. ^ Rinaldo Petrignani, La crisi di Sigonella dall'Osservatorio di Washington, su ((http://www.ilvelino.it/archivio/documenti/allegato_documento_197.pdf)): "Nessuna delle parti aveva infatti altra scelta. Al comprensibile risentimento americano per la liberazione di un individuo che veniva considerato come un pericoloso terrorista, si contrapponevano in effetti, oltre a delle buone ragioni giuridiche e politiche, il risentimento italiano per il modo in cui gli americani ci avevano trattato.".
  29. ^ Le implicazioni giuridiche della resistenza frapposta dai militari statunitensi ai carabinieri italiani, sulla pista aerea di Sigonella, furono invece dichiarate inesistenti dall'allora procuratore aggiunto di Siracusa, Dolcino Favi: cfr. JOHN TAGLIABUE, "SICILIANS WON'T PURSUE INQUIRY ON U.S. TROOPS", in New York Times, October 29, 1985, p. 12.
  30. ^ Cfr. Camera dei deputati, Giunta per le autorizzazioni - Resoconto di martedì 28 luglio 2009, intervento del deputato Maurizio Turco: "C'era stato però, come molti ricorderanno, l'episodio di Sigonella, che cambiò le regole del gioco. In quella occasione il Presidente del Consiglio Craxi aveva deciso un atto illecito internazionale: il rilascio di alcuni palestinesi accusati da Israele di essere dei terroristi. Non sa se fu giusto o sbagliato: riconosce però che fu un atto politico, sia pure con risvolti penali. La causa di giustificazione di cui all'articolo 9, comma 3, della legge costituzionale n. 1 del 1989 ha quindi in mente questo tipo di atti. ".

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