Anarchia albanese del 1997

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Anarchia albanese del 1997
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Data marzo 1997
Luogo Albania Albania
Esito Operazione Alba, ripristino dell'ordine
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
Albania 30.000 forze militari
Italia 7.000 soldati (ALBA)
Sconosciuti
Perdite
360 poliziotti e civili 1 700 - 6 400 civili
(ribelli compresi)
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Col termine anarchia albanese o anarchia del 1997 si intende la situazione sociale e politica dell'Albania durante un periodo di anarchia, criminalità e caos che accompagnarono il paese a partire dal marzo 1997.[2]

Cause[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la caduta del comunismo, l'Albania si ritrova agli inizi degli anni novanta davanti ad un clima disperato e difficile, quando venne alla luce l'arretratezza economica che aveva lasciato il regime passato. La transizione ebbe un forte peso sulla vita sociale, non solo a causa del passaggio dall'economia comune (applicata fedelmente secondo il vero marxismo), ma anche a causa dell'isolamento dal resto dell'Europa, facendo in modo che molti albanesi, soprattutto giovani, cercassero delle condizioni economiche migliori all'estero. Ma intanto nel paese la criminalità era molto diffusa, conquistando vari primati negativi riguardo al crimine organizzato, spesso connesso ad altri gruppi dei Balcani. Si aggiungeva a questi fatti anche il triste record come paese più povero dell'Europa.

Dall'altra parte, il governo democratico albanese intraprese molte riforme sul piano economico, subito dopo il crollo del PIL di oltre il 50% del 1992. Tra le varie imprese finanziarie, si erano formate anche "firme piramidali", le quali funzionavano come banche, ma con un tasso di interesse molto alto per i clienti (come nello schema Ponzi). Questo fece in modo che fossero numerosi gli albanesi che approfittarono dell'occasione. Anche se un numero molto limitato di loro riprese una cifra molto al di sopra di quello che aveva depositato (fatto di proposito per fini di propaganda), nel gennaio del 1997 la maggior parte di queste imprese fallirono. Un terzo delle famiglie totali persero i loro risparmi. Questa fu la causa di molte proteste popolari a Tirana e in tutte le città meridionali del paese. Molte persone indirizzarono le loro richieste al governo, il quale aveva assicurato (prima del crollo) che tali imprese erano legittime. Il governo non ne prese responsabilità, visto che la frode era opera di investitori privati.[3][4]

L'anarchia[modifica | modifica wikitesto]

Dopo le rivolte di gennaio e febbraio (dove le dure repressioni della polizia si alternavano alle feroci reazioni della popolazione nelle piazze), i primi di marzo, nell'Albania meridionale, e principalmente nella città di Valona, le proteste diventarono violente quando molti civili aprirono i depositi di armi e ne presero una grande quantità. La polizia di stato non aveva potere sufficiente per fermare la ribellione, e successivamente il Presidente della Repubblica, Sali Berisha, dichiarò lo stato d'emergenza.

Intanto i ribelli avanzavano distruggendo edifici governativi e uffici di polizia, senza però avere uno scontro armato diretto con forze dell'ordine o militari albanesi. In due settimane, conquistando una dopo l'altra varie città del Sud (senza incontrare una forte resistenza e con l'appoggio della popolazione locale), già il 4 di marzo quattro città del sud erano nelle mani dei ribelli, che giunsero infine a Tirana, la capitale. Solo una modesta parte del territorio albanese era ancora sotto il controllo dello Stato. Nelle zone settentrionali del paese si creò l'anarchia, mentre nel meridione e zone centrali (principalmente Tirana, Durazzo, Valona, Elbasan, Lushnje), il territorio era caduto nelle mani di diverse bande armate. A complicare la situazione intervenne anche la lotta tra i diversi gruppi di trafficanti, spesso anche in scontri armati che finivano con decine di vittime, ribelli e civili. Ormai i depositi di armi si erano aperti in tutta l'Albania, e la maggior parte degli albanesi era munito di un fucile, se non con armi più pesanti, che si trovavano facilmente ovunque.[5] In questo quadro riprese l'emigrazione verso l'Italia, contrastata dalla Marina Militare Italiana con azioni che portarono al tragico naufragio della Kater I Rades.[6] I paesi esteri organizzarono operazioni militari per riprendere dal paese i loro cittadini. Nel mese d'aprile l'ONU, su richiesta dei politici albanesi, mandò in Albania 7.000 soldati italiani facenti parte dell'Operazione Alba, per ristabilire l'ordine nel paese.[7]

Fine dell'anarchia[modifica | modifica wikitesto]

Per disarmare gli albanesi ci volle un lungo tempo. Più di 3.000.000 di fucili e armi da combattimento non furono mai consegnate, ma vendute nei paesi europei o mandate in Kosovo.

Alla fine dell'anno si svolsero le elezioni democratiche, precedute da un "Accordo di garanzia" tra i politici, ottenuto con la mediazione della Comunità di Sant'Egidio, nel quale si impegnavano a rispettare il risultato delle elezioni.

Il governo diretto da Aleksander Meksi perse il potere, lasciando il posto al Partito Socialista d'Albania, il quale vinse le elezioni con una grande maggioranza. Il processo di transizione riprese ancora, riconfermandosi in eventi storici come la nuova Costituzione della Repubblica di Albania nel novembre del 1998.

Vittime[modifica | modifica wikitesto]

Durante il periodo di anarchia persero la vita circa 2000 persone[senza fonte], principalmente giovani ragazzi facenti parte dei gruppi criminali, ma anche persone uccise accidentalmente dall'uso inesperto delle armi, tra cui anche donne e bambini. Secondo il quotidiano tedesco Sonntag invece, in Albania in questo periodo sono stati commessi circa 6.500 omicidi legati a guerre di bande rivali.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ M. Fatih Tayfur, Semiperipheral development and foreign policy : the cases of Greece and Spain, Aldershot, Ashgate, 2003, p. 138, ISBN 978-0-7546-1964-2.
  2. ^ Albanian Civil War (1997)
  3. ^ Ponzi schemes in Albania
  4. ^ Rise and Fall of Ponzi scheme in Albania
  5. ^ Shqiperia (inglese)
  6. ^ il naufragio - morte nel mediterraneo, Alessandro Loegrande, Feltrinelli, Milano, 2011
  7. ^ Anarchia in Albania (italiano)

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