Operazione Downfall

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L'Operazione Downfall era il nome in codice per definire i due sbarchi Alleati in Giappone che sarebbero dovuti avvenire verso la fine della seconda guerra mondiale con lo scopo di invaderlo. L'operazione venne annullata quando il Giappone si arrese in seguito al bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki e alla dichiarazione di guerra da parte dell'URSS al Giappone.

L'Operazione Downfall era suddivisa in due fasi — l'Operazione Olympic e l'Operazione Coronet. Pianificata per iniziare nell'ottobre 1945, l'Operazione Olympic aveva lo scopo di conquistare la parte meridionale del Kyūshū, utilizzando l'isola di Okinawa, recentemente conquistata, come base avanzata per il rifornimento e il supporto logistico all'operazione. In seguito, nella primavera del 1946, sarebbe iniziata l'Operazione Coronet che aveva lo scopo di invadere la regione di Kantō presso Tokyo nell'isola giapponese dell'Honshū. Le basi aeree conquistate nel Kyūshū nell'Operazione Olympic avrebbero permesso agli USA di usufruire del supporto aereo per l'Operazione Coronet.

La geografia del Giappone rese questo piano di invasione piuttosto ovvio per i Giapponesi, che furono in grado di dedurre i piani di invasione alleati e accomodare di conseguenza i propri piani difensivi. I Giapponesi pianificarono una difesa ad oltranza di Kyūshū, con poche riserve lasciate per operazioni difensive successive. Le stime sui probabili caduti furono variabili, ma comunque estremamente elevate in ambedue i fronti: a seconda del grado di resistenza all'invasione da parte dei civili giapponesi, le stime si aggiravano intorno ai milioni di caduti per gli Alleati[1] e alle decine di milioni per i Giapponesi.

Una mappa che mostra le forze Giapponesi e degli Stati Uniti (ma non di altri Alleati) che dovevano prendere parte alla battaglia per il Giappone. Furono previsti due sbarchi:
(1) Olympic — l'invasione dell'isola meridionale Kyūshū
(2) Coronet — l'invasione dell'isola principale, Honshū.


Pianificazione[modifica | modifica wikitesto]

La responsabilità della pianificazione dell'Operazione Downfall ricadde sui comandanti statunitensi Chester Nimitz (Ammiraglio di Flotta) e Douglas MacArthur (Generale dell'Esercito) e sui Comandi Congiunti del Personale (Joint Chiefs of Staff) - gli Ammiragli Ernest King e William D. Leahy, e i Generali George Marshall e Hap Arnold (quest'ultimo aveva in passato servito nell'USAAF)[2]. A quel tempo, lo sviluppo della bomba atomica era ancora un segreto noto solo ai pochi ufficiali di più alto rango al di fuori del Progetto Manhattan, e la pianificazione dell'invasione non prese in considerazione la sua esistenza.

Durante tutta la guerra nel Pacifico, e contrariamente al teatro di guerra Europeo, gli Alleati non furono in grado di trovare un accordo per nominare un unico Comandante in Capo (Commander-in-Chief, C-in-C). Il comando alleato era diviso in regioni: nel 1945, per esempio, Chester Nimitz era Comandante in Capo delle forze alleate nell'Oceano Pacifico, mentre Douglas MacArthur era Comandante supremo delle forze alleate del Pacifico sud-occidentale. Tuttavia, una catena di comando unificata fu ritenuta assolutamente necessaria per un'invasione del Giappone. Le rivalità interne alle forze armate statunitensi - la U.S. Navy appoggiava Nimitz, mentre lo U.S. Army appoggiava MacArthur - furono così accese che rischiarono di far fallire la pianificazione dell'invasione. Alla fine, la U.S. Navy parzialmente soprassedette, e MacArthur avrebbe avuto il comando totale di tutte le forze, se le circostanze lo avessero reso necessario[3].

Considerazioni[modifica | modifica wikitesto]

Le esigenze primarie che gli strateghi dovettero considerare furono il tempo e le perdite, ovvero come riuscire a ridurre il Giappone ad una condizione di resa, il più velocemente possibile e con le minori perdite per gli Alleati. Nel 1943, i Capi Congiunti concordarono che il Giappone doveva essere forzato alla resa non oltre l'anno successivo. Si convinsero di questa decisione dopo aver visionato "Appreciation and Plan for the Defeat of Japan", un documento prodotto da un team congiunto di Inglesi ed Americani, che prevedeva che un'invasione del Giappone fosse possibile non prima del 1947[4]. Prolungare la guerra in tal modo era considerato pericoloso per il morale della nazione.

La Marina degli Stati Uniti proponeva l'uso del blocco navale e della superiorità aerea per portare il Giappone alla resa. Propose delle operazioni per catturare delle basi aeree nelle vicine Shanghai e Corea, che avrebbero dato all'Aeronautica degli Stati Uniti una serie di basi avanzate dalle quali bombardare direttamente il Giappone[5]. L'Esercito invece, riteneva che una tale strategia avrebbe potuto prolungare la guerra indefinitivamente, con inutili costi in vite umane, e per questo riteneva che la resa dovesse essere ottenuta tramite un'invasione. L'Esercito proponeva operazioni in larga scala direttamente contro le isole del Giappone, senza alcuna delle operazioni di contorno volute dalla Marina. Alla fine, il punto di vista dell'Esercito prevalse[6].

Per la sua estensione, il Giappone era un obiettivo imponente e con poche spiagge adatte per un'invasione. Solamente Kyūshū (l'isola più a sud del Giappone) e le spiagge della pianura di Kantō (a sud-ovest e sud-est di Tokyo) potevano essere considerate adatte allo scopo. Gli alleati decisero di lanciare un'invasione suddivisa in due fasi. L'Operazione Olympic avrebbe attaccato Kyūshū. A seguito della conquista di quell'isola, gli Alleati avrebbero costruito delle basi aeree che avrebbero fornito la copertura per l'Operazione Coronet, per attaccare la Baia di Tokyo.

Previsioni americane[modifica | modifica wikitesto]

Mentre la geografia del Giappone era nota, gli strateghi statunitensi potevano solo stimare le forze difensive che avrebbero incontrato. Basandosi su rapporti di intelligence disponibili all'inizio del 1945, gli analisti strategici prevedevano i seguenti punti[7]:

  • "Le operazioni in quest'area saranno ostacolate non solo dalle forze armate dell'Impero Giapponese, ma anche dalla popolazione ostile e fanatica"
  • "Approssimativamente tre (3) divisioni ostili verranno dislocate nella parte sud di Kyūshū ed ulteriori tre (3) nella parte nord di Kyūshū all'inizio dell'operazione Olympic "
  • "Le forze ostili totali che saranno destinate contro le operazioni a Kyūshū non eccederanno le otto-dieci (8-10) divisioni e questo livello di dislocazione verrà rapidamente raggiunto"
  • " Approssimativamente ventuno (21) divisioni ostili, incluse le divisioni di logistica, saranno presenti su Honshū all'inizio dell'operazione Coronet e quattordici (14) di queste divisioni saranno impiegate nell'area della Pianura di Kantō"
  • "Il nemico potrebbe ritirare le proprie forze aeree basate su terra sul continente asiatico per proteggerle dagli attacchi. In questa circostanza, il nemico potrebbe contare su 2.000-2.500 aerei in quell'area, e questo contingente potrebbe operare contro gli sbarchi a Kyūshū, utilizzando basi intermedie nell'isola principale".

Operazione Olympic[modifica | modifica wikitesto]

L'operazione Olympic, ovvero l'invasione dell'isola di Kyūshū, doveva iniziare il giorno "X-Day", che venne fissato al 1º novembre, 1945. L'armata congiunta degli Alleati sarebbe stata la più grande mai raccolta, e avrebbe incluso 42 portaerei, 24 corazzate, e 400 fra cacciatorpediniere e navi di scorta. Inizialmente, quattordici divisioni statunitensi dovevano prendere parte agli sbarchi iniziali. Usando Okinawa come base logistica, l'obiettivo dell'operazione prevedeva la conquista della parte meridionale di Kyūshū. Quest'area sarebbe poi stata usata come base per attaccare Honshū nella successiva Operazione Coronet.

Olympic doveva anche includere un piano diversivo, denominato Operazione Pastel. Pastel doveva convincere i Giapponesi che i Capi Congiunti avessero messo da parte la possibilità di un'invasione diretta e che invece gli Alleati avessero intenzione di circondare e bombardare il Giappone. Questo avrebbe richiesto di conquistare delle basi a Taiwan, presso la costa cinese, e nell'area del Mar Giallo[8].

La Ventesima Air Force (Twentieth Air Force) avrebbe dovuto continuare il suo ruolo come principale forza per il bombardamento strategico contro le isole Giapponesi. Il supporto aereo tattico sarebbe stato di responsabilità della U.S. Far East Air Forces (FEAF) - una formazione che comprendeva la 5ª, 13ª e 7ª Air Force - durante la preparazione per l'invasione. La FEAF sarebbe stata responsabile degli attacchi agli aeroporti Giapponesi e alle infrastrutture di trasporto su Kyūshū e la parte meridionale di Honshū (come ad esempio il tunnel sullo Stretto di Kanmon) e avrebbe dovuto ottenere e mantenere la superiorità aerea sulle spiagge del Giappone.

Prima dell'invasione principale bisognava conquistare le isole di Tanegashima, Yakushima, e le isole Koshikijima, a partire dal giorno X-5[9]. L'invasione di Okinawa aveva dimostrato l'importanza di stabilire delle zone di sicuro ancoraggio nelle vicinanze del teatro della battaglia, per le navi non direttamente coinvolte nell'invasione e per le navi danneggiate dagli attacchi aerei.

Kyūshū doveva essere invasa dalla Sesta Armata in tre punti - Miyazaki, Ariake e Kushikino. Se si disegnasse un orologio sovrapposto alla mappa di Kyūshū, i tre punti si troverebbero rispettivamente ad ore 4,5 e 7. Le 35 spiagge di sbarco furono tutte chiamate con nomi di automobili: Austin, Buick, Cadillac fino a Stutz, Winton, e Zephyr[10]. Assegnando un corpo d'armata ad ogni sbarco, i pianificatori dell'invasione ritenevano che il rapporto di forza fra americani e giapponesi sarebbe stato di tre ad uno. All'inizio del 1945 Miyazaki era praticamente indifesa, mentre Ariake e la sua vicina baia erano pesantemente difese. Infine, nonostante Kushikino fosse marginalmente difesa, i Marines assegnati alla sua conquista probabilmente avrebbero avuto il compito più difficile a causa del terreno sfavorevole. L'invasione non avrebbe dovuto conquistare l'intera isola, ma solamente il terzo più a sud. La parte meridionale di Kyūshū sarebbe stata usata come base di partenza per la successiva Operazione Coronet.

Operazione Coronet[modifica | modifica wikitesto]

L'operazione Coronet, ovvero l'invasione di Honshū nella pianura di Tokyo a sud della capitale, doveva iniziare il giorno "Y-Day", che era stato fissato per il 1º marzo, 1946. Coronet sarebbe stata la più grande operazione anfibia di tutti i tempi, con 25 divisioni assegnate per le operazioni iniziali. La Prima Armata avrebbe invaso la spiaggia di Kujukuri, nella Penisola di Boso, mentre l'Ottava Armata avrebbe invaso Hiratsuka, nella Baia di Sagami. Ambedue le armate si sarebbero poi dirette a nord verso l'interno, incontrandosi a Tokyo.

Dislocamento delle truppe[modifica | modifica wikitesto]

Olympic doveva essere realizzata con le risorse già presenti nel Pacifico, compresa la British Pacific Fleet, una formazione del Commonwealth che includeva almeno una dozzina di portaerei e numerose corazzate. La Australian First Tactical Air Force prese parte alla campagna per la riconquista delle Filippine. Questa forza avrebbe sicuramente aumentato il potenziale di supporto a corto raggio per le unità di sbarco. L'unico importante ridislocamento per Olympic fu quello della Tiger Force, un'unità di bombardieri pesanti formata da truppe del Commonwealth, composta da 10 squadroni, che doveva essere trasferita dal Comando Bombardieri della RAF in Europa alle basi aeree di Okinawa.

Se fossero stati necessari dei rinforzi per Olympic, questi potevano essere prelevati dalle forze che dovevano partecipare a Coronet: ciò avrebbe richiesto il ridislocamento di notevoli forze alleate dall'Europa, dal Sud Asia, dall'Australasia e da altre regioni. Queste avrebbero incluso la 1ª Armata (15 divisioni) e la 8ª Air Force, che erano dislocate in Europa in quel momento. La ridislocazione fu complicata dalla simultanea smobilitazione parziale della U.S. Army, che ridusse drasticamente l'efficienza delle divisioni in combattimento, privandole degli ufficiali ed uomini di maggiore esperienza.

Secondo lo storico statunitense John Ray Skates:

Gli strateghi americani non considerarono [inizialmente] la possibilità che truppe Alleate [non statunitensi] potessero prendere parte all'invasione della Pianura di Kanto. Realizzarono dei piani in cui le unità di assalto, rinforzo e riserva sarebbero provenute esclusivamente da forze statunitensi. Tuttavia, quando i piani per Coronet furono rifiniti durante l'estate del 1945, tutte le maggiori nazioni Alleate offrirono delle truppe di terra, e si sviluppò un dibattito presso i più elevati livelli di comando sulla dimensione, la missione, l'equipaggiamento e il supporto a questi contingenti.[11]

Il governo australiano richiese l'inclusione di unità dell'Esercito Australiano nella prima ondata di Olympic, ma questa richiesta fu respinta dai comandanti statunitensi[12]. A seguito di trattative con le altre potenze Alleate, fu deciso che un corpo del Commonwealth, inizialmente costituito da divisioni di fanteria australiane, e truppe dell'Esercito Britannico e dell'Esercito Canadese sarebbero state usate in Coronet. Quelle nazioni inoltre avrebbero fornito eventuali rinforzi, assieme ad altre del Commonwealth. MacArthur bloccò le proposte di includere divisioni dall'Esercito Indiano, a causa della differenza di linguaggio, organizzazione, composizione, equipaggiamento, addestramento e disciplina[13]. Inoltre raccomandò che i corpi fossero organizzati attorno alle linee di quelli statunitensi, utilizzassero solo equipaggiamento e logistica statunitense e fossero addestrati negli Stati Uniti per sei mesi prima del dislocamento; tutti questi suggerimenti furono accolti[14]. Un ufficiale britannico, il Tenente Generale Charles Keightley, fu nominato comandante dei corpi del Commonwealth. Il governo australiano però contestò la nomina di un ufficiale che non aveva alcuna esperienza nel combattimento con i Giapponesi e appoggiò la nomina del Tenente Generale Leslie Morshead[15]. La guerra terminò prima che i dettagli sulle truppe fossero completamente definiti.

Operazione Ketsugō[modifica | modifica wikitesto]

Nel frattempo, i Giapponesi stavano stabilendo i propri piani difensivi. All'inizio, i Giapponesi erano preoccupati per una possibile invasione durante l'estate del 1945. Tuttavia, la battaglia di Okinawa si prolungò così a lungo che essi conclusero che gli Alleati non sarebbero stati in grado di lanciare un'altra operazione in larga scala prima della stagione dei tifoni, durante la quale il tempo atmosferico sarebbe stato troppo sfavorevole e rischioso per un'operazione anfibia. L'intelligence giapponese riuscì a pronosticare piuttosto accuratamente dove sarebbero avvenuti gli sbarchi: nella parte meridionale di Kyūshū a Miyazaki, nella baia di Ariake, e/o nella penisola di Satsuma.[16]

Anche se il Giappone non poteva più avere la prospettiva realistica di vincere la guerra, poteva però ancora rendere inaccettabile il costo di un'invasione del Giappone da parte degli Alleati, costringendoli a giungere ad un armistizio. Il piano giapponese per respingere l'invasione fu chiamato Operazione Ketsugō (決号作戦 ketsugō sakusen?) ("Operazione Decisione").

Kamikaze[modifica | modifica wikitesto]

L'ammiraglio Matome Ugaki fu richiamato in Giappone nel febbraio del 1945 e gli fu conferito il comando della 5ª Flotta Aerea assegnata a Kyūshū. Alla 5ª Flotta Aerea erano già stati assegnati gli attacchi kamikaze contro le navi impiegate nell'invasione di Okinawa (Operazione Ten-Go); la flotta iniziò ad addestrare piloti e ad assemblare aerei per la difesa di Kyūshū, dove si riteneva che gli alleati avrebbero portato la loro prossima offensiva di terra.

La difesa giapponese si affidava pesantemente agli aerei kamikaze. Oltre ai caccia ed ai bombardieri, i giapponesi riassegnarono anche molti dei loro aerei da addestramento per la missione, cercando quindi di sopperire con la quantità a quello che non disponevano in qualità. Il loro esercito e la marina disponevano di più di 10.000 aerei pronti per l'uso in luglio (e ne avrebbero avuti ancora di più in ottobre) e pianificavano di impiegare praticamente tutti quelli che sarebbero riusciti a raggiungere la flotta di invasione. Ugaki inoltre supervisionò la costruzione di centinaia di piccole barche suicide che sarebbero state usate per attaccare le navi Alleate giunte in prossimità delle spiagge di Kyūshū.

Meno di 2.000 aerei kamikaze furono utilizzati durante la Battaglia di Okinawa, riuscendo ad ottenere approssimativamente un attacco riuscito ogni nove. A Kyūshū, viste le circostanze più favorevoli, i giapponesi speravano di ottenere un rapporto di uno a sei, sfondando le difese statunitensi con numerosi sciami di kamikaze nell'arco di poche ore. I Giapponesi stimarono che gli aerei avrebbero affondato più di 400 navi; poiché stavano addestrando i piloti a dirigersi verso le navi da trasporto piuttosto che le portaerei e i cacciatorpediniere, le perdite Alleate sarebbero state assai maggiori rispetto ad Okinawa. Uno studio dello staff di comando stimò che i kamikaze avrebbero potuto distruggere da un terzo a metà delle forze di invasione prima dello sbarco[17].

Forze Navali[modifica | modifica wikitesto]

All'Agosto 1945, la Marina Imperiale Giapponese aveva cessato di essere una forza combattente di qualche efficacia. Le uniche navi maggiori in grado di combattere erano sei portaerei, quattro incrociatori, una corazzata, nessuna delle quali poteva essere rifornita adeguatamente di carburante. La marina aveva ancora un consistente numero di navi minori, ma il loro uso sarebbe stato ugualmente limitato dalla carenza di carburante. Queste potevano "sostenere una forza composta da venti cacciatorpediniere e forse quaranta sottomarini per qualche giorno in mare aperto".[18]

La marina possedeva inoltre circa 100 mini-sottomarini di classe Kōryū, 250 di classe Kairyū (più piccoli), e 1.000 siluri guidati Kaiten. Inoltre possedeva 800 barche suicida Shin'yō.

Forze terrestri[modifica | modifica wikitesto]

In qualsiasi operazione anfibia, il difensore può optare fra due differenti strategie di difesa: una forte difesa delle spiagge, oppure una difesa dell'entroterra. Nelle prime fasi della guerra (come nella battaglia di Tarawa) i Giapponesi generalmente optavano per una strenua resistenza presso le spiagge, con poche o nulle truppe di riserva. Con questa tattica, i Giapponesi risultavano estremamente vulnerabili ai bombardamenti navali condotti prima degli sbarchi. Più avanti nel corso della guerra, come a Peleliu, Iwo Jima e Okinawa, i Giapponesi cambiarono strategia e costituirono le loro linee difensive nel retroterra, che risultava più difendibile. Il combattimento evolse quindi in lunghe battaglie di logoramento, con altissime perdite Americane e nessuna speranza di vittoria per i Giapponesi.

Per la difesa di Kyūshū, i Giapponesi scelsero una strategia intermedia, e concentrarono le loro truppe nei pochi chilometri dell'immediato retroterra, sufficientemente distanti dalle spiagge per evitare l'artiglieria delle navi, ma sufficientemente vicini perché gli Americani non potessero stabilire una testa di ponte prima di ingaggiare il nemico. Le forze per i controattacchi erano posizionate ancora più all'interno dell'isola, pronte a muoversi verso le spiagge teatro dei maggiori sbarchi.

Nel marzo del 1945, c'era un'unica divisione da combattimento a Kyūshū. Nei successivi quattro mesi l'Esercito Giapponese vi trasferì truppe dalla Manciuria, dalla Corea, e dal nord del Giappone, ed inoltre arruolò altre truppe direttamente sul posto. In agosto, si contavano già quattordici divisioni e varie formazioni minori, fra cui tre brigate corazzate, per un totale di 900.000 uomini[19]. I Giapponesi furono in grado di arruolare numerosi nuovi soldati, ma il problema principale consisteva nel riuscire ad equipaggiarli. Ad agosto, l'Esercito Giapponese aveva l'equivalente di 65 divisioni solo nella propria nazione, ma equipaggiamento appena sufficiente per 40 e rifornimento di munizioni solo per 30.[20]

I Giapponesi non decisero formalmente di puntare tutto sul risultato della Battaglia di Kyūshū, tuttavia concentrarono le loro risorse in modo tale che comunque sarebbero rimaste poche riserve per successive battaglie. Secondo una stima, le forze a Kyūshū erano dotate del 40% di tutte le munizioni delle isole Giapponesi[21]. Inoltre i Giapponesi organizzaro i "Corpi Combattenti dei Cittadini Patriottici", che includevano tutti gli uomini in salute fra i 15 e i 60 anni e le donne fra i 17 e i 40, come supporto al combattimento e per la lotta ad oltranza. Nella maggior parte dei casi non si potevano fornire armi, addestramento e munizioni: alcuni uomini erano armati con niente di meglio di vecchi moschetti ad avancarica, archi lunghi o lance di bambù e tuttavia ci si aspettava che riuscissero a combattere contro i militari invasori anche con questi mezzi.[22]

Una ragazza della scuola superiore, Yukiko Kasai, si ritrovò armata con un semplice punteruolo e disse, "Ne sarà valsa la pena se si riuscirà ad uccidere anche un solo soldato americano. … Bisogna mirare all'addome."[23]

Rivalutazione alleata di Olympic[modifica | modifica wikitesto]

Opposizione aerea[modifica | modifica wikitesto]

L'intelligence militare statunitense inizialmente aveva stimato la presenza di circa 2.500 aerei giapponesi[24]. L'esperienza ad Okinawa era stata disastrosa - almeno due vittime e un numero simile di feriti per ogni sortita - e a Kyūshū si prospettava uno scenario ancora peggiore. Per attaccare le navi al largo di Okinawa, gli aerei dovevano percorrere lunghi tratti sul mare aperto; per attaccare le navi al largo di Kyūshū, gli aerei avrebbero potuto volare nell'entroterra e da lì coprire la corta distanza che li separava dalla flotta da sbarco. Gradualmente, i servizi appresero che i Giapponesi stavano convertendo tutti i loro aerei per le missioni kamikaze e stavano prendendo ogni precauzione per conservare gli aerei fino alla battaglia. Una stima dell'esercito del maggio 1945 contava 3.391 aerei; in giugno, 4.862; in agosto 5.911. Una stima della Marina, abbandonando ogni distinzione fra aerei da addestramento e da combattimento, nel luglio contava 8.570 aerei; in agosto, 10.290[25].

Gli Alleati prepararono un piano conosciuto con il nome di Grande Coperta Blu (Big Blue Blanket) per contrastare l'uso dei kamikaze. Si prevedeva di aggiungere più squadroni di caccia alle portaerei, rimpiazzando parte dei bombardieri aerosiluranti e i bombardieri in picchiata, e convertendo i B-17 in apparecchi per l'avvistamento radar - gli antenati dello AWACS. Nimitz presentò un piano per una finta pre-invasione, nel quale una flotta sarebbe stata mandata verso le spiagge di invasione alcune settimane prima della vera invasione, per attirare i Giapponesi nei loro voli di solo-andata, trovando invece che le vulnerabili navi da trasporto, navi armate a dismisura con artiglieria anti-aerea.

La difesa principale contro gli attacchi aerei giapponesi sarebbe stata costituita dalle massicce quantità di caccia che erano in via di allestimento nelle isole Ryukyu. La 5ª Flotta Aerea e la 7ª, oltre alle unità aeree della marina, erano state mosse sulle isole immediatamente dopo la loro invasione, e si stava incrementando la potenza aerea in preparazione dell'assalto finale al Giappone. In preparazione per l'invasione, una campagna contro gli aeroporti giapponesi e le arterie di trasporto era già iniziata prima della resa del Giappone.

Opposizione terrestre[modifica | modifica wikitesto]

Per tutto aprile, maggio e giugno, i servizi di intelligence alleati seguirono con molta attenzione il rafforzamento delle truppe terrestri giapponesi. Con l'aggiunta di cinque divisioni alle forze già dislocate a Kyūshū, i servizi prevedevano che in novembre il totale di uomini impiegati sarebbe stato di 350.000. Questa valutazione cambiò in luglio, con la scoperta che quattro ulteriori divisioni erano state aggiunte e con indizi che altre erano in via di dislocamento. Per agosto, il conteggio si attestava a 600.000, e la crittoanalisi di Magic aveva identificato nove divisioni nella parte meridionale di Kyūshū, ovvero tre volte il numero previsto: si svelava una seria sottostima della forza giapponese. La stima delle truppe dislocate ad inizio luglio fu di 350.000[26] e salì a 545.000 all'inizio di agosto.[27]

Le rivelazioni dei servizi segreti sui preparativi giapponesi a Kyushu che emersero a metà Luglio furono molto scioccanti sia nel Pacifico che a Washington. Il 29 luglio, il capo dei servizi di intelligence di MacArthur, il Maggiore Generale Willoughby …innanzitutto notò che le stime di Aprile indicavano che i Giapponesi erano in grado di dislocare sei divisioni su Kyushu, con il potenziale di dislocarne dieci in totale. "Queste [sei] divisioni hanno effettivamente fatto la loro comparsa, come previsto, ma la fine non si intravede". Se non ulteriormente controllate queste truppe "minacciano di crescere al punto che potremmo attaccare con un rapporto di uno ad uno, che non è esattamente un buon piano per la vittoria"[28].

L'incremento delle truppe giapponesi su Kyūshū portò gli strateghi americani, ma soprattutto il Generale George Marshall, a considerare dei cambi drastici ad Olympic, o a rimpiazzare l'operazione con un differente piano di invasione.

Armi chimiche[modifica | modifica wikitesto]

A causa dell'andamento dei venti facilmente prevedibile e per molteplici altri fattori, il Giappone era particolarmente esposto agli attacchi con armi chimiche. Attacchi del genere avrebbero neutralizzato l'inclinazione di combattere dall'interno di grotte, in quanto questo avrebbe drammaticamente aumentato l'esposizione dei soldati al gas.

Nonostante la guerra con armi chimiche fosse stata posta fuori legge dalla Convenzione di Ginevra, all'epoca questa non era stata ratificata né dagli Stati Uniti né dal Giappone. Mentre gli Stati Uniti avevano dichiarato che non avrebbero utilizzato armi chimiche, il Giappone le aveva utilizzate in precedenza durante la Seconda Guerra Mondiale contro i Cinesi[29]

"La paura di un'offensiva giapponese con armi chimiche si affievolì verso la fine della guerra, in quanto il Giappone non aveva più la capacità di utilizzare armi chimiche via aria o via artiglieria a lungo raggio. Nel 1944, il sistema Ultra decifrò comunicazioni dalle quali fu chiaro che i Giapponesi dubitavano della propria abilità di eseguire rappresaglie contro un eventuale uso dei gas da parte degli Stati Uniti. I comandanti giapponesi furono avvertiti: Ogni precauzione deve essere presa per non dare al nemico alcun pretesto per usare armi chimiche. I leader Giapponesi erano così impauriti che avevano pianificato di ignorare usi tattici isolati di gas sul suolo giapponese da parte dei militari statunitensi perché temevano una escalation"[30]

Armi nucleari[modifica | modifica wikitesto]

Su ordine di Marshall, il Maggiore Generale John E. Hull investigò l'uso tattico di armi nucleari per l'invasione del suolo Giapponese: infatti anche dopo l'esplosione delle due bombe atomiche strategiche ad Hiroshima e Nagasaki, Marshall riteneva che i Giapponesi non si sarebbero arresi immediatamente. Il Colonnello Lyle E. Seeman confermò che almeno sette bombe sarebbero state disponibili per la data dello X-Day, per essere usate sulle forze difensive giapponesi. Ma molti dicevano che non era una buona idea perché rallenterebbe l'avanzata alleata e nuocerebbe ai soldati alleati. Seeman consigliò che le truppe americane non entrassero nelle aree colpite da una bomba "per almeno 48 ore"; il rischio rappresentato dal fallout nucleare non era ancora compreso, e quel ridotto intervallo avrebbe sicuramente implicato una cospicua esposizione alla radiazioni per le truppe americane[31].

Obiettivi alternativi[modifica | modifica wikitesto]

Gli strateghi dello staff congiunto, dopo aver preso nota dell'entità della concentrazione di truppe giapponesi a Kyūshū a spese del resto del suolo giapponese, considerarono un piano alternativo per l'invasione, includendo lo sbarco nell'isola di Shikoku, o nella parte settentrionale di Honshū a Sendai oppure ad Ominato, nella prefettura di Aomori; si pensò anche a saltare completamente l'invasione preliminare e di dirigersi direttamente verso Tokyo[32]. Attaccare la parte settentrionale di Honshū avrebbe avuto il vantaggio di una resistenza molto più debole, ma con lo svantaggio di perdere tutto il supporto aereo da Okinawa, eccettuati i B-29.

Previsioni per Olympic[modifica | modifica wikitesto]

Il Generale Douglas MacArthur liquidò la necessità di cambiare i propri piani. "Sono certo che il potenziale aereo giapponese per contrastare l'operazione Olympic che vi è stato riportato è molto esagerato. … Per quanto riguarda il movimento di forze terrestri… Non do credito… alle cospicue forze riportate nella parte meridionale di Kyushu. … Secondo me, non ci dovrebbe essere neanche il minimo pensiero di cambiare l'operazione Olympic."[33]. Tuttavia l'ammiraglio Ernest King si preparò per opporsi ufficialmente al procedere dell'invasione, con l'appoggio dell'Ammiraglio Nimitz, e questo avrebbe creato una difficile disputa all'interno del governo degli Stati Uniti.

Il rapporto chiave sarebbe stato probabilmente quello fra Marshall e Truman. Ci sono forti indizi che Marshall fosse ancora convinto dell'invasione fino al 15 agosto. … Ma a stemperare il convincimento personale di Marshall sarebbe stata la sua comprensione che l'opinione pubblica, e di Truman in particolare, avrebbero avversato un'invasione costosa in termini di vite umane che non era completamente condivisa negli ambienti militari[34].

All'insaputa degli americani, i Sovietici stavano preparando il seguito delle loro invasioni di Sakhalin e delle isole Curili e progettavano un'invasione dell'isola di Hokkaidō, scarsamente difesa, per la fine di agosto: questo avrebbe costretto gli Alleati ad effettuare qualche operazione prima di novembre. Il 15 agosto, i Giapponesi decisero di arrendersi, e quindi l'intera discussione sull'invasione divenne di poco valore.

Stima delle vittime[modifica | modifica wikitesto]

Poiché gli strateghi statunitensi avevano postulato che "le operazioni nell'area saranno ostacolate non solo dalle forze militari organizzate dell'Impero, ma anche dalla popolazione fanatica ed ostile"[7], erano state previste delle ingenti ed inevitabili perdite, anche se nessuno sapeva con certezza quanto elevate. Molti esperti e ufficiali fecero delle stime, che variarono parecchio in numeri, presupposti, scopi (ad esempio, se servivano per perorare l'invasione od opporsi ad essa). In seguito queste stime furono riutilizzate per il dibattito sul bombardamento di Hiroshima e Nagasaki.

Le stime sulle vittime erano basate sull'esperienza delle precedenti campagne, e giunsero a differenti risultati:

  • In uno studio condotto dai Capi Congiunti del Personale in aprile, si raggiunse la stima di 7,45 vittime ogni 1000 giorni di combattimento-uomo (man-days), di cui 1,78 morti ogni 1000 giorni combattimento-uomo. Questo implicava che se Olympic fosse durata 90 giorni, l'operazione sarebbe costata 456 000 vittime, di cui 109 000 morti o dispersi. Se Coronet fosse durata altri 90 giorni, il costo totale sarebbe stato di 1 200 000 vittime, di cui 267 000 morti[35].
  • Uno studio condotto dallo staff dell'Ammiraglio Nimitz prevedeva 49 000 vittime nei primi 30 giorni, incluse 5 000 in mare[36]. Uno studio condotto dallo staff del General MacArthur in giugno stimava 23 000 vittime nei primi 30 giorni e 125 000 dopo 120 giorni[37]. Quando la correttezza di queste stime fu messa in dubbio dal Generale Marshall, MacArthur portò una stima revisionata di 105 000 vittime, in parte deducendo i feriti in grado di ritornare in servizio[38].
  • Il 18 giugno, in una conferenza con il presidente Harry Truman, Marshall, usando la Battaglia di Luzon come miglior modello per approssimare Olympic, riteneva che gli Americani avrebbero subito 31 000 vittime nei primi 30 giorni (ed il 20% delle vittime Giapponesi alla fine della battaglia, il che implicava un totale di 70 000 vittime)[39].
  • L'Ammiraglio Leahy, più impressionato dall'esito della Battaglia di Okinawa, riteneva che le forze americane avrebbero subito un rapporto di vittime del 35% (implicando quindi un numero totale di vittime pari a 268 000)[40]. L'Ammiraglio King invece riteneva che il numero di vittime nei primi 30 giorni sarebbe stato intermedio fra Luzon ed Okinawa, ovvero fra le 31 000 e le 41 000[40].

Di queste stime, solo quella di Nimitz includeva le perdite di truppe in mare, nonostante i kamikaze ad Okinawa avessero inflitto 1,78 vittime per pilota kamikaze nella Battaglia di Okinawa[41], e che le navi di trasporto truppe a Kyūshū sarebbero state molto più vulnerabili.

  • Uno studio condotto da William Shockley per lo staff del Segretario di Guerra Henry Stimson stimò che conquistare il Giappone sarebbe costato da 1.7 a 4 milioni di vittime americane, includendo da 400 000 ad 800 000 vittime e che i Giapponesi avrebbero subito da 5 a 10 milioni di morti. Fattore chiave in questo calcolo era la prevista partecipazione in larga scala dei civili nella difesa del Giappone[1].

Al di fuori del governo, alcuni cittadini bene informati stavano facendo le loro stime. Kyle Palmer, corrispondente di guerra per il Los Angeles Times, disse che da mezzo milione ad un milione di Americani sarebbero morti entro la fine della guerra. Herbert Hoover, in memorandum consegnati a Truman e Stimson, stimò anch'egli da 500 000 ad 1 000 000 di morti, e riteneva che queste fossero stime conservative; ma non è noto se Hoveer discusse queste specifiche stime nel suo incontro con Truman. Il capo della divisione Operazioni dell'Esercito le riteneva "troppo elevate" rispetto al «nostro attuale piano per la campagna di invasione».[42].

Per contestualizzare, la Battaglia di Normandia era costata 63 000 vittime nei primi 48 giorni; la Battaglia di Okinawa era costata 72 000 vittime in circa 82 giorni, dei quali 18 900 erano i morti e i dispersi. Numerose migliaia di soldati che morirono indirettamente per le ferite inflitte o per altre cause in data successiva non erano stati inclusi. L'intera guerra costò agli Stati Uniti un totale di poco più di un milione di vittime, di cui 400 000 morti.

Quasi 500 000 medaglie Purple Heart erano state prodotte in previsione delle vittime della futura invasione del Giappone. Alla data attuale, tutte le vittime militari americane dei 65 anni successivi alla fine della Seconda guerra mondiale, incluse quelle della Guerra di Corea e della Guerra del Vietnam non hanno ancora raggiunto questo numero. Nel 2003, ancora 120 000 di quelle medaglie erano ancora disponibili[43]. Ci sono così tante medaglie in eccesso che le unità di combattimento in Iraq ed Afghanistan hanno disponibili delle medaglie Purple Heart direttamente al fronte per premiare immediatamente sul campo gli uomini feriti.[43]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Frank, Downfall, pag. 340.
  2. ^ Skates, The Invasion of Japan, pag. 18.
  3. ^ Skates, The Invasion of Japan, pag. 55–57
  4. ^ Skates, The Invasion of Japan, pag. 37.
  5. ^ Skates, The Invasion of Japan, pag. 44–50
  6. ^ Skates, The Invasion of Japan, pag. 53–54
  7. ^ a b Sutherland, Richard K. et al, "DOWNFALL": Strategic Plan for Operations in the Japanese Archipelago; 28 maggio 1945. (PDF disponibile qui. Recuperato il 4 dicembre, 2006.)
  8. ^ Skates, The Invasion of Japan, pag. 160.
  9. ^ Skates, The Invasion of Japan, pag. 184.
  10. ^ 'Beach Organization for Operation against Kyushu; from COMPHIBSPAC OP PLAN A11-45, 10 agosto, 1945. Skates, The Invasion of Japan, inserto illustrato
  11. ^ Skates, 229
  12. ^ Day, 297
  13. ^ Day, 299; Skates, 230
  14. ^ Day, 299
  15. ^ Horner, David (1982). High Command Sydney: Allen & Unwin. ISBN 0-86861-076-3
  16. ^ Skates, The Invasion of Japan, pag. 102.
  17. ^ Frank, Downfall, pag. 184–5.
  18. ^ Feifer, The Battle of Okinawa, pag. 418.
  19. ^ Frank, Downfall, pag. 203.
  20. ^ Frank, Downfall, pag. 176.
  21. ^ Frank, Downfall, pag. 177.
  22. ^ Frank, Downfall, pag. 188–9. Bauer and Coox, Olympic VS Ketsu-Go.
  23. ^ Frank, Downfall, pag. 189.
  24. ^ Frank, Downfall, pag. 206
  25. ^ Frank, Downfall, pag. 209–10.
  26. ^ Douglas J. MacEachin, Estimated Japanese Dispositions on Kyushu, 9 July 1945 (GIF) in The Final Months of the War With Japan, CIA, dicembre 1998. URL consultato il 18 maggio 2008.
  27. ^ Douglas J. MacEachin, Estimated Japanese Dispositions on Kyushu, 2 August 1945 (GIF) in The Final Months of the War With Japan, CIA, dicembre 1998. URL consultato il 18 maggio 2008.
  28. ^ Frank, Downfall, pag. 211: Willoughby's Amendment 1 to "G-2 Estimate of the Enemy Situation with Respect to Kyushu"
  29. ^ Skates, The Invasion of Japan, pag. 84.
  30. ^ Skates, The Invasion of Japan, pag. 97.
  31. ^ Frank, Downfall, pag. 312–3.
  32. ^ Frank, Downfall, pag. 273–4.
  33. ^ Frank, Downfall, pag. 274–5.
  34. ^ Frank, Downfall, pag. 357.
  35. ^ Frank, Downfall, pag. 135–7.
  36. ^ Frank, Downfall, pag. 137.
  37. ^ Frank, Downfall, pag. 137–8.
  38. ^ Frank, Downfall, pag. 138.
  39. ^ Frank, Downfall, pag. 140–1.
  40. ^ a b Frank, Downfall, pag. 142.
  41. ^ Frank, Downfall, pag. 182.
  42. ^ Frank, Downfall, pag. 122.
  43. ^ a b Giangreco, Dennis M. & Moore, Kathryn, "Are New Purple Hearts Being Manufactured to Meet the Demand?"; History News Network (1º dicembre, 2003), Recuperato il 4 dicembre, 2006.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Thomas B. Allen, Polmar, Norman, Code-Name Downfall, New York, Simon & Schuster, 1995, ISBN 0-684-80406-9.
  • Edward J. Drea, Japanese Preparations for the Defense of the Homeland & Intelligence Forecasting for the Invasion of Japan in In the Service of the Emperor: Essays on the Imperial Japanese Army, Nebraska, University of Nebraska Press, 1998, ISBN 0-8032-1708-0.
  • David Day, Reluctant Nation: Australia and the Allied Defeat of Japan, 1942–1945, New York, Oxford University Press, 1992, ISBN 0-19-553242-2.
  • George Feifer, The Battle of Okinawa: The Blood and the Bomb, Guilford, CT, The Lyons Press, 2001, ISBN 1-58574-215-5.
  • Richard B. Frank, Downfall: The End of the Imperial Japanese Empire, New York, Random House, 1999, ISBN 0-679-41424-X.
  • John Ray Skates, The Invasion of Japan: Alternative to the Bomb, Columbia, SC, University of South Carolina Press, 1994, ISBN 0-87249-972-3.
  • Evan Thomas, The Last Kamikaze in World War II Magazine, marzo 2007, p. 28.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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