Status di Gerusalemme

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1leftarrow.pngVoce principale: Gerusalemme.

Parte del conflitti arabo-israeliani
e della serie dei conflitti arabo-israeliani
Israele con Cisgiordania, Striscia di Gaza e Alture del Golan

██ Israele e Gerusalemme Est

██ Cisgiordania, Striscia di Gaza, Alture del Golan a e Fattorie di Sheb'a a

Parti in causa
Flag of Palestine.svg
Palestina
Israele
Israele
Storia
Accordi di Camp David · Conferenza di Madrid · Accordi di Oslo/Oslo II · Protocollo di Hebron · Memorandum di Wye River/Memorandum di Sharm el-Sheikh · Vertice di Camp David · Summit di Taba · Road Map · Conferenza di Annapolis
Aspetti rilevanti nella trattativa
Insediamenti israeliani
Barriera di separazione israeliana · Israele · Terra di Israele  · Status di Gerusalemme
Flag of Palestine.svg     Leader attuali     Israele
Mahmūd Abbās
Salām Fayyāḍ
Benjamin Netanyahu
Shimon Peres
Mediatori internazionali
Quartetto · Lega araba · Egitto
Nazioni Unite Unione europea Russia Stati Uniti Flag of the Arab League.svg Egitto
Altre proposte
Iniziativa di pace araba · Opzione giordana · Piano Lieberman · Accordo di Ginevra · Hudna · Piano di disimpegno unilaterale israeliano · Piano di riallineamento israeliano
a Le Alture del Golan e le Fattorie di Sheb'a non rientrano nei processi di pace israelo-palestinesi.

Lo status di Gerusalemme è oggetto di controversie che nascono dall'occupazione israeliana della città dopo la guerra dei 6 giorni.

La questione Gerusalemme è uno dei punti nodali del processo di pace israelo-palestinese.[1][2] Tuttavia l'importanza simbolica della città per le tre grandi religioni monoteiste, unitamente alla varietà di composizione della popolazione, alla sua peculiarità storica ed all'importanza di luoghi considerati patrimonio dell'umanità, rendono la ricerca di una soluzione ancora più complessa, allargando lo scenario del problema all'intera comunità internazionale.[3][4]

Per quanto riguarda il processo di pace, negli ultimi due decenni sono stati fatti importanti tentativi per definire uno status permanente della regione, e dunque in particolare di Gerusalemme; tuttavia, i complessi negoziati fra Israele ed ANP/OLP, seguendo il principio del nothing is agreed until everything is agreed («nessun accordo finché non c'è un accordo su tutto»),[5][6] finora non hanno portato ad alcun accordo. Per contro, l'amministrazione e la fruibilità dei luoghi sacri sono state finora regolamentate da atti unilaterali di Israele o da accordi bilaterali tra questo ed enti religiosi; ma si tratta sostanzialmente di soluzioni ad hoc: il quadro generale rimane incompleto e provvisorio - se non addirittura insoddisfacente per alcune delle parti. Da un punto di vista simbolico i due aspetti del problema, segnatamente la questione israelo-palestinese e la questione dei luoghi sacri, si intrecciano indissolubilmente nella annosa disputa su Monte del Tempio e Spianata delle Moschee; la complessità dei legami tra le questioni politiche, nazionali, etniche e religiose rende particolarmente difficile la ricerca di una soluzione basata solo sul diritto internazionale.[7]

Allo stato attuale Israele ha il controllo di tutta la città, tuttavia su Gerusalemme ci sono posizioni molto divergenti:

  • Israele rivendica l'intera Gerusalemme, inclusa Gerusalemme Est, come la sua "completa e unita" capitale; secondo la giurisprudenza israeliana, Gerusalemme è la capitale de facto dello stato di Israele;[8]
  • nella prospettiva due popoli due stati, l'ANP rivendica almeno una parte di Gerusalemme (in arabo al-Quds, ossia "la Santa") come capitale del futuro stato arabo di Palestina;
  • de iure, la maggior parte dei membri dell'ONU[9] e delle organizzazioni internazionali non riconosce l'annessione ad Israele di Gerusalemme Est, né riconosce Gerusalemme come capitale di stato; la maggior parte delle ambasciate estere in Israele si trova nel distretto di Tel Aviv.

Aspetti della controversia[modifica | modifica sorgente]

Gerusalemme città sacra[modifica | modifica sorgente]

Gerusalemme - in particolare la sua città vecchia - ha caratteristiche uniche rispetto ad altri territori contesi, poiché sacra per i fedeli di tre religioni:

  • storico simbolo della patria ebraica, luogo dove fu eretto il Tempio di Gerusalemme (l'edificio sacro più importante per la religione ebraica), nonché capitale del Regno di Giuda e Israele dal 1000 a.C. circa e del Regno di Giuda dal 933 a.C. al 597 a.C.;
  • sacra per i cristiani poiché luogo in cui per loro Gesù Cristo ha vissuto e sofferto gli ultimi momenti della propria vita terrena, è stato sepolto e poi è risorto;
  • sacra per i musulmani in quanto essi sostengono che Maometto vi sia giunto al termine d'un miracoloso viaggio notturno (isrāʾ) per ascendere poi al cielo pur rimanendo vivo (miʿraj).

Nel tempo questa sua peculiarità ha finito per determinare una profonda eterogeneità dal punto di vista etnico: una comunità ebraica è in Gerusalemme da migliaia di anni; nei primi secoli del cristianesimo Gerusalemme divenne il quarto patriarcato, e per secoli svariate chiese cristiane (in particolare quelle di rito orientale, la cui differenziazione è in qualche modo uno specchio della differenziazione etnica) hanno ininterrottamente conservato un proprio presidio in loco; per oltre mille anni, pur non senza soluzioni di continuità (a causa delle conquiste crociate) la città è stata prima araba poi ottomana.

Sebbene possa riguardare un'area relativamente poco estesa rispetto alle dimensioni dell'attuale municipaltà gerosolimitana, la problematica relativa ai luoghi sacri ha un'enorme importanza dal punto di vista simbolico per ciascuna delle tre religioni abramitiche.
La questione prettamente legata all'esercizio del culto - fruibilità, controllo, proprietà (da parte di soggettività private) dei luoghi sacri, ecc. - è di natura più che altro amministrativa; in generale Israele ha sempre dichiarato di voler rispettare le libertà di culto e pellegrinaggio, rappresentando l'attuazione di un atteggiamento sostanzialmente tollerante verso i vari credi come uno dei fiori all'occhiello delle sue politiche. Particolare importanza ha rivestito la decisione di rinnovare la validità dello Status Quo, che disciplina l'utilizzo dei luoghi più sacri per la cristianità.
Tuttavia la questione è intrinsecamente relata ai piani politico, giuridico e diplomatico, da un lato coinvolgendo altri soggetti internazionali, tra cui la Santa Sede, dall'altro i luoghi sacri essendo stati più volte oggetto di atti legislativi, dichiarazioni d'intenti e risoluzioni da parte di diversi enti. La stessa idea di internazionalizzazione, prima abbozzata da varie commissioni britanniche, poi adottata nel piano di partizione dell'ONU, ha le sue radici - prim'ancora che nella particolare composizione etnica - proprio nella sua natura di città sacra.

Sovranità e riconoscimento internazionale[modifica | modifica sorgente]

Di fondamentale rilevanza nel contesto del processo di pace e della determinazione dello status permanente della zona, è il problema della sovranità territoriale.

Gerusalemme per due volte è stata teatro di guerra tra arabi ed israeliani, e nel tempo diversi soggetti del diritto internazionale hanno avuto il controllo e/o rivendicato la propria sovranità su una parte o sulla totalità della città; in particolare, negli ultimi vent'anni le rivendicazioni dei due attori principali, Israele e l'OLP-ANP, sono risultate finora inconciliabili; la posizione prevalente della comunità internazionale è quella di ritenere acquisita la sovranità di Israele sulla settore occidentale della città, e di considerare il settore orientale (al pari del resto della Cisgiordania) territorio occupato su cui vige la IV convenzione di Ginevra del 1949, con Israele potenza occupante.

La sovranità di Israele su Gerusalemme Ovest si è ormai considerata un fait accompli dalla comunità internazionale; questa idea è rintracciabile anche nei comportamenti dei paesi arabi e dalla stessa ANP. Rispetto a Gerusalemme Est la posizione internazionale è stata molto meno acquiescente, in ragione della norma che vieta ogni annessione ottenuta con l'uso della forza.[10]

I documenti ufficiali delle Nazioni Unite sulla questione sono molto numerosi; in particolare per quanto riguarda Gerusalemme Est sono significative le risoluzioni: SC-298 del 25 settembre 1971, SC-476 del 30 giugno 1980, SC-478 del 20 agosto 1980, GA-48/158 D del 20 dicembre 1993, AG-52/65 ed AG-52/66 del 10 dicembre 1997. La Corte Internazionale di Giustizia ha definito, nel caso della parte orientale della città, Israele quale potenza occupante[11][12]

Un aspetto del problema, di natura diplomatica e politica, riguarda il riconoscimento internazionale della proclamazione di Gerusalemme a capitale dello Stato di Israele; sin dal 1949-50 lo stato di Israele ha proclamato Gerusalemme - o meglio il settore ovest di Gerusalemme, a quel tempo controllato da Israele - sua capitale; la reazione della comunità internazionale a quella decisione fu in generale orientata su una posizione di non riconoscimento; il problema si è aggravato quando, dopo che nel 1967 Israele ebbe assunto il controllo della Cisgiordania, e successivamente varato una serie di provvedimenti volti ad unificare l'amministrazione della municipalità, nel 1980 la Knesset ha proclamato la città "completa e unita" capitale di Israele[8]; poiché questo atto venne interpretato come una forma di annessione de jure di Gerusalemme Est, il Consiglio di Sicurezza dell'ONU deplorò immediatamente quella decisione[9] e la comunità internazionale si è successivamente orientata in maniera ancora più unanime verso il non riconoscimento. Attualmente nessuna ambasciata estera si trova entro i confini della regione attorno alla città per cui il piano di Partizione avrebbe previsto l'internazionalizzazione. Tali posizioni da parte della comunità internazionale volte a non riconoscere l'annessione territoriale di Gerusalemme Est allo stato di Israele, sono generalmente interpretate dalla pubblicistica e dalla stessa diplomazia israeliana anche come un atto di non riconoscimento politico dello status di capitale della città.[13][14]

Storia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Mandato britannico della Palestina e Piano di partizione della Palestina.

Riepilogo storico a partire dal mandato Britannico[modifica | modifica sorgente]

Le controversie internazionali sullo status della città risalgono alla fine del Mandato,[15] che i britannici avevano ricevuto dalla Società delle Nazioni nel 1922. A partire dal 1936 la Gran Bretagna iniziò a prendere in considerazione la soluzione a due stati; furono proposti diversi piani di partizione per la Palestina (Commissione Peel nel 1937[16], Commissione Woodhead del 1938[17] e Conferenza di St. James del 1939), che non ebbero alcun esito;[18] in tutte queste ipotesi di divisione il territorio di Gerusalemme e parte della regione circostante (principalmente in direzione del mare) rimanevano comunque sotto il controllo mandatario.

Il mandato formalmente cessò con lo scioglimento della Società delle Nazioni, ma gli inglesi continuarono ad amministrare la regione. Nell'impossibilità di mediare tra le ambizioni arabe ed ebraiche, ed in conseguenza delle crescenti tensioni, nel febbraio 47 gli inglesi annunciarono la propria volontà di disimpegnarsi:

« Gli schemi proposti sia dagli arabi sia dagli ebrei non ci paiono accettabili, né siamo in grado di imporre una nostra soluzione »
(E. Bevin, dichiarazione alla House of Commons, 18 febbraio 1947)

così la questione fu rimessa nelle mani delle neonate ONU.

Il regime internazionale (corpus separatum) originariamente previsto dall'ONU per la città di Gerusalemme nel quadro del Piano di partizione della Palestina cisgiordana[19], venne formalizzato come risoluzione 181 dell'Assemblea Generale[20], approvata il 29 novembre 1947. La popolazione della città di Gerusalemme, in base alle stime dell'UNSCOP (il comitato dell'ONU che aveva analizzato la situazione in Palestina ed aveva quindi proposto la soluzione a due stati poi adottata con la risoluzione 181) relativi alla fine del 1946, era composta composta da 100.000 ebrei (pari al 49% della popolazione cittadina) e 105.000 persone di origine araba o differente (51%).[21]

All'indomani dell'approvazione del piano, accettato, con poche eccezioni, da parte ebraica e respinto sia da parte degli arabi di Palestina che dai paesi arabi, scoppiò una guerra civile che finì poi per coinvolgere tutti gli stati della regione; la guerra si concluse nella primavera del 1949 con accordi armistiziali bilaterali stipulati tra Israele e le controparti egiziana, giordana, libanese e siriana. Le linee di demarcazione tra Israele e gli stati limitrofi sancite in questi accordi, che inevitabilmente ricalcavano le posizioni dei vari eserciti al momento del cessate il fuoco, erano - ad eccezione di quella col Libano - pensate come provvisorie, e non avrebbero in alcun modo costituito alcun tipo di vincolo per la determinazione delle future linee di confine de jure.[22] In particolare, Gerusalemme era attraversata dalla linea di demarcazione tra Giordania ed Israele: la parte ovest della città, comprendente le zone di più recente edificazione, ed a maggioranza ebraica, era sotto il controllo dello Stato di Israele, mentre la parte est, comprendente la città vecchia, ed a maggioranza araba, era sotto controllo del Regno di Giordania.

L'11 maggio 1949 Israele fu ammesso nelle Nazioni Unite, mediante una risoluzione[23] che richiamava esplicitamente la 181, e prendeva nota degli impegni in proposito presi dal rappresentante israeliano.[24]

Il 9 dicembre 1949 l'ONU ribadì l'internazionalizzazione di Gerusalemme nella risoluzione 303 dell'Assemblea Generale, che però Israele giudicò irricevibile. La città fu dunque proclamata capitale di Israele all'inizio del 1950.

Dal 1948 al 1967, la città è stata divisa in due zone, fino a quando, in seguito alla guerra dei sei giorni, Israele acquisì il controllo dell'intera città.

Il 30 luglio 1980 il parlamento israeliano promulgò la cosiddetta Jerusalem Law[25], una legge fondamentale (un atto legislativo che, negli stati dotati di una costituzione, va considerato equipollente ad un atto costituzionale) che era una proclamazione de jure della capitalità della città "completa ed unita".

Tali proclamazioni non sono state riconosciute come valide dalle maggiori autorità internazionali, e sono state condannate da Risoluzioni ONU non vincolanti e sentenze di corti internazionali, poiché la città di Gerusalemme comprende territori non riconosciuti come israeliani dal diritto internazionale. La Corte Internazionale di Giustizia ha confermato nel 2004 che i territori occupati dallo Stato di Israele oltre la "Linea Verde" del 1967 continuano ad essere "territori occupati" e dunque con essi anche la parte est di Gerusalemme.

Nel maggio 2007, in occasione dei festeggiamenti per il quarantesimo anniversario della riunificazione della città, ha creato sconcerto nel mondo politico israeliano l'assenza di rappresentanze diplomatiche alla cerimonia di Stato. Il primo a declinare l'invito fu il rappresentante tedesco, seguito da quello statunitense. Il sindaco Lupolianski reagì rifiutando la necessità di un riconoscimento internazionale[26], mentre membri della Knesset auspicarono che lo status di capitale potesse essere internazionalmente riconosciuto in futuro[27][28]

Gerusalemme nel processo di pace[modifica | modifica sorgente]

La questione Gerusalemme è stata un punto critico sin dai colloqui israelo-egiziani del 1978. Nella preparazione della cornice di pace presentata in quel contesto, in riferimento allo status di Gerusalemme Est Begin aveva respinto con forza l'etichetta di "territori occupati il cui status definitivo sarebbe stato da negoziare". Il mediatore propose quindi un accordo secondo il quale sarebbe stata adottata una formula più vaga, facendo «riferimento, senza citarli, a precedenti prese di posizione [americane] in cui Gerusalemme Est era definita "territorio sotto occupazione", soggetto alla Convenzione di Ginevra del 1949».[29]

Nelle fasi iniziali delle trattative tra Israele ed OLP il problema fu posposto. In particolare alla firma della Dichiarazione di princìpi con Arafat il 13 settembre del 1993, il leader israeliano Rabin, ben conscio della difficoltà della questione, decise di rimandare i negoziati sulla città "a tempi migliori".[30]

La spinta maggiore alla convocazione del Summit di Camp David del 2000 fu, da parte statunitense, proprio l'apprendere delle inaspettate concessioni che il premier israeliano Barak si era dichiarato disponibile a concedere riguardo a Gerusalemme Est;[31] tuttavia proprio sulla Città Santa si manifestarono tra i contrasti più accesi, che impedirono il raggiungimento di un accordo:[32] veti reciproci impedirono lo "storico passo" e contribuirono allo scoppio della seconda intifada.[30]

L'anno successivo al Summit di Taba Israele, pur aumentando significativamente le concessioni sulla Cisgiordania, mantenne la stessa linea su Gerusalemme e sul problema dei rifugiati, dunque si pervenne nuovamente ad un nulla di fatto.

Sia a Camp David che a Taba, la divisione del Monte del Tempio, simbolo di identità nazionale oltre che religiosa per entrambi i popoli, sembra aver costituito l'elemento di più difficile conciliazione.[30]

Posizione di Israele[modifica | modifica sorgente]

Alcuni giuristi israeliani sostengono che la sovranità di Israele su Gerusalemme Est e sull'intera Cisgiordania è legittima dal momento che la Giordania non aveva precedentemente alcuna legittima sovranità su quei territori,[33] e pertanto Israele ha legittimamente proceduto a "riempire quel vuoto" quando attaccato dalla Giordania nel corso della guerra dei sei giorni. La sovranità israeliana su "Gerusalemme Ovest" è risultato di un simile "vuoto" venuto a determinarsi al termine del Mandato britannico della Palestina, laddove anche durante la guerra arabo-israeliana del 1948 le azioni delle forze ebraiche in quel quadrante furono di autodifesa.[34][35]

Nel 1980, la Knesset ha approvato una Legge Fondamentale, che ha il valore di un principio costituzionale, essendo Israele uno stato a costituzione non scritta. La legge del 1980 ha il nome di "Legge Fondamentale: Gerusalemme capitale di Israele" che proclama Gerusalemme la capitale ufficiale dello stato. La legge ha quattro articoli; primo: "Gerusalemme, unita ed indivisibile, è la capitale di Israele"; secondo: "Gerusalemme è la sede del capo di stato, della Knesset, del governo e della suprema corte"; il terzo tratta della protezione dei "Luoghi Sacri" mentre il quarto di faccende amministrative.[8]

In accordo con la legge del 1980, tutti gli organi sovrani di Israele sono situati a Gerusalemme.

Posizione palestinese[modifica | modifica sorgente]

I palestinesi rivendicano Gerusalemme (al-Quds) come capitale di un futuro Stato palestinese. Nella Dichiarazione di Indipendenza della Palestina, proclamata dall'OLP nel 1988, si stabilisce che Gerusalemme deve essere la capitale dello Stato di Palestina.

Nel 2000 l'ANP ha promulgato una legge che designa Gerusalemme Est come tale, e nel 2002 questa legge è stata ratificata dal presidente Arafat.[36][37] Secondo il ministero dell'Informazione dell'ANP, la posizione ufficiale su Gerusalemme include questi punti:[38]

  • Gerusalemme Est è un territorio occupato, in accordo con la risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, ed è parte di quel territorio su cui uno Stato palestinese, quando sarà creato, eserciterà la sua sovranità.
  • Secondo i trattati precedentemente stipulati con Israele, lo status di Gerusalemme (tutta, non solo Gerusalemme Est) è ancora da negoziare.
  • Gerusalemme deve essere città aperta liberamente accessibile, e rimanere indivisa a prescindere dalla soluzione sulla questione della sovranità.
  • Lo Stato palestinese si impegnerà per la libertà di culto ed agirà in modo da proteggere i luoghi di importanza religiosa.

Presso l'Orient House, a Gerusalemme Est, è stata operativa, semi-clandestinamente negli anni '80 e apertamente negli anni '90, la sede locale dell'OLP, successivamente ufficio di Faysal al-Husayni, ministro per le Questioni di Gerusalemme dell'ANP. La sede, ultima istituzione palestinese funzionante a Gerusalemme, è stata chiusa dalle autorità israeliane nell'agosto 2001[39], il giorno seguente ad un attentato terroristico rivendicato sia da Hamas che dalla Jihad Islamica[40].

Posizione del Regno di Giordania[modifica | modifica sorgente]

La Giordania ha avuto il controllo de facto della Cisgiordania, e dunque della parte est della città, nel periodo che va dagli accordi armistiziali del 1949 sino alla guerra dei sei giorni del 1967. Nel 1950 il Regno di Giordania decise l'annessione della Cisgiordania, ottenendo scarso riconoscimento internazionale.[41]
Il 31 luglio 1988 Re Hussein di Giordania annunciò ufficialmente il disimpegno giordano, dunque la cessazione da parte giordana di ogni obbligo amministrativo sulla Cisgiordania, esprimendo altresì l'auspicio che, in accordo col principio di autodeterminazione dei popoli, su quelle stesse terre potesse sorgere uno stato palestinese. La posizione giordana sulla West Bank, e di conseguenza sulla parte Est di Gerusalemme, resta di difficile interpretazione, in particolare non c'è accordo sulle implicazioni di quella dichiarazione a proposito delle rivendicazioni di sovranità.[42]

Posizione dell'ONU[modifica | modifica sorgente]

Le Nazioni Unite tramite i propri organi si sono espresse riguardo allo status di Gerusalemme in diverse occasioni. In previsione del termine del mandato britannico della Palestina, una prima relazione, affidata all'UNSCOP, comitato costituito appositamente nel 1947 per elaborare il piano di partizione della Palestina, raccomandò la creazione di una zona internazionale nella quale la città fosse compresa[43]. Il 29 novembre l'Assemblea generale adottò il piano tramite la risoluzione 181, non vincolante, specificando come la città di Gerusalemme dovrà essere instaurata come corpus separatum sotto un regime speciale internazionale e dovrà essere amministrata dalle Nazioni Unite[44]

Sei successive risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell'ONU hanno denunciato o dichiarato non validi i tentativi di Israele di controllare e/o unificare la città; tuttavia nessuna di esse fa capo al Capitolo VII dello Statuto delle Nazioni Unite; questo tipo di risoluzioni, oltre a non poter essere rese esecutive con l'uso della forza, sono in genere ritenute non vincolanti dal punto di vista del diritto internazionale.[45] In particolare con la risoluzione non vincolante n. 478 del 1980 (passata con 14 voti favorevoli e l'astensione degli USA) il Consiglio di Sicurezza ha:

  • dichiarato la legge fondamentale del 1980 "nulla e priva di valore legale, e da ritirarsi immediatamente" perché mirante ad "alterare la natura e lo status di Gerusalemme";
  • invitato tutti gli stati membri ad accettare questa decisione;
  • invitato quegli stati membri con delle missioni diplomatiche a Gerusalemme a ritirarle da lì.

Prima della risoluzione i paesi che avevano stabilito la loro ambasciata a Gerusalemme erano 13: Bolivia, Cile, Colombia, Costa Rica, Ecuador, El Salvador, Guatemala, Haiti, Paesi Bassi, Panamá, Repubblica Dominicana, Uruguay, Venezuela. Accogliendo la risoluzione tutti spostarono la loro ambasciata a Tel Aviv. Costa Rica ed El Salvador trasferirono nuovamente le rispettive ambasciate a Gerusalemme nel 1984, per poi riportarle a Tel Aviv nel 2006.[46][47] Al momento nessuna ambasciata internazionale è a Gerusalemme, benché quelle di Paraguay e Bolivia sono a Mevasseret Zion, un sobborgo 10 km ad ovest della città.[48]

Il Congresso degli Stati Uniti ha richiesto da diversi anni lo spostamento dell'ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme, ma nessuno dei governi succedutisi ha messo in atto la decisione. Su 83 ambasciate presenti nel 2008 in Israele, 64 (77%) si trovano a Tel Aviv, 10 (12%) a Ramat Gan (città presso Tel Aviv), 5 (6%) a Herzliya (città presso Tel Aviv), 2 (2,4%) a Herzliya Pituah (sobborgo marino di Herzliya), 2 (2,4%) a Mevaseret Zion (un insediamento israeliano retto da un Local council, ente amministrativo territoriale - ve ne sono 144 in Israele - simile in struttura a un municipio, ma non ancora tale, non raggiungendo la popolazione minima necessaria per esserlo secondo la legge israeliana; si trova nel Distretto di Gerusalemme, a circa 10 km dalla città di Gerusalemme, lungo l'autostrada che la collega a Tel Aviv). In totale, 81 ambasciate su 83 (97,6%) si trovano nel Distretto di Tel Aviv e solo due (Paraguay e Bolivia) in quello di Gerusalemme, ma fuori dalla città di Gerusalemme. (Fonte).

I Paesi Bassi conservano un ufficio a Gerusalemme. Grecia, Italia, Regno Unito[49] e Stati Uniti hanno a Gerusalemme dei Consolati Generali - il Console Generale prende contatto con l'amministrazione locale di Gerusalemme e non con le autorità politiche israeliane. Dal momento che il presidente riceve gli accrediti dei diplomatici stranieri e risiede a Gerusalemme, per presentare le proprie credenziali, all'atto dell'assunzione del loro incarico, gli ambasciatori devono recarsi da Tel Aviv a Gerusalemme.

Ancora il 7 ottobre 2000 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite approvando la Risoluzione 1322 (2000) ha confermato come le precedenti Risoluzioni 476 (1980) del 30 giugno 1980, 478 (1980) del 20 agosto 1980, 672 (1990) del 12 ottobre 1990 e 1073 (1996) del 28 settembre 1996, e "tutte le proprie altre Risoluzioni rilevanti" restino in vigore, nonostante siano non vincolanti. La medesima Risoluzione, riferendosi a fatti avvenuti a "Gerusalemme" (senza limitarne l'estensione alla sola Gerusalemme Est), definisce Israele "Potenza occupante" e la richiama - come tale - ai propri obblighi ex IV convenzione di Ginevra; tale posizione è stata riaffermata dalla Corte Internazionale di Giustizia in una sua opinione ufficialmente espressa nel 2004. Le Risoluzioni richiamate, in particolare la Risoluzione 478, richiamando altre precedenti Risoluzioni in materia, afferma a propria volta - in termini netti ed in base al Diritto Internazionale plasmato dallo stesso Statuto delle Nazioni Unite - che è (Ris. CdS 476) "inammissibile l'acquisizione di territorio con la forza" (avvenuta, nel caso di Gerusalemme, a seguito della guerra dei sei giorni) e, censurandone nei termini più severi i contenuti, stabilisce che tutte le misure amministrative e legislative intraprese da Israele e volte ad alterare lo status di Gerusalemme, inclusa la "legge base" Israeliana che dichiara Gerusalemme quale propria capitale, costituiscono una "violazione del Diritto internazionale" e, pertanto, sono dichiarate "nulle e prive di validità" e "da rescindere". Conseguentemente, il Consiglio di Sicurezza dell'ONU ha richiamato tutti i membri ONU a "(a) accettare tale decisione e (b) a ritirare le proprie missioni diplomatiche presso Israele che fossero presenti a Gerusalemme". Tale ritiro è effettivamente avvenuto, anche di quegli Stati che avevano proprie ambasciate presso Israele a Gerusalemme.

La mancanza di una capitale di Israele riconosciuta come tale dall'ONU è rimarcata nella stessa cartografia da esso prodotta e distribuita, che non indica alcun centro quale capitale d'Israele (come ad esempio questa mappa del 2004 ove, pur non impegnando il Segretariato delle Nazioni Unite rispetto ai suoi contenuti, Gerusalemme è segnata semplicemente come "città" sede di "distretto", laddove Amman e Damasco sono segnate come "capitali" dei rispettivi Stati; vedi anche mappa del Mediterraneo sudorientale e mappa del Medio Oriente).

Posizione dell'Unione Europea[modifica | modifica sorgente]

Secondo l'Unione Europea la complessa questione di Gerusalemme dovrebbe essere equamente risolta nel contesto della soluzione a due stati proposta dalla Road Map (di cui è uno dei quattro proponenti), tenendo conto degli interessi politici e religiosi di tutte le parti coinvolte.

« L'UE si oppone a misure che potrebbero pregiudicare il risultato dei negoziati per uno status permanente riguardo a Gerusalemme, basando le sue politiche sui principi stabiliti nella risoluzione 242 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, in particolare l'inammissibilità dell'acquisizione di territori con l'uso della forza.

[...]

L'UE ha espresso anche preoccupazione per il fatto che le politiche attuate da Israele stanno riducendo la possibilità di raggiungere un accordo definitivo su Gerusalemme, e non rispettano né le condizioni imposte ad Israele dalla Road Map, né la legge internazionale. [...]

L'UE si è anche appellata per la riapertura degli enti Palestinesi a Gerusalemme Est, in accordo con la Road Map, in particolare l'Orient House e la Camera di Commercio, ed ha fatto appello al governo di Israele perché sia posto termine ad ogni trattamento discriminatorio a danno dei Palestinesi residenti in Gerusalemme Est, in particolare riguardo a permessi di lavoro, accesso all'istruzione ed alla sanità, permessi edilizi, demolizioni di residenze, tasse ed investimenti »

(The EU & the Middle East Peace Process: FAQ,[50] Commissione Europea)

Posizione degli Stati Uniti[modifica | modifica sorgente]

Il legislativo degli Stati Uniti d'America ha più volte preso posizione in merito alla questione.
Nel 1990 il Congresso ha adottato all'unanimità la risoluzione congiunta 106 del Senato che dichiara che il Congresso "crede fortemente che Gerusalemme deve restare una città indivisa, in cui i diritti di ogni gruppo etnico e religioso sono protetti"; questa affermazione è stata ribadita nel 1992 nella risoluzione congiunta 113 del Senato, approvata all'unanimità da Senato e Camera dei Rappresentanti; nel giugno 1993, 257 membri della Camera dei Rappresentanti hanno cofirmato una petizione al Segretario di Stato asserendo che "il trasferimento dell'ambasciata americana a Gerusalemme non deve avvenire oltre il 1999", mentre nel marzo 1995, 93 membri del Senato hanno cofirmato una petizione sempre al Segretario di Stato per l'implementazione urgente di quel trasferimento.[51]
Nel 1995 il Congresso ha approvato il Jerusalem Embassy Act[51] in cui il Congresso, richiamando i precedenti sopra elencati, prende atto che:

« (1) Ogni stato sovrano, in accordo con le leggi internazionali ed il diritto consuetudinario, può designare la propria capitale.
(2) La città di Gerusalemme è la capitale dello Stato di Israele dal 1950.
(3) La città di Gerusalemme è la sede del Presidente, del Parlamento e della Suprema Corte di Israele, ed ospita numerosi ministeri ed istituzioni sociali e culturali governativi. [...]
(6) La città di Gerusalemme è stata riunificata attraverso il conflitto noto come Guerra dei Sei Giorni.
(7) A partire dal 1967 Gerusalemme è una città unita amministrata da Israele ed alle persone di ogni credo religioso viene garantito pieno accesso ai luoghi sacri all'interno della città. [...]
(15) Gli Stati Uniti mantengono la loro ambasciata nella capitale attiva di ogni paese tranne nel caso dello Stato di Israele, nostro democratico amico ed alleato strategico.
(16) Gli Stati Uniti svolgono incontri ufficiali ed altre attività nella città di Gerusalemme, riconoscendo de facto il suo status di capitale di Israele. [...] »
(Jerusalem Embassy Act[51], Sec. 2, FINDINGS (1-17))

e dichiara che:

« (1) Gerusalemme rimanga una città indivisa in cui i diritti di ogni gruppo etnico e religioso sono protetti.
(2) Gerusalemme sia riconosciuta come capitale dello Stato di Israele.
(3) L'Ambasciata in Israele degli Stati Uniti d'America sia stabilita a Gerusalemme non più tardi del 31 maggio 1999. »
(Jerusalem Embassy Act[51], Sec. 3, TIMETABLE, (a) Statement of the Policy of the United States)

Da allora ogni sei mesi lo spostamento dell'ambasciata da Tel Aviv viene rinviato dal Presidente, ogni volta ribadendo che il "Governo conferma l'impegno a dare inizio al processo di trasferimento a Gerusalemme della nostra ambasciata".
Come effetto dell'Embassy Act, sia i documenti ufficiali che i siti web ufficiali degli Sati Uniti fanno riferimento a Gerusalemme come alla capitale di Israele.

Nel 2003 è stato ribadito che:

« Il Congresso conferma il suo impegno di trasferire l'Ambasciata degli Stati Uniti d'America a Gerusalemme e richiama il Presidente, in conformità col Jerusalem Embassy Act del 1995 [...], a dare immediatamente inizio al processo di trasferimento dell' Ambasciata degli Stati Uniti d'America a Gerusalemme »
(Foreign Relations Authorization Act dell'anno fiscale 2003[52], Sec. 214)

Tuttavia, i due presidenti degli Stati Uniti sinora succedutisi hanno sostenuto che le decisioni del Congresso riguardo allo status di Gerusalemme sono meramente "consultive"; in particolare, a proposito della sopracitata sezione 214 del Foreign Relations Authorization Act, George W. Bush ha sostenuto che:

« La sezione 214 costituisce un'inammissibile interferenza con l'autorità costituzionale del Presidente di formulare la posizione degli Stati Uniti, parlare per la Nazione negli affari internazionali, e determinare i termini in base ai quali è concesso il riconoscimento agli stati esteri. La posizione degli Stati Uniti su Gerusalemme non è cambiata. »
(Dichiarazione del Presidente sul Foreign Relations Authorization Act dell'anno fiscale 2003[53])

La costituzione degli USA assegna la conduzione della politica estera al Presidente, ma il Congresso ha il cosiddetto "potere della borsa", ovvero vara le finanziarie e potrebbe pertanto vietare spese su ogni ambasciata eventualmente situata al di fuori di Gerusalemme. Al momento il Congresso non ha compiuto questo passo.

A Gerusalemme il Dipartimento di Stato dispiega un Consolato Generale.

Sul passaporto dei cittadini americani nati a Gerusalemme, in corrispondenza della voce relativa al loro paese natio compare l'indicazione "Jerusalem" in luogo di "Israel". Il Congresso nel 2002 ha approvato un disegno di legge per permettere ai cittadini americani di scegliere la dicitura "Israel" in relazione al paese di nascita; ma il Presidente non ha implementato queste disposizioni, giudicando l'atto consultivo e non impegnativo.[54][55] Un simile disegno di legge fu proposto alla Camera dei Rappresentanti nel febbraio 2007, ma in data giugno 2007 non è ancora stato messo ai voti.[56]

Il 5 giugno 2007 la Camera dei Rappresentanti ha approvato con voto espresso a voce la risoluzione congiunta 152, affermando che il Congresso:[57][58]

  1. si congratula con i cittadini di Israele per il quarantesimo anniversario della guerra dei Sei Giorni, in cui Israele ha sconfitto i suoi nemici che ambivano a distruggere lo Stato Ebraico;
  2. si congratula con gli abitanti di Gerusalemme e con il popolo di Israele per il quarantesimo anniversario della riunificazione di tale storica città;
  3. esprime apprezzamento verso gli stati di Egitto e Giordania, allora schierati contro Israele nella guerra dei sei giorni, per aver avuto negli anni a seguire la saggezza ed il coraggio di abbracciare una prospettiva di pace e coesistenza con Israele;
  4. esprime apprezzamento nei confronti di Israele per il modo in cui la città indivisa di Gerusalemme è stata amministrata negli ultimi 40 anni, durante i quali Israele ha garantito i diritti di tutti i gruppi religiosi;
  5. ribadisce il suo impegno riguardo agli accordi contenuti nel Jerusalem Embassy Act del 1995, ed invita il Presidente e tutti gli Stati dell'Unione ad attenersi ad essi;
  6. richiama i Palestinesi ed i paesi Arabi ad unirsi ad Israele nei negoziati di pace per risolvere il conflitto Arabo-Israeliano, inclusa la realizzazione della prospettiva di due stati democratici, Israele e Palestina, che vivano fianco a fianco in pace e sicurezza.

Questa risoluzione è una proposta legislativa che non richiede la firma del Presidente ma non ha valore di legge.

Posizione del Regno Unito[modifica | modifica sorgente]

La posizione ufficiale britannica su Gerusalemme è esplicitamente in linea con l'ONU.

Altre posizioni notevoli[modifica | modifica sorgente]

Santa Sede[modifica | modifica sorgente]

La Santa Sede si è più volte espressa a favore di soluzioni che prevedano Gerusalemme come città internazionale sotto il controllo dell'ONU o di istituzioni legate a questa. Papa Pio XII fu tra i primi a portare avanti una simile proposta, fin dalla sua enciclica Redemptoris Nostri Cruciatus del 1949, e questa posizione fu successivamente ribadita durante i pontificati di Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II.

Possibili soluzioni[modifica | modifica sorgente]

Nel tempo sono state avanzate moltissime possibili soluzioni per la questione, alcune delle quali particolarmente creative.[59]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Lapidoth , op. cit., p.10, dice a questo proposito: "it is generally thought that Jerusalem is the most difficult problem that the peace-makers have to deal with. [...] A solution to the conflicts about Jerusalem is a sine qua non for the achievement of a viable and durable peace in the area".
  2. ^ Benny Morris, op. cit., cap.13, p.815, dopo aver osservato la criticità della questione già in occasione dei colloqui israelo-egiziani del 1978, a proposito dei colloqui di Camp David del 2000 elenca "i principali problemi che dividevano gli israeliani dai palestinesi: i profughi, Gerusalemme, i confini tra un futuro stato palestinese ed Israele, gli insediamenti, il rifornimento idrico e l'inquinamento", e definisce la questione di Gerusalemme "un cruciale punto morto".
  3. ^ Lapidoth , op. cit., p.10, dice a questo proposito: "the centrality of the issue of Jerusalem derives neither from security considerations nor from economic interests, but from emotional and religious sensitivities. The complexity of the issue is the result of three factors: the city is holy for adherents of Christianity, Islam and Judaism, namely, it is sacred for many millions of people, most of whom do not have in the city; it is the subject of conflicting national claims of two peoples Israelis and Palestinian Arabs; and its population is very heterogeneous".
  4. ^ In Villani , op. cit., par.1, l'aspetto religioso viene considerato prioritario: "l'unicità di Gerusalemme, quale città sacra per le tre grandi religioni monoteiste, Cristianesimo, Ebraismo, Islamismo, ha rappresentato sempre un motivo dominante nelle soluzioni, attuate o tentate, ai problemi relativi al suo status giuridico internazionale. Proprio questa unicità, peraltro, determina una particolare difficoltà di tali problemi, accresciuta dalle pretese alla sovranità territoriale su Gerusalemme avanzate sia da Israele che dal popolo palestinese [...] nonché dalla composizione estremamente eterogenea della sua popolazione. Si tratta infatti di individuare una soluzione che sia accettabile non solo dalle parti in causa più direttamente interessate alla questione della sovranità territoriale (oggigiorno Israele e popolo palestinese), ma che soddisfi anche gli interessi legati alla dimensione religiosa, storica, culturale di Gerusalemme, interessi che coinvolgono anche altri soggetti, a cominciare dalla Santa Sede, e, in qualche misura, l'intera comunità internazionale".
  5. ^ Schiavo, op. cit., p.109, osserva come sia Oslo I e II, sia Camp David e Taba abbiano seguito questo protocollo negoziale.
  6. ^ Dore Gold, Jerusalem in international diplomacy: the 2000 Camp David summit, the Clinton plan, and their aftermath.
  7. ^ Pieraccini e Dusi, op. cit., p.112, prima in riferimento alla seconda intifada sostengono che i "recenti avvenimenti hanno confermato quanto l’insanabile disputa per il Monte del Tempio continui a rappresentare il più difficile e pericoloso fattore del conflitto nazional-religioso tra arabi ed ebrei. Gerusalemme e la sua sacra Spianata sono viste da ambedue le parti come un potente simbolo di identità nazionale"; quindi affermano che: "il problema di Gerusalemme è estremamente complesso. L’inestricabile legame tra religione e politica che lo caratterizza rende infatti difficile una soluzione che risponda ai tradizionali meccanismi del diritto internazionale".
  8. ^ a b c Legge Fondamentale: Gerusalemme capitale di Israele, approvata dalla Knesset il 30 luglio 1980.
  9. ^ a b Risoluzione 478 del Consiglio di Sicurezza dell'ONU del 20 agosto 1980.
  10. ^ Villani , op. cit. prima sostiene che "l'atteggiamento generale della comunità internazionale e delle Nazioni Unite sembra mostrare il convincimento che la sovranità di Israele su Gerusalemme Ovest si sia ormai affermata giuridicamente o, quanto meno, che non sia più possibile, politicamente, rimetterla in discussione. E ciò, ai fini del consolidamento dell'autorità di governo di Israele su Gerusalemme Ovest, è pressoché equivalente, se non ad un riconoscimento di sovranità, almeno ad una posizione di acquiescenza"; in particolare nel documento si rimarca come tale acquiescenza sia riscontrabile anche nell'atteggiamento dei paesi arabi e della stessa OLP/ANP; riguardo alla posizione dell'ONU su Gerusalemme Est l'autore ricorda le "frequenti [...] risoluzioni del Consiglio di sicurezza e dell'Assemblea generale specificamente intese a condannare, dichiarandole invalide, le misure adottate da Israele a Gerusalemme Est", osservando in particolare come "rispetto a Gerusalemme Est [abbia] trovato quindi piena e coerente applicazione la norma, sempre più consolidata nel diritto internazionale, che vieta ogni annessione ottenuta con l'uso della forza", infine conclude che "gli Stati e le altre organizzazioni internazionali hanno mostrato di condividere la posizione dell'ONU".
  11. ^ Nel parere consultivo dal titolo: Legal Consequences of the Construction of a Wall in the Occupied Palestinian Territory pronunciato dalla Corte Internazionale di Giustizia il 10 luglio 2004, il wording utilizzato è particolarmente esplicito, poiché la Corte definisce territori occupati tutti i territori tra la linea Verde ed il Giordano (compresa Gerusalemme Est); Israele è chiamata potenza occupante; è ribadito il regime previsto dalla IV convenzione di Ginevra.
  12. ^ Aust, in Handbook of International Law, cap. II, dopo aver accennato alla questione di Gerusalemme dice: "Israel does not claim sovereignty over the territories occupied since 1967, and under customary international law in those territories Israel therefore has the status of an occupying power. [...] The continued occupation by Israel is a military occupation subject to the limitations of the Hague Regulations 1907 [...] and the Fourth Geneva Convention".
  13. ^ Stephen Zunes afferma come "la comunità internazionale" non abbia accettato di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele: "the international community refused to recognize Jerusalem as Israel's capital, believing that to do so would establish the dangerous precedent of legitimizing territorial expansion by military conquest in direct contravention of United Nations resolutions"; si consulti in proposito il suo articolo Clinton's Shift To The Right sul sito del FPIP.
  14. ^ Il Ministero degli Esteri israeliano in proposito afferma come "la maggioranza degli stati" non abbia accettato di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele: "Most states have not respected Israel's sovereign right to determine its own capital city, and have refused to recognize Jerusalem as the capital of Israel. The reasons for this are essentially political, and are contrary to principles of international law. Israel should enjoy the same basic right as any other country in determining the choice of its capital".
  15. ^ Un mandato conferiva alla potenza mandataria il potere amministrativo; uno dei compiti principali dei mandati era quello di preparare i popoli residenti nella regione all'autodeterminazione; un mandato, dunque, non conferiva alcuna sovranità al mandatario, essendo quella intesa spettare comunque agli abitanti della regione mandataria.
    Il Mandato britannico sulla Palestina comprendeva le regioni attualmente corrispondenti ad Israele, a tutti i territori occupati da Israele ad eccezione delle alture del Golan, ed al Regno di Giordania.
  16. ^ (EN) Report of the Palestine royal commission, il rapporto della commissione Peel del 1937 sul sito dell'ONU
  17. ^ Questi i tre piani di spartizione proposti dalla Commissione Woodhead A   B   C sul sito del Dartmouth College
  18. ^ Secondo Benny Morris, in Righteous Victims, "mancavano i presupposti per una soluzione di compromesso. Per l'Agenzia Ebraica la divisione del paese era un ounto di partenza irrinunciabile; lo stesso valore aveva per gli arabi palestinesi l'indipendenza dell'intera Palestina ed un governo basato sul principio di maggioranza".
  19. ^ mappa
  20. ^ Risoluzione 181 dell'Assemblea Generale
  21. ^ (EN) United Nations Special Committee on Palestine, Recommendations to the General Assembly, A/364, 3 September 1947
  22. ^ In merito al confine israelo-giordano Aust, in Handbook of International Law, cap.II dice testualmente: "these provisions would not prejudice any final political settlement, and the Green Line was without prejudice to future settlements regarding territory or boundary lines".
  23. ^ Risoluzione 273 dell'Assemblea Generale
  24. ^ [1]
  25. ^ Basic Law: Jerusalem, Capital of Israel
  26. ^ "la città ebraica di Gerusalemme è parte integrante di Israele, anche se la maggioranza mondiale non lo riconosce", Uri Lupolianski ad Israel heute, maggio 2007
  27. ^ "mi auguro che Gerusalemme diventi la capitale di Israele riconosciuta internazionalmente come tale", Colette Avital ad Israel heute, maggio 2007
  28. ^ Si consulti a questo proposito: Israel Insider; Perché non riconoscere Gerusalemme capitale? di Dimitri Buffa L'Opinione.it, 15 maggio 2007; Angelo Pezzana Libero, 15 maggio 2007
  29. ^ Benny Morris, op. cit., cap. 10, p.591
  30. ^ a b c Pieraccini e Dusi, op. cit.
  31. ^ Schiavo, op. cit.
  32. ^ Cingoli, op. cit.
  33. ^ Si ricorda che, l'indomani della conquista giordana della Cisgiordania da parte della Legione Araba, l'allora sovrano hascemita ʿAbd Allāh I affermò di "prendere in sacro deposito" le terre palestinesi sotto il proprio controllo fin quando non si fosse costituito uno Stato palestinese.
  34. ^ Yehuda Z. Blum, "The Juridical status of Jerusalem (Jerusalem, The Leonard Davis Institute for International Relations, 1974);id., "The missing Reversioner: Reflections on the Status of Judea and Samaria", 3 Israel Law Review (1968), pages 279-301
  35. ^ Da confrontarsi, in proposito, con la posizione espressa dal prof. Ugo Villani in Lo Status di Gerusalemme nel diritto internazionale; qui l'autore sostiene l'acquisita sovranità israeliana su Gerusalemme Ovest mentre ritiene Gerusalemme Est territorio conteso; il punto discriminante appare essere il principio di impossibilità di acquisizione della terra con la forza; l'autore ritiene che tale principio non era ancora stato recepito, neppure come consuetudine, nel quadro dell'immediato dopoguerra, ma era ormai diventato consuetudine - se non addirittura jus cogens, come è attualmente - vent'anni dopo.
  36. ^ Arafat Signs Law Making Jerusalem Palestinian Capital, People's Daily, published October 6, 2002.
  37. ^ Arafat names Jerusalem as capital, BBC News, published October 6, 2002.
  38. ^ The Palestinian Official Position, Palestinian National Authority, Ministry of Information, copy from Archive.org, retrieved June 20, 2007.
  39. ^ (EN) Riot police seize Palestinian capital, The Guardian, 11 agosto 2001
  40. ^ (EN) comunicazione del Ministero degli Affari Esteri Israeliano
  41. ^ Villani, op. cit., par.6, dice al riguardo che "i poteri esercitati dalla Giordania su Gerusalemme Est sono stati generalmente considerati dalla comunità internazionale come espressione di una situazione de facto, non implicante, sul piano giuridico, l'acquisto della sovranità".
  42. ^ Posizioni discordanti riguardo alle implicazioni giuridiche del discorso di Re Hussein del 31 luglio 1988:
    • Aust, in Handbook of International Law, cap II, nota 56, sostiene che: "in 1988, Jordan announced its disengagement from the West Bank, although it did not renounce any claim it had to sovereignty".
    • Villani, op. cit., par.6, sostiene invece che la "dichiarazione del 31 luglio 1988 di Re Hussein di Giordania [...] esprime la definitiva rinuncia della Giordania ad ogni pretesa di sovranità sui territori posseduti prima della guerra dei sei giorni, al fine di venire incontro alla volontà dell'OLP, unica e legittima rappresentante del popolo palestinese, e di favorire il diritto all'autodeterminazione di quest'ultimo. Una siffatta dichiarazione rispetto a un territorio già di fatto perduto da oltre venti anni, sembra sancire in via definitiva la cessazione di ogni autorità di governo e della stessa volontà di esercitare tale autorità. Se quindi fosse prospettabile la tesi della sovranità giordana su Gerusalemme Est fino al 1967, e persino successivamente - data l'invalidità giuridica della conquista israeliana - tale sovranità dovrebbe comunque considerarsi cessata a seguito della dichiarazione giordana del 1988".
  43. ^ Relazione UNSCOP
  44. ^ Risoluzione 181
  45. ^ Assenza di potere vincolante nell'ambito del diritto internazionale delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza non ex cap VII della Carta:
    • "Some analysts have pointed out that Security Council resolutions condemning or criticizing Israel have been passed under Chapter VI of the U.N. Charter, which are different from the Chapter VII resolutions against Iraq." Ayoob, Mohammad. "The war against Iraq: normative and strategic implications", in Robinson, Mary & Weiss, Thomas G. & Crahan, Margaret E. & Goering, John (eds). Wars on Terrorism and Iraq: human rights, unilateralism, and U.S. foreign policy, Routledge (UK), May 1, 2004, p. 164.
    • "Additionally it may be noted that the Security Council cannot adopt binding decisions under Chapter VI of the Charter." De Hoogh, Andre. Obligations Erga Omnes and International Crimes, Martinus Nijhoff Publishers, Jan 1, 1996, p. 371.
    • "Council recommendations under Chapter VI are generally accepted as not being legally binding." Magliveras, Konstantinos D. Exclusion from Participation in International Organisations, Martinus Nijhoff Publishers, Jan 1, 1999, p. 113.
    • "Within the framework of Chapter VI the SC has at its disposal an 'escalation ladder' composed of several 'rungs' of wielding influence on the conflicting parties in order to move them toward a pacific solution... however, the pressure exerted by the Council in the context of this Chapter is restricted to non-binding recommendations." Neuhold, Hanspeter. "The United Nations System for the Peaceful Settlement of International Disputes", in Cede, Franz & Sucharipa-Behrmann, Lilly. The United Nations, Martinus Nijhoff Publishers, Jan 1, 2001, p. 66.
    • "The responsibility of the Council with regard to international peace and security is specified in Chapters VI and VII. Chapter VI, entitled 'Pacific Settlements of Disputes', provides for action by the Council in case of international disputes or situations which do not (yet) post a threat to international peace and security. Herein its powers generally confined to making recommendations, the Council can generally not issue binding decisions under Chapter VI." Schweigman, David. The Authority of the Security Council Under Chapter VII of the UN Charter, Martinus Nijhoff Publishers, Jan 1, 2001, p. 33.
    • "Under Chapter VI, the Security Council may only make recommendations but not binding decisions on United Nations members". Wallace-Bruce, Nii Lante. The Settlement of International Disputes, Martinus Nijhoff Publishers, Jan 1, 1998, pp. 47-48.
    • "First, it may issue non-binding resolutions under Chapter VI of the Charter expressing its opinion on the abuses and their resolution." Mertus, Julie. The United Nations And Human Rights: A Guide For A New Era, Routledge, 2005, ISBN 0-415-34338-0, p. 120.
    • "Under Chapter VI the Security Council can only make non-binding recommendations. However, if the Security Council determines that the continuance of the dispute constitutes a threat to the peace, or that the situation involves a breach of the peace or act of aggression it can take action under Chapter VII of the Charter. Chapter VII gives the Security Council the power to make decisions which are binding on member states, once it has determined the existence of a threat to the peace, breach of the peace, or act of aggression." Hillier, Timothy, Taylor & Francis Group. Sourcebook on Public International Law, Cavendish Publishing, ISBN 1-84314-380-1, 1998, p. 568.
    • "Nor is the disenchanting performance due to the fact that under Chapter VI the SC may only address non-binding resolutions to the conflicting parties." Cede, Franz, and Sucharipa-Behrmann, Lilly. The United Nations: Law and Practice, Martinus Nijhoff Publishers, 2001, ISBN 90-411-1563-3, p. 70.
    • "This clause does not apply to decisions under Chapter VII (including the use of armed force), which are binding on all member states (unlike those adopted under Chapter VI which are of a non-binding nature)." Köchler, Hans. The Concept of Humanitarian Intervention in the Context of Modern Power, International Progress Organization, 2001, ISBN 3-900704-20-1, p. 21.
    • "The impact of these flaws inherent to Resolution 731 (1992) was softened by the fact that it was a non-binding resolution in terms of Chapter VI of the Charter. Consequently Libya was not bound to give effect to it. However, the situation was different with respect to Resolution 748 of 31 March 1992, as it was adopted under Chapter VII of the Charter." De Wet, Erika, "The Security Council as a Law Maker: The Adopion of (Quasi)-Judicial Decisions", in Wolfrum, Rüdiger and Röben, Volker. Developments of International Law in Treaty Making, Springer, 2005, ISBN 3-540-25299-1, p. 203.
    • "There are two limitations on the Security Council when it is acting under Chapter VI. Firstly, recommendations of the Council under Chapter VI are not binding on states." Werksman, Jacob. Greening International Institutions, Earthscan, 1996, ISBN 1-85383-244-8, p. 14.
    • "Chapter VI exhorts members to settle such claims peacefully and submit them for mediation and arbitration to the United Nations. Chapter VI, however, is not binding - in other owrds, there is no power to compel states to submit their disputes for arbitration or mediation by the United Nations." Matthews, Ken. The Gulf Conflict and International Relations, Routledge, 1993, ISBN 0-415-07519-X, p. 130.
    • "One final point must be noted in connection with Chapter VI, and that is that the powers of the Security Council are to make "recommendations." These are not binding on the states to whom they are addressed, for Article 25 relates only to "decisions." Philippe Sands, Pierre Klein, D. W. Bowett. Bowett's Law of International Institutions, Sweet & Maxwell, 2001, ISBN 0-421-53690-X, p. 46.
    • "Article 2, para. 6, must be linked, first of all, to the use of these kinds of pressure that have no mandatory effect. Both the General Assembly and the Council have the power to make recommendations to the States, that is, resolutions that do not bind the States (see section 89)). Worthy of mention from this point of view are the provisions of Article 11, para. 2 ("The General Assembly may discuss any questions relating to the maintenance of international peace and security... and... may make recommendations with regard to any such question to the State or States concerned") and the various provisions of Chapter VI, particularly Article 33, para. 2, Article 36, and Article 37, para. 2, which give the Security Council the power to recommend settlement of disputes likely to endanger the peace." Conforti, Benedetto. The Law and Practice of the United Nations, Martinus Nijhoff Publishers, 2005, ISBN 90-04-14308-4, p. 127.
    • "...the primary authority of the Security Council is defined in terms of international peace and security. The Council's jurisdiction under Chapter VI—which give it recommendatory but not binding authority—is stated in very broad terms." Matheson, Michael J. Council UNbound: The Growth of UN Decision Making on Conflict and Postconflict Issues after the Cold War, US Institute of Peace Press, 2006, ISBN 1-929223-78-1, p. 42.
    • "After much lobbying, the Council agreed on a resolution intended to "assist the parties to achieve a just, lasting and mutually acceptable political solution" that would provide for the self-determination of the people of Western Sahara. But the preamble went on to specify that the Council was "acting under Chapter VI of the Charter of the United Nations." In short, this remained an exercise of good offices, not binding arbitration subject to enforcement." Jensen, Erik. Western Sahara: Anatomy of a Stalemate, Lynne Rienner Publishers, 2005, ISBN 1-58826-305-3, p. 112.
    • "Thus decisions under Chapter VI, for example, to recommend terms of settlement are not binding, and even decisions under Article 40 of Chapter VII may not be." Political science quarterly, v. 90 (1975-76), Academy of Political Science, Columbia University, p. 147.
    • "The UN distinguishes between two sorts of Security Council resolution. Those passed under Chapter Six deal with the peaceful resolution of disputes and entitle the council to make non-binding recommendations. Those under Chapter Seven give the council broad powers to take action, including warlike action, to deal with "threats to the peace, breaches of the peace, or acts of aggression". Such resolutions, binding on all UN members, were rare during the cold war. But they were used against Iraq after its invasion of Kuwait. None of the resolutions relating to the Israeli-Arab conflict comes under Chapter Seven." Iraq, Israel and the United Nations: Double standards?, The Economist, October 10, 2002.
    • "There are two sorts of security council resolution: those under 'chapter 6' are non-binding recommendations dealing with the peaceful resolution of disputes; those under 'chapter 7' give the council broad powers, including war, to deal with 'threats to the peace ... or acts of aggression'." Emmott, Bill. If Saddam steps out of line we must go straight to war, The Guardian, November 25, 2002.
    • "...there is a difference between the Security Council resolutions that Israel breaches (nonbinding recommendations under Chapter 6) and those Iraq broke (enforcement actions under Chapter 7)." Kristof, Nicholas D. Calling the Kettle Black, The New York Times, February 25, 2004.
    • "There is a hierarchy of resolutions... Chapter 6, under which all resolutions relating to the middle east have been issued, relates to the pacific resolution of disputes. Above that, there are the mandatory chapter 7 resolutions, which impose the clearest possible obligations, usually on a single state rather than on two or three states, which is what chapter 6 is there for. Chapter 7 imposes mandatory obligations on states that are completely out of line with international law and policy, and the United Nations has decided in its charter that the failure to meet those obligations may be met by the use of force." Straw, Jack. House of Commons debates, Hansard, Column 32, September 24, 2002.
    • "There is another characteristic of these resolutions which deserves a mention, and that is that they are under chapter 7 of the United Nations charter. Chapter 7 has as its heading 'Action with respect to threats to the peace, breaches of the peace, and acts of aggression'. This is the very serious chapter of United Nations rules, regulations, laws and principles, which the United Nations activates when they intend to do something about it. If the United Nations announces under chapter 7 that it intends to do something about a matter and it is not done, that will undermine the authority of the United Nations; that will render it ineffective. There are many other resolutions under other chapters. Resolution 242 gets a bit of a guernsey here every now and then. Resolution 242 is under chapter 6, not chapter 7. It does not carry the same mandate and authority that chapter 7 carries. Chapter 6 is the United Nations trying to put up resolutions which might help the process of peace and it states matters of principle that are important for the world to take into consideration. Resolution 242 says that Israel should withdraw from territories that it has occupied. It also says that Israel should withdraw to secure and recognised boundaries and that the one is dependent upon the other. Resolution 242 says that, but it is not a chapter 7 resolution." Beazley, Kim, Waiting for blow-back (speech delivered in Parliament on February 4, 2003), The Sydney Morning Herald, February 5, 2003.
    • "There are several types of resolutions: Chapter 6 resolutions are decisions pursing the Pacific Settlement of Disputes, and put forward Council proposals on negotiation, enquiry, mediation, conciliation, arbitration, judicial settlement, resort to regional agencies, and other peaceful means. Chapter 7 resolutions are decisions for Action with Respect to Threats to the Peace, involving use of force and sanctions, complete or partial interruption of economic relations, rail, sea, air, postal, telegraphic radio and other means of communication and the severance of diplomatic relations. Resolutions passed under Chapter 7 of the Charter are binding on all UN members, who are required to give every assistance to any action taken by the Council, and refrain from giving any assistance to the country against which it is taking enforcement action." Iran dossier crosses the Atlantic: Where to from here? (Microsoft Word document), Greenpeace position paper on Iran.
  46. ^ Costa Rica to relocate embassy to TA, Jerusalem Post, published August 17, 2006.
  47. ^ El Salvador to move embassy in Israel from Jerusalem to Tel Aviv, People's Daily, published August 26, 2006.
  48. ^ Embassies and Consulates in Israel, Israel Science and Technology Homepage, retrieved June 20, 2007.
  49. ^ Country Profile: Israel
  50. ^ FAQ sul Medio Oriente, p.3. Link consultato il 22 novembre 2008
  51. ^ a b c d Jerusalem Embassy Act dell'ottobre 1995.
  52. ^ "Jerusalem: Provisions of Foreign Relations Authorization act of 2003 HR 1646." MidEast Web. October 1, 2002.
  53. ^ Statement on FY 2003 Foreign Relations Authorization Act, Statement on FY 2003 Foreign Relations Authorization Act by President George W. Bush, Washington, DC, September 30, 2002, Released by the White House, Office of the Press Secretary
  54. ^ Powell sued over Jerusalem's status, BBC News, published September 17, 2003.
  55. ^ The Jerusalem passport will have its day in court, Shmuel Rosner, Haaretz, published February 22, 2006.
  56. ^ U.S. House of Representatives, H.R. 895 (bill status), GovTrack.us, published February 7, 2007.
  57. ^ U.S. House of Representatives, H. Con. Res. 152 (bill status), GovTrack.us, published June 5, 2007.
  58. ^ U.S. House of Representatives, H. Con. Res. 152 (text of bill), GovTrack.us, published June 5, 2007.
  59. ^ Brian Whitaker: "Rivals for holy city may have to turn to God.", Guardian Unlimited, 22 agosto, 2000; Marilyn Henry: "Disney response on Jerusalem exhibit calms Arabs", Jerusalem Post Service, 1 ottobre 1999; Deborah Sontag: "Two Dreams of Gerusalemme Converge in a Blur", New York Times, 21 maggio 2000.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

libri[modifica | modifica sorgente]

  • (EN) Ruth Lapidoth, Moshe Hirsch; Deborah Housen-Couriel, Whither Jerusalem?, Jerusalem institute for Israel studies, Mekhon Yerushalayim, Martinus Nijhoff Publishers, 1995, ISBN 90-411-0077-6. URL consultato il 2009-05-18.

pubblicazioni[modifica | modifica sorgente]

  • Paolo Pieraccini, Elena Dusi, Gerusalemme: un accordo impossibile? in Limes, Israele/Palestina, la terra stretta, I, 2001, pp. pp.93-112.
  • Janick Cingoli, Di chi è la Città Santa? Un contributo italiano in Limes, Israele/Palestina, la terra stretta, I, 2001, pp. pp.113-116.
  • Alessandra Schiavo, La Vera Storia di Camp David in Limes, Guerra santa in terra santa, II, 2002, pp. pp.109-123.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Documenti delle Nazioni Unite[modifica | modifica sorgente]

Risoluzioni dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite
Risoluzioni del Consiglio di sicurezza
  • Risoluzione 267 - Jerusalem - Israel to rescind all Measures taken which may tend to change the status of the City/Security Council to reconvene - 3 luglio 1969
  • Risoluzione 298 - Jerusalem/Israel to rescind measures which may change the status of the City - 25 settembre 1971
  • Risoluzione 446 Israeli settlements - Establishment of settlements to cease, no legal validity/ Israel not to transfer own population/ Commission to be appointed - 22 marzo 1979
  • Risoluzione 476 Jerusalem/Concern over Knesset steps/Necessity to end occupation/Israel to abide by SecCo resns - 30 giugno 1980
  • Risoluzione 605 - 22 dicembre 1987
Studi e materiale divulgativo

Studi accademici[modifica | modifica sorgente]

Altri collegamenti[modifica | modifica sorgente]

Studio del Jerusalem Center for Public Affairs sulla divisione di Gerusalemme. Nadav Shagrai, "Jerusalem: The Dangers of Division. An Alternative to Separation from the Arab Neighborhoods" (2008): [2]