La città di Dio

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La città di Dio
Titolo originale De Civitate Dei
Altri titoli De Civitate Dei contra Paganos
City of God Manuscript.jpg
Incipit da un manoscritto del 1470 circa
Autore Agostino d'Ippona
1ª ed. originale tra il 413 e il 426
Genere trattato
Sottogenere filosofico, religioso
Lingua originale latino

La città di Dio (latino: De Civitate Dei, o anche De Civitate Dei contra Paganos) è un'opera latina scritta in ventidue volumi da Sant'Agostino d'Ippona tra il 413 e il 426; egli scrisse i primi dieci libri con la finalità di difendere il cristianesimo dalle accuse dei pagani ed analizzare le questioni sociali-politiche dell'epoca; negli altri dodici libri, invece, tratta della salvezza dell'uomo.

Il termine latino civitas non dovrebbe essere tradotto come città, ma si dovrebbe parlare piuttosto di cittadinanza, di una condizione spirituale in cui si gioca il destino di salvezza e di dannazione di ciascun individuo.

L'opera rappresenta un'apologia del Cristianesimo nei confronti della civiltà pagana ed in essa vengono trattati argomenti come Dio, il martirio, i Giudei ed altri argomenti concernenti la filosofia cristiana.

Opera[modifica | modifica wikitesto]

Genesi dell'opera[modifica | modifica wikitesto]

L'opera nasce in un contesto storico-politico delicato: il lento decadere dell'Impero romano d'Occidente dovuto alle continue invasioni barbariche, nello specifico dei Goti di Alarico, che si ripeteranno per tutto il resto del V secolo. La grande occasione data dall'evento lo sollecita a riflettere; così nel 413 comincia l'opera che lo impegnerà fino al 426 e diverrà uno dei pilastri della cultura occidentale nonché il suo capolavoro. Il cristianesimo fu subito accusato dai pagani di aver prodotto un rammollimento delle solide basi morali dell'impero che avrebbe esposto quest'ultimo alle penetrazioni dei barbari: da una parte il cristianesimo aveva creato un insieme di valori antitetici a quelli dei pagani, dall'altra, e per la maggiore, il motivo della caduta dell'impero è da ricercare nella fragilità politica di base.

Concezione della storia e differenza delle "città"[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Pensiero di Agostino d'Ippona#La visione escatologica della storia.

L'opera appare come il primo tentativo di costruire una visione organica della storia dal punto di vista cristiano, principalmente per controbattere alle accuse della società pagana contro i cristiani: Agostino afferma che la vita umana è dominata dall'alternativa fondamentale tra il vivere secondo la carne e il vivere secondo lo spirito, avendo quindi un'alternativa. Quest'ultima si svolge e divide in due città: la Civitas Terrena, ossia la città della carne, la città terrena, la città del diavolo, fondata da Caino che è Babilonia e la Civitas Dei, ossia la città dello spirito, la città celeste fondata da Abele. Importante notare anche la simbologia scritturistica in cui Caino è un contadino e in quanto tale strettamente legato alla terra, la deve far sua per avere da essa un guadagno; Abele invece è un pastore, sfrutta la terra ma non vi è legato in quanto passa sulla terra e non si stanzia, tende, per un certo verso, a una meta più ambita e fruttifera: il cielo.

« L'amore di sé portato fino al disprezzo di Dio genera la città terrena; l'amore di Dio portato fino al disprezzo di sé genera la città celeste. Quella aspira alla gloria degli uomini, questa mette al di sopra di tutto la gloria di Dio. [...] I cittadini della città terrena son dominati da una stolta cupidigia di predominio che li induce a soggiogare gli altri; i cittadini della città celeste si offrono l'uno all'altro in servizio con spirito di carità e rispettano docilmente i doveri della disciplina sociale. »
(La città di Dio, XIV, 28)

Nessuna città prevale sull'altra. Nella storia, infatti, le due città sono mischiate e mai separate, come se ogni uomo vivesse contemporaneamente nell'una e nell'altra. Sta quindi a quest'ultimo la scelta di decidere da che parte schierarsi. L'uomo si trova al centro tra queste due città e solo il giudizio universale può separare definitivamente i beati dai peccatori.

Ognuno potrà capire a quale città appartiene solo interrogando se stesso.

Agostino, in corrispondenza dei sei giorni (hexaemeron) della creazione distingue sei periodi storici:

In particolare, nel pre-epilogo de La città di Dio, XXII, 30, 5, Agostino scrive:[1]

(LA)

« Septima erit aetas in sabbato sine fine. Ipse etiam numerus aetatum, veluti dierum, si secundum eos articulos temporis computetur, qui Scripturis videntur expressi, iste sabbatismus evidentius apparebit, quoniam septimus invenitur; ut prima aetas tamquam primus dies sit ab Adam usque ad diluvium, secunda inde usque ad Abraham, non aequalitate temporum, sed numero generationum; denas quippe habere reperiuntur. Hinc iam, sicut Matthaeus evangelista determinat, tres aetates usque ad Christi subsequuntur adventum, quae singulae denis et quaternis generationibus explicantur: ab Abraham usque ad David una, altera inde usque ad transmigrationem in Babyloniam, tertia inde usque ad Christi carnalem nativitatem. Fiunt itaque omnes quinque. Sexta nunc agitur nullo generationum numero metienda propter id quod dictum est: Non est vestrum scire tempora, quae Pater posuit in sua potestate. Post hanc tamquam in die septimo requiescet Deus, cum eumdem diem septimum, quod nos erimus, in se ipso Deo faciet requiescere. De istis porro aetatibus singulis nunc diligenter longum est disputare; haec tamen septima erit sabbatum nostrum, cuius finis non erit vespera, sed dominicus dies velut octavus aeternus, qui Christi resurrectione sacratus est, aeternam non solum spiritus, verum etiam corporis requiem praefigurans. Ibi vacabimus et videbimus, videbimus et amabimus, amabimus et laudabimus. Ecce quod erit in fine sine fine. Nam quis alius noster est finis nisi pervenire ad regnum, cuius nullus est finis? »

(IT)

« La settima epoca e il sabato senza fine. Se anche il numero delle epoche, confrontato ai giorni, si calcola secondo i periodi di tempo che sembrano espressi dalla sacra Scrittura, questo sabatismo acquisterebbe maggiore evidenza dal fatto che è al settimo posto. La prima epoca, in relazione al primo giorno, sarebbe da Adamo fino al diluvio, la seconda dal diluvio fino ad Abramo, non per parità di tempo ma per numero di generazioni, perché si riscontra che ne hanno dieci ciascuna. Da quel tempo, come delimita il Vangelo di Matteo, si susseguono fino alla venuta di Cristo tre epoche, che si svolgono con quattordici generazioni ciascuna: la prima da Abramo fino a Davide, la seconda da lui fino alla deportazione in Babilonia, la terza fino alla nascita di Cristo (Matteo 1, 17). Sono dunque in tutto cinque epoche. La sesta è in atto, da non misurarsi con il numero delle generazioni per quel che è stato detto: Non spetta a voi conoscere i tempi che il Padre ha riservato al suo potere (Atti 1, 7). Dopo questa epoca, quasi fosse al settimo giorno, Dio riposerà quando farà riposare in se stesso, come Dio, il settimo giorno, che saremo noi. Sarebbe lungo a questo punto discutere accuratamente di ciascuna di queste epoche; tuttavia la settima sarà il nostro sabato, la cui fine non sarà un tramonto, ma il giorno del Signore, quasi ottavo dell'eternità, che è stato reso sacro dalla risurrezione di Cristo perché è allegoria profetica dell'eterno riposo non solo dello spirito ma anche del corpo. Lì riposeremo e vedremo, vedremo e ameremo, ameremo e loderemo. Ecco quel che si avrà senza fine alla fine. Infatti quale altro sarà il nostro fine, che giungere al regno che non avrà fine? »

Quindi in chiusura di testo l'Ipponate non solo attesta, e su base scritturale, una concezione del tempo non più ciclica come per i filosofi Greci bensì lineare e universale in cui si innesta la Provvidenza, ma allude anche a un octavus aeternus, "quasi ottavo dell'eternità", per indicare il riposo non tanto come shabbatico approdo del lavoro dei precedenti sei giorni della creazione, quanto come riposo eterno e dunque extratemporale, fine che "non sarà un tramonto".

È intrinseca in sé una concezione predestinatoria in quanto Agostino, combattendo contro il Pelagianesimo, vuole esaltare la potenza della Grazia: l'uomo non può salvarsi perché compie buone opere (altrimenti Dio sarebbe solo un giudice quando invece è onnipotente) ma perché è stato investito dalla Grazia divina.

Riferimenti Biblici[modifica | modifica wikitesto]

La Città di Dio media tra la speculazione platonica metafisica ed il metodo esegetico della scrittura, in parte letterale ed in parte allegorico (Cfr.: La Città di Dio, XVII, 3). Vengono ripresi il Libro della Genesi, di Samuele, l'Ecclesiate, di Daniele, dei Salmi, di Isaia, di Malachia e viene citato diffusamente il Nuovo Testamento con particolare attenzione al Vangelo di Giovanni, alla Lettera ai Romani e al Libro dell'Apocalisse.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ XX, 30, 5 bilingue. URL consultato il 1º maggio 2011.

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