Faruq al-Qaddumi

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Fārūq al-Qaddūmī (in arabo: فاروق القدومي; Jinsafut, 1931) è un guerrigliero e politico palestinese.

Co-fondatore di al-Fath, Fārūq al-Qaddūmī è anche Segretario generale del Comitato Esecutivo della stessa organizzazione guerrigliera palestinese e responsabile dell'Ufficio politico dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina a Tunisi (Tunisia).
È conosciuto col nome di battaglia di Abū Luṭf.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Fārūq al-Qaddūmī, nato nella cisgiordanica Jinṣāfūt (in arabo: جنصافوت), nel Governatorato di Qalqilya, presso Nablus, si sposta con la sua famiglia a Haifa durante la guerra arabo-israeliana del 1947-1948 nella Palestina mandataria. Durante quel conflitto, nel 1948, torna a Nablus (Cisgiordania) e alla fine di quello stesso decennio comincia a militare all'interno del partito politico laico e panarabo del Baʿth.

Espatriato in Arabia Saudita agli inizi degli anni cinquanta, lavora in campo petrolifero per l'Arab-American Petroleum Company (ARAMCO) e nel 1954 si reca in Egitto per studiare nell'Università Americana del Cairo Scienze Economiche e Scienze Politiche. Qui conosce Yāser ʿArafāt e Ṣalāḥ Khalef, coi quali si trova a condividere le idee circa la futura soluzione del problema palestinese.

Lascia l'Egitto per il Kuweit, come d'altronde un gran numero di altri palestinesi, oltre ad ʿArafāt e a Khalef. Qui lavora come funzionario in un Ministero. Nel 1959, con due suoi amici, Khalīl al-Wazīr[1] e Maḥmūd ʿAbbās, fonda il Fatḥ. Assume allora il nome di battaglia di Abū Luṭf (padre di Luṭf, ma anche "Padre dell'Amabilità").

Nel 1960 si trasferisce negli Emirati Arabi Uniti. Torna in Kuweit e nel 1965 lavora nel ministero della Sanità. Nel 1966 è costretto a lasciare il paese per le sue attività anti-governative in favore dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Decide allora di dedicarsi totalmente alla causa della Resistenza palestinese ed effettua numerosi viaggi tra Damasco e Il Cairo.

Nel 1967, crea un servizio d'intelligence e di controspionaggio che sarà seguito da Abū Iyād (Ṣalāḥ Khalef). Nel 1969, mentre Abū ʿAmmār (Yāser ʿArafāt) viene nominato Presidente del Comitato Esecutivo (una sorta di governo) dell'OLP e mentre al-Fatḥ assume il controllo dell'Organizzazione, al-Qaddūmī diventa la personalità più rappresentativa dell'OLP, integrando il CE in quanto responsabile della mobilitazione delle organizzazioni popolari palestinesi. Nel 1973, a Damasco, succede ad Abū Saʿīd (Khāled al-Ḥasan) in quanto responsabile del Dipartimento politico dell'OLP, l'equivalente di un ministero degli Esteri, posto che occupa tuttora.

Nel 1976, ʿArafāt e al-Qaddūmī s'incontrano con Meir Vilner e Tawfiq Tubi, capi della fazione maggioritaria araba del partito comunista israeliano Maki. Questo incontro permette di varare una stretta collaborazione tra l'OLP e il Maki.

Nel 1983, a seguito della "rivolta dei colonnelli", il movimento conosce una scissione, causata dalle profonde discordie riguardanti la "politica del dialogo" condotta da Yāser ʿArafāt. Al-Qaddūmī partecipa alle attività del Fatḥ Intifāḍa di Abū Mūsā (Muḥammad Saʿīd Mūsā Marāgha), autore d'un tentativo d'ammutinamento contro Yāser ʿArafāt. Malgrado ciò è nominato Segretario generale del CC del Fatḥ. Agli inizi degli anni ottanta, l'OLP è costretto ad abbandonare il Libano a causa dell'invasione israeliana e a riparare in Tunisia. Anche al-Qaddūmī parte per dimorare a Tunisi.

Il 13 settembre 1993 furono firmati gli Accordi di Oslo. Al-Qaddūmī vi si oppose, accusando ʿArafāt e ʿAbbās di tradimento dei principi dell'OLP, e si rifiutò di tornare nei territori palestinesi con gli altri leader della Resistenza per dar vita a un'Autorità Nazionale Palestinese. Da allora seguita a vivere a Tunisi.

L'11 novembre 2004 ʿArafāt muore. Al-Qaddūmī se ne proclama il successore alla guida del Fatḥ: cosa che crea una divisione all'interno del movimento di guerriglia, con al-Qaddūmī da un lato e Mahmūd ʿAbbās dall'altro.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Abū Jihād.