Fratelli Musulmani

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Se riscontri problemi nella visualizzazione dei caratteri, clicca qui.
Fratelli Musulmani
الإخوان المسلمون
Muslim Brotherhood Emblem.jpg
Leader Muḥammad Badīʿ, ottava Guida della Fratellanza
Stato Newworldmap.svg Internazionale
Fondazione 1928
Sede Il Cairo
Ideologia Conservatorismo,
Islamismo,
Panislamismo,
Qutbiyya,
Antisionismo[senza fonte]
Collocazione Destra
Sito web ikhwanweb.com

I Fratelli Musulmani (in in arabo: جماعة الإخوان المسلمين, Jamaʿat al-Iḫwān al-muslimīn, letteralmente Associazione dei Fratelli Musulmani; spesso solo الإخوان المسلمون, al-Iḫwān al-Muslimūn, Fratelli musulmani, o semplicemente الإخوان al-Iḫwān, i Fratelli) costituiscono una delle più importanti organizzazioni islamiste internazionali con un approccio di tipo politico all'Islam. Furono fondati nel 1928 da al-Ḥasan al-Bannāʾ a Isma'iliyya (Egitto), poco più d'un decennio dopo il collasso dell'Impero Ottomano.

Sono diffusi soprattutto in Egitto (Partito Libertà e Giustizia) e in Palestina (Hamas).

Sono stati dichiarati fuorilegge, in quanto considerati un'organizzazione terroristica, da parte dei governi dei seguenti paesi: Bahrain, Egitto, Russia, Siria, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Tagikistan e Uzbekistan. Godono invece di cospicui finanziamenti e protezione più o meno esplicita da parte del governo del Qatar.[1]

Ideologia[modifica | modifica wikitesto]

I Fratelli musulmani si collocano ideologicamente all'interno della galassia dell'estremismo islamico. Si oppongono alle storiche tendenze alla secolarizzazione e democratizzazione delle nazioni islamiche, in favore di un'osservanza da essi ritenuta più ligia ai precetti del Corano. Rifiutano il più possibile l'influenza occidentale e inoltre il Sufismo più estremo. Loro campi d'azione sono i settori della politica tradizionale, dell'insegnamento, della sanità e delle attività sociali in genere, oltre l'organizzazione di incontri di preghiera e di spiritualità.

Il manifesto del movimento, Pietre miliari, venne scritto da Sayyid Quṭb in carcere dopo il suo arresto nel 1954 e fra i vari passi cita:

« La comunità musulmana deve essere riportata alla sua forma originaria ... oggi è sepolta tra i detriti delle tradizioni artificiali di diverse generazioni ed è schiacciata sotto il peso di quelle false leggi ed usanze che non hanno ... niente a che fare con gli insegnamenti islamici.[2] »

Qutb morì impiccato nel 1966 ed è ritenuto uno dei maggiori ideologi dell'islamismo politico sunnita[3], che sosteneva la necessità di un ritorno "alla pura fonte del Corano", inquinata dalla barbarie, jahillyya, ribellione alla sovranità di Allah sulla terra[4]. Qutb accomuna marxismo e capitalismo nell'obiettivo della "umiliazione dell'uomo comune" e teorizzò la necessità che "un'avanguardia deve mettersi in marcia attraverso il vasto oceano della jaillyya che cinge il mondo"[5].

Il motto dell'organizzazione è: "Dio è il nostro obiettivo. Il Profeta è il nostro capo. Il Corano è la nostra legge. Il jihad è la nostra via. Morire nella via di Dio è la nostra suprema speranza"

I Fratelli Musulmani costituiscono in Egitto una formazione politica che si richiama al dovere di fedeltà ai valori islamici tradizionali e uno dei temi maggiormente dibattuto al suo interno è quello del jihād, inteso nel senso di "doveroso impegno".

Il loro impegno si esprime talvolta con iniziative di legge parlamentare e in altre occasioni tramite "fatāwā" (pl. di fatwa) emesse da alcuni suoi appartenenti e destinate a indicare ai fedeli quale sia il prescritto modo di comportarsi.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

La nascita del movimento[modifica | modifica wikitesto]

Il movimento fu fondato nel marzo del 1928 da al-Ḥasan al-Bannāʾ, un insegnante egiziano operante a Ismailia, sulle rive del Canale di Suez. La nascita dei Fratelli musulmani si collocava nel quadro di un risveglio culturale e religioso che, nei primi decenni del XX secolo, reagiva all'occidentalizzazione della società islamica. L'intento del fondatore era di promuovere la dignità e il riscatto dei lavoratori arabi egiziani, nella zona del Canale di Suez; di seguire l'etica e la concezione civica proposta dall'Islam; il tutto ottenuto con l'educazione delle persone agli insegnamenti islamici della solidarietà e dell'altruismo nella vita quotidiana.

Il ruolo politico[modifica | modifica wikitesto]

L'organizzazione crebbe velocemente fino a diventare un soggetto politico dal largo seguito, che sposò la causa delle classi in difficoltà e giocò un ruolo preminente nel movimento nazionalista egiziano. Essa promuoveva inoltre una concezione dell'Islam che coniugasse tradizione e modernità.

La diffusione del movimento si accompagnò con le istanze di islamizzazione delle società, seguendo due vie principali:

  • la diffusione dall'alto attraverso la presenza all'interno del potere politico;
  • una via neo-tradizionalista con uno sviluppo dal basso a partire da nuclei dalla forte islamizzazione, coagulati solitamente intorno alle moschee.

Degna di nota è la dichiarazione rilasciata pubblicamente nel 1942 da al-Bannāʾ in cui si affermava la condivisione da parte del movimento del programma wafdista, cui esso garantiva tutto il proprio appoggio.[6]

La repressione di Nasser[modifica | modifica wikitesto]

Gamāl ʿAbd al-Nāser, Presidente (raʾīs) egiziano, fece sciogliere l'associazione e fece arrestare, torturare e giustiziare un numero imprecisato di militanti (secondo i Fratelli Musulmani alcune decine di migliaia) a causa della loro implacabile ostilità al progetto nasseriano di cambiamento della società egiziana. Una seconda ondata di repressione, dopo un fallito attentato alla vita del raʾīs egiziano, li colpì verso la metà degli anni sessanta, quando molti dirigenti del movimento, fra cui appunto Sayyid Quṭb, furono impiccati.

Dopo la guerra dei Sei giorni[modifica | modifica wikitesto]

La sconfitta dell'Egitto nella guerra dei Sei giorni del 1967 provoca una perdita di consenso del regime laico di Nasser, favorendo così la ripresa dei movimenti di ispirazione religiosa. Il movimento - che aveva ufficialmente rinunciato alla violenza politica nel 1949, al termine di un periodo di notevole tensione politica, finita con l'assassinio del Primo ministro Mahmud al-Nuqrashi Pascià per opera di un giovane studente di Veterinaria, membro della Fratellanza[7] - a partire dal 1969, inizia a prendere le distanze dalle posizioni radicali di Sayyid Quṭb. Dopo la morte di Nasser nel 1970, il nuovo leader egiziano Anwar al-Sādāt sceglie una politica di apertura nei confronti dei movimenti islamisti, anche per contrastare le organizzazioni studentesche di sinistra, senza con questo legalizzare pienamente i Fratelli Musulmani. Questi, anzi, iniziano a perdere consensi tra i militanti più estremisti che si richiamano allo stesso Quṭb, e che dal 1979 torneranno con una loro fazione minoritaria estremista sviluppata nelle forze armate, grazie a Shukri Mustafa, a praticare la lotta armata, fino ad assassinare Sādāt nel 1981 nel corso di una parata militare, senza che questo porti peraltro alla caduta del regime.

Sotto Mubārak[modifica | modifica wikitesto]

Solamente con il nuovo leader egiziano Ḥosnī Mubārak, a partire dal 1984, i Fratelli Musulmani potranno partecipare alle elezioni, per quanto non direttamente ma in alleanza con i partiti laici di opposizione, tornano ad espandersi nella società, in particolare tra i professionisti urbani. Da questo momento il gruppo, presente in Parlamento, si troverà in una posizione intermedia tra il regime, che mantiene un controllo autoritario sulla società, e i gruppi islamisti dediti alla lotta armata, che invece i Fratelli Musulmani rifiutano nella sua veste di jihad, e la cui presenza rappresenta comunque la principale motivazione con cui Mubārak giustifica le periodiche limitazioni alla piena libertà di movimento dei gruppi di opposizione. La loro strategia mirerà dunque a svolgere un ruolo più sociale che politico, concentrandosi nella "chiamata" (daʿwa) all'Islam dei fedeli che se ne fossero in qualche modo allontanati e nella promozione del ruolo delle donne, dei poveri e dei giovani offrendo assistenza sociale, istruzione e formazione religiosa a persone di ogni ceto e condizione sociale.[8] [9] [10]

La presidenza in Egitto[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la caduta di Mubārak nel 2011 causata da imponenti proteste popolari (a cui peraltro i Fratelli Musulmani partecipano in modo abbastanza defilato), vengono indette nel 2012 nuove elezioni che sanciscono la vittoria di Mohamed Morsi, leader del neocostituito Partito Libertà e Giustizia, che diventa così il nuovo presidente dell'Egitto[11]. Tuttavia, Morsi si dimostra ben presto incapace di far fronte alla disastrosa situazione economica egiziana e si rende colpevole della strisciante islamizzazione del Paese verso la shari'a. La presidenza di Mohamed Morsi viene bruscamente interrotta nel luglio 2013 dal colpo di Stato militare guidato dal gen. ʿAbd al-Fattāḥ al-Sīsī, quale epilogo di proteste popolari[12] e prologo di scontri fra le opposte fazioni egiziane[13].

Lo sgombero della moschea di Al Fatah[modifica | modifica wikitesto]

Il 17 agosto 2013, al mattino, c'è stata una trattativa tra militari e Fratelli musulmani per far uscire pacificamente la gran parte di chi si era chiuso nella moschea. Dopo qualche ora, circa 1000 irriducibili sono stati fatti sgomberare e catturati dalla polizia.
La procura del Cairo ha accusato 250 membri della Fratellanza Musulmana di omicidio e di terrorismo.
Il premier Hazem al-Beblawi ha proposto al governo lo scioglimento del gruppo[14], proposta a cui segue l'annuncio dell'arresto del leader dell'organizzazione Muḥammad Badīʿ[15]. Lo scioglimento viene ufficializzato nel dicembre 2013[16].

La repressione di al-Sisi[modifica | modifica wikitesto]

ʿAbd al-Fattāḥ al-Sīsī, Presidente (raʾīs) egiziano nonché autore del colpo di Stato anti-Morsi, ha lanciato a partire dal 2013 una spietata campagna repressiva contro l'organizzazione, tramite arresti arbitrari[17], torture ed esecuzioni di massa (si stima che il regime di al-Sīsī abbia ucciso oltre 2.500 manifestanti appartenenti ai Fratelli Musulmani e ne abbia imprigionato più di 20mila), al fine di stroncarne ogni residua forma di dissenso. Nei primi mesi del 2014 circa 1200 sostenitori e dirigenti del movimento, fra cui lo stesso Muḥammad Badīʿ, sono stati condannati a morte[18].

Personalità[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ [1] Articolo dello statunitense The Washington Post sui legami fra Qatar e Fratellanza
  2. ^ Burke, pag. 69.
  3. ^ Burke, pag. 68.
  4. ^ Burke, pag. 70.
  5. ^ Burke, pag. 70.
  6. ^ Paolo Minganti e Maria Nallino, "The «Muslim Brothers» and the present regime in Egypt", in: Studi in memoria di Paolo Minganti, vol. IX degli Annali della Facoltà di Scienze Politiche di Cagliari, 1983, pp. 21-31.
  7. ^ Mitchell, Richard Paul, The Society of the Muslim Brothers, Oxford University Press, 1993, pp. 68–69; Lia, Brynjar, The Society of the Muslim Brothers in Egypt: The Rise of an Islamic Mass Movement 1928–1942, Ithaca Press, 2006. p. 53
  8. ^ Egypt's Muslim Brotherhood Flexes Potent Political Force| 14 September 2011
  9. ^ EGYPT: Social programmes bolster appeal of Muslim Brotherhood, IRIN, 22 February 2006
  10. ^ Nadine Farag, Between Piety and Politics: Social Services and the Muslim Brotherhood, PBS
  11. ^ Egitto, Morsi è il nuovo presidenteEsplosione di gioia in piazza Tahrir, lastampa.it, 24 giugno 2012. URL consultato il 24 agosto 2014.
  12. ^ Egitto, sospesa la Costituzione, «Il presidente Morsi è stato destituito», corriere.it, 3 luglio 2013. URL consultato il 24 agosto 2014.
  13. ^ Egitto, in un video le atrocità e le torture commesse dai Fratelli musulmani, ilfattoquotidiano.it, 16 agosto 2013. URL consultato il 24 agosto 2014.
  14. ^ 250 membri della Fratellanza Musulmana accusati di omicidio e terrorismo, corriere.it, 17 agosto 2013. URL consultato il 24 agosto 2014.
  15. ^ Egitto, arrestato leader dei Fratelli Musulmani. Nuove manifestazioni, ucciso un giornalista, repubblica.it, 20 agosto 2013. URL consultato il 24 agosto 2014.
  16. ^ I Fratelli Musulmani in Egitto ora sono illegali, ilpost.it, 23 settembre 2013. URL consultato il 24 agosto 2014.
  17. ^ Egitto, Ban Ki-moon: Liberare Morsi, stop ad arresti arbitrari, lapresse.it, 26 luglio 2013. URL consultato il 24 agosto 2014.
  18. ^ Egitto, 1200 condanne a morte in un mese, articolo21.org, 28 aprile 2014. URL consultato il 24 agosto 2014.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Patrizia Manduchi. Questo mondo non è un luogo per ricompense. Vita e opere di Sayyid Qutb, martire dei Fratelli musulmani, Aracne, Roma 2009
  • Gianfranco Brusaporci, "Gli Architetti di Dio. I Fratelli Musulmani in Egitto e la New Christian Right negli Stati Uniti d'America", Cesena, Ponte Vecchio, 2009.
  • Jason Burke, Al Qaeda - La vera storia, Feltrinelli, 2004, ISBN 88-07-17103-1.
  • Massimo Campanini e Karim Mezran, Arcipelago Islam: tradizione, riforma e militanza in età contemporanea, Roma-Bari, Laterza, 2007.
  • Massimo Campanini e Karim Mezran, I Fratelli Musulmani nel mondo contemporaneo, Torino, UTET, 2010.
  • Massimo Introvigne, Dove vanno i Fratelli Musulmani, CESNUR, 2006
  • Jeffrey Martini, Dalia Dassa Kaye, Erin York, The Muslim Brotherhood, Its Youth, and Implications for U.S. Engagement, RAND Corporation, 2012, ISBN 978-0-8330-7709-7.
  • Sayyid Quṭb, Pietre miliari
  • Mohammed Zahid, The Muslim Brotherhood and Egypt's Succession Crisis: The Politics of Liberalisation and Reform in the Middle East, Londra, I.B. Tauris, 2012. ISBN 1-78076-217-8

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]