Ahmed Yassin

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« Il primo quarto del prossimo secolo vedrà l'eliminazione dell'entita' sionista e lo stabilimento dello Stato Palestinese su tutto il territorio della Palestina. Il forte non rimarrà forte per sempre e il debole non resterà debole per sempre. Le cose cambieranno. »
(Ahmed Yassin ad una conferenza del 1998)

Lo shaykh Aḥmad Ismāʿīl Yāsīn, nei media occidentali Yassin (Al-Jura, 1º gennaio 1937Gaza, 22 marzo 2004), è stato un politico palestinese, uno dei fondatori e il capo spirituale del gruppo di liberazione nazionale islamico Ḥamās.

Figura di spicco nella crisi vicino-orientale, non sempre in totale accordo con il capo dell'Autorità Nazionale Palestinese Yāser ʿArafāt, Yāsīn è stato ucciso a Gaza il 22 marzo 2004 da missili lanciati da un elicottero israeliano contro l'auto sulla quale stava salendo dopo essere uscito da una moschea.

Secondo Israele è stato il responsabile dell'uccisione di centinaia di civili israeliani e di altri paesi in numerosi attentati terroristici. Dirà l'allora Ministro della Difesa israeliano, Generale a riposo Shaul Mofaz: "Lo Stato ebraico persisterà nella propria politica di "liquidare i terroristi", cioè dei cosiddetti 'omicidi selettivi' e continuerà a cercare di eliminare gli uomini più pericolosi della rivolta palestinese".[1] Parole di deplorazione per la sua uccisione sono state espresse dall'intera comunità internazionale. Il 25 marzo 2004 una mozione di condanna di Israele del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è stata bloccata dal veto dei soli Stati Uniti governati dall' allora presidente George W Bush.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Pressoché affetto da tetraplegia (era costretto a muoversi su una sedia a rotelle a causa di un incidente sportivo riportato in gioventù), Yāsīn era nato verso la fine del 1937 nel villaggio di al-Jora vicino all'attuale Ashkelon.

Durante la guerra arabo-israeliana del 1948 fu costretto a trasferirsi a Gaza. Nonostante il suo handicap, riuscì a studiare all'Università Al-Azhar del Cairo (Egitto). I suoi seguaci lo chiamavano shaykh, sebbene non avesse effettivamente frequentato una vera e propria Madrasa, scuola coranica che avrebbe potuto conferirgli di diritto il titolo, anche se nel sentire comune il termine è dato a qualsiasi personalità degna di rispetto.

Aderì al movimento dei Fratelli Musulmani durante il periodo di studi ad al-Azhar, che fu un po' la culla del movimento votato all'islamismo e al nazionalismo arabo.

Fondatore di Hamās[modifica | modifica sorgente]

Nel 1987 fondò Hamas, ala palestinese dei Fratelli Musulmani, sorta almeno inizialmente con scopi caritativi. Tuttavia non mancava di ripetere che "la terra di Israele sarà consacrata alle future generazioni musulmane fino al Giorno del Giudizio", criticando anche la cosiddetta Road Map che, a suo parere, "non equivale ad una pace vera e non può sostituirsi al jihād e alla resistenza".

Sospettato nel 1989 di aver ordinato l'uccisione di Palestinesi passati a collaborare con le forze di difesa israeliane, Yāsīn fu da Israele fatto arrestare e condannare a vita per il rapimento e l'uccisione di due soldati. Tuttavia, nel 1997 fu rilasciato in seguito ad un accordo con la Giordania che prevedeva la liberazione di due agenti del Mossad tenuti prigionieri in quella nazione.

Fino alla sua morte[modifica | modifica sorgente]

Dopo il suo rilascio, Yāsīn assunse nuovamente la leadership di Ḥamās, chiamando il popolo palestinese ad una rinnovata resistenza contro l'occupazione di Israele che prevedesse anche il ricorso ad attentati suicidi contro obiettivi civili e militari israeliani. Il suo motto è anche la sua citazione più conosciuta: "Abbiamo scelto questa strada: finirà con il martirio o la vittoria".

Nelle varie fasi di trattative fra le autorità palestinesi ed Israele, Yāsīn è stato più volte posto agli arresti domiciliari ma poi sempre rilasciato, anche per la pressione a suo favore da parte dei suoi sostenitori.

Dichiaratamente nel mirino di Israele, almeno dal giugno 2003, era riuscito a sfuggire una volta alle bombe delle forze aeree israeliane che attaccarono, nel settembre dello stesso anno, un palazzo di Gaza nel quale si riteneva si trovasse. Yāsīn rimase leggermente ferito e ai giornalisti che lo intervistarono in ospedale disse che "il tempo proverà quanto l'atteggiamento criminale (di Israele) non riuscirà ad eliminare Ḥamās, i cui leader aspirano al martirio e non paventano la morte. Il jihād - aggiunse in quella circostanza - continuerà fino alla vittoria o fino al martirio".

Yāsīn non fece mai molto da allora per nascondersi o per cautelarsi da nuovi attentati. La sua residenza a Gaza è stata visitata da diversi giornalisti ed egli stesso non ha mai rinunciato, fino all'ultimo, a recarsi quotidianamente - secondo una consolidata routine - in moschea a pregare. Venne assassinato il 22 marzo 2004 a Sabra. Mentre usciva dalla moschea, due elicotteri dell'esercito israeliano (coperti dal rumore di alcuni F-16 a volo radente) decollarono da un nascondiglio e centrarono, con alcuni missili, Yāsīn ed il gruppo di persone che era con lui.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Prusher, Ilene R., "Killing of Yassin a Turning Point". The Christian Science Monitor. 23 March 2004.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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