Amin al-Husseini

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Muhammad Amīn al-Husaynī

Muhammad Amīn al-Husaynī (Gerusalemme, 1895 circa – Beirut, 4 luglio 1974) Gran Muftī di Gerusalemme, è stato uno dei principali leader nazionalisti arabi radicali degli anni trenta, è indicato anche come un precursore del fondamentalismo islamico, malgrado i suoi lavori non abbiano mai inteso coinvolgere aspetti regolati dalla teologia islamica. Noto per il suo implacabile odio verso gli ebrei che immigravano in Palestina, Muḥammad Amīn al-Ḥusaynī (in arabo: ﻣﺤﻤﺪ أمين الحسيني[1]) combatté la prospettiva dell'instaurazione di uno Stato ebraico nel territorio mandatario britannico in Palestina e sostenne la creazione di uno Stato islamico in sua vece. A tal fine, al-Husaynī non esitò a cercare il sostegno della Germania nazista e dell'Italia fascista, collaborando in seguito attivamente con la prima durante la seconda guerra mondiale, facilitando ad esempio il reclutamento di musulmani nelle formazioni internazionali delle Waffen-SS ed in quelle del Regio Esercito italiano. Contrariamente a quanto sovente sostenuto, l'ascesa religiosa e politica di al-Husaynī fu contrastata già a partire dall'inizio degli anni Venti da una parte consistente della società arabo-palestinese [2]

Gioventù[modifica | modifica sorgente]

Ḥājjī Amīn nacque a Gerusalemme nel 1895[3], in una delle due famiglie-clan più potenti della città, gli Husaynī. Si recò al Cairo per studiare, ma all'Università non terminò neanche un corso di studi[4]. Fu allievo di Rashīd Riḍā (1865-1935), teorizzatore della rinascita islamica oggi praticata da tutti i movimenti fondamentalisti: ostilità all'Occidente, rigido rispetto della shari'a, antisionismo radicale, rivalutazione del jihad come primo dovere del musulmano [5]. Nella capitale egiziana al-Husaynī fondò un'associazione antisionista.

Al-Ḥusaynī si diplomò nella Scuola di amministrazione di Istanbul. In tutta la sua vita, l'unica qualifica religiosa che ottenne fu quella di Ḥāğğī, che peraltro è ottenibile da qualunque musulmano che si rechi nella città santa dell'islam. Ḥāğğī, infatti, significa pellegrino ed al-Ḥusaynī all'età di 18 anni (1913), fece il suo primo pellegrinaggio alla Mecca.

Con lo scoppio della Prima guerra mondiale nel 1914, al-Ḥusaynī fu arruolato nell'esercito ottomano; gli fu attribuito il brevetto di ufficiale di artiglieria, venendo assegnato alla 47ª Brigata, stazionata dentro e intorno alla città, a maggioranza greco-cristiana, di Smirne. Fu coinvolto nel genocidio armeno, che si perpetrò tra gli anni 1915 e 1916[6]. Nel novembre 1916, al-Ḥusayni lasciò l'esercito ottomano per un congedo ospedaliero di tre mesi e tornò a Gerusalemme, dove rimase fino alla fine della guerra.

L'11 dicembre 1917 vide le truppe britanniche entrare in città. Come soldato dell'esercito ottomano era stato nemico di Londra, ma ora capì che i tempi erano cambiati. Dopo la conquista britannica della Palestina e della Siria nel 1918, s'impiegò in vari uffici dell'amministrazione militare britannica a Gerusalemme e a Damasco; fu anche incaricato del reclutamento di soldati per l'esercito dell'emiro Fayṣal, futuro sovrano del Regno dell'Iraq.

Nel 1919 al-Ḥusaynī raggiunse il Congresso siro-palestinese convocato a Damasco, dove egli sostenne Fayṣal affinché assumesse la corona della Siria. Quell'anno, al-Ḥusaynī aderì (forse contribuì a fondare) la società segreta araba al-Nādī al-ʿArabī (Il circolo arabo) a Gerusalemme e scrisse alcuni articoli per il primo nuovo quotidiano creato in Palestina, Sūriya al-Janūbiyya (Siria Meridionale). Il giornale fu pubblicato a Gerusalemme a partire dal settembre 1919 ad opera del giurista Muḥammad Ḥasan al-Budayrī, e fu diretto da ʿĀrif al-ʿĀrif, entrambi importanti membri dell'al-Nādī al-ʿArabī.

Fino alla fine del 1921, al-Husaynī focalizzò i suoi sforzi sul progetto del Panarabismo e della Grande Siria in particolare immaginando la Palestina come una provincia meridionale di uno Stato arabo con capitale Damasco. La Grande Siria prevedeva la creazione di un'entità che radunasse i territori oggi occupati da Siria, Libano, Giordania e Israele. La lotta per la Grande Siria si esaurì bruscamente dopo che la Gran Bretagna cedette nel luglio 1920 il controllo alla Francia su quelli che attualmente sono la Siria e il Libano, in accordo con gli Accordi Sykes-Picot. L'esercito francese entrò a Damasco a quel tempo, piegò la resistenza armata araba nella battaglia di Maysalūn e rovesciò re Fayṣal, mettendo così fine al progetto della Grande Siria.

Dopo di ciò, al-Ḥusaynī dedicò i suoi sforzi, abbandonando il disegno del Panarabismo filo-siriano, a favore di un'ideologia specificamente palestinese, centrata su Gerusalemme, che prevedeva l'espulsione degli ebrei e degli stranieri dalla Palestina, restaurando così una sostanziale Dār al-Islām, cioè un territorio in cui vigesse la legge islamica.

Amīn al-Ḥusaynī leader della rivolta araba[modifica | modifica sorgente]

Amīn al-Ḥusaynī emerse ben presto come principale organizzatore delle rivolte nei territori amministrati dai britannici. Il suo scopo fu incitare all'odio tra ebrei e musulmani. Avviò una campagna di diffamazione contro i leader islamici locali, che lo denunciarono alle autorità britanniche come teppista ignorante[7]. La sua prima azione ebbe luogo durante l'annuale processione in onore del profeta Mosè (Nabī Mūsā) a Gerusalemme il 4 aprile 1920. Quel giorno vari oratori denunciarono la Dichiarazione Balfour (1917) come un tradimento patito dagli arabi ad opera dei britannici. Il discorso di al-Ḥusaynī fu improntato ad esortare i musulmani a coalizzarsi, per creare uno Stato islamico in Siria e Palestina.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Moti palestinesi del 1920.

La processione si trasformò in una violenta dimostrazione; ne seguì l'assalto al quartiere ebraico e nei disordini che seguirono, 5 ebrei furono uccisi e 211 feriti e gli arabi uccisi furono 4. Al-Husaynī venne condannato a 10 anni di prigione, ma in contumacia, visto che si era sottratto alla cattura scappando a Damasco, via Transgiordania.

Nel 1921 l'amministrazione militare britannica di Palestina fu sostituita da un governo civile, su mandato della Lega delle Nazioni. Proprio quell'anno morì il Muftī (primo magistrato) di Gerusalemme. Era un Ḥusaynī, precisamente un cugino di Amīn. L'Alto commissario britannico, Herbert Samuel, decise di graziare Amīn al-Ḥusaynī e ʿĀref al-ʿĀref. Il provvedimento fu emanato ad hoc, poiché c'era già stata in precedenza un'amnistia generale, ma i due ne erano stati esclusi poiché al momento dell'emanazione si erano dati alla macchia. Dovendo nominare il nuovo Muftì, l'Alto commissario decise di seguire la tradizione.

Durante la dominazione ottomana la procedura era stata la seguente: la nomina del Muftī spettava al califfo, detentore del potere temporale. Egli sceglieva tra una rosa di tre nomi proposta dai religiosi (ʿulamāʾ) e da notabili locali. Quando Londra conquistò la Palestina, il potere temporale fu assegnato ad un Alto commissario. Ciò condusse alla situazione del tutto eccezionale in cui un ebreo, Herbert Samuel, doveva scegliere il Muftī. La sola differenza rispetto alla tradizione fu che la rosa era cinque candidati invece di tre.

Ma Amīn al-Ḥusaynī era giunto solo in quarta posizione. L'elezione fu quindi manipolata da Samuel[4], che pensò di cooptare al potere il radicalismo. A dimostrazione dell'errore grossolano in cui incorse Samuel, la stessa comunità musulmana protestò contro la sua nomina poiché al-Husaynī non aveva ricevuto una formazione religiosa adeguata. Non era né uno shaykh (nel senso di personalità autorevole) né ʿālim (sapiente in materia religiosa), quindi non era adatto per la carica. Alcuni storici affermano, in modo inesatto, che al-Ḥusaynī s'impadronì del potere. Di certo, al-Ḥusaynī fu eletto contro il parere dei musulmani del luogo[7].

Con la nomina a nuovo Muftī (8 maggio 1921), al-Ḥusaynī ebbe accesso a risorse finanziarie notevoli, che si calcolano in 200.000 sterline britanniche all'anno[4].

Gran Muftī di Gerusalemme[modifica | modifica sorgente]

Nel 1921 i britannici istituirono il Consiglio supremo islamico, per amministrare:

  • i beni Waqf, beni attribuiti alle fondazioni religiose, di per sé inalienabili, che rendevano ogni anno decine di migliaia di sterline britanniche,
  • i fondi destinati ad accudire gli orfani, che annualmente ammontavano a circa 50.000 sterline,
  • le corti giudiziarie islamiche sciaraitiche in Palestina. Queste corti, fra gli altri poteri, avevano quello della nomina degli insegnanti e dei predicatori (khatīb) che pronunciavano, allora come oggi, l'allocuzione (khutba) del venerdì nelle moschee.

L'anno seguente i britannici scelsero al-Ḥusaynī come Presidente del neo-costituito Consiglio. La carica durava solo 5 anni, ma al-Ḥusaynī, una volta assurto al potere, non lo lasciò più. Intimidì i possibili pretendenti alla sua successione. Come Muftī lanciò in tutto l'islam una campagna di raccolta fondi per abbellire e restaurare la moschea nota come Cupola della Roccia, a Gerusalemme. La cupola venne rivestita d'oro e il panorama della Spianata del tempio fu così notevolmente modificato.

Ma l'iniziativa di al-Ḥusaynī aveva anche un fine politico: far sì che Gerusalemme aumentasse di importanza come città santa agli occhi del mondo arabo. Nello stesso periodo il Muftī dimostrò la sua contrarietà per l'opera di laicizzazione eseguita da Atatürk in Turchia. Al-Husaynī voleva invece lo Stato islamico; si ripromise di combattere tutti i musulmani laici[8].

Nel 1928 venne fondata in Egitto l'organizzazione nota come Fratelli musulmani. Al-Ḥusaynī entrò subito a farne parte, condividendone il programma. I Fratelli musulmani predicano l'Islam wahhabita, che giustifica l'utilizzo della violenza al fine depurare il mondo musulmano dagli elementi non islamici. Progettano un impero panislamico, governato dalla shari'a.

Al-Ḥusaynī si dimostrò un infaticabile promotore della jihad (guerra doverosa) contro i britannici e altre potenze non islamiche, considerate, a ragione od a torto, oppressive dei popoli musulmani. La sua strategia prevedeva lo scontro frontale con il sionismo e la realizzazione di un regno islamico dall'Egitto all'Iran[9]

L'occasione tanto attesa per lo scontro aperto si manifestò nel 1929. Al-Ḥusaynī diffuse false voci per fomentare l'odio dei musulmani contro gli ebrei. La comunità ebraica di Hebron, che conviveva pacificamente con i musulmani da 2.000 anni, venne massacrata.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Massacro di Hebron del 1929.

L'Agenzia Ebraica lo accusò di essere responsabile per aver incitato alla violenza, ma la commissione d'inchiesta, presieduta da Walter Shaw, concluse che non è stata stabilita alcuna connessione fra il Muftī e l'opera di chi, ben noto o che si pensa sia stato coinvolto nell'agitazione o nell'incitamento [alla violenza]. Dopo che i disordini esplosero, il Muftī cooperò col Governo nei suoi sforzi di restaurare la pace e di prevenire l'estensione dei disordini.

Negli anni successivi al-Ḥusaynī consolidò la sua leadership anche sul piano internazionale. Nel dicembre 1931 fondò, insieme con un altro musulmano fondamentalista, Shawkat ʿAlī, il Congresso Islamico Mondiale, per la tutela dei Luoghi Santi dell'Islam. Ben 130 delegati da tutti i Paesi musulmani accolsero il suo programma e lo nominarono presidente, attribuendogli una caratura mondiale.

Dai Fratelli musulmani al Terzo Reich[modifica | modifica sorgente]

I britannici inizialmente bilanciarono i seggi al Consiglio Supremo Islamico spartendoli tra i sostenitori degli Ḥusaynī (noti come majlisiyya, o sostenitori del Consiglio) ed i loro antagonisti, la famiglia Nashāshībī e i suoi clan alleati (noti come muʿāraḍa, l'opposizione)[10]. Seguendo questo criterio il sindaco di Gerusalemme, Mūsā al-Ḥusaynī, fu sostituito con Rāghib al-Nashāshībī. Durante la maggior parte del periodo mandatario britannico in Palestina, i litigi fra i due gruppi e le due famiglie minarono seriamente ogni sforzo unitario palestinese. Nel 1936 però, essi giunsero a un accordo allorché tutti i gruppi palestinesi si unirono per creare un organo esecutivo permanente, noto come Alto Comitato Arabo, sotto la presidenza di al-Ḥusaynī.

Nel 1936 Amīn al-Ḥusaynī fu di nuovo responsabile di una sollevazione. Il 19 aprile scoppiò in Palestina una ribellione araba.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Grande Rivolta Araba.

Subito la rivolta si allargò all'intero Paese, apertamente e ufficialmente condotta dal Muftī e dal suo Alto comitato arabo, fondato una settimana dopo che la ribellione s'era manifestata. Il Comitato, col Muftī che lo presiedeva, proclamò uno sciopero generale tra gli arabi (che durò ben 175 giorni) e incitò al non pagamento delle tasse e al rovesciamento delle amministrazioni comunali. In più, il Comitato chiese la fine dell'immigrazione ebraica, il divieto di vendita delle terre agli ebrei e l'indipendenza nazionale. Colonie ebraiche, kibbutzim e quartieri urbani divennero bersagli per i cecchini arabi, per le loro bombe e le altre attività armate e terroristiche.

Al-Ḥusaynī organizzò anche squadre omicide che colpirono le autorità locali. Applicarono il metodo dello sterminio sistematico contro ogni arabo sospettato di difettare dalla totale adesione al progetto dei Fratelli musulmani[11]. Nello stesso tempo diffuse la sua propaganda.

Il Muftī teorizzò che ogni elemento non islamico era una minaccia al progetto panislamista. Molti leader palestinesi, sia cristiani che musulmani, sia laici che religiosi, vennero assassinati per aver protestato contro il terrore islamico di al-Ḥusaynī. Tra il 1936 e il 1938 al-Ḥusaynī fece assassinare:

  • lo shaykh Dāwūd al-Ansārī (imam della Moschea al-Aqsa);
  • lo shaykh ʿAlī Nūr al-Khatīb (Moschea al-Aqsa);
  • lo shaykh Nusaybī ʿAbd al-Raḥīm (Consiglio delle Corti religiose islamiche);
  • lo shaykh ʿAbd al-Badawī (San Giovanni d'Acri);
  • lo shaykh al-Namūrī (Hebron);
  • Naṣr al-Dīn Naṣr (sindaco di Hebron).
  • Nel 1941 fece uccidere il suo più grande avversario politico, Rāghib Nashāshībī, raggiunto da un sicario a Baghdad.

Tra il 1937 e il 1938 undici Mukhtār (capi di comunità) e le loro intere famiglie vennero trucidati dagli uomini di al-Ḥusaynī.

Nel luglio 1937 al-Ḥusaynī fu raggiunto da un mandato di cattura della polizia britannica per il ruolo svolto nella ribellione araba, ma grazie a una soffiata scampò alla cattura e si nascose all'interno del Haram (la Spianata sacra delle moschee), dove i britannici pensavano fosse sconsigliabile arrestarlo. In settembre fu rimosso dalla presidenza del Consiglio Supremo Islamico e l'Alto Comitato Arabo fu dichiarato illegale. In ottobre al-Ḥusaynī fuggì in Libano e qui ricostituì il Comitato. Conservò l'appoggio della maggioranza degli arabi palestinesi e usò il suo potere per vendicarsi con i Nashāshībī. Rimase in Libano per due anni, ma le sue relazioni progressivamente deteriorate con la Francia e le autorità siriane lo portarono in Iraq nell'ottobre del 1939.

La ribellione fu definitivamente sedata dalle truppe britanniche nel 1939. Ma ora Londra doveva vincere la pace. La turbolenza sociale che aveva scosso per anni la Palestina convinse i sudditi di Sua Maestà a cambiare la propria politica. La nuova linea venne illustrata in un Libro bianco, in cui il governo britannico rinunciava a costituire uno Stato ebraico in Palestina. In più, l'immigrazione ebraica venne contingentata: fino al 1944 sarebbero stati consentiti non più di 75.000 ingressi. Negli anni successivi, i nuovi arrivi sarebbero dipesi dal consenso arabo. Nonostante i britannici gli avessero offerto tutta la Palestina, al-Ḥusaynī rigettò la nuova politica di Londra, perché esigeva che l'immigrazione cessasse del tutto, non tollerando la presenza di ebrei accanto agli arabi.

I legami con fascismo e nazismo[modifica | modifica sorgente]

Anteguerra[modifica | modifica sorgente]

Il disegno strategico di Amīn al-Ḥusaynī vedeva gli arabi riuniti conquistare compatti i territori dalla Palestina alla Mesopotamia. La Gran Bretagna però si opponeva al loro progetto. Il Muftī riuscì a coinvolgere Berlino e Roma nella sua causa attraverso due argomenti forti: 1) l'antisemitismo; 2) il petrolio iracheno[12].

Il 31 marzo 1933, a poche settimane dall'ascesa al potere di Adolf Hitler in Germania, al-Ḥusaynī inviò un telegramma a Berlino indirizzato al Console generale tedesco a Gerusalemme, offrendo la sua collaborazione al Terzo Reich:

« I musulmani dentro e fuori la Palestina danno il benvenuto al nuovo regime tedesco e si augurano che il sistema di governo fascista ed antidemocratico si affermi in altri Paesi »

L'offerta di al-Ḥusaynī fu inizialmente respinta, perché la Germania non voleva deteriorare le relazioni anglo-tedesche alleandosi con un esponente anti-britannico. Però, un mese più tardi, al-Ḥusaynī incontrò in segreto il Console generale tedesco Karl Wolff in una località vicino al Mar Morto: espresse la sua approvazione nei confronti di un boicottaggio antiebraico in Germania e gli chiese di fermare l'emigrazione di ebrei tedeschi in Palestina. Pochi mesi dopo, gli assistenti del Muftī avvicinarono Wolff, chiedendo il suo aiuto per la creazione di un partito nazionalsocialista arabo in Palestina. Wolff e i suoi superiori declinarono la proposta sia perché non volevano invadere la sfera d'influenza britannica, sia perché i nazisti desideravano la prosecuzione dell'immigrazione ebraica in Palestina, sia, infine, perché a quel tempo il partito nazista era stato limitato solo ai tedeschi che parlavano ariano.

Sempre nel 1933, al-Ḥusaynī prese contatti con il console italiano a Gerusalemme, Mariano De Angelis. Benito Mussolini accolse con favore la proposta di stringere rapporti organici con il Congresso islamico mondiale e, nel 1934, invitò il Muftī ad Asmara, ospite del governatore dell'Eritrea. Constatate le disponibilità italiane, al-Ḥusaynī ottenne un prestito di oltre 130.000 sterline.

Nel 1936 al-Ḥusaynī ricevette la prima visita di François Genoud, personaggio che in seguito divenne noto come il banchiere svizzero di Hitler. I rapporti tra i due continuarono fino agli anni sessanta. Il 21 luglio 1937, al-Ḥusaynī fece visita dal nuovo Console Generale tedesco a Gerusalemme, Hans Döhle. A lui ripeté il suo antico sostegno alla Germania e gli disse che intendeva conoscere quale appoggio il Terzo Reich era intenzionato a garantire al movimento arabo contro gli ebrei. Più tardi egli stesso inviò un agente e un suo personale rappresentante a Berlino per discutere con i capi nazisti.

Tra settembre ed ottobre di quell'anno al-Ḥusaynī e l'intero Alto comitato arabo si recarono in Libano. Poi, giunti in Iraq, progettarono un colpo di stato per rovesciare il Paese e consegnarlo alle Potenze dell'Asse. Nel 1938 l'offerta di al-Husaynī fu accolta. A partire da agosto, al-Ḥusaynī cominciò a ricevere aiuto finanziario e un consistente carico d'armi, nonché rifornimenti dal Partito nazista e dalle istituzioni del regime hitleriano (Judenreferat, Unità Ebrei) e dall'Italia fascista. Da Berlino, al-Ḥusaynī avrebbe svolto un ruolo significativo nella politica inter-araba. Nel solo 1938, sotto il suo comando, furono assassinati più di 800 ebrei.[13]

Nel 1940 Galeazzo Ciano, Ministro degli Esteri dell'Italia, affermò che il regime fascista stava finanziando al-Ḥusaynī da diversi anni, così come i servizi segreti tedeschi. Ciano dichiarò che, senza il loro sostegno finanziario, la ribellione araba contro il governo britannico in Palestina non sarebbe durata così a lungo[4]. Nel maggio dello stesso anno, il Ministero degli Esteri di Londra declinò una proposta formulata dal presidente del Vaad Leumi (Consiglio Nazionale Ebraico in Palestina) che voleva assumersi l'incarico di assassinare al-Ḥusaynī, ma nel novembre di quell'anno Winston Churchill approvò il piano.

Nel maggio del 1941, numerosi appartenenti dell'Irgun (un gruppo paramilitare ebraico), fra cui il suo primo leader, David Raziel, vennero liberati dal carcere e fuggirono alla volta dell'Iraq per una missione segreta che, secondo le fonti britanniche, includeva un piano per catturare od uccidere il Muftī. Secondo la versione fornita dall'Irgun, esso fu avvicinato dai britannici per un'azione di sabotaggio, alla quale fu aggiunto l'incarico di catturare il Muftī, come condizione per garantire il sostegno britannico all'organizzazione. La missione fu abbandonata allorché Raziel fu ucciso durante un attacco aereo tedesco.[14]

L'alleanza col nazifascismo: 1941-1945[modifica | modifica sorgente]

Nel Vicino Oriente: jihad a fianco dei nazisti[modifica | modifica sorgente]

Nell'aprile del 1941 il cosiddetto Quadrato d'oro, - un gruppo di quattro generali dell'esercito iracheno favorevoli all'asse italo-tedesco[15], presieduto da Rashīd ʿAli al-Kaylānī (o al-Ǧīlānī), fece deporre con un colpo di Stato in Iraq il Primo ministro filo-britannico Nūrī al-Saʿīd. Il 10 maggio al-Ḥusaynī dichiarò il jihad contro la Gran Bretagna. Il messaggio fu diffuso dalle emittenti radiofoniche dell'Iraq e dell'Asse. Ma il piano fallì: in 40 giorni le truppe britanniche ripresero il controllo dell'Iraq, nonostante gli aiuti (del tutto insufficienti) provenienti da Germania e Italia.

Al-Ḥusaynī fu aiutato dai fascisti a fuggire in Persia, che gli procurarono un passaporto diplomatico intestato al signor Rossi Giuseppe[16]. Poi, accompagnato da Fawzī al-Qāwuqjī, giunse in Europa, via Turchia. Sbarcò a Bari in ottobre, accolto festosamente dalle autorità fasciste, e incontrò Benito Mussolini il 27 ottobre 1941. In Germania (incontrò Hitler il 28 novembre) pronunciò discorsi in cui si dichiarò filonazista; fece pressioni sul regime per impedire che gli ebrei tedeschi potessero rifugiarsi in Palestina.

Nell'Europa occupata dai nazisti[modifica | modifica sorgente]

Al suo arrivo in Europa, al-Ḥusaynī incontrò il ministro degli Esteri tedesco, Joachim von Ribbentrop il 20 novembre 1941 e fu ricevuto ufficialmente da Adolf Hitler il 28 novembre 1941 a Berlino. Il Gran Muftī stabilì il suo quartier generale nella capitale tedesca, dove visse fino alla fine della guerra. Al-Ḥusaynī chiese subito a Hitler una dichiarazione ufficiale di riconoscimento e simpatia nei confronti delle lotte arabe per l'indipendenza e la liberazione e nel contempo la distruzione di tutte le possibili forme di insediamento ebraico in Palestina.

In precedenza, al-Ḥusaynī sottopose al governo tedesco una bozza per ognuna di queste dichiarazioni, contenenti una clausola:

La Germania e l'Italia riconoscono il diritto dei Paesi arabi a risolvere la questione dell'elemento ebraico che esistono in Palestina e in altri Paesi arabi, come richiesto dagli interessi nazionali ed etnici (völkisch) degli Arabi, e che la questione ebraica sarà risolta in Germania e Italia.[17]

Hitler rifiutò di fare qualsiasi dichiarazione pubblica ma "fece la seguente dichiarazione, chiedendo al Muftī di serbarla all'interno del proprio cuore:

  1. Egli (il Führer) avrebbe intrapreso la lotta fin quando le ultime tracce dell'egemonia comunista ebraica europea non fossero state del tutto eliminate.
  2. Nel corso di tale lotta, l'esercito tedesco avrebbe, in un momento che non poteva essere ancora specificato, ma in ogni caso in un futuro chiaramente prevedibile, raggiunto l'uscita meridionale del Caucaso.
  3. Al momento in cui questo sfondamento fosse stato realizzato, il Führer avrebbe offerto al mondo arabo la sua personale assicurazione che l'ora della liberazione era scoccata. Dopo di che il solo obiettivo che sarebbe rimasto alla Germania da conseguire nella regione si sarebbe limitato al Vernichtung des Judentums [distruzione dell'elemento ebraico, espressione talora usata eufemisticamente al posto di annichilimento degli ebrei] che viveva sotto protezione britannica nelle terre arabe".[18]

A partire dalla fine del 1941 il Gran Muftī fu tenuto costantemente informato dei progressi della soluzione della questione ebraica europea. Il Muftī stabilì stretti contatti con capi musulmani bosniaci e albanesi e trascorse il resto della guerra conducendo le seguenti attività:

  • Propaganda radio a favore della Germania nazista
  • Spionaggio e attività di fiancheggiamento nelle regioni islamiche d'Europa e del Vicino Oriente
  • Assistenza alla preparazione delle unità musulmane delle Waffen SS nei Balcani
  • Formazione di scuole e centri di addestramento per gli Imām e i mullah musulmani che avrebbero accompagnato le formazioni islamiche delle SS e delle unità della Wehrmacht.

La divisione SS musulmana[modifica | modifica sorgente]

Il Gran Muftī di Gerusalemme passa in rassegna le SS bosniache musulmane
Il Gran Muftī di Gerusalemme con i volontari bosniaci delle Waffen-SS nel novembre 1943
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi 13. Waffen-Gebirgs-Division der SS Handschar.

Nel 1943 al-Ḥusaynī fu inviato in Jugoslavia, dove reclutò militanti musulmani bosniaci, che incorporò nella 13ª Divisione Handschar, costituita da 21.065 uomini. I militanti vennero addestrati in Germania e posti sotto il comando di ufficiali tedeschi. Secondo i nazisti, la razza ariana non si doveva mescolare con le altre razze, ma verso la divisione musulmana il regime fece un'eccezione.

La divisione, soprannominata, Hanjar (parola che in turco significa scimitarra, mentre in arabo si dice Khanjar, خنجر ), venne costituita ufficialmente per combattere i partigiani dei Balcani a partire dal febbraio del 1944. In realtà fu responsabile dell'assassinio di circa il 90 % degli ebrei di Bosnia e della distruzione di numerose chiese e villaggi serbi. A favore dei soldati musulmani, il capo delle SS, Heinrich Himmler, fondò una scuola militare per mullah a Dresda.

In un suo discorso alle SS islamiche in Bosnia pronunciato il 21 gennaio 1944 al-Ḥusaynī enuncia la sua comunanza d'intenti con il nazifascismo:

« Molti interessi comuni esistono tra il mondo islamico e la Grande Germania e questo rende la nostra collaborazione un fatto naturale. Il Corano dice: Voi vi accorgerete che gli ebrei sono i peggiori nemici dei musulmani. Vi sono considerevoli punti in comune tra i principi islamici e quelli del nazionalsocialismo, vale a dire nei concetti di lotta, di cameratismo, nell'idea di comando e in quella di ordine. Tutto ciò porta le nostre ideologie a incontrarsi e facilita la cooperazione. Io sono lieto di vedere in questa Divisione una chiara e concreta espressione di entrambe le ideologie. »

Al-Ḥusaynī insistette nel dire che il più importante compito della Divisione deve essere quello di proteggere la patria e le famiglie [dei volontari bosniaci]; alla Divisione non deve essere consentito di lasciare la Bosnia, ma questa richiesta fu ignorata dai tedeschi[19].

Il Gruppo Formazioni "A"[modifica | modifica sorgente]

Il Gran Mufti (all'estrema destra nella foto) presenzia alla consegna della bandiera di guerra al Centro Militare "A" (futuro Gruppo Formazioni "A").
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Gruppo Formazioni "A".

Questa unità fu fortemente voluta da al-Husseini che, insieme all'ex-primo ministro iracheno Rashid Ali al-Kaylani, si adoperò presso il governo italiano per la creazione di una legione araba che arruolasse profughi iracheni, siriani e palestinesi, operai arabi al servizio degli inglesi fatti prigionieri dalle forze dell'Asse, magrebini dei possedimenti francesi, marocchini spagnoli del Rif[20]. Il 10 ottobre 1941 si recò di persona a Roma per perorare la causa[21].

Il Centro Militare "A", poi Gruppo Formazioni "A" (dove A sta per arabi), costituitosi il 1º maggio 1942 al comando del maggiore Ugo Donati, fu il primo nucleo del Raggruppamento centri militari, una delle unità straniere del Regio Esercito italiano. Ideate come truppe speciali destinate ad operazioni di intelligence nel teatro nordafricano, comprendevano un'unità destinata specificatamente alla protezione personale del Gran Mufti, il «Reparto M.S.». Secondo i programmi del Comando Supremo, il «Reparto M.S.» fu inviato in Egitto al seguito delle truppe dell'Asse per fomentare la rivolta anti-britannica presso le popolazioni locali.

I rovesci subiti dalle forze italo-tedesche stravolsero questi piani. Alcune unità del Gruppo Formazioni furono inviate in Nordafrica dove presero parte, come fanteria ordinaria, alla campagna di Tunisia fino alla resa delle forze dell'Asse (13 maggio 1943). I reparti superstiti vennero riorganizzati in patria nel Battaglione d'Assalto Motorizzato, che dopo l'8 settembre prese parte alla difesa di Roma contro l'esercito tedesco.

La Shoah[modifica | modifica sorgente]

La conoscenza che ebbe il Muftī dell'Olocausto ebraico mentre viveva nella Germania nazista è stata dibattuta con lo stesso Muftī, che negava ogni conoscenza in proposito prima della guerra. Testimoni presentati al Processo di Norimberga accusarono tuttavia il Muftī non solo di avere avuto consapevolezza dell'Olocausto ma anche di avere incoraggiato attivamente l'avvio dello sterminio degli ebrei europei. Il vice di Adolf Eichmann, Dieter Wisliceny testimoniò durante il processo per crimini di guerra del 1946 che: Il Muftī fu uno dei propugnatori dello sterminio sistematico del giudaismo europeo e fu un collaboratore e consigliere di Eichmann e di Himmler nella realizzazione di questo piano. Fu uno dei migliori amici di Eichmann e lo incitò costantemente ad accelerare le misure dello sterminio. Ho sentito dirgli che, accompagnato da Eichmann, aveva visitato in incognito le camere a gas di Auschwitz.

Quando la Croce Rossa si offrì di mediare con Adolf Eichmann in uno scambio di prigionieri di guerra che avrebbe comportato la liberazione di cittadini tedeschi per 5.000 bambini ebrei inviati in Polonia al campo di concentramento di Theresienstadt, al-Ḥusaynī intervenne di persona con Heinrich Himmler e lo scambio fu annullato, sebbene non ci fosse prova che quel suo intervento abbia impedito quella liberazione.

Tra le azioni di sabotaggio organizzate da al-Ḥusaynī vi fu un attentato portato assaltando un impianto chimico che produceva per lo sforzo bellico nella seconda città più grande della Palestina, a maggioranza abitata da ebrei: Tel Aviv. Cinque paracadutisti furono inviati con un carico di tossina per inserirlo nel sistema idrico. La polizia catturò gli infiltrati in una caverna presso Gerico e, secondo il comandante del distretto di polizia di Gerico, Fāyiz Bey Idrīsī, il laboratorio aveva determinato che ogni contenitore portava abbastanza veleno per uccidere 25.000 persone, e vi erano almeno 10 contenitori con loro[22].

Recenti documenti nazisti scoperti nel ministero degli Esteri tedesco e nel Servizio degli Archivi Militari di Friburgo [23] da due studiosi, Klaus Michael Mallmann dell'Università di Stuttgart e Martin Cüppers dell'Università di Ludwigsburg, indicano che, nell'evento che portò alla sconfitta la Gran Bretagna in Egitto ad opera dell'Afrika Korps del Feldmaresciallo Erwin Rommel, i nazisti avevano progettato di inviare un'unità speciale, chiamata Einsatzkommando Ägypten per sterminare gli ebrei di Palestina e che essa cercava il sostegno arabo per evitare il sorgere di uno Stato ebraico. Nel loro libro i ricercatori concludevano che il più importante collaboratore dei nazisti ed un arabo del tutto anti-semita (nel senso di anti-ebraico) fu il Ḥājjī Amīn al-Ḥusaynī, il Muftī di Gerusalemme.[24] Secondo gli studiosi tedeschi, al-Ḥusaynī fu il primo esempio di come arabi e nazisti fossero diventati amici a causa dell'odio per gli ebrei. Al-Ḥusaynī ebbe incontri varie volte con Adolf Eichmann[25], il capo degli organizzatori di Adolf Hitler per l'Olocausto[26][24][27][28][29][25].

Attività post-belliche[modifica | modifica sorgente]

Dopo la guerra, al-Ḥusaynī si rifugiò in Svizzera, fu arrestato e messo agli arresti domiciliari in Francia, ma scappò e chiese asilo all'Egitto. Gruppi sionisti chiesero alla Gran Bretagna di incriminarlo come criminale di guerra. I britannici non acconsentirono, in parte perché consideravano le prove addotte come non conclusive, ma anche perché ogni loro mossa in tal senso avrebbe accresciuto i loro problemi in Egitto e Palestina, dove al-Ḥusaynī era ancora popolare. La Jugoslavia chiese senza successo la sua estradizione.

Dall'Egitto, al-Ḥusaynī fu fra i sostenitori della guerra del 1948 contro il nuovo Stato di Israele. Il monarca giordano, ʿAbd Allāh, attribuì a qualcun altro la sua funzione di Gran Muftī della parte palestinese di Gerusalemme presa dalla Transgiordania nel corso della guerra e Hājjī Amīn al-Ḥusaynī entrò in contatto coi cospiratori arabi che realizzarono l'assassinio di re ʿAbd Allāh nel 1951, quando egli viveva ancora in esilio in Egitto. Re Talāl di Giordania divenne re di Giordania dopo la morte del padre ʿAbd Allāh e rifiutò ad Amīn al-Ḥusaynī il permesso di tornare a Gerusalemme. Dopo un anno re Talāl fu dichiarato incapace ma anche il nuovo sovrano, Re Husayn di Giordania, rifiutò di concedere ad al-Husaynī il permesso di entrare nella Città Santa.

Sebbene il Muftī sia stato coinvolto in alcuni negoziati ad alto livello fra leader arabi prima e durante la Guerra arabo-israeliana del 1948 in un incontro che ebbe luogo a Damasco nel febbraio 1948 per organizzare i Comandi Operativi Palestinesi, i comandanti del suo Esercito del Sacro Jihād, Hasan Salama e ʿAbd al-Qādir al-Husaynī, furono assegnati al solo distretto di Lydda e di Gerusalemme rispettivamente. Questa decisione spianò la strada a uno scalzamento della posizione del Muftī all'interno degli Stati arabi. Il 9 febbraio, solo quattro giorni dopo l'incontro di Damasco, un colpo severo fu patito dal Muftī nel corso di una sessione della Lega Araba al Cairo [dove furono respinte le sue richieste per] la nomina di un palestinese nello Stato Maggiore della Lega, la formazione di un governo provvisorio palestinese, il trasferimento dell'autorità a Comitati Esecutivi locali nelle aree evacuate dai britannici, un finanziamento per l'amministrazione in Palestina e l'attribuzione di grandi somme al Supremo Esecutivo Arabo per i palestinesi che avevano sopportato danni di guerra.[30]

La Lega Araba bloccò il reclutamento di forze del Muftī,[31] che collassarono a seguito della morte del suo leader più carismatico, ʿAbd al-Qādir al-Ḥusaynī, l'8 aprile.

In base a voci secondo cui re ʿAbd Allāh di Transgiordania aveva riaperto negoziati bilaterali con Israele che dapprima egli stesso aveva condotto in segreto con l'Agenzia Ebraica, la Lega Araba, guidata dall'Egitto, decise di insediare un governo di tutta la Palestina a Gaza l'8 settembre sotto la nominale leadership del Muftī. Avi Shlaim scrisse:

La decisione di formare il governo di tutta la Palestina a Gaza e il debole tentativo di creare forze armate sotto il suo controllo, dette ai membri della Lega Araba i mezzi per sganciarsi dalla diretta responsabilità per la prosecuzione della guerra e per ritirare i suoi eserciti dalla Palestina mettendosi al riparo in qualche modo dalle proteste popolari. Qualunque fosse a lungo termine il futuro del governo arabo di Palestina, il suo immediato obiettivo, come concepito dai suoi sostenitori egiziani, fu quello di provvedere a creare un punto focale di opposizione ad ʿAbd Allāh e a servirsene come uno strumento per frustrare le sue ambizioni di federare regioni arabe con la Transgiordania.[32]

ʿAbd Allāh vide il tentativo di dar nuovo spazio all'Esercito del Jihād del Muftī come una sfida alla sua autorità e il 3 ottobre il suo ministro della Difesa ordinò a tutti i corpi armati che operavano nelle aree controllate dalla Legione Araba di disciogliersi. Glubb Pascià eseguì l'ordine senza esitazione e con efficienza.[33]

Durante la guerra del 1948, il Muftī fu anche accreditato della seguente frase Io dichiaro il jihād, miei fratelli musulmani! Uccidete gli ebrei! Uccideteli tutti![34] Al-Ḥusaynī morì a Beirut (Libano) nel 1974. Chiese di essere sepolto a Gerusalemme ma il governo israeliano rifiutò il suo consenso.

L'influenza del Muftī[modifica | modifica sorgente]

  • Il rapporto del Comitato d'Inchiesta anglo-americano datato 20 aprile 1946 afferma: il volo del Muftī, Ḥājjī Amīn al-Ḥusaynī, in Italia e Germania, e il suo attivo sostegno all'Asse, non gli fece perdere seguito ed egli è oggi probabilmente il più popolare leader arabo in Palestina[35].
  • L'intervista di Yasser Arafat al giornale di lingua araba di Londra, al-Sharq al-Awsat, fu ristampata dall'importante quotidiano palestinese al-Quds (2 agosto 2002):
Intervistatore: Ho udito voci interne all'Autorità Nazionale Palestinese nelle ultimissime settimane che affermano che le riforme sono coordinate secondo i capricci statunitensi.
Arafat: Noi non siamo l'Afghanistan. Noi siamo un popolo potente. Sono stati forse in grado di rimpiazzare il nostro eroe Ḥājjī Amīn al-Ḥusaynī?... Vi sono stati vari tentativi di eliminare il Hājjī Amīn, che essi consideravano un alleato dei nazisti. Ma anche così egli viveva al Cairo e partecipò alla guerra del 1948, e io ero uno che faceva parte di quelle truppe.
  • Secondo John Marlowe, La figura dominante in Palestina durante gli anni del Mandato non fu un britannico né un ebreo, ma un arabo — Ḥājjī Amīn Muḥammad Effendī al-Ḥusaynī... Abile, ambizioso, senza paura, serio e incorruttibile, egli era fatto con l'identica stoffa con cui sono fatti i dittatori.
  • Amīn al-Ḥusaynī era cugino della madre di Arafat, Ḥamīda Khalīfa al-Ḥusaynī[36]; il leader palestinese conobbe il Mufti da giovane e lo considerò il suo modello e mentore[senza fonte].[37]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Husseini secondo la scrittura maggiormente in voga nella pubblicistica occidentale.
  2. ^ Kamel Lorenzo, Hajj Amīn al-Ḥusaynī, the “creation” of a leader, "Storicamente", 9 (2013), art. 37. DOI 10.12977/stor490
  3. ^ Alcune fonti parlano del 1897.
  4. ^ a b c d biografia2.
  5. ^ Carlo Panella, Il libro nero dei regimi islamici, BUR, 2007.
  6. ^ biografia.
  7. ^ a b biografia
  8. ^ biografia.
  9. ^ Carlo Panella, Il libro nero dei regimi islamici, BUR, 2007, p. 74.
  10. ^ Robinson, 1997, p. 6.
  11. ^ Cioè di uno stato islamico governato dalla shari'a.
  12. ^ Carlo Panella, Il libro nero dei regimi islamici, BUR, 2007. Ad attenuare sostanzialmente le affermazioni di Panella varrà la pena tuttavia ricordare che in quegli anni l'Italia fascista non coltivava ancora un chiaro sentimento antisemita e che il petrolio iracheno era lungi dal costituire quell'appetibile realtà che sarebbe diventata in seguito.
  13. ^ Victor Farias, Salvador Allende, la fine di un mito, Edizioni Medusa, 2007, p. 67.
  14. ^ Mattar, 1984.
  15. ^ Iraq Axis Scoup
  16. ^ Carlo Panella, Il libro nero dei regimi islamici, BUR, 2007, pag. 95.
  17. ^ Lewis (1984), p. 190.
  18. ^ official transcript, trans. Fleming
  19. ^ Archivi germanici, citati in Lepre, pag. 34.
  20. ^ S. Fabei, La legione straniera di Mussolini, pag. 15.
  21. ^ S. Fabei, La legione straniera di Mussolini, pag. 10.
  22. ^ [1]
  23. ^ judeoscope.ca - judeoscope Resources and Information. This website is for sale!
  24. ^ a b Nazis planned Holocaust in Palestine: historians < German news | Expatica Germany
  25. ^ a b | Hochschulkommunikation | Universität Stuttgart
  26. ^ *Klaus-Michael Mallmann e Martin Cueppers, Germans, Jews, Genocide — The Holocaust as History and Present, Stoccarda, Stuttgart University.
  27. ^ Nazis planned to kill Palestine Jews - Washington Times
  28. ^ http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-3248081,00.html
  29. ^ Nazis planned Holocaust for Palestine: historians | World War 4 Report
  30. ^ Levenberg, 1993, p. 198.
  31. ^ Sayigh, 2000, p. 14.
  32. ^ Shlaim, 2001, p. 97.
  33. ^ Shlaim, 2001, p. 99.
  34. ^ Leonard J. Davis ed M. Decter, eds., Myths and facts: A Concise Record of the Arab-Israeli Conflict, Washington DC, Near East Report, 1982, p. 199.
  35. ^ Appendix IV. Palestine: Historical Background. The Arabs and the War
  36. ^ Grand Mufti of Jerusalem Haj Amin Al Husseini and Nazism, danielpipes.org
  37. ^ Who was the Grand Mufti, Haj Muhammed Amin al-Husseini?, palestinefacts.org

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

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In arabo[modifica | modifica sorgente]

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Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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