Guerra del Kosovo

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Guerra del Kosovo
parte delle guerre jugoslave
Immagini del conflitto.
Immagini del conflitto.
Data 22 aprile 1996 - 10 giugno 1999
Luogo Jugoslavia Jugoslavia
Esito Ritiro delle truppe jugoslave dal Kosovo
Modifiche territoriali Protettorato internazionale sul Kosovo, culminato nella dichiarazione unilaterale d'indipendenza del 2008
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
114.000 soldati 12.000 - 40.000 combattenti
Perdite
1.031 soldati uccisi
2.500 civili morti[1]
più di 1.000 combattenti morti
3.000 civili uccisi[2]
740.000 kosovari albanesi deportati forzatamente[3]
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La guerra del Kosovo fu un conflitto armato, svoltosi tra il 1996 ed il 1999, riguardante lo status della provincia autonoma serba del Kosovo, allora compresa nella disciolta Repubblica Federale di Jugoslavia.

Villaggio distrutto durante la guerra.

Contesto storico politico[modifica | modifica sorgente]

Il Kosovo era una provincia autonoma i cui abitanti erano in maggioranza albanesi.

Con la morte di Josip Broz Tito (1980) con il rinascere e crescere dei vari nazionalismi, l'insofferenza etnica della popolazione albanese in Kosovo verso la federazione Jugoslava aveva cominciato a sfumare dalla rivendicazione autonomista a quella indipendentista.

Il conflitto precipitò alla fine degli anni ottanta: nel marzo del 1989 l'autonomia della provincia risalente alla costituzione della Repubblica jugoslava di Tito venne revocata su pressione del governo serbo guidato da Slobodan Milošević. Fu, tra l'altro, revocato lo status allo stesso modo goduto dalla lingua albanese-kossovara (lingua co-ufficiale nel Kosovo insieme al serbo-croato), chiuse le scuole autonome, rimpiazzati funzionari amministrativi e insegnanti con serbi o persone fedeli alla Serbia.

Dal 1989 al 1995 la maggioranza della popolazione d'etnia albanese del Kosovo mise in atto una campagna di resistenza non violenta sotto la guida del partito LDK e del suo leader Ibrahim Rugova.

Dopo la fine della guerra in Bosnia ed Erzegovina, tra i kosovari (in maggioranza di religione musulmana) nacquero e si rafforzarono in breve tempo forze armate guidate da veterani di quella guerra con intenti indipendentisti.

Fasi della guerra[modifica | modifica sorgente]

La guerra del Kosovo si può dividere in due fasi di tempo distinte:

1.Tra il 1996 e il 1999 furono i separatisti albanesi dell'UÇK contro le postazioni militari e contro le entità statali. Successivamente ci fu una repressione sempre più dura da parte della polizia e, più tardi, da parte di forze paramilitari ispirate da estremisti serbi.

2.Nel 1999 ci fu l'intervento della NATO contro la Serbia. Per tutto il 1998, mentre la guerra sul terreno si espandeva e la repressione dei serbi si faceva via via più pesante e sanguinosa, la NATO adottò una politica di dissuasione e minaccia contro il governo della Repubblica federale iugoslava guidato da Slobodan Milošević. Esercitando forti pressioni, l'Alleanza atlantica ottenne l'avvio dei negoziati di Rambouillet, che si conclusero positivamente nonostante la resistenza dei rappresentanti dell'UÇK a firmare un documento nel quale era formalmente garantita l'autonomia del Kosovo, ma non la sua piena indipendenza. Tale resistenza fu superata grazie alle pressioni degli USA, che godevano di grande prestigio presso l'UÇK e la delegazione Cossovara grazie alla loro politica di sostegno. Alla ripresa di Parigi, di lì a pochi giorni dalla conclusione di Rambouillet - una sessione non politica che avrebbe dovuto occuparsi degli aspetti attuativi e organizzativi dell'accordo - la delegazione serba abbandonò sin dall'inizio la seduta rimettendo in discussione gli esiti politici di tutta la trattativa, dichiarando che non accettava più quella che considerava una indipendenza autonoma.

Intervento della Nato[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Operazione Allied Force.

Da Aviano e dalle altre basi NATO italiane presero il volo i caccia bombardieri: la guerra si tenne tutta su questo livello (eminentemente aereo, senza presenza di truppe sul suolo), si disse per minimizzare i rischi per i soldati della NATO; a posteriori si è anche sostenuto che la scelta fu dettata dall'assenza di una chiara strategia su che cosa si volesse veramente ottenere e come ottenerla[4].

A seguito della decisione della NATO, il governo D'Alema autorizzò l'utilizzo dello spazio aereo italiano. Fu il secondo intervento militare italiano a carattere offensivo dalla fine della seconda guerra mondiale (il primo era stato la guerra del golfo contro l'Iraq nel 1991).

In media, la Serbia subiva almeno 600 raid aerei al giorno[senza fonte]. Il numero esatto di vittime della guerra, sia serbe che albanesi, militari e civili, non è ancora oggi conosciuto con esattezza, ma è presumibile sia dell'ordine di qualche migliaio[senza fonte]. Si tratta di una ulteriore tragedia che si somma a quella dei dieci precedenti anni di conflitti balcanici, che hanno fatto circa 250.000 vittime[non chiaro] , in gran parte civili.

Siti del Kosovo e Serbia sud-orientale dove l'aviazione NATO ha utilizzato munizioni all'uranio impoverito durante i bombardamenti del 1999.

Nel corso del conflitto ci sono stati diversi gravi episodi: in un'occasione un attacco aereo colpì un convoglio di civili in fuga facendo una strage. Un'altra volta, un missile finì per errore in Bulgaria, senza provocare danni. Tra le infrastrutture prese di mira anche alcuni ponti e centrali elettriche (inizialmente bombardate con speciali bombe alla grafite che non provocano danni permanenti, ma solo un black-out). Fu anche bombardata e distrutta la torre della televisione serba (gli oppositori di Milošević in Serbia sostennero che il personale fosse stato avvisato dell'attacco, ma gli fu ordinato di rimanere nell'edificio), con 16 vittime tra giornalisti, funzionari ed impiegati. In seguito venne bombardata l'ambasciata cinese a Belgrado, nel convincimento che in quell'edificio fosse stata spostata la trasmittente della radiotelevisione Serba dopo la distruzione della sua sede. La vicenda creò una notevole tensione con la nazione asiatica. L'esercito serbo, e truppe "irregolari" facenti capo a movimenti ultranazionalisti serbi (che già avevano operato in Bosnia-Erzegovina distinguendosi in massacri di civili ed operazioni di cecchinaggio) non mancarono di compiere diverse esazioni sulla popolazione del Kosovo, per provocarne la fuga e creare quello stato di fatto necessario alla realizzazione dell'obiettivo della spartizione. L'operazione militare, chiamata "ferro di cavallo", sarebbe stata preparata prima ancora delle trattative di Rambouillet, anche se prove definitive al di là di ogni ragionevole dubbio in tal senso non sono state fornite, o la stampa internazionale non ne ha mai dato un resoconto esauriente. In ogni caso l'esercito serbo sotto attacco NATO aumentò progressivamente la pressione sulla popolazione kosovara, che iniziò a rifugiarsi verso la Macedonia e l'Albania. Il numero dei rifugiati raggiunse gli 800.000.

L'inevitabile capitolazione del governo serbo portò al dispiegamento della missione ONU KFOR, disposta dal Consiglio di sicurezza a seguito di un accordo "a posteriori" includente Russia e Cina, a guida NATO e con una significativa presenza di truppe russe, a garanzia della Serbia.

Conseguenze della guerra[modifica | modifica sorgente]

Il conflitto armato ha portato a molte perdite di vite umane, distruzione e danni economici, che pesano ancora sulla vita sociale del paese. E inoltre ha riacceso l'odio etnico secolare tra i due popoli che pretendevano il controllo del paese.

Le forze paramilitari serbe uccisero oltre 13.000 civili kosovari, mentre i caduti tra i combattenti albanesi si aggirano intorno a 3.000-6.000[5][6][7], nell'impossibilità di determinare il numero preciso e neanche quali fossero civili e combattenti, visto che tra le file dell'Esercito di Liberazione del Kosovo non esisteva un vero e proprio arruolamento.[8] Mentre tra i serbi le stime variano da 2.300 a 3.000 persone uccise nel conflitto (la maggior parte morta durante l'attacco della NATO).

Kosovo Serb massacres on Albanians 1998-1999.png

Inoltre circa 20 000 donne albanesi sono state stuprate dai militari serbi.[9][10][11]

Sono state distrutte molte abitazioni, appartenenti sia ad albanesi che a serbi, scuole, istituzioni, luoghi di intrattenimento e molto altro.

La guerra del Kosovo ha anche posto fine a dieci anni di conflitti nella ex-Jugoslavia, dando inizio ad un periodo di pace e di sviluppo economico e democratico per la maggior parte della regione.

Esodo dei serbi dal Kosovo[modifica | modifica sorgente]

I rifugiati albanesi ritornarono ma cominciò un nuovo esodo, quello serbo. Migliaia di cittadini di etnia non albanese (serbi, montenegrini e gitani, in prevalenza) fuggirono dal Kosovo temendo — e subendo — rappresaglie albanesi (per altro protrattesi sino ai giorni nostri, a dispetto della presenza della KFOR), e si creò uno stato di fatto che perdura tuttora, con i serbi superstiti trincerati in gran parte nella Metochia (la parte serba del Kosovo) e gli albanesi nel Kosovo propriamente detto, impegnati a rendere "etnicamente pura" la provincia: basti pensare che, dopo la guerra, numerose chiese ortodosse sono state distrutte e che non uno dei 40 000 residenti d'etnia serba di Pristina ha potuto farvi ritorno.[12][13][14][15] Milošević fu arrestato il 1º aprile 2001 su mandato del tribunale internazionale dell'Aja, dopo molte titubanze del nuovo regime democratico, come imputato per crimini contro l'umanità. Il processo si è interrotto a poca distanza dalla sua conclusione, a causa della morte dell'imputato l'11 marzo 2006 per presunto arresto cardiaco. Nel 2006 sono iniziati a Vienna nuovi colloqui bilaterali tra il governo serbo e quello kosovaro per la definizione finale dello status dell'area kosovara.

Note[modifica | modifica sorgente]

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Scotto, Giovanni / Arielli, Emanuele, La guerra del Kosovo, Roma: Editori Riuniti 1999.
  • Costanzo Preve, Il bombardamento etico. Saggio sull'interventismo umanitario, l'embargo terapeutico e la menzogna evidente. CRT editore, Pistoia, 2000
  • Joze Pirijevec Le guerre jugoslave, Torino, Giulio Einaudi editore. 2001 e 2002
  • Stefano Vernole, "La questione serba e la crisi del Kosovo", Molfetta (BA), Noctua, 2008
  • Fattuta-Peruzzi Kosovo 1999. Le operazioni bellihe di una guerra moderna Mursia, Milano ISBN 9788842544241

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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