Repubblica Popolare di Bulgaria

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Repubblica Popolare di Bulgaria
Repubblica Popolare di Bulgaria – Bandiera Repubblica Popolare di Bulgaria - Stemma
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Repubblica Popolare di Bulgaria - Localizzazione
Dati amministrativi
Nome completo Repubblica Popolare di Bulgaria
Nome ufficiale Narodna republika Bălgarija
Народна република България
Lingue parlate bulgara
Inno Mila Rodino
Capitale Sofia
Politica
Forma di governo Stato socialista
Organi deliberativi Assemblea popolare
Nascita 15 settembre 1946 con Vasil Kolarov
Causa Guerra fredda
Fine 3 aprile 1990 con Petăr Mladenov
Territorio e popolazione
Bacino geografico Bulgaria
Territorio originale Bulgaria
Massima estensione 110 910 km² nel
Popolazione 8.948.649 nel 1985
Economia
Valuta Lev bulgaro
Religione e società
Religione di Stato Ateismo
Evoluzione storica
Preceduto da Flag of Bulgaria.svg Regno di Bulgaria
Succeduto da Bulgaria Bulgaria

La Repubblica Popolare di Bulgaria (RPB, in bulgaro: Народна република България, Narodna republika Bălgarija) è stata una nazione compresa nel periodo che andava dal 1944 al 1989. Durante questo, il paese fu posto sotto l'amministrazione del Partito Comunista Bulgaro (PCB). Il PCB si trasformò nel 1990, cambiando il proprio nome in Partito Socialista Bulgaro, che fa attualmente parte della coalizione di governo. La Bulgaria fu uno stato satellite sovietico del blocco orientale durante la guerra fredda, membro del Patto di Varsavia e del COMECON.

Lo Stalinismo[modifica | modifica sorgente]

Il 9 settembre 1944, con la ritirata delle truppe dell'Asse, un colpo di Stato instaurò un governo guidato da Kimon Georgiev che abolì, a seguito di un plebiscito, la monarchia. A partire dalla fine della guerra, la Bulgaria fu governata da Georgi Dimitrov, fino alla sua morte nel luglio 1949. L'improvvisa morte di Dimitrov generò sospetti viste le sue simpatie titoiste. La morte coincise con l'espulsione di Tito dal Cominform, e fu seguita dalla "caccia alle streghe" titoiste in Bulgaria. Questa situazione culminò con il processo farsa e l'esecuzione del Primo Ministro Traičo Kostov; il vecchio Kolarov morì nel 1950 e il potere passò pertanto a un estremo stalinista, Vălko Červenkov.

Il processo di industrializzazione subì un'accelerazione fino al punto dell'insostenibilità; l'agricoltura fu collettivizzata e le ribellioni dei contadini furono soppresse con la forza. Circa 12.000 persone passarono attraverso i campi di lavoro tra la fine della seconda guerra mondiale e la morte di Stalin nel 1953.[1] Il Patriarca Ortodosso fu confinato in un monastero e la Chiesa fu posta sotto controllo statale. Nel 1950 furono rotte le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti. La minoranza turca fu perseguita e in questo periodo rinacquero le dispute territoriali con Grecia e Jugoslavia.

Inoltre, il sostegno di Červenkov anche nel Partito Comunista era troppo limitato affinché lui potesse sopravvivere a lungo dopo la morte di Stalin. Nel marzo 1954, un anno dopo la morte del dittatore, Červenkov fu deposto dalla carica di Segretario del Partito con l'approvazione della nuova leadership di Mosca e fu sostituito dal giovane Todor Živkov. Červenkov rimase Primo Ministro fino all'aprile 1956, quando fu definitivamente deposto e sostituito da Anton Jugov.

L'era di Živkov[modifica | modifica sorgente]

"L'amicizia tra l'Unione Sovietica e il popolo bulgaro - indistruttibile per l'eternità", francobollo sovietico del 1969 che commemora il 25º anniversario della Rivoluzione Socialista in Bulgaria.

Todor Živkov governò la Bulgaria per i successivi 33 anni, con una politica totalmente fedele ai dettami sovietici e più moderata all'interno della nazione. Ripresero le relazioni con la Jugoslavia e la Grecia, furono chiusi i campi di lavoro e si denunciarono i processi e le esecuzioni di Kostov e di altri "titoisti" (anche se non quella di Nikola Petkov e di altre vittime non-comuniste delle purghe del 1947). Furono reistituite alcune forme limitate di libertà di espressione e terminò la persecuzione alla Chiesa. Le rivolte in Polonia e Ungheria del 1956 non ebbero seguito in Bulgaria, ma il Partito pose comunque fermi limiti (anche grazie alla polizia segreta, il KDS) agli intellettuali e alla libertà di scrittura per impedire qualsiasi sollevazione popolare.

Jugov si ritirò dalla politica nel 1962 e Živkov divenne Primo Ministro, nonché Segretario del Partito. Nel 1971 venne emanata una nuova costituzione grazie alla quale Živkov acquisì la carica Capo dello Stato (Presidente del Consiglio di Stato), mentre la carica di Primo Ministro fu affidata Stanko Todorov. Nel 1964 in URSS avvenne il passaggio di consegne tra Nikita Chruščëv e Leonid Brežnev: Živkov ebbe ottimi rapporti anche con il nuovo leader e nel 1968 dimostrò ancora una volta la sua lealtà verso l'Unione Sovietica prendendo parte all'invasione della Cecoslovacchia; a partire da questo momento la Bulgaria venne generalmente indicata come l'alleata più fedele dei sovietici nell'Europa dell'Est.

La caduta del regime[modifica | modifica sorgente]

Anche se non era mai stato stalinista nei modi, a partire dalla fine degli anni settanta Živkov rese il suo governo sempre più severo e totalitario: stemperò questa tendenza la morte, avvenuta nel 1981, dell'amata figlia Ljudmila. Nel 1984 venne approvata una legislazione anti-turca, che proibiva alla minoranza turca (che costituiva il 10% della popolazione) di parlare nella sua lingua madre e di "bulgarizzare" le sue generalità[2].

La stagione di riforme aperta da Michail Gorbačëv ebbe un profondo impatto in Bulgaria dato che la classe dirigente comunista, ormai anziana, non aveva la forza per poter resistere a cambiamenti così netti e radicali; nel novembre del 1989 si svolse una manifestazione ecologista e anti-governativa organizzata dal nuovo movimento civile Ekoglasnost a Sofia, ma alle rivendicazioni ambientali si unirono quasi subito quelle politiche. La dirigenza del Partito Comunista Bulgaro si rese conto che era arrivata l'ora di cambiare e il 10 novembre Živkov, ormai 78enne, venne sostituito nella carica di Capo dello Stato dal ministro degli Esteri Petăr Mladenov.

La prontezza del politburo nel prendere questa decisione impedì che nascesse nel paese un forte clima di tensione che potesse generare un cambiamento rivoluzionario. Di fatto, anche nel dicembre del 1989, di fronte a una protesta contro il governo, Mladenov pronunciò la famosa frase Meglio che vengano i carrarmati (in bulgaro: По-добре танковете да дойдат, Po-dobre tankovete da dojdat), egli traghettò lo Stato dall'economia socialista a quella di mercato.

Nel febbraio del 1990 il Partito Comunista Bulgaro rinunciò volontariamente al potere: nel giugno dello stesso anno si organizzarono delle elezioni politiche che aprirono la strada del multipartitismo anche in Bulgaria. Mladenov rimase Capo dello Stato fino al 6 aprile e Presidente del Consiglio, ad interim, fino al 6 luglio: il passaggio di consegne a Želju Želev determinò la fine della storia della Bulgaria comunista.

Elenco dei leader[modifica | modifica sorgente]

Segretari generali del Partito Comunista Bulgaro:

Presidenti dell'Assemblea Nazionale della Repubblica Popolare di Bulgaria:

Presidenti del Consiglio di Stato della Repubblica Popolare di Bulgaria:

Primi Ministri della Repubblica Popolare di Bulgaria:

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Association for Asian Research, 21 settembre 2003: La dinamica della repressione: l'impatto globale del modello stalinista, 1944-1953, del dr. Balazs Szalontai
  2. ^ Crampton, R.J., A Concise History of Bulgaria, 2005, pp. 205, Cambridge University Press

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]


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