Storia del Kosovo

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Età classica[modifica | modifica sorgente]

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Fin dall'antichità, la regione del Kosovo fu conquistata, perduta e riconquistata più volte e governata da diversi dominatori.

I primi abitanti della regione dei quali si abbia notizia storica furono probabilmente gli Illiri, nome loro assegnato sia dai Greci che dai Romani. Nel IV secolo a.c. la Dardania era un Regno consolidato, che si trovava nel territorio delle province circostanti presenti del Kosovo. La Dardania confinava al nord con la città di Nisht e al sud con la città di Kukes fino al monte Vardar. Il primo re Dardano conosciuto era Longari. Dopo di lui venne il re Monun e Bato. In questo regno facevano parte delle altre tribù, tra i quali i Galabrët e i Thunatët. La Dardania era conosciuta nel mondo antico per le sue terre fertili vaste, per la lavorazione dell'oro e la lavorazione dei prodotti del bestiame. Il regno Dardano aveva creato un esercito potente e organizzato molto bene. La forza di questo esercito è stata dimostrata soprattutto nel III secolo a.c., quando i Dardani sono stati in grado di difendersi dall'attacco dei Celti, che discesero dal centro Europa. La regione, nota come parte della Dardania e caratterizzata in epoca antica da un livello sempre molto scarso di urbanizzazione e di penetrazione della civiltà classica, fu occupata da Alessandro il Grande il Macedone nel IV secolo a.C.[1][2][3]

Caduta nell'orbita romana nel II secolo a.C. e assoggettata da Augusto nel 28 a.C. per essere incorporata nella provincia di Moesia, divenne, ormai in gran parte romanizzata, nel IV secolo, parte della Provincia di Dardania dell'Impero Bizantino.

In seguito, l'Impero Bizantino, concentrato sulle guerre in Oriente contro i Persiani e poi contro gli Arabi Mussulmani, allentò la propria autorità e il proprio controllo sull'entroterra balcanico.

Slavizzazione del Kosovo (VI-XIV secolo)[modifica | modifica sorgente]

Tale situazione da un lato favorì le prime colonne di Slavi che, provenendo dal sud dell'attuale Polonia, attraversarono i monti Carpazi e il fiume Danubio e iniziarono a penetrare verso il cuore dei Balcani attorno al VI secolo, dall'altro permise alle popolazioni illiriche che vivevano nell'entroterra della bassa costa adriatica di espandersi verso est, in direzione all'odierno Kosovo, conservando la propria lingua di stampo illirico.

L'avanzata dell'invasione slava (fra cui i proto-serbi) che riconosceva solo nominalmente l'autorità di Bisanzio, tendeva ad assimilare i popoli pre-esistenti. Alcune tribù di illiri possono essere sfuggite all'assimilazione etno-culturale rifugiandosi nelle regioni montagnose dei Balcani occidentali (fra cui il Kosovo), come già ai tempi dei Romani.

Dalla metà del IX secolo sino al 1014 la regione fu occupata da Slavi provenienti da est, i Bulgari. Fu in questa fase che queste genti cominciarono ad essere individuate dai propri vicini con il nome di "Albanesi", che ne designava anche la lingua, della quale non esisterà ancora sin agli albori del Rinascimento alcuna traccia o forma scritte, né forme di statualità autonoma. Dopo la caduta dell'impero bulgaro ad opera dei bizantini, gli Albanesi, così ormai designati a Bisanzio e cristianizzati, divennero tributari di Basilio II e quindi alleati dell'Impero Romano d'Oriente dopo che, nel 1054, fu consumato lo Scisma d'Oriente-Occidente.

Nel frattempo, gli Slavi penetrati da nord nella penisola balcanica, si erano divisi in tre grandi gruppi omogenei: Sloveni, Croati e Serbi ed avevano, entro il XII secolo, preso saldamente il controllo di tutta la parte occidentale della Penisola Balcanica, sino al confine con l'odierna Albania e con il Kosovo. La Serbia a quell'epoca non era ancora un regno unificato: un certo numero di piccoli principati (Župan) serbi esisteva a nord e a ovest del Kosovo, i più potenti dei quali erano la Rascia (zona centrale della moderna Serbia) e la Doclea o Dioclea (Montenegro e nord dell'Albania). Questi principati erano spesso in lotta con l'Impero. Nel 1180 circa, il signore serbo Stefan Nemanja prese il controllo della Doclea e di parte del Kosovo. Il suo successore, Stefan Prvovenčani assunse il controllo del resto del Kosovo dal 1216, creando in tal modo uno Stato che incorporò la maggior parte dell'area che costituisce oggi la Serbia e il Montenegro.

A partire dal XIII secolo, i sovrani della dinastia Nemanjić usarono alternativamente Prizren e Priština come loro capitali. Numerose chiese e monasteri serbi ortodossi furono edificati all'interno del territorio serbo. Sostanziose rendite furono assicurate ai monasteri della Metohija/Dukagjin (nel Kosovo occidentale), che comprendeva parti dell'Albania e del Montenegro. Le più importanti chiese in Kosovo - il Patriarcato di Peć (prima del 1234), il Monastero di Gračanica (1327) e il monastero di Dečani (1330), tutte oggi definite dall'UNESCO Patrimonio dell'umanità - furono istituite durante questo periodo. Il Kosovo fu economicamente importante, come pure la capitale del Kosovo moderno, Priština, fu un rilevante centro commerciale sulle strade che conducevano ai porti del mar Adriatico. Del pari, l'attività mineraria ebbe grande importanza a Novo Brdo e Janjevo. Le comunità Sasi che agivano in quei luoghi provenivano dalle regioni minerarie della Sassonia e dalla città mercantile di Ragusa.

La composizione etnica della popolazione del Kosovo durante questo periodo è oggetto di controversia fra gli storici serbi e albanesi. Serbi, Albanesi e Valacchi erano ovviamente presenti, dal momento che tali gruppi sono esplicitamente ricordati dalla documentazione serba dei monasteri (o chrysobolle) assieme a un certo numero di Greci, Armeni, Sassoni e Bulgari. Una maggioranza dei nomi scritti nei documenti citati è di gran lunga in caratteri slavi piuttosto che albanesi. Ciò è stato interpretato come prova di una schiacciante maggioranza serba. Tuttavia le chrysobolle mostrano nomi di figli in lingua serba di genitori i cui nomi sono albanesi, e viceversa. Storici albanesi hanno suggerito che questa è una dimostrazione dell'assimilazione culturale di una popolazione albanese assoggettata in epoca pre-ottomana in Kosovo ma ciò è invalidato da registrazioni di padri serbi che davano ai figli nomi albanesi (cosa che di certo non sarebbe avvenuta se l'assimilazione fosse stata a senso unico) e dal fatto che ogni caso di nomi misti rappresenta una piccola quota di meno del 20% di tutti i nomi. Questa asserzione serba sembra essere sostenuta dalle registrazioni catastali turche relative alle tasse per censo (defter) del 1455 che prendono in considerazione la religione e la lingua dei soggetti interessati e che comprovano una schiacciante maggioranza serba.

L'identità etnica nel Medioevo fu in qualche misura un elemento fluido in tutta l'Europa e la gente a quel tempo non sembra aver definito sé stessa in modo rigido come gruppo etnico. Quanti appaiono di etnia serba sembra siano stati la popolazione culturalmente e linguisticamente dominante, e furono probabilmente anche la maggioranza demografica: lo prova la carta di fondazione di Dečani, il più antico dei pochi documenti esistenti, che è però del 1330, almeno cento anni dopo l'inizio della dominazione serba e conseguente possibile assimilazione.

Nel 1346 Stefan Dušan fu incoronato Imperatore (Zar) dei Serbi, Vlachi, Greci e Albanesi, ma con la sua morte nel 1355 l'impero si disgregò in litigiosi staterelli a carattere feudale: il Kosovo toccò alla dinastia dei Mrnjavčević. Ciò si verificò in concomitanza con la prima espansione ottomana nei Balcani: l'Impero ottomano colse l'opportunità offertagli dalla debolezza greca e serba e invase quei territori.

Battaglie del Kosovo[modifica | modifica sorgente]

Significato

Entrambe queste battaglie furono significative per l'intera resistenza contro l'avanzata ottomana nei Balcani. Fosse stata vincente la coalizione serba o ungherese in una o in entrambe le battaglie, ciò avrebbe cambiato la storia, non solo del Kosovo. La Prima Battaglia del Kosovo segnò il destino della resistenza serba e divenne un simbolo nazionale di eroismo e di ammirevole lotta contro ogni probabilità. Malgrado la sconfitta nella Seconda Battaglia del Kosovo, alla fine Hunyadi fu vittorioso nella sua resistenza e sconfisse gli Ottomani nel regno d'Ungheria. Skanderbeg fu anche vittorioso nella sua resistenza nella sua patria d'Albania (che più tardi incluse ampie porzioni del Kosovo, da cui proveniva il suo alleato-rivale Lekë Dukagjini, autore del Kanun albanese), una causa che fu poi perduta in seguito alla sua morte del 1468. Entrambi questi leader ebbero un rilevante significato (come lo ebbe il capo valacco Vlad III Dracula) nella loro azione di resistenza che dette all'Austria e all'Italia maggior tempo per prepararsi a fronteggiare l'avanzata ottomana.

Prima Battaglia del Kosovo[modifica | modifica sorgente]

Battaglia di Kosovo Polje, Adam Stefanovic, olio, 1870

La Prima battaglia del Kosovo avvenne sul campo di Kosovo Polje il 28 giugno 1389, quando il puling knez (principe) di Serbia, Lazar Hrebeljanović, radunò una coalizione di soldati cristiani, composta da Serbi ma anche da Bosniaci, Magiari, Albanesi e un contingente di mercenari sassoni. Il Sultano ottomano Murad I riunì anch'egli una coalizione di soldati e volontari dei vicini paesi di Rumelia e Anatolia. Fornire cifre esatte non è facile, ma resoconti degli storici più affidabili suggeriscono che l'esercito cristiano era di gran lunga inferiore a quello ottomano. Il totale dei due eserciti fa pensare a meno di 100.000 uomini. L'esercito serbo fu sgominato e Lazar trucidato, mentre Murad I fu ucciso da Miloš Obilić, sulle cui origini si discute. Successivamente, Giorgio Castriota Scanderbeg liberò il Kosovo dall'invasione degli ottomani nella battaglia di Prizren il 10 ottobre 1445. L'esercito ottomano con 15.000 cavalieri guidato da Firuz Pascià aveva l'ordine di distruggere Scanderbeg e gli Albanesi. Il Castriota lo attese alle gole di Prizren il 10 ottobre 1445 e ne uscì vincitore distruggendo l'esercito ottomano. Il Kosovo mantenne la propria indipendenza insieme all'Albania fino alla morte di Scanderbeg nel 1468. In seguito la regione fu conquistata di nuovo dai Turchi.

Seconda Battaglia del Kosovo[modifica | modifica sorgente]

La Seconda Battaglia del Kosovo fu combattuta lungo l'arco di due giorni nell'ottobre del 1448, fra una forza ungherese comandata da Giovanni Hunyadi e un esercito ottomano guidato da Murad II. Significativamente più imponente della prima battaglia, con entrambi gli eserciti del doppio della consistenza della prima battaglia del 1389, il risultato finale fu però il medesimo, e l'esercito ungherese fu sconfitto in battaglia e cacciato in fuga. L'eroe albanese Giorgio Castriota Skanderbeg non prese parte alla battaglia perché quando le sue truppe albanesi si mossero per unirsi a quelle ungheresi, esse caddero in un'imboscata tesa loro dal Serbo Đurađ Branković e non giunsero mai sul campo di battaglia in aiuto del esercito di Giovanni Hunyadi. Sebbene la sconfitta in battaglia costituisse un passo indietro per quanti resistevano all'invasione ottomana dell'Europa a quel tempo, essa non costituì 'un colpo definitivo per la causa', tant'è vero che Hunyadi fu in grado di mantenere la resistenza ungherese attiva contro gli Ottomani durante tutta la sua vita.

Il Kosovo nell'Impero ottomano (1455-1912)[modifica | modifica sorgente]

Vilayet del Kosovo, 1875-1878
Vilayet del Kosovo, 1881-1912

Il territorio dell'attuale provincia fu per secoli governato dall'Impero ottomano, così come l'Albania e la Serbia. Durante questo periodo numerosi distretti amministrativi (noto come sangiaccati ("bandiere" o distretti), ognuno retto da un sanjakbey (letteralmente "signore del distretto") agiva su porzioni di territorio.

Nonostante l'imposizione del giogo islamico, un gran numero di cristiani continuò a vivere e talvolta a prosperare sotto gli Ottomani. Un processo di islamizzazione cominciò poco dopo l'inizio del dominio ottomano ma esso prese un considerevole periodo di tempo - almeno un secolo - e fu concentrato dapprima nelle città. Sappiamo che molti abitanti cristiani Albanesi si convertirono direttamente all'Islam, piuttosto di vedersi rimpiazzare da musulmani che provenivano da fuori del Kosovo. In gran parte i motivi della conversione furono probabilmente economici e sociali, dal momento che i musulmani godevano di assai maggior diritti e privilegi dei soggetti cristiani. La vita religiosa cristiana nondimeno continuò, con chiese che gli Ottomani permisero fossero mantenute, anche se le chiese serbe ortodosse e albanesi romano-cattoliche e le loro congregazioni subirono un alto livello di tassazione.

XVII secolo[modifica | modifica sorgente]

Verso il XVII secolo, abbiamo evidenze di un crescente aumento della popolazione albanese inizialmente concentrata in Metohija. S'è detto che questo fu il risultato di migrazioni provenienti da sud-ovest (cioè la moderna Albania) e che gli emigrati portarono con loro l'Islam. C'è di sicuro traccia di migrazioni: numerosi Albanesi kosovari avevano cognomi caratteristici degli abitanti della regione settentrionale albanese di Malësi. Tuttavia altri non li avevano. È anche chiaro che un piccolo numero di Slavi - presumibilmente membri della Chiesa serba ortodossa - si convertirono all'Islam sotto il dominio ottomano. Oggi numerosi Slavi musulmani di Serbia vivono nella regione del Sandžak della Serbia meridionale, a nord-ovest del Kosovo. Gli storici ritengono che vi fosse probabilmente una preesistente popolazione, forse di Albanesi cattolici, in Metohija che in gran parte si convertì all'Islam, ma rimase una decisa minoranza in una regione serba comunque spopolata.

Nel 1689 il Kosovo fu gravemente coinvolto nella Grande Guerra turca (1683-1699), in uno degli eventi epocali della mitologia nazionale serba. Nell'ottobre di quell'anno, una piccola forza austriaca sotto il Margravio Ludovico I di Baden aprì una breccia nell'Impero ottomano e si spinse tanto lontano da giungere in Kosovo, a seguito della sua prima conquista di Belgrado. Molti Serbi e Albanesi giurarono lealtà all'Impero asburgico, con alcuni di costoro che si unirono all'esercito di Ludovico guidati dal vescovo cattolico albanese Pietro Bogdano. Ciò non avvenne senza che vi fosse una reazione generale; numerosi altri Serbi e Albanesi combatterono dalla parte ottomana per resistere all'avanzata austriaca. Una massiccia contro-offensiva ottomana l'estate seguente obbligò gli austriaci a ripiegare nella loro fortezza di Niš, poi in quella di Belgrado e infine, attraversando il Danubio, nella stessa Austria.

L'offensiva ottomana fu accompagnata da selvagge rappresaglie e razzie, inducendo numerosi Serbi - inclusi Arsenije III, Patriarca della Chiesa Serba Ortodossa - a fuggire insieme agli austriaci. Questo evento è stato immortalato nella storia serba come il Velika Seoba ossia "Grande Migrazione". Si dice tradizionalmente che si ebbe un gigantesco esodo di centinaia di migliaia di rifugiati serbi dal Kosovo e dalla vera e propria Serbia, che lasciò un vuoto riempito da un flusso di immigranti Albanesi. Arsenije stesso scrisse di "30.000 anime" (cioè persone) che fuggirono con lui in Austria: un numero confermato da altre fonti.

XIX secolo[modifica | modifica sorgente]

A partire dall'era napoleonica l'Impero Turco fu lacerato da una profonda crisi interna e si avviò verso un periodo di declino. La Serbia, sostenuta anche dall'Impero Russo, ottenne la sua autonomia dall'Impero ottomano con due rivoluzioni: nel 1804 (guidata da Đorđe Petrović - Karađorđe) e nel 1815 (con Miloš Obrenović), e si strutturò nel semi-indipendente Principato di Serbia (1815), sebbene le truppe turche continuassero a presidiare la capitale, Belgrado, fino al 1867. Il Principato (kneževina o knjaževina) di Serbia ottenne il riconoscimento internazionale della propria indipendenza, concessa dai turchi con la Pace di Santo Stefano, al successivo Congresso di Berlino del 1878, assieme al vicino Montenegro, e divenne il Regno di Serbia a partire dal 1882.

Durante tutto questo periodo la politica interna dello Stato serbo ruotò soprattutto attorno alle rivalità e alle lotte dinastiche fra le due famiglie più importanti, gli Obrenović e i Karađorđević. Ci fu infatti un'alternanza al potere fra queste due dinastie, discendenti rispettivamente da Đorđe Petrović - Karađorđe, guida della prima rivoluzione serba, e Miloš Obrenović, leader della seconda rivoluzione serba. Dopo 45 anni di dominio Obrenović, il colpo di stato del 1903 fece re Petar Karađorđević, che dette alla Serbia una costituzione democratica e l'inizio di una democrazia liberale e di un governo parlamentare. Un obiettivo comune per tutto il periodo fu comunque l'espansione dello Stato su tutte le terre abitate da serbi, fossero esse dominate dall'Impero Austriaco o dall'Impero ottomano.

Nel 1871 molti serbi si riunirono a Prizren auspicando la restaurazione della "vecchia Serbia" ad opera del Principato di Serbia. Le guerre serbo-turca del 1876-1877 (seguita alla rivolta della Bosnia contro l'Impero ottomano nel 1875) e russo-turca del 1877-1878 portarono alla piena indipendenza della Serbia, che al Congresso di Berlino otteneva anche il controllo civile delle città kosovare di Priština e Kosovska Mitrovica.

In seguito a queste guerre si trovarono in Kosovo molti profughi albanesi dai territori conquistati dalla Serbia. In quello stesso anno, il vilayet del Kosovo fu uno dei quattro vilayet con abitanti albanesi che formarono la Lega di Prizren. Lo scopo della Lega era di resistere al dominio ottomano e soprattutto alle incursioni provenienti dalle nazioni balcaniche di recente costituzione, che frantumavano l'unità politica degli albanesi. La Lega era sostenuta dal sultano per la sua ideologia pan-islamica, che divenne presto anti-cristiana, sia contro i cattolici albanesi che contro gli ortodossi serbi, che presero a migrare verso la Serbia. Su pressione delle potenze europee dal 1881 l'Impero ottomano contrastò la Lega, che rispose creando un governo provvisorio che fu sconfitto solo nel 1884. Tuttavia, con il successivo Trattato di Santo Stefano la Serbia dovette abbandonare ogni forma di controllo sul Kosovo.

Le pulizie etniche operate dai Turchi a danni dei Serbi in Kosovo, iniziate nel 1876, culminarono durante la guerra greco-ottomana del 1897 fini a toccare 200.000-400.000 emigrati fra il 1876 e il 1912, rendendo il Kosovo un territorio albanese.

Nel 1910, in risposta al crescente nazionalismo e centralismo turco, un'insurrezione albanese, che forse fu aiutata in modo surrettizio dai Giovani Turchi per spingere la Sublime Porta ad una maggiore repressione, scoppiò a Priština e presto si allargò all'intero vilayet del Kosovo, resistendo per un periodo di vari mesi. Il Sultano ottomano visitò il Kosovo nel giugno 1911 durante i colloqui di pace che riguardavano tutti gli abitanti delle regioni albanesi. La Lega di Prizren voleva unificare i quattro vilayet in cui vivevano gli albanesi in un unico Stato, ma le minoranze serba (25% in Kosovo) e di altre etnie si opposero con successo.

Le Guerre Balcaniche (1912-1913)[modifica | modifica sorgente]

Grazie alla mediazione russa, gli stati balcanici conclusero una serie di accordi in funzione anti-turca nel 1912: tra la Serbia e la Bulgaria nel marzo 1912; tra la Bulgaria e la Grecia nel maggio 1912; il Montenegro, infine, siglò accordi con Serbia e Bulgaria nell'ottobre 1912. Proprio in seguito a questi accordi (la Lega Balcanica), l'8 ottobre si ebbe lo scoppio della Prima Guerra Balcanica. In meno di due mesi, gli Ottomani persero quasi tutti i loro possedimenti nella penisola balcanica e conclusero un armistizio il 3 dicembre, cui fece seguito la Conferenza di Londra, a partire dal 17 dicembre 1912.

Le condizioni di pace furono però giudicate inaccettabili dall'Impero ottomano, sicché le ostilità ripresero fino a un nuovo armistizio, stabilito il 19 aprile 1913. Con la mediazione delle principali potenze europee, il 30 maggio 1913 fu firmato il Trattato di Londra, che pose fine alla guerra.

Sconfitto sul campo l'Impero ottomano, che aveva lungamente negato autonomia al Kosovo, la Conferenza di Londra, a seguito delle specifiche e pressanti richieste in tal senso dell'Austria-Ungheria, negò alla Serbia l'accesso al mare che essa aveva fortemente richiesto, da realizzare annettendo ad essa territori lungo la valle del fiume Drina, sino all'Adriatico. Per contro, la Francia e la Russia, operarono affinché alla Serbia fosse concesso il controllo della Macedonia e del Kosovo, mentre la regione di Peć (Metohija / Dukagjin), compresa tradizionalmente nel Kosovo, fu affidata al Montenegro.

Un'altra conseguenza della prima guerra balcanica fu l'indipendenza dell'Albania, dichiarata a ostilità in corso il 28 novembre 1912 da alcuni esponenti politici del paese che ne temevano la spartizione e riconosciuta internazionalmente l'anno dopo dal trattato di Londra. I vincitori della guerra furono peraltro restii a riconoscere l'indipendenza albanese e una parte dei territori popolati da etnia albanese, fra cui il Kosovo, rimase esclusa dal nuovo Stato.

Al momento della riconquista del Kosovo da parte dei Serbi, i cittadini di etnia albanese corrispondevano a circa il 60% del totale degli abitanti della provincia.[senza fonte] L'acquisizione del territorio alla Serbia fu pertanto oggetto di controversia anche a Belgrado; a tale proposito rimase celebre l'intervento del dirigente socialdemocratico Dimitrije Tucovic, che si oppose all'annessione del Kosovo, affermando: "siamo entrati in una terra straniera". L'occupazione serba della provincia fu realizzata a prezzo di gravi massacri: si stima che circa 20.000 kosovari, in prevalenza albanesi, furono giustiziati, assassinati o uccisi a vario titolo dalle truppe serbe, che instaurarono la legge marziale e diedero avvio ad un clima di terrore, denunciato nel 1913 da Lev Trockij in veste di giornalista della Pravda.

In tal modo, nel giugno 1913, alla conclusione della Conferenza a Londra, un gran numero di cittadini di etnia albanese si trovò sottoposto ad un potere serbo oppressivo, con il beneplacito delle grandi diplomazie europee. Richiamandosi alla battaglia del 1389, il governo serbo pianificò una ricolonizzazione del Kosovo da parte di famiglie serbe, mentre si distruggevano le case di turchi e albanesi emigrati o fuggiti.

Il Kosovo nella Jugoslavia monarchica (1913-1941)[modifica | modifica sorgente]

Scoppiata nell'agosto 1914 la Prima guerra mondiale, l'esercito serbo fu logorato, sconfitto e costretto alla ritirata verso l'Adriatico attraverso il Kosovo che, a partire dall'inverno 1915-1916, fu occupato da truppe dell'Austria-Ungheria e della Bulgaria, con il sostegno della popolazione albanese. Nel 1918, l'esercito serbo rientrò in Kosovo e ne scacciò le truppe degli Imperi centrali, vendicandosi con atrocità sulla popolazione. Dopo la sconfitta degli Imperi Centrali (novembre 1918), l'unione tra Serbia e Montenegro (1 dicembre 1918) nel nuovo Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni, in seguito ridenominato Regno di Jugoslavia, si vide riconosciuto nel 1919 il controllo del Kosovo e della Metohija, ora riuniti.

Si tornò così, nella provincia, alla situazione creatasi nel 1913, con il Kosovo formalmente annesso al nuovo Regno, il cui monarca Alessandro I avviò contatti con la Turchia al fine di aver mano libera nella campagna di repressione che intraprese contro la resistenza alle annessioni opposta dai Kaçaks albanesi del Kosovo e dai Komitadjis in Macedonia. All'esodo forzato dei cittadini di etnia albanese si aggiunsero misure che favorirono l'immigrazione al loro posto di cittadini di etnia serba e montenegrina. Questa lenta politica di pulizia etnica e culturale proseguì sino alla vigilia della Seconda guerra mondiale, quando i cittadini di etnia albanese in Kosovo furono ridotti a meno del 50% del totale.

La Seconda guerra mondiale (1941-1945)[modifica | modifica sorgente]

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A seguito dell'invasione della Jugoslavia condotta nell'aprile 1941 dagli eserciti tedesco ed italiano, le rispettive forze d'occupazione si divisero il controllo della provincia del Kosovo. Il ricco nord minerario rimase incluso, come in precedenza, nella Serbia occupata dalla Germania, mentre il sud fu incorporato all'Albania, sotto occupazione fascista italiana (che valeva anche per il Montenegro).

Durante l'occupazione da parte dell'Albania (stato fantoccio dell'Italia, avente per primo ministro Mustafa Kruja), decine di migliaia di Serbi furono uccisi e almeno centomila costretti ad andarsene.[4]

Nel 1943 la caduta del Fascismo in Italia portò all'occupazione nazista. Il gerarca nazista Heinrich Himmler, capo delle SS, si adoperò per costituire, impiegando essenzialmente personale albanese kosovaro di religione musulmana, la 21.esima Divisione Waffen SS da montagna Skanderbeg (eroe nazionale albanese), la quale ebbe come primo obbiettivo lo sterminio della popolazione serba del Kosovo. Le azioni della divisione SS Skanderbeg condussero al massacro di diverse migliaia di cittadini di etnia serba e all'esilio generalizzato dei superstiti verso la Serbia occupata.

Dopo numerose sollevazioni dei partigiani guidati da Fadil Hoxha, alla fine del 1944 il Kosovo fu liberato da parte dei comunisti jugoslavi e albanesi e divenne una provincia serba nella nuova repubblica jugoslava.

Il Kosovo nella Jugoslavia (1946-1999)[modifica | modifica sorgente]

Ai profughi serbi di guerra il regime comunista, instaurato in Jugoslavia sotto la guida del Maresciallo Tito a partire dal 1944 e dopo la fine della guerra, vietò in larga parte il ritorno alle proprie case in Kosovo, frattanto riunificato e riannesso allo Stato Jugoslavo. Il vuoto lasciato dai cittadini serbi massacrati o espulsi dal Kosovo era stato frattanto colmato da cittadini di etnia albanese, una parte dei quali era a sua volta stata espulsa dal Kosovo nel periodo tra le due guerre.

Tito era convinto che "una Serbia debole equivale ad una Jugoslavia forte": anche per questo lo status costituzionale del Kosovo nella Jugoslavia titina era quello di provincia autonoma della Serbia (come la Voivodina), uno status di grande autonomia (dal 1963 e soprattutto dal 1974) ma non paritario con le sei repubbliche costituenti (Slovenia, Croazia, Bosnia, Serbia, Montenegro, Macedonia) le quali avevano il diritto costituzionale di secessione.

Dal canto suo, l'etnia albanese aveva manifestato chiedendo invano per il Kosovo lo status di repubblica nel 1968 (ottenendolo de facto ma non de jure nel 1974) e di nuovo nel marzo 1981, pochi mesi dopo la morte di Tito. La popolazione albanese triplicò, passando dal 75% a oltre il 90% del totale, mentre quella serba ristagnava, calando dal 15% all'8%. Il 24 settembre 1986 fu pubblicato a Belgrado l'anti-titino ed anti-albanese Memorandum dell'Accademia Serba delle Scienze (SANU) al Presidente e al Parlamento della Repubblica di Serbia. Nel 1987 Slobodan Milošević, allora leader della Lega dei Comunisti di Jugoslavia in Serbia, fu inviato in Kosovo a fini di pacificazione, ma prese le parti dei serbi dichiarando "mai più nessuno potrà toccare un serbo" e accreditandosi come leader nazionalista agli occhi dell'opinione pubblica.

Nel marzo 1989 Milošević riuscì a far revocare gran parte dell'autonomia costituzionale del Kosovo e della Vojvodina: fu, tra l'altro, revocato lo status paritario goduto dalla lingua albanese (fino ad allora lingua co-ufficiale nel Kosovo accanto al serbo-croato).

Il 28 giugno 1989, 600º anniversario della prima battaglia del Kosovo, a Kosovo Polje, sito della battaglia, Milošević, dall'8 maggio Presidente della Repubblica di Serbia, pronunciò un violento discorso contro l'etnia albanese, assimilandola ai turchi ottomani.

Da un lato, il centralismo ed il panserbismo evidenti in questo discorso furono uno dei prodromi della dissoluzione della Jugoslavia, assieme al congresso della Lega dei Comunisti di Jugoslavia del 1990. Le altre repubbliche fecero uso del diritto di secessione dalla Jugoslavia fra il 25 giugno 1991 e l'aprile 1992. La Serbia, che vedeva molti serbi etnici perdere il legame con la madrepatria, si oppose con la forza a molte di queste secessioni, anche usando le forze federali da essa egemonizzate, ma non riuscì ad evitarle.

Dall'altro, il discorso del 1989 segnò l'avvio di una politica di ri-serbizzazione forzata della provincia, con la chiusura delle scuole autonome di lingua albanese e la sostituzione di funzionari amministrativi e insegnanti con serbi o persone ritenute fedeli alla Serbia.

Inizialmente l'etnia albanese reagì alla perdita dei suoi diritti costituzionali con la resistenza non violenta, guidata dalla Lega democratica del Kosovo (LDK) di Ibrahim Rugova. Gli albanesi boicottarono le istituzioni ed elezioni ufficiali e stabilirono istituzioni e scuole separate, dichiararono l'indipendenza della Repubblica del Kosovo (2 luglio 1990), riconosciuta solo dall'Albania (tornata da pochissimo democratica), adottarono una costituzione (settembre 1990) e tennero un referendum sull'indipendenza (1992), che registrò l'80% dei votanti con un 98% di sì (senza riconoscimento ma con osservatori internazionali). Tuttavia, dal 1995, dopo la fine della guerra di Bosnia-Erzegovina, molti albanesi scelsero la lotta armata indipendentista, guidata dalla Ushtria Çlirimtare e Kosovës (UCK), che si avvalse anche di veterani di quella guerra.

La Guerra del 1999[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerra del Kosovo.

La Guerra del Kosovo fu un conflitto armato riguardante lo status del Kosovo, provincia autonoma della Serbia, allora compresa nella disciolta Repubblica federativa di Jugoslavia (Jugoslavia).

Il Kosovo, popolato in maggioranza da cittadini di etnia albanese, era entrato in tensione con la Serbia e contribuì al disfacimento della Federazione Jugoslava, già avviato con la fuoriuscita prima della Slovenia e poi della Croazia, nel quadro di nazionalismi contrapposti che ha segnato e segna le vicende balcaniche a cavallo tra il XX e il XXI secolo.

Il Kosovo sotto amministrazione ONU[modifica | modifica sorgente]

Composizione etnica del Kosovo nel 2005 secondo l'OSCE.

Il protettorato internazionale[modifica | modifica sorgente]

In base alle Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite numero 1244 del 1999, il Kosovo fu provvisto di un governo e un parlamento provvisori, e posto sotto il protettorato internazionale UNMIK e NATO.

Negli anni successivi la situazione è andata lentamente normalizzandosi, anche se non sono mancati episodi di violenza, come nel marzo 2004, quando gruppi composti principalmente da kosovari di etnia albanese attaccarono oltre trenta chiese e monasteri cristiani in Kosovo, uccidendo almeno venti persone e incendiando decine di abitazioni di serbi, nell'arco di cinque giorni (oltre 60 tra chiese e monasteri erano stati distrutti nei cinque anni precedenti a questi disordini [1][2] [3] [4]).

Dopo la morte del presidente Ibrahim Rugova (avvenuta nel gennaio 2006), furono avviati i negoziati tra delegazione kosovara Serba e delegazione kosovara Albanese sotto la guida del mediatore ONU Martti Ahtisaari per la definizione dello status futuro della provincia serba. Nonostante numerosissimi incontri tra le diverse parti, il piano per lo status finale del Kosovo preparato da Ahtisaari non fu mai condiviso né dai serbi, che non volevano perdere la sovranità sulla regione, né dai kosovari, che ambivano alla piena indipendenza.

In mancanza di avvicinamenti tra le parti si prospetterebbe l'imposizione alle stesse di una decisione definitiva del Consiglio di Sicurezza Onu. Le trattative attualmente in corso vedono comunque attivi, oltre che i leader di Kosovo e Serbia, anche quelli di Unione Europea, Russia e Stati Uniti. Nel frattempo, l'Unione Europea sta preparando una missione militare che dovrebbe insediarsi in Kosovo al momento della decisione definitiva sullo status. Parallelamente, esperti europei ed albanesi stanno lavorando sul progetto di una nuova Costituzione.

Le elezioni del novembre 2007 e il Governo Thaci[modifica | modifica sorgente]

Il 17 novembre 2007 si sono tenute le elezioni per rinnovare sia l'assemblea parlamentare del Kosovo che i comuni. Le elezioni sarebbero dovute avvenire nel 2006, ma sono state rinviate nella speranza di risolvere in breve tempo la questione dello status. Così non è stato, e le profonde divisioni con la Serbia hanno portato al boicottaggio elettorale degli stessi serbi del Kosovo ed una bassa affluenza alle urne da parte dei kosovari albanesi. Ha prevalso il Partito democratico (Pdk) dell'ex capo guerrigliero dell'Uck, Hashim Thaci, che ha superato per la prima volta la Lega democratica (Ldk) del defunto presidente Rugova.

Thaci ha avviato un governo albanofono di grande coalizione per gestire il processo verso la piena indipendenza del Kosovo. Il 10 dicembre 2007 è scaduto il periodo dei negoziati condotti dall'ONU, che hanno fatto registrare un sostanziale nulla di fatto, con Serbia e Kosovo rimasti sulle rispettive posizioni. Le autorità kosovare hanno insistono nel voler proclamare l'indipendenza in modo unilaterale (soluzione ovviamente preferita da parte della maggioranza albanese e che ha come unico precedente il caso di Timor Est).

Il 16 febbraio 2008 l'Unione Europea, in vista dell'annunciata proclamazione d'indipendenza, ha approvato l'invio di una missione civile internazionale in Kosovo (chiamata "EULEX"), in sostituzione della missione NATO, per accompagnare il Paese in questo periodo di transizione. La missione comprenderà 2000 uomini (fra i quali 200 italiani), e avrà l'obiettivo di sostenere le autorità kosovare nel mantenimento della sicurezza e dell'ordine pubblico. Da parte serba si fa notare come da un punto di vista formale tale missione, priva di un mandato diretto da parte dell'ONU, sia quantomeno di dubbia legalità. La Russia ha definito illegale tale iniziativa, in quanto al di fuori del quadro normativo disposto entro il Consiglio di Sicurezza dell'ONU.

Proclamazione dell'indipendenza[modifica | modifica sorgente]

Il 17 febbraio 2008 il Parlamento di Pristina, riunito in seduta straordinaria, ha approvato la dichiarazione d'indipendenza del Kosovo letta dal premier Hashim Thaci[5] e ha adottato i suoi simboli nazionali: la bandiera e lo stemma. I nuovi simboli dello Stato sono stati scelti in modo tale da rispettarne la composizione multietnica.

Il discorso pronunciato dal premier[6] parla di una Repubblica democratica, secolare e multietnica, guidata da principi di non discriminazione e uguale protezione da parte della Legge.

Circa dieci minuti dopo la proclamazione, avvenuta circa alle 3 pomeridiane, il governo serbo si è affrettato a dichiarare illegittima ed illegale tale affermazione e che mai riconoscerà la repubblica secessionista come indipendente.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Relazioni internazionali del Kosovo.

Lo stesso 17 febbraio il governo del Costa Rica, impegnato in affari internazionali con altri paesi centroamericani, è stato il primo paese a riconoscere l'indipendenza del Kosovo.

Il 18 febbraio sono arrivati gli importanti riconoscimenti da parte di Stati Uniti ed Albania. L'Unione Europea, riunita in assemblea a Strasburgo non è riuscita a disegnare una linea guida unitaria e l'unica decisione finale è stata che ogni paese può fare ciò che crede. Da tempo si erano dichiarati favorevoli Francia (che deve fare i conti con le rivendicazioni di bretoni e corsi), Gran Bretagna, Germania ed Italia, mentre fortemente contrari sono Spagna, Grecia, Cipro e Romania che vedono in un riconoscimento ufficiale, un gravissimo pericolo di instabilità interna per le autonomie che chiedono più spazi e riconoscimenti (vedasi i Paesi Baschi e Cipro del Nord tra gli altri). Successivamente, in data 21 febbraio 2008, il Governo italiano ha riconosciuto ufficialmente l'indipendenza del Kosovo, e ha risposto affermativamente alla richiesta di stabilire relazioni diplomatiche. In campo extraeuropeo, fortemente contrari sono Russia e Cina, entrambe con potere di veto al Consiglio di Sicurezza dell'ONU che non si è pronunciato a favore dell'indipendenza, ribadendo che resta valida la propria Risoluzione n. 1244[7].

Ufficialmente, secondo il diritto internazionale e l'ONU, in Kosovo vige ancora la Risoluzione numero 1244 che definisce il territorio kosovaro sotto sovranità serba[8]. Secondo il diritto internazionale il riconoscimento del nuovo Stato da parte degli altri paesi nonché l'instaurazione di rapporti diplomatici non sono elementi né necessari, né sufficienti a far nascere un nuovo Stato. L'elemento fondamentale è la sovranità sul territorio in questione. Quindi si può dire che esista già uno Stato autonomo del Kosovo, non soggetto in alcun modo al potere di Belgrado, ma non per i territori di quella piccola parte del Nord a maggioranza Serba nel quale non esiste sovranità né da parte della Serbia, né da parte delle Autorità Governative del Kosovo alcun potere di fatto.

A seguito di forti scontri avvenuti ad un mese dalla proclamazione d'indipendenza kosovara, a Mitrovica, ha perso la vita un soldato ucraino dell'UNMIK. Contestualmente, per la prima volta, il governo serbo, nelle parole del Ministro per il Kosovo Slobodan Samardzic, è tornato a parlare della possibilità di una separazione del Kosovo del nord dal resto della provincia. Questa possibilità, vagliata in passato, era stata bocciata sia dalla Serbia che dall'UNMIK ma ora le loro posizioni potrebbero modificarsi.[9]

Il Segretario di Stato americano, Hillary Clinton, assieme all'Unione Europea ha affermato che verrà presa in esame anche la possibilità di una eventuale "spartizione" della regione tra nord, a schiacciante maggioranza serba, e il sud, a maggioranza albanese, e che verrà ascoltata la volontà degli altri gruppi etnici presenti in Kosovo (Croati, Bosgnacchi, Rom, Ashkali e Turchi).

La nuova Costituzione[modifica | modifica sorgente]

Il 9 aprile 2008 il Parlamento del Kosovo ha votato all'unanimità, con la sola astensione dell'elemento serbo, la nuova Costituzione. Il capo della missione Eulex ha controfirmato il testo, riconosciuto essere in linea con gli indirizzi degli Stati europei. Nella Costituzione si sancisce che il Kosovo sarà uno Stato laico e rispetterà la libertà di culto, garantendo i diritti di tutte le comunità etniche. Le forze internazionali, tuttavia, continueranno a mantenere le proprie truppe sul territorio.

La Costituzione è entrata in vigore il 15 giugno 2008. Con la Costituzione alcuni poteri esecutivi tenuti dall'UNMIK passano al governo kosovaro, la cui autorità, tuttavia, non è riconosciuta nel Kosovo del Nord. Questo avviene siccome la risoluzione 1244 si applicava solamente sul "Kosovo a maggioranza albanese", ovvero tutto il Kosovo tranne la parte nord.

La decisione della Corte Internazionale[modifica | modifica sorgente]

Il 22 luglio 2010 la Corte internazionale di giustizia ha stabilito che la dichiarazione d'indipendenza del Kosovo non ha infranto il diritto internazionale, in quanto essa, da sola, non viola le leggi internazionali e nemmeno la risoluzione 1244 dell'ONU, la cui validità è stata riconfermata.

L'accordo dell'aprile 2013[modifica | modifica sorgente]

Il 9 settembre 2010 è stata approvata alle Nazioni Unite una risoluzione preparata dalla Serbia e dall'Unione Europea che ha aperto la strada ai negoziati tra Belgrado e Pristina. Il 19 aprile 2013, dopo innumerevoli incontri, è stato firmato un accordo, sponsorizzato dall'Unione Europea rappresentata dall'Alto Rappresentante Cathrine Ashton, tra Belgrado e Kosovo, rappresentate dai rispettivi primi ministri. L'accordo, nel quale la Serbia non riconosce l'indipendenza, riconosce comunque l'autonomia del Kosovo e in qualche modo legittima il governo kosovaro attuale. Cuore dei negoziati è stato il futuro dei serbi del Kosovo del Nord, ai quali il governo kosovaro ha riconosciuto una certa autonomia, comunque inquadrata all'interno delle istituzioni della Repubblica del Kosovo. Il governo serbo smantella le istituzioni parallele, ancora esistenti nel nord Kosovo, e sponsorizza la partecipazione della popolazione serba alle elezioni amministrative organizzate per il 3 novembre 2013.[10] In seguito a questo accordo l'Unione Europea ha aperto le porte alla Serbia verso l'integrazione europea. Stessa strada seguirà a breve il Kosovo.

Il 28 maggio 2013 la Tanzania è stata il 100º paese a riconoscere l'indipendenza del Kosovo. A fine ottobre 2013 la quota dei riconoscimenti internazionali ha raggiunto 106 unità.

Note[modifica | modifica sorgente]

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]