Fratelli Musulmani

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Fratelli Musulmani
الإخوان المسلمون
Muslim Brotherhood Emblem.jpg
Leader Muḥammad Badīʿ, ottava Guida della Fratellanza
Stato Newworldmap.svg Internazionale
Fondazione 1928
Sede Il Cairo
Ideologia Conservatorismo,
Islamismo,
Panislamismo,
Qutbiyya,
Antisionismo[senza fonte]
Collocazione Destra
Sito web ikhwanweb.com

I Fratelli Musulmani (in arabo: جماعة الإخوان المسلمين, Jamaʿat al-Iḫwān al-muslimīn, letteralmente Associazione dei Fratelli Musulmani; spesso solo الإخوان المسلمون, al-Iḫwān al-Muslimūn, Fratelli musulmani, o semplicemente الإخوان al-Iḫwān, i Fratelli) costituiscono una delle più importanti organizzazioni islamiste internazionali con un approccio di tipo politico all'Islam. Furono fondati nel 1928 da al-Ḥasan al-Bannāʾ a Isma'iliyya (Egitto), poco più d'un decennio dopo il collasso dell'Impero Ottomano.

Sono diffusi soprattutto in Egitto (Partito Libertà e Giustizia) e in Palestina (Hamas).

Ideologia[modifica | modifica sorgente]

I Fratelli musulmani si collocano ideologicamente all'interno della galassia dell'estremismo islamico. Si oppongono alle storiche tendenze alla secolarizzazione e democratizzazione delle nazioni islamiche, in favore di un'osservanza da essi ritenuta più ligia ai precetti del Corano. Rifiutano il più possibile l'influenza occidentale e inoltre il Sufismo più estremo. Loro campi d'azione sono i settori della politica tradizionale, dell'insegnamento, della sanità e delle attività sociali in genere, oltre l'organizzazione di incontri di preghiera e di spiritualità.

Il manifesto del movimento, Pietre miliari, venne scritto da Sayyid Quṭb in carcere dopo il suo arresto nel 1954 e fra i vari passi cita:

« La comunità musulmana deve essere riportata alla sua forma originaria ... oggi è sepolta tra i detriti delle tradizioni artificiali di diverse generazioni ed è schiacciata sotto il peso di quelle false leggi ed usanze che non hanno ... niente a che fare con gli insegnamenti islamici.[1] »

Qutb morì impiccato nel 1966 ed è ritenuto uno dei maggiori ideologi dell'islamismo politico sunnita[2], che sosteneva la necessità di un ritorno "alla pura fonte del Corano", inquinata dalla barbarie, jahillyya, ribellione alla sovranità di Allah sulla terra[3]. Qutb accomuna marxismo e capitalismo nell'obiettivo della "umiliazione dell'uomo comune" e teorizzò la necessità che "un'avanguardia deve mettersi in marcia attraverso il vasto oceano della jaillyya che cinge il mondo"[4].

Il motto dell'organizzazione è: "Dio è il nostro obiettivo. Il Profeta è il nostro capo. Il Corano è la nostra legge. Il jihad è la nostra via. Morire nella via di Dio è la nostra suprema speranza"

I Fratelli Musulmani costituiscono in Egitto una formazione politica che si richiama al dovere di fedeltà ai valori islamici tradizionali e uno dei temi maggiormente dibattuto al suo interno è quello del jihād, inteso nel senso di "doveroso impegno".

Il loro impegno si esprime talvolta con iniziative di legge parlamentare e in altre occasioni tramite "fatāwā" (pl. di fatwa) emesse da alcuni suoi appartenenti e destinate a indicare ai fedeli quale sia il prescritto modo di comportarsi.

Storia[modifica | modifica sorgente]

La nascita del movimento[modifica | modifica sorgente]

Il movimento fu fondato nel marzo del 1928 da al-Ḥasan al-Bannāʾ, un insegnante egiziano operante a Ismailia, sulle rive del Canale di Suez. La nascita dei Fratelli musulmani si collocava nel quadro di un risveglio culturale e religioso che, nei primi decenni del XX secolo, reagiva all'occidentalizzazione della società islamica. L'intento del fondatore era di promuovere la dignità e il riscatto dei lavoratori arabi egiziani, nella zona del Canale di Suez; di seguire l'etica e la concezione civica proposta dall'Islam; il tutto ottenuto con l'educazione delle persone agli insegnamenti islamici della solidarietà e dell'altruismo nella vita quotidiana.

Il ruolo politico[modifica | modifica sorgente]

L'organizzazione crebbe velocemente fino a diventare un soggetto politico dal largo seguito, che sposò la causa delle classi in difficoltà e giocò un ruolo preminente nel movimento nazionalista egiziano. Essa promuoveva inoltre una concezione dell'Islam che coniugasse tradizione e modernità.

La diffusione del movimento si accompagnò con le istanze di islamizzazione delle società, seguendo due vie principali:

  • la diffusione dall'alto attraverso la presenza all'interno del potere politico;
  • una via neo-tradizionalista con uno sviluppo dal basso a partire da nuclei dalla forte islamizzazione, coagulati solitamente intorno alle moschee.

Degna di nota è la dichiarazione rilasciata pubblicamente nel 1942 da al-Bannāʾ in cui si affermava la condivisione da parte del movimento del programma wafdista, cui esso garantiva tutto il proprio appoggio.[5]

La repressione di Nasser[modifica | modifica sorgente]

Gamāl ʿAbd al-Nāser, Presidente (raʾīs) egiziano, fece sciogliere l'associazione e fece arrestare, torturare e giustiziare un numero imprecisato di militanti (secondo i Fratelli Musulmani alcune decine di migliaia) a causa della loro implacabile ostilità al progetto nasseriano di cambiamento della società egiziana. Una seconda ondata di repressione, dopo un fallito attentato alla vita del raʾīs egiziano, li colpì verso la metà degli anni sessanta, quando molti dirigenti del movimento, fra cui appunto Sayyid Quṭb, furono impiccati.

Dopo la guerra dei Sei giorni[modifica | modifica sorgente]

La sconfitta dell'Egitto nella guerra dei Sei giorni del 1967 provoca una perdita di consenso del regime laico di Nasser, favorendo così la ripresa dei movimenti di ispirazione religiosa. A partire dal 1969, i Fratelli Musulmani iniziano a prendere le distanze dalle posizioni radicali di Sayyid Quṭb, abbandonando quindi l'ipotesi della lotta armata[senza fonte]. Dopo la morte di Nasser, nel 1970, il nuovo leader egiziano Anwar al-Sādāt sceglie una politica di apertura nei confronti dei movimenti islamisti, anche per contrastare le organizzazioni studentesche di sinistra, senza con questo legalizzare pienamente i Fratelli Musulmani. Questi, anzi, iniziano a perdere consensi tra i militanti più estremisti che si richiamano allo stesso Quṭb, e che dal 1979 torneranno a praticare la lotta armata, fino ad uccidere Sādāt nel 1981, senza che questo porti alla caduta del regime.

Sotto Mubārak[modifica | modifica sorgente]

Solamente con il nuovo leader egiziano Ḥosnī Mubārak, a partire dal 1984, i Fratelli Musulmani potranno partecipare alle elezioni, per quanto non direttamente ma in alleanza con i partiti laici di opposizione, tornano ad espandersi nella società, in particolare tra i professionisti urbani. Da questo momento il gruppo, presente in Parlamento, si troverà in una posizione intermedia tra il regime, che mantiene un controllo autoritario sulla società, e i gruppi islamisti dediti alla lotta armata, che invece i Fratelli Musulmani rifiutano[senza fonte], e la cui presenza rappresenta comunque la principale motivazione con cui Mubārak giustifica le periodiche limitazioni alla piena libertà di movimento dei gruppi di opposizione. Dopo la cacciata di Mubārak i Fratelli Musulmani continuano ad avere un ruolo importante nel panorama religioso e politico del Paese ma non vogliono cavalcare la tigre della rivoluzione, preferendo avere un ruolo più defilato pur assicurando la loro partecipazione alle manifestazioni per la cacciata del tiranno. La loro strategia mira a svolgere un ruolo più sociale che politico, concentrandosi nella "chiamata" (daʿwa) all'Islam dei fedeli che se ne fossero in qualche modo allontanati e nella promozione del ruolo delle donne, dei poveri e dei giovani offrendo assistenza sociale, istruzione e formazione religiosa a persone di ogni ceto e condizione sociale[senza fonte].

La presidenza in Egitto[modifica | modifica sorgente]

Sono emersi subito dopo la rivoluzione del 25 gennaio contrasti tra gli elementi più giovani del movimento e la gerarchia consolidata, che tenderebbero a marginalizzare i primi[6]; la formula usata per definire il ruolo dei giovani è Al-Sam‘ wa al-Tā‘a (ascolta e obbedisci), che non lascia margine di azione ai giovani che sono "centrali per le attività missionarie, caritatevoli e politiche" del movimento[7]. La rivoluzione ha portato comunque benefici alla posizione politica del movimento che prima dell'evento non figurava tra quelli preminenti nella vita del paese, con molti dei suoi dirigenti in carcere ed una mancanza di rappresentatività nel parlamento dopo il loro boicottaggio delle elezioni del 2010 e dopo la caduta di Mubarak, il Partito della Giustizia e della Libertà si è configurato come il braccio politico del movimento[8].

Dopo la caduta di Mubārak causata dalla primavera araba vengono indette nuove elezioni che sanciscono la vittoria di Mohamed Morsi, leader del Partito Libertà e Giustizia, che diventa così il nuovo presidente dell'Egitto. La presidenza di Mohamed Morsi viene interrotta dal colpo di stato militare del 3 luglio 2013, epilogo di proteste popolari [9] e prologo di scontri fra le opposte fazioni egiziane [10].

Lo sgombero della moschea di Al Fatah[modifica | modifica sorgente]

Il 17 agosto 2013, al mattino, c'è stata una trattativa tra militari e Fratelli musulmani per far uscire pacificamente la gran parte di chi si era chiuso nella moschea. Dopo qualche ora, circa 1000 irriducibili sono stati fatti sgomberare e catturati dalla polizia.
La procura del Cairo ha accusato 250 membri della Fratellanza Musulmana di omicidio e di terrorismo.
Il premier Hazem al-Beblawi ha proposto al governo lo scioglimento del gruppo[11].

Personalità[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Burke, pag. 69
  2. ^ Burke, pag. 68
  3. ^ Burke, pag. 70
  4. ^ Burke, pag. 70
  5. ^ Paolo Minganti e Maria Nallino, "The «Muslim Brothers» and the present regime in Egypt", in: Studi in memoria di Paolo Minganti, vol. IX degli Annali della Facoltà di Scienze Politiche di Cagliari, 1983, pp. 21-31.
  6. ^ Mancini, pag. iii (prefazione)
  7. ^ Mancini, p. x (Summary)
  8. ^ Mancini, p. ix (Summary)
  9. ^ Egitto, in atto il colpo di Stato militare. Corriere della Sera. 13 luglio 2013.
  10. ^ Egitto, in un video le atrocità e le torture commesse dai Fratelli musulmani. Il fatto quotidiano. 16 agosto 2013.
  11. ^ 250 membri della Fratellanza Musulmana accusati di omicidio e terrorismo. Corriere della sera. Esteri. 17 agosto 2013.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Gianfranco Brusaporci, "Gli Architetti di Dio. I Fratelli Musulmani in Egitto e la New Christian Right negli Stati Uniti d'America", Cesena, Ponte Vecchio, 2009.
  • Jason Burke, Al Qaeda - La vera storia, Feltrinelli, 2004. ISBN 88-07-17103-1.
  • Massimo Campanini e Karim Mezran, Arcipelago Islam: tradizione, riforma e militanza in età contemporanea, Roma-Bari, Laterza, 2007.
  • Massimo Campanini e Karim Mezran, I Fratelli Musulmani nel mondo contemporaneo, Torino, UTET, 2010.
  • Massimo Introvigne, Dove vanno i Fratelli Musulmani, CESNUR, 2006
  • Jeffrey Martini, Dalia Dassa Kaye, Erin York, The Muslim Brotherhood, Its Youth, and Implications for U.S. Engagement, RAND Corporation, 2012. ISBN 978-0-8330-7709-7.
  • Sayyid Quṭb, Pietre miliari
  • Mohammed Zahid, The Muslim Brotherhood and Egypt's Succession Crisis: The Politics of Liberalisation and Reform in the Middle East, Londra, I.B. Tauris, 2012. ISBN 1-78076-217-8

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]