Marwan Barghuthi

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Marwān Barghūthī

Marwān Barghūthī (in arabo: مروان البرغوتي; Ramallah, 6 giugno 1959) è un politico e militare palestinese.

È incarcerato dal 2002 in una prigione di massima sicurezza israeliana, condannato a 5 ergastoli per omicidio.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Barghūthī entra nel Fatḥ all'età di 15 anni. È arrestato dallo Stato d'Israele per la prima volta nel 1976, all'età di 18 anni, per partecipazione a una sommossa. Impara la lingua ebraica durante la sua detenzione in carcere. Al suo rilascio, entra in Cisgiordania e studia all'Università di Bir Zeit. Diventa rappresentante degli studenti nel Consiglio d'Amministrazione dell'Ateneo. Ottiene anche una laurea in Storia, un'altra in Scienze Politiche e un Dottorato di Ricerca in Relazioni Internazionali.

Barghūthī è uno dei principali capi politici della prima Intifada per la Striscia di Gaza nel 1987. Viene arrestato nel 1987 dall'esercito israeliano ed espulso in Giordania. Può tornare dall'esilio solo dopo la firma degli Accordi di Oslo nel 1994. Barghūthī è eletto nel Consiglio Legislativo Palestinese nel 1996, in cui difende il processo di pace israelo-palestinese come una "necessità". Oratore talentuoso ed esperto, Barghuthi si afferma all'interno della struttura politica di al-Fataḥ e ne diviene Segretario Generale per la Cisgiordania.

Il 28 settembre 2000 la visita di Ariel Sharon sulla Spianata delle moschee lancia la seconda Intifada e la situazione politica muta. Barghūthī, capo del Tanẓīm-Fatḥ, la branca armata del Fatḥ, è diventato indispensabile per la sua capacità d'organizzazione e soprattutto assai popolare tra i Palestinesi. Il Tanẓīm-Fatḥ si diversifica dando il via a un sottogruppo chiamato le Brigate dei Martiri di al-Aqsa, ad attentati suicidi sul territorio israeliano e contro le colonie israeliane.

Nel 2001 viene sventato un tentativo d'assassinio ai suoi danni preparato dall'apparato militare israeliano.[1] Il 15 aprile 2002, Israele cattura Barghūthī, che viene imputato di omicidio con finalità terroristiche condotto da uomini al suo comando. I Palestinesi catturati per fatti di "resistenza" sono abitualmente giudicati da tribunali militari, ma per Barghūthī Israele, a causa delle pressioni internazionali, è costretto a organizzare un regolare processo pubblico.

Come in ogni processo per crimini di origine politica, l'imputato si serve della tribuna che gli è offerta per esaltare la propria causa politica. Durante tutto il processo, Barghūthī rifiuta di riconoscere la legittimità del tribunale israeliano e, logicamente, rifiuta di difendersi. Barghūthī dice di sostenere gli attacchi armati contro l'occupazione israeliana ma non può evitare gli attacchi contro civili sul suolo israeliano. È condannato il 20 maggio 2004 per cinque omicidi provocati da un gruppo armato, fra cui quello di un monaco greco-ortodosso, e di tre altri attentati: uno a nord di Gerusalemme, uno a Tel-Aviv e un altro in Cisgiordania. Barghūthī è anche dichiarato reo d'un tentato omicidio per un attentato suicida sventato dalle forze di sicurezza israeliane. Per contro, egli dichiara di essere innocente dei capi d'imputazione elevati contro di lui. È dichiarato colpevole di 21 capi d'imputazione per omicidio, avvenuti nel corso di 33 attentati. Il 6 giugno, Barghūthī è condannato a cinque ergastoli per i cinque omicidi di cui è stato dichiarato colpevole e a 40 anni di carcere per il suo tentato omicidio.

Barghūthī è sposato con l'avvocato Fadwa Barghūthī .

Citazioni[modifica | modifica sorgente]

«Non sono un terrorista, ma non sono neppure un pacifista. Sono semplicemente un normale uomo della strada palestinese, che difende la causa che ogni oppresso difende: il diritto di difendermi in assenza di ogni altro aiuto che possa venirmi da altre parti». (Tribuna nel Washington Post nel 2002.[2])

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Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ "Profile: Marwan Barghouti". BBC News. 26 novembre 2009. Accesso 9 agosto 2011.
  2. ^ (EN) Want Security? End the Occupation, Washington Post, 16 gennaio 2002